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Salvatore Farina
Due amori

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  • DUE AMORI
    • XXVIII.
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XXVIII.

 

«Sono oramai cinque anni - te ne ricordi? Ci separavamo con mestizia, ma senza gran dolore, - la felicità mi facea sentire meno l'affanno della tua partenza - il pensiero di sapermi felice e un cotal poco la compiacenza d'essere tu la cagione della mia pace ti rendeano forse meno amara la solitudine in cui andavi a cacciarti.

Non ho mai dimenticato quel giorno; non lo dimenticherò forse mai; e tuttavia sebbene io tenti talvolta a gran fatica di rappresentarmene agli occhi l'immagine, non so riuscirvi - al mio quadro manca sempre qualche cosa. Che mai? un po' di pallore sulle tue guancie e un po' d'abbandono nei tuoi passi vacillanti forse.... no in fede mia non è questo. Io so troppo bene che un pittore non potrebbe aggiungere un solo tocco di pennello a completare la mia immagine - ma tuttavia è imperfetta. Forse è l'anima mia che è monca; forse il velo dietro cui si è celata la mia esistenza è troppo fitto, e il passato che io scorgo attraverso non difetta che di luce. Ah! quest'ombra immensa, questa nebbia che mi circonda, che mi preme come una cappa di piombo, e di cui la mia anima neghittosa si compiace! Invano ho tentato talvolta di sollevarmi, di uscire dalla bigia atmosfera in cui vivo per guardare ancora una volta il sole. E mi sono detto che vi ha forse ancora qualche dolore più grande del mio che trabocca dal petto degli uomini, e che io devo portarvi il mio cuore a raccoglierlo. Ma anche l'entusiasmo del sagrifizio si è spento in me - sono diventato egoista, non già per paura, ma per inerzia - ingeneroso senza essere malvagio; incapace di gran male, ma incapace ad un tempo di bene.

Giammai, io penso, trasformazione più ingrata è avvenuta nella tempra gagliarda degli anni giovanili. La rovere orgogliosa si è spogliata della ruvida corteccia, ha barattato i suoi rami rozzi e tenaci colle pieghevoli fronde del salice che piange senza lagrime.

Talvolta penso che ho torto di lamentarmi - non ho avuto io la mia giornata? - sia pure un'ora sola nella vita, che importa se almeno in quest'ora si ha vissuto? Quanti più sventurati di me non bevettero mai alla coppa della felicità! Ho amato potentemente - fui potentemente amato - l'amarezza ha seguito la pace - e sia - cotesta è la legge degli uomini. Il dolore segue i nostri passi e cammina veloce. Quand'ei ci avrà raggiunto più nulla - tant'è: procuriamo che ciò avvenga più tardi che sia possibile, e sopratutto non voltiamoci indietro per via.

Ma il sillogismo si è spuntato contro il mio cuore codardo; lungi dal ricingermi di forza per resistere e soffrire, ho imprecato alla natura; mi son detto che quando la carriera delle rose è finita, non conviene andar oltre un passo, ma seppellirvisi per sempre - che se il calice non può darci altro che amarezza, la mano dell'uomo deve allontanarlo dalle sue labbra e buttarlo nel mondezzajo, perché nissuno più lo raccatti.

Comprendo quanto egoismo si nasconda in questi principi; e che se pensassero tutti di tal guisa, il mondo rassomiglierebbe ad uno sterminato deserto, e i palagi e le ville sarebbero covili e tane tortuose, e gli uomini serpenti raggomitolati. Ma anche di quest'immagine talora mi compiaccio - e in verità che tra la bava del rettile, e l'adulazione che ci circonda, io non so dire quale più bassa e più oscena - nè se dal confronto l' uomo possa uscirne a miglior partito e col vantaggio dalla sua.

Vorrei poterti rappresentare al vivo lo spettacolo della mia felicità d'un giorno perché tu potessi comprendere lo strazio che ho patito.

Io non so se mai altr'uomo abbia sentito voluttà così intense e tanto profondamente - l'amore, l'abbandono soave e tenero di due anime, quella confidenza totale che accomuna e confonde le esistenze, quel palpito concorde che accende le fiamme del desiderio e avviva la sete perenne di baci. Io ho provato tutto ciò; ed è rimasta nel mio petto un'impronta indelebile di quella vita, e quasi un'eco del passato che vi ridesta a quando a quando un sussulto povero e mesto.

