LETTERA
DI UN
UFFICIALE PORTOGHESE
AD UN
MERCANTE INGLESE
Sopra il trattamento de' Negri
DEL SIG. AB. CONTE ROBERTI.
AL
LETTORE.
L'Original
lingua, in cui fu stesa questa lettera, è la italiana: onde non
si aspetti il lettore di ravvisare perentro ad essa l'indole dello scrivere
portoghese, od inglese.
SIGNORE,
Voi
siete, o Signore, un uomo onesto ed un uomo saggio. Incominciai a pregiarvi,
dacchè incominciai a conoscervi: e sette anni fa in Goa si legò fra noi
amicizia vera. Voi eravate un valido mercante di pepe, e di cotone: ma oggi
intendo che vogliate ancora esser mercante di uomini, cioè che volete comperar
dei Negri africani per venderli ad altre nazioni. Voi siete nel buon vigore di
un'acerba virilità; onde stendete larghe le vostre speranze di arricchire; e
non temete nè le procelle del navigare, nè quelle del trafficare. Io per lo
contrario sono vecchio ufficiale già in riposo, che vive solitario, e divengo
di giorno in giorno un filosofo. Ma avvertite che non sono filosofo da macchine
elettriche nè da palloni aerostatici, ma dopo i miei lunghi vaneggiamenti
giovanili professo la filosofia dei costumi, e medito le vicende del mondo.
Poichè intesi un mese fa da un danese la novella della negoziazione che siete
per tentare sulle tratte dei Negri, determinai di comunicarvi una parte delle
molte notizie su tal affare da me acquistate nella varietà de' lunghi
miei viaggi intorno al globo. Voglio scrivervi una lettera che sia di
raccomandazione. Questa mia lettera non vi raccomanderà una persona sola, ma
molte, e vi raccomanderà molte persone assai da me lontane, e persone ch'io non
conosco; ma ciò che importa alla umanità? In somma, giacchè piacevi di fare il
compratore di schiavi, a me piace di fare un buon ufficio per essi e pregarvi a
voler essere un moderato e un pietoso.
Un
ufficial portoghese, qual io mi sono, non la fa da teologo con un trafficante
inglese, qual siete voi; e però non mi arrogo il decidere, se sia lecito, o non
sia lecito trarli fuori dal seno della loro Africa, e vendendoli come si
fanno le derrate, qua e là dispergerli per la terra: non voglio decidere il
caso. Ben, se mi fossi seduto nel gabinetto di Spagna, difficilmente mi sarei
temperato dall'ira contro all'incoerenza dell'illustre Domenicano Vescovo las
Casas, il quale disputò felicemente, perchè gli scoperti Messicani fossero
trattati da liberi, e non da schiavi: e poi favoreggiò la sentenza di fare
schiavi i Negri; ed in tal modo l'avvocato dell'America divenne il tiranno
dell'Africa. Per l'opposto il grandissimo Frate Minore Cardinale Ximenes, il
quale può appellarsi il padre della Monarchia Spagnuola nella sua reggenza
ammirabile, dispregiò sempre ed abborrì tal consiglio, e volle che ancor gli
Africani fosser liberi, quali eran nati, e non distribuiti per lotti, come si
spiega il vostro storico Robertson. Se il ridurre in servitù, e trasportare
dall'una parte del mondo all'altra gente contro a lor voglia per uso delle
colonie si vorrà considerare come una necessità, essa sarà insieme una disgrazia,
dice con assai moderazione Bielfeld; ed io anzichè declamare mi contenterò di
piangere. Solamente non posso a meno dal far legger a voi inglese un trattato
di concione entusiastica tenuta in Filadelfia, la quale chi sa se vi è nota,
non essendo di profession letterato, ma un viaggiatore, e un mercante. Voi
peraltro già sapete che tutti i Quakeri hanno diritto di dir tutto, e che le
femmine stesse predicano, come sono invase dalla eloquenza della setta. Un
fratello, tremolando per fatidiche convulsioni, dunque surse, e ritto in piedi
favellò così. "E fin a quando avremo noi due coscienze, due misure, e due
bilance, l'una a voi favorevole, l'altra pregiudiziale al prossimo, tutte e due
egualmente false? Tocca a noi, miei fratelli, a far lamenti, che il Parlamento
dell'Inghilterra voglia soggettarci, e porci sotto il giogo di sudditi, senza
lasciarci il diritto di cittadini; mentre da più d'un secolo a questa parte,
esercitiamo noi stessi la tirannia col tenere nelle catene della più dura
schiavitù uomini, che sono nati nostri eguali, e nostri fratelli? In che mai ci
hanno offesi questi infelici, che la natura aveva da noi separati per mezzo
