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XXIX.
«I primi mesi del mio matrimonio
scorsero di tal guisa fra le puerilità e le matte allegrie. Clelia era in molte
cose una bambina; le piaceva dormire colla testa appoggiata sulle mie
ginocchia, le piaceva passare le sue mani affilate fra mezzo ai miei capelli, e
scompigliarli poi ad un tratto, e riderne. Poi voleva pettinarmi, e farmi la
spartitura sul mezzo della fronte, e recavami uno specchio perchè mi guardassi,
e guai! se io non ne sorrideva.
Io la lasciavo fare - mi
deliziava di queste inezie, e ne aveva fatto un argomento importante della mia
vita.
E che l'accigliata
filosofia si levi pure a stigmatizzare nell'uomo il fanciullo - la sua voce non
saprà mai giungere fino al cuore - l'infanzia è l'alba dell'amore, però che
l'amore è la vita - il vero filosofo amava i fanciulli, e voleva vedere le loro
teste ricciute attorno a sè, e dispensava loro le carezze, e parlava alle turbe
una filosofia dolce, fidente, che si compendiava in una parola: amate.
«Amate, amate - sappiate
essere fanciulli nell'amore» ecco il consiglio del saggio - e le turbe faranno
assai bene a se stessi se lo ascolteranno - e faranno bene alle future
generazioni se lo ripeteranno accanto al focolare ai loro figliuoli.
Usciti d'infanzia gli
uomini sogliono arrossire di buon'ora del loro passato; e la maggior offesa che
altri possa far loro è di rammentarglielo. L'età senile giunge sempre troppo
presto a vendicare siffatto oltraggio. Ma poi che io non mi vergogno che vi sia
stata un'età della mia vita in cui ero fanciullo, non mi dorrà neppure di
confessare che fatto uomo seppi rinnovarmene alcun tempo le dolcezze.»
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