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| Salvatore Farina Due amori IntraText CT - Lettura del testo |
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XXXII.
«Era passato un anno dalla nascita della nostra bambina; noi non ci saziavamo mai di vederla, di recarcela sulle braccia e coprirla di baci. Quel piccolo amore incominciava a balbettare, a chiamarci a nome. La nostra felicità era così grande, che quasi la temevamo. La felicità è paurosa al pari della sventura; il troppo sofferire e la sovrabbondanza di gioia infiacchiscono allo stesso modo - però il tapino che non ha nulla a perdere teme la codarda prepotenza degli uomini e l'uomo dovizioso e contento teme l'instabilità della sorte. Così il fardello delle miserie non cessa un solo istante di battere sul dorso dell'umanità incurvata. Di quei giorni ricevetti lettera di Eugenio da Roma. Aveva compiuti i suoi studi presso un artista celebre che era morto poco prima; però egli si trovava solo e sarebbe venuto a stabilirsi a Milano. Sperava di riaccostarsi in qualche modo alla sua infanzia riaccostandosi a me che ero stato fra i pochi suoi amici di quell'età benedetta. La sua lettera era mesta, esalava un profumo di amore, di dolcezza, di entusiasmo melanconico. Mi parlava a lungo del suo maestro come se io lo avessi conosciuto, di quadri che egli aveva in mente di fare prima di morire, di quelli che aveva condotto a termine negli ultimi giorni di sua vita. Le sue parole mi fecero una strana impressione. Tentando raffigurare Eugenio ai miei occhi, ne feci da principio un ritratto di capriccio; lo immaginai alto di statura, con barba bionda e rara, e coi capelli lunghi, a poco a poco quel tipo si trasformò nella mia testa, nè io seppi riuscire ad altro che all'Eugenio del collegio. Allora fui tratto a pensare al mio passato, ritessei la lunga tela della mia vita conturbata, rifeci ad uno ad uno i miei viaggi faticosi. Melanconica cosa la memoria; quel ripetersi le gioie e i dolori senza provarne lo spasimo e la dolcezza, e dire a sè stessi che tutto ciò non è più, non sarà più mai; e che pure è una parte di ciò che noi siamo. Però io diventai mesto; ma quando vidi venirmi incontro Clelia sorridente e colla bambina fra le braccia, allora io sentii qualche cosa di freddo, quasi un brivido di piacere corrermi per le vene, e mi gettai nelle braccia di quelle creature coll'anima traboccante di fede. Quelle creature erano il mio avvenire. Da quel punto non pensai più che a rallegrarmi della mia felicità. Rivedere Eugenio, dividere la mia vita fra l'amicizia e l'amore era troppo grande fortuna perchè io me ne mostrassi ingrato. Comunicai a Clelia la lieta novella e con tanta anima come se io mi tenessi sicuro di farle piacere, e che il suo giubilo dovesse crescere il mio. Ella sorrise e mi domandò chi fosse Eugenio; e poichè comprendeva che la sua domanda mi avrebbe confuso, unì le sue mani passandole attorno al mio braccio, e mi guardò in volto carezzevole. «Tu hai cento volte ragione;» le dissi. E siccome mi sovvenne allora che non solo Clelia non conosceva Eugenio, ma non ne aveva forse udito parlare una sola volta da me, le palesai brevemente i nostri rapporti di collegio, facendo di lui un ritratto lusinghiero, perchè ella pigliasse a stimarlo. Clelia mi ascoltava, pareva godere del mio godimento, e mi assicurava che avrebbe avuto piacere di conoscerlo. Se non che io scorsi nelle sue parole un po' di freddezza, e quasi me ne piccai. Ella se ne avvide e mi si fece dappresso. «Quando arriverà egli? mi domandò. «Fra quattro giorni. «E tu gli andrai incontro, non è vero? e passerai le tue giornate con lui, mi abbandonerai per questo nuovo amico che viene appositamente da Roma per allontanarti da me?... La poveretta parlava in sul serio; io non sapeva che risponderle, ma il mio cuore traboccava di tenerezza. La confortai come seppi; le ripetei mille giuramenti; e che io l'amava più d'Eugenio e che l'avrei amata sempre. Quando fu più calma, levò il suo volto ingenuo e mi confessò ch'era gelosa e che ci badassi.»
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