d'argini spaventevoli, e che la nostra avarizia è andata a cercare a traverso
de' naufragi fino nelle ardenti loro sabbie, o nelle profonde loro foreste, in
mezzo alle tigri? Qual era il loro delitto, per essere strappati da una terra,
che li nutriva senza travaglio, e trasportati da noi in un'altra, dove muojono
oppressi dalle fatiche della schiavitù? Qual famiglia hai tu dunque creata, o
Padre Celeste, in cui i primogeniti dopo aver rapiti i beni de' loro fratelli,
vogliono obbligarli, colla verga alla mano, ad ingrassare col sangue delle loro
vene, co' sudori della lor fronte quell'eredità medesima, di cui sono stati
spogliati? Progenie deplorabile che noi rendiamo stupida per tiranneggiarla, in
cui soffoghiamo tutte le facoltà dell'anima per opprimere le sue braccia,
ed il suo corpo con pesi eccessivi; in cui cancelliamo non meno l'immagine
della Divinità, che l'impronta dell'umanità! Prosapia mutilata e disonorata
nella facoltà del suo spirito, del suo corpo, ed in tutta la sua esistenza! E
siamo cristiani? E siamo inglesi? popolo favorito dal Cielo, e rispettato sopra
i mari, e che pretendi tu d'essere nel tempo medesimo e libero, e tiranno? No,
miei cari fratelli, è tempo che ci accordiamo con noi stessi. Rompiamo le
catene di queste miserabili vittime del nostro orgoglio; rendiamo a' Negri la
libertà, che l'uomo non deve mai togliere all'uomo. Possano tutte le società
cristiane, seguendo il nostro esempio, riparare un'ingiustizia confermata per
due secoli da delitti, e da violenze! Possano finalmente questi uomini, troppo
lungamente avviliti, alzare al cielo le braccia libere dalle catene, e gli
occhi bagnati da lagrime di riconoscenza! Gl'infelici non hanno conosciute
finora che quelle della disperazione."
Questo
discorso eccitò i rimorsi, e gli schiavi furono liberati nella Pensilvania; conchiude
nella sua storia filosofica nel libro XVII. al cap. 13. il Signor Ab. Raynal
divenuto nome famoso in Europa. Sarà vero quanto dice l'Abate Raynal: ma il
signor Smith nel suo recente viaggio fatto per gli Stati uniti di
America sclama sulla dura vita de' Negri generalmente per ogni provincia. Hanno
un'ora sola da mangiare, e mangiano poche radici, senz'altra consolazione, che
il condimento del sale. Di rado godono le delizie di un poco di carne, o di
latte, o di lardo, o di un'aringa secca. Al ritornare all'imbrunire del cielo
dal travaglio della campagna sono condotti ai magazzini di tabacco. Chi è lento
è percosso col nerbo inesorabile sulla nuda schiena. Io non ho la eloquenza dei
Quakeri, anzi neppur delle Quakeresse: ma se potessi tener discorso in
un'assemblea degli Stati di que' Signori, vorrei solamente pregarli a
considerare quanto loro è costata la libertà, quante politiche meditazioni al
loro Franklin, quante militari accortezze al loro Wasington, quante fatiche ai
loro arsenali, quante spese ai loro erarj. Eppure non si trattava che di una
non so quale independenza dalle urne parlamentarie di Londra: peraltro il thè,
e le pellicce non sarebbero mai loro venute meno. Quando si favella degli
schiavi Negri, si usa lo stesso vocabolo di libertà che essi han perduta: ma
questa libertà da essi perduta significa ben altre perdite, ed altri affanni. E
sul proposito dei Quakeri, io fo solamente di passaggio una nota breve, la
quale si è, che al vedere il portamento di un discepolo di Guglielmo Pen, ed
all'intendere il suo linguaggio non guari si aspetta la carità; perchè giusta
suo istituto sembra un uomo duro, che ricusa trarsi dal cucuzzolo lo spanso
cappello innanzi ai tribunali, e dà del tu ai monarchi, e risponde
avaramente alle interrogazioni eziandio delle Potestà con un no, o con un sì
preciso e arido. Oimè che non è sempre tra noi europei colti più benigno colui
che è più abbondante di cerimonie, che striscia il piede, che incurva le
spalle, che si liquefà in dolcezze di espressioni, e si offre come in
sacrifizio al servigio di ognun che incontra. Intanto io ammaestrato per la
sperienza nelle miserie so compatire i miseri; e restringomi a pregar voi
almeno a voler essere nelle vostre compere, e nelle vostre vendite, e nelle
vostre navigazioni, e ne' vostri lavori umano e clemente. Somigliante esortazione
alla carità non esce sconciatamenfe dalla penna di un portoghese. Ogni nazione
europea ha negli annali dell'altro emisfero dei tratti crudeli da
rimproverarsi: ed i portoghesi non sono già essi senza rimorsi. Nondimeno
quando Gama giunse al capo di buona speranza nella baja di San Biagio, quel
primo congresso de' miei nazionali fu lieto e veramente ospitale per l'una
parte e per l'altra: e dopo le primizie di un traffico innocente, avendo i
nostri cambiate le lor berrette di lana rossa coi braccialetti di avorio degli
Ottentoti, Gama fece sonare un campanello; e Negri, e Bianchi saltelloni
ballonzarono insieme allegramente. Villò de Belfonds ne' suoi viaggi dice che i
Portoghesi eran amati dai Negri sopra gli altri popoli, e che gli accoglievano
in seno quasi pegni cari, e li portavano sulle spalle quai pesi dolci. Io
stesso nel mio lungo navigare sulle coste occidentali dell'Africa udii talora
consolar le mie orecchie i nomi di Pietro, e di Paolo, e di Antonio, coi quali
eran chiamati i ragazzi dai genitori; ed investigando l'origine di quella
novità trovai che l'origine n'era la gratitudine; perchè si voleva in certe
famiglie ritener vivi ed ereditarj i nomi di alcuni portoghesi, che erano stati
benefici ai loro antenati. A me, che oggi son più filosofo che soldato,
sembrano queste piccole memorie di storia più gloriose, che quando un
portoghese con un suo vascello era riputato Nettuno Dio del mare, e col suo
Schioppo in mano Giove arbitro dei fulmini.
E
prima di entrare all'argomento estimo che voi, o Signor Assientista, (come vi
avrebbon chiamato dopo il trattato di Utrecht) siate persuaso affatto e
praticamente che i Negri sono uomini veri; cioè sono enti razionali, individui
di questa nostra che si appella spezie umana, composti di un'anima spirituale,
e di un corpo materiale organizzato. Non sono scimie, nè otangsutangs
presentanti sozze somiglianze dell'umana figura, sono uomini come noi, ma di
color nero; e se rende sorpresa ai nostri occhi questa lor pelle brunazza e
scura, ai loro rende pur maraviglia la nostra bianca, od ulivigna. Sono uomini
robusti, ben composti, e belli ancora. Non dico che andiate in traccia
fra i Negri delle forme greche: ma ben vi dico che m'avvenne di vedere in
quella gente, se non volete della bellezza, almeno della fisonomia; e mi
compiacqui di certe indoli prevenienti, di certe fronti ingenue, di certe
guardature languide e dolci, le quali rendevano fede che in quei corpi neri
abitavano delle anime bianche. Un europeo che li visiti nei loro kombetti o
capanne (e forse tal ventura incontrerà a voi stesso) vien accolto da quelle
famigliuole con un certo stupore d'occhi sinceri, che significano di non
sospettare le nostre malizie, perchè rendono fede di neppure potere intenderle.
Se pestano il mais nel mortajo, o preparano le dure pallottole del luscus, e le
loro focacce morbide, e le loro polente, i genitori offrono sopra piatti di
legno que' pastumi; mentre intanto i piccoli moretti vanno brancolando per
terra, e si strisciano intorno alle gambe del forestiero scherzevolmente. Tutti
sono rapiti in estasi di maraviglia, se si dona o un ritaglio di carta dipinta,
o un pezzuolo di vetro rotto. Quale spettacolo tenero di silvestre e pura
allegrezza non è mirar le loro femmine spose, e i giovani mariti all'ombra larga
e fresca di un frondosissimo biscalo cantare, e sonare, e ballare, e
tripudiare! Non vivono già tutti boscajuoli, fuggiaschi, e restii, ma forman
borgate, e stati, e vivono in civiltà. Nel regno di Benin sono mansueti, e
timidi che si lasciano maneggiare e palpare come si palpan gli agnelli: anzi
essi i primi carezzano noi europei facili ufficiosi pieni di buona nativa
creanza; perchè se un facchino negro s'incontra per istrada in un nostro
bianco, benchè sudi sotto ad un fastello, e sia carico di robe, pur si arresta,
e gli dà loco con riverenza. Al veleggiare di qualche nave di Europa verso i
lor porti, essi escono, e si avanzano entro al mare colle perigliose
canoe per recare pesce a noi forestieri sconosciuti. Nelle storie dei vostri
viaggiatori inglesi dovrebbe esser celebre l'ospitale conforto che portarono ad
una naufraga nave inglese verso il promontorio degli Ottentoti nell'anno 1683.
Abbandonarono essi i loro casolari, e le lor gregge, e cibarono, e dissetarono
gl'inglesi, e li guidarono per venti miglia, e quelli ch'erano debili ed
infermi lacerati dall'urto de' sassi, e macerati dall'impeto de' flutti, se li
recarono sulle spalle. Dopo le venti miglia trovarono altre guide, ed altri
ajuti per la serie di un viaggio asprissimo che durò quaranta interi giorni;
onde in sì lungo e malagevol cammino non perirono che 83. o 84. inglesi. Questi
benefici contano un secolo: nè vorrai che ve ne dimenticaste, ricordandovi solo
degli Ottentoti, qualora bevete le pregiate bottiglie del vino di Capo.
Vengo
all'istruzione pratica che da me già soffrirete per amicizia; e dicovi che, se
di tali nostri simili, che sono d'indole per se benefica, giudicate
poter fare una mercanzia, almeno li comperiate, e non li rubiate. Non vi
offenda questa parola rubare, perchè non voglio che sia mia, ed è del
viaggiatore Snelgrave, il qual rinfaccia a voi altri mercanti dell'Inghilterra,
ed a quelli della Francia, che sulla costa d'oro sotto ai menomi pretesti, ed
anche senza pretesti, siete avidi di rubar Negri. Nella spensieratezza, e nella
ebrietà dei balli, e delle feste dei poveri Negri si aggirano intorno le spie,
e gli sgherrani accorti di Europa, ed attrappano i ragazzi, e se li portano
via. E se dalle montagne, o dalle selve i figli sono spediti verso i seminati
per cacciare gli uccelli, e guardare il miglio, allora appunto i ladri
appostati gli acchiappano, e dentro ai sacchi, e dentro alle reti li cacciano
come fossero gatti, o capretti. E per non risparmiare i miei Portoghesi
confesso che nel regno di Kotto s'insinuano entro ai boschi più interni i
cacciator prezzolati per sorprendere i Negri solitarj, e consegnarli a noi: che
noi pure di troppo mercanteggiamo questo rapito carname umano. Così rubando
s'insegna a rubare; e noi navighiamo dall'Europa al mondo nuovo per insegnare
nuovi delitti, perchè i Negri imparano a rubare i loro stessi nazionali.
Sebbene noi Europei e rubando, ed eziandio non rubando, ma pagando, siamo colà
maestri di reissima scuola, perchè lusingati dalla moneta del pagamento essi
stessi rubano se stessi scambievolmente; ed il padre vende il figlio, ed il
figlio, se può, vende il padre, ed il fratello il fratello. I Mandighi studiano
le fraudi, e le insidie di questo ladroneccio lucroso: e quei del regno di
Poppo minore sono già eccellenti nell'arte, divenendo ivi una lecita e pubblica
istruzione tradire così li consanguinei, e gli affini.
Anche
a Sparta era il furto un pubblico istituto: ma non era del furto l'oggetto così
scellerato. Comparate dunque, giacchè così vi aggrada, quegli infelici, ma
almen contate i vostri soldi. Di là del regno di Ardua con due pugni di sale si
comperano un uomo, e una donna: ma in Akra, ed in Anamad, ed altrove costan le
lire sterline. Per coltivare l'America Europa, si vota di danari, e l'Africa
d'uomini. Nell'anno 1768. si sono tratti fuori dell'Africa oltre a cento e
quattro mila schiavi: non sempre il numero è tanto, ma settanta mila almeno
ogni anno ne partono da quei lidi. In questo secolo l'Africa ha veduti esuli
dalle sue contrade quattro milioni, e gli ha perduti.
Nella
compera rispettate, quanto possibile cosa è, la natura di enti, che sono
animali, ma animali dotati di ragione. O qual ragione pura e sublime non
risplenderà in alcune di quelle menti! Non dubito di asserire che in quelle
mandre di schiavi vi sarebbon degli Archimedi, e dei Neutoni, se quegli
intelletti avessero ottenuta l'educazion dei costumi, e la disciplina delle
scienze. Se la educazione ingentilisce le piante salvatiche, perchè ingentilir
non potrà ancora gli uomini salvatici? L'uomo ora s'insuperbisce di troppo, ora
di troppo si avvilisce, ora innalza i suoi simili fino ad agguagliarli alle
Potestà del cielo, e gli eccita e sprona fino a far guerra a Dio; ed ora gli
abbassa fra le bestie della terra, e gli schiaccia come insetti col suo piede
medesimo sul pavimento. Possibile che una ricciaja raccolta e lanosa, anzi che
una cappellatura sciolta e cadente, una pelle fosca ed unta, anzi che una carne
bianca e fresca meriti tanta differenza! Talvolta che veggo questi miseri Negri
nudi sudici flagellati, mi fermo cogli occhi immoti a contemplarli, e dico co'
miei pensieri costernati: eppure costoro sono fratelli dei Re, ed escono della
stessa famiglia, perchè derivano dal padre medesimo. In siffatta meditazion mia
tornami alla memoria certo piccolo tratto di storia di Carlo XII. Re di Svezia.
Un forestiero lo vide entro a un salone del suo palagio con un semplice abito
di panno grosso, coi suoi guanti duri, e co' suoi più duri stivali, e lo
interrogò senza riserbo, e gli diede del voi. Appresso trattenendosi ivi
alquanto, osservò che chiunque sopravveniva gli facea riverenza, e diceva Sacra
Maestà: allora impaurito andò gittarsegli ai piedi accusandosi col dire che
l'aveva creduto un uomo. Il Sovrano da savio rispose: avete creduto
giustamente, perchè niente è più simile a un uomo che un Re. Un Bazar, o sia un
mercato di schiavi, non può essere un divertimento per chi non è indifferente
all'onor suo, e de' suoi simili. A Goa stessa non si salva la decenza, e si
vendono sulle piazze insieme uccelli e scimie, porcellane e spezierie, ragazzi
e donne: ed il Pyard nota che vide al suo tempo esposte in vendita femmine
bellissime al cucir destre, e industri al ricamare. Ma l'orrore è in Tuida,
dove in logge, e saloni si ammassa la carne vendereccia. Il Trunk, scrive
l'inglese Philips, è una cattiva fabbrica, entro a cui si affolla e giace tal
mercanzia lordissima. L'afa, il sudore, il caldo, l'insozzamento rendono l'aere
stagnante immondo e feccioso per modo, che dall'odor tetro, e dalla gravosa
atmosfera svenne più volte, e finalmente ammalò. A quei chiostri, ed a quelle
carceri Philips, e Cley chiamavano i loro chirurgi condotti dall'Inghilterra, e
facevano pubblicamente esaminare, negletto ogni natural pudore, e maschi, e
femmine; e però ne distendevano i corpi e li rotolavano, e li rizzavano e li
contorcevano, misurando braccia, e coscie, ed obbligandoli al passeggio, al
salto, al grido, alla tosse per ispiar l'interna economia degli organi, e la
elasticità de' polmoni. Che se Philips, il qual s'infermò, fosse ancor morto,
chi mai fra' suoi schiavi lo avrebbe pianto, quando egli tosto incominciò
aggiungere al vilipendio il dolore? Egli, ed il Cley co' ferri arroventati,
quasi per metodo di buon ordine, comandarono che s'improntasse sulla pancia, e
sulle spalle di ciascuno con arroventati suggelli la lettera iniziale del
bastimento, cui esso apparteneva. Ho letto che un certo Atkins visitando gli
schiavi, che vendeva un vecchio Filibustiere pirata, li ritrovò sotto a casotti
aperti intorno intorno, ma cinti da grate di ferro, appunto come nei nostri
borghi si mostrano le tigri, ed i leopardi; e, siccome alle tigri, ai leopardi,
ai gatti salvatici presiede il minaccioso guardiano col nervo indurato, così
quel vecchio iracondo, il quale chiamavasi Londistone, si aggirava intorno a
quei serrati cancelli, e vibrava da alto una sonante lunghissima sferza, la
quale giù scendeva rovinosa sopra quei corpi nudi, e si avviticchiava intorno
al ventre, alle anche, ai polpacci solcando tutto il corpo di striscie livide e
sanguinose.
Sebbene
non sempre provvederete gli schiavi nei mercati solenni; ma alcune volte ve li
procaccerete addentro terra le cento, e le dugento e più miglia, come so che si
usa da varj mercanti ne' regni di Angola, e di Benguela. Per arrivare alle
coste marine il viaggio è lungo, e spesso disagiatissimