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Salvatore Farina
Due amori

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  • DUE AMORI
    • XXXVII.
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XXXVII.

 

«La giornata passò rapidissima; il piacere ha le ali leggiere, e corre veloce innanzi agli occhi dei mortali. Ritornammo a Milano dopo il tramonto.

Clelia non si saziava di dirmi che s'era divertita.

- Quanto sarei mai felice se potessi essere sempre con te in campagna!» mi ripeteva ad ogni tratto.

Le promisi che vi saremmo andati presto per fermarci alcun tempo.

- Soli?

Questa insistenza in un'idea che feriva ingiustamente il mio buon Eugenio mi afflisse. Tuttavia non me ne offesi.

- Soli, le risposi, e non altro.

- Così va bene, soggiunse Clelia; ma questa volta impensierita, come se temesse di aver ridestato il mio malumore e se ne pentisse, e scendendo in cuor suo comprendesse per la prima volta d'essere ingiusta.

- Oggi che non l'ho visto, sono più disposta a perdonargli, mi disse qualche tempo dopo scherzando.

- A chi? domandai distratto.

- E a chi se non al tuo amico, al signor Eugenio?

Le risposi con un sorriso; e finsi di non porvi gran fatto mente continuando a sfogliazzare un antico albo di paesaggi svizzeri, ma in segreto me ne compiacqui, e dissi a me stesso che se Clelia m'aveva detto quelle parole, doveva aver pensato fino a quel punto ad Eugenio; e che se vi aveva pensato, non poteva andar molto che anch'essa avrebbe apprezzato le virtù di quell'anima gentile.

Però mi lusingai che si sarebbe ravveduta.

 

 




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