Sì, io fui felice; quant'uomo può immaginare, quanto fantasia di poeta, o sogno d'innamorato può creare. Clelia, il fantasma rosato che io aveva vagheggiato spasimando per tanto tempo, era finalmente mia, fra le mie braccia - era mia, palpitante, carezzevole, lieta delle mie carezze. La nostra vita fu per gran tempo un idilio, uno spasimo dolce, una festa d'amore.

Nei nostri slanci d'affetto ci chiamavamo coi motti più teneri; a poco a poco i nostri stessi nomi si corruppero nelle nostre labbra in cento vezzeggiativi, e ne vennero fuori due parole bizzarre, senza senso, ma che per noi ne avevano uno dolcissimo. È con quel nome strano che io la chiamo nei vaneggiamenti delle mie notti insonni, e mi pare ch'ella risponda alla inia voce e che susurri alle mie orecchia in una favella misteriosa la sua risposta.

Ci eravamo abituati al piacere d'essere insieme, di vederci ad ogni istante, e tuttavia noi sapevamo rinnovare tutti i giorni al nostro cuore lo stesso giubilo, colla stessa potenza di vita, colla stessa frenesia; insaziabili sempre l'uno dell'altro, quando eravamo lontani ci pareva d'essere incompleti. Le più strane e sciocche paure si affollavano nella mia mente s'egli avveniva che io dovessi separarmi per poco da lei; diffidavo della mia felicità; parevami che il più leggiero soffio l'avrebbe fatta svanire.

Quando eravamo dappresso deliravamo di contentezza; se mi accadeva d'uscire un istante, essa correva al balcone per seguirmi collo sguardo - e siccome sporgeva il corpo dal davanzale per vedermi più a lungo, io mi voltavo cento volte trepidante, e le faceva segno di ritirarsi. Ella sorrideva, i passanti ci guardavano e sorridevano anch'essi - ma quel riso non mi feriva. Ed io penso che gli uomini si affannino invano per avvelenare col ridicolo la felicità degli amanti, e che faranno invece assai bene ad arrestarsi a benedire e a scongiurare il nugolo dalle loro teste - nè mai voce di preghiera sarà salita tanto alto, però che l'ara benedetta dell'amore darà vita alla famiglia che è cosa santa.

In casa eran cento follie - me la toglievo spesso sulle braccia alla sprovveduta, e con quel fardello correva pelle camere ansante. Ella mandava un piccolo grido di sorpresa; poi appoggiava il capo sul mio omero e lasciava pendere le braccia dietro le mie spalle frammettendo al continuato scoppiettio delle sue risa, alcuni accenti di rimprovero più dolci delle carezze. Il più spesso io arrestava la mia corsa d'innanzi ad uno specchio, perchè potessi vedere più al vivo lo spettacolo della mia felicità e compiacermene. Allora ella coglieva il momento per scivolarmi tra le braccia, e fattomi un bacio, e dettomi: «cattivo» se ne fuggiva nelle sue camere, giurandomi con una grazia adorabile che non l'avrei colta più mai.

A tavola gli era un perturbamento quotidiano di tutte le leggi della simmetria gastronomica. Il nostro cuoco, uomo che si teneva molto del suo ministerio, s'adoperava con molto garbo a disporre in bell'ordine la nostra mensa, e poichè non eravamo che due, Clelia ed io, egli pretendeva, non so per quali regole euritmiche, di collocarci dirimpetto l'uno all'altro. Ora siccome la tavola era ampia, avveniva che noi nell'ora di pranzo eravamo in certo modo separati bruscamente. La prima a sottrarsi a questa catena fu Clelia, e un bel giorno alle frutta abbandonò il suo posto e mi s'assise d'accanto. In seguito fummo entrambi - per il primo quarto d'ora stavamo alle leggi del cuoco; ma non più oltre.

Charruà ne era lietissimo; ma il cuoco, sebbene si adoperasse a fare anch'egli tanto da parerlo, in fondo in fondo ci soffriva, e non andò molto che si dimise dalle sue funzioni - nè io saprei immaginare altra causa se non quella del poco rispetto alla sua scienza.

Insisto su questi particolari perchè mi pare di gustare ancora quelle gioie e respirare il profumo di quella pace.

Il viaggiatore che attraversa per la prima volta il deserto, appena è se si arresta alle poche oasi che incontra, però che egli ne ignora l'eccellenza - ma quando le sabbie ardenti e i raggi del sole gli hanno appreso la durezza del cammino, egli ripensa con desiderio al tetto che lo copriva; e se mai gli avviene di avventurarsi per le stesse vie, ricerca avidamente il povero rezzo della palma, e non sa abbandonarlo senza un sospiro.»

 

 




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