| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Salvatore Farina Due amori IntraText CT - Lettura del testo |
|
|
|
|
XL.
«Da quel giorno non ebbi più a lamentarmi di Clelia. La mia vita si completò come per incanto; v'era stata fino a quel punto nel mio cuore come un'amarezza dissimulata; la mia anima s'era tenuta vacillante fra il contraddire palesemente a Clelia e il fare offesa all'amicizia; oggi il nodo era stato sciolto; i miei affetti che s'erano guardati gelosi, si stringevano la mano; le due fiamme si riaccostavano, si confondevano in una sola. Io pensai più volte con animo pacato a quell'antipatia che una comunione d'affetti fa spesso nascere fra due cuori egualmente buoni, egualmente dolci e sereni; a quella gelosia che la generosità di due anime grandi non sa vincere, e non seppi mai penetrare gli arcani divisamenti della Natura. I buoni ne piangono come di una calamità; gli scettici ne accusano la provvidenza - nessuno può scoprirne le fila misteriose. Però io che ne aveva sofferto così a lungo, mi sentii rinascere l'ardore dei miei vent'anni inesorabilmente perduti, e mi abbandonai con trasporto al mio amore che era il mio culto. Oramai io poteva palesare apertamente l'animo mio, poteva schiudere i battiti del mio petto tanto tempo repressi; io era libero d'amare. Clelia non s'imbronciava più se desideravo Eugenio, se m'accompagnavo spesso con lui. A poco a poco divise in qualche parte la mia gioia, se ne compiacque. Quando egli veniva presso di noi, ella non lo vedeva più di mal occhio; non lo accusava più di volermi sottrarre all'amor suo. Non andò molto che si abituò tanto alla vista di lui, che se avveniva ch'egli mancasse al solito convegno, ne era dolente per me poco meno di me medesimo. In breve famigliarizzò con esso come con un amico d'infanzia. Eugenio pareva felice di vedersi così bene accolto; ma tuttavia non diede mai segno d'essersi accorto che fosse avvenuto qualche mutamento nel nostro contegno verso di lui. Forse per delicatezza finissima non voleva lasciar parere, forse egli avea dimenticato il passato, o avea voluto dimenticarlo per smarrire un termine di confronto. Giammai però che io potessi andare più in là di queste vaghe supposizioni; giammai sguardo, gesto o parola che desse vita ad un sospetto o avvalorasse l'uno meglio dell'altro. Passarono alcuni mesi in questa guisa. Una sera noi ci eravamo raccolti in questa camera senza sapere perchè; ragionammo d'arte un gran pezzo; a poco a poco fummo tratti a risollevare i veli delle nostre memorie. Eugenio aveva una vita avventurosa a narrarci. Nato di famiglia ricchissima, alcuni rovesci di fortuna lo avevano tratto in rovina; però egli aveva abbandonato il collegio con animo di dedicarsi alla pittura per la quale aveva sentito fin dall'infanzia una potente attrazione. Gli rimanevano cento franchi, non un soldo di meno. Non era troppo, per intraprendere il gigantesco disegno che gli era balenalo in mente: recarsi a Roma ad apprendervi il disegno. Vi andò. Consumò i pochi quattrini che gli rimanevano, ma divenne allievo dell'Accademia Romana di belle Arti. Patì di fame, ma visse, e crebbe artista. Questo racconto s'intesseva con cento episodii burleschi, ch'egli narrò sorridendo. Io ne ricordo pochissimi; quest'uno non mi è mai passato di mente. Nei primi mesi che si trovava a Roma fu aperto il concorso per gli allievi di disegno di una classe superiore a quella in cui si trovava Eugenio. Il suo maestro lo consigliò di concorrere; si propose e fu accettato. Era un ardimento senza pari; lo avrebbe portato innanzi una classe, e gli avrebbe guadagnato un sussidio mensile di un prossimo comune. Il concorso versava sopra una copia dal gesso, ed era stato concesso agli allievi un mese di tempo per compiere il lavoro. Eugenio si accinse con ardore, il suo lavoro avanzava ogni giorno, egli si compiaceva già dell'opera sua, si sentiva fremere nella mano una matita d'artista, e lavorava senza posa. Quindici giorni trascorsero in febbre; il suo disegno era quasi al termine; se non che all'improvviso egli scoprì d'aver errato; avea tracciato alcune linee inutili che la sua inesperienza e il suo entusiasmo gli avevano impedito per tanto tempo di scorgere. Si provò a cancellare quelle linee, e rovinò la carta su cui disegnava. Quella fu la più gran disgrazia che lo potesse colpire; aveva perduto quindici giorni, e gli mancava una lira per acquistare nuova carta. Giovinetto provò tutte le fitte della disperazione. Erano quindici giorni che egli viveva di pane nero e di speranze, oramai tutto gli falliva; egli disperava di raggiungere i suoi compagni, e condurre a termine nel breve tempo che gli rimaneva il suo lavoro; e quando pure lo avesse potuto, non avrebbe ritrovato in tutta la sua guardaroba di che provvedere quella lira che gli mancava. Non conosceva nessuno, tranne che un artista scultore; ma lo scalpello dell'uno non portava certamente invidia alla matita dell'altro: erano due povere creature entrambi; quale più non era facile determinare. Trascorse il primo giorno in vane fantasticherie; alla notte egli aveva passato in rassegna tutte le cose riducibili ad una lira. Una lira! era un poema, e tuttavia Nababbo e Creso ne avevano avuto assai più; e se n'erano vissuti senza comprenderne l'importanza; e certamente nessuno mai poteva vantarsi d'averne analizzato così a fondo le virtù. Pure non una di queste monete così famigliari oramai all'intelletto di Eugenio era uscita dalle saccoccie di Nababbo o di Creso a confortare colla riconoscenza la paziente meditazione del povero artista. Alla notte ebbe la febbre, la febbre terribile che assale una volta sola nella vita dei disgraziati sognatori d'arte e di poesia, la febbre dell'avvenire che accelera il corso del sangue impoverito dagli stenti, quando recisi i fili inargentati delle illusioni si volge la prima volta l'occhio all'intorno e si scorge la terribile solitudine che accompagna i passi della miseria. Eugenio ebbe paura del suo avvenire, e pianse come un fanciullo. Tutta la notte pensò al suo passato, alle cure affettuose che avevano rallegrato i primi battiti del suo cuore, alla nonna incurvata, alla madre buona ed amorevole anche nei rimproveri; pensò quelle colpe ingenue e puerili che facevano sorridere la povera donna, quelle sale arredate con gusto, quei maestri così arcigni e tutte quelle cento inezie che popolano la vita inesperta e facile della fanciullezza. Ma le grandi idee sono figlie della miseria, e non a torto fu detto che le lezioni del cencio e della fame siano le più eloquenti e le più feconde. In quella notte Eugenio ebbe una idea.... E non fu appena sorto il mattino, che egli si vestì, mangiò un tozzo di pane che era avanzato dal suo pranzo ed uscì all'aria aperta, coll'aspetto d'uomo che ha assolutamente preso il suo partito, ma che prima di intraprenderne l'esecuzione, vuole riconfortarsi e quasi ribadire il suo proposito. La brezza mattutina doveva far quest'uffizio. A capo d'un'ora passata a camminare su e giù innanzi alla chiesa d'un convento, affrettando il passo quando era lontano dalla soglia, e rallentandolo mano mano che vi si accostava, prese una risoluzione suprema ed entrò. Non era stato da gran tempo in una chiesa, e coi sacramenti non si trovava certamente in buona armonia, tuttavia egli andò diffilato ad un confessionale, vi si inginocchiò, ed attese. Non andò molto che un frate lo vide, e venne a sedersi nel confessionale. Eugenio si sentiva battere il cuore; ma non vi badò gran fatto, e sbirciò sott'occbi il reverendo come cercando di leggergli sul volto il proprio destino. Il volto di quel frate era muto come una tomba. Eugenio allora pensò che egli era li per confessarsi, e fu per smarrirsi d'animo. Il frate lo prevenne, gli domandò se voleva confessarsi, e il povero pittore balbettò qualche cosa che rassomigliava ad un sì. Allora incominciò il martirio; il frate volle sapere da quanto tempo il suo penitente si fosse accostato al sacramento, e il penitente non sapeva troppo bene se fosse da quattro o da cinque anni. Lo disse - e il frate ad esclamare scandalizzato, e a minacciare le pene dell'inferno; e il tapino a pentirsi - e poi una sfuriata d'interrogazioni e un rispondere affannoso di sì e di no - poi il frate volle recitasse il confiteor, e il penitente, a cui era passato di mente insieme al latino del collegio, a bestemmiare senza alcun riguardo le parole sacre - e il frate a scandalizzarsi da capo. In fine dopo un'ora di tortura Eugenio era riuscito a convertirsi; dopo un'altra mezz'ora aveva mansuefatto totalmente il frate, il quale avendo appreso i casi del suo penitente, e premendogli di salvare la sua anima, lo assolvette con una mano, e gli diede coll'altra la lira sospirata. Eugenio che finalmente respirava, ricevette con compunzione le due benedizioni, storpiò un'altra volta il confiteor, e se ne uscì col suo tesoro nel pugno, più ricco di Creso e di Nababbo. Egli ci raccontò quest'avventura scherzando, e noi stessi ne ridemmo di cuore; anche ora pensandoci io ne sorrido. Aggiunse poi che rimessosi al lavoro, nel termine fissato ebbe preparato il disegno pel concorso, e che ne riportò il premio stabilito. Ma per giungere a quel giorno egli aveva vissuto alcune settimane nella miseria; aveva sofferto il freddo, la fame; aveva lottato con una malattia di petto cagionatagli dal lavoro frenetico, e la scarsità di cibo consumandolo ogni giorno, lo aveva condotto agli estremi. A questo racconto straziante che egli aveva cercato di fare colla stessa bizzarra noncuranza, ma che involontariamente aveva strappato dal suo petto un singulto e fatto brillare sul suo ciglio una lagrima, io me gli accostai più da presso, e come a pagarlo di ciò che aveva sofferto, serrai le sue mani nelle mie. Clelia lottò un istante dentro di sè, poi nascondendo il capo fra le mani scoppiò in singhiozzi. Eugenio rialzò il capo, guardò Clelia, e poi me; passò ruvidamente la mano sugli occhi a detergervi le lagrime, e arrossì in volto come se vergognasse della sua debolezza. Da quel punto la conversazione languì. Clelia si provò a sorridere, cercando i miei occhi che gli risposero tutto l'affetto del mio cuore. Ma Eugenio non levò lo sguardo dal suolo ove l'aveva fisso nuovamente.»
|
Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2008. Content in this page is licensed under a Creative Commons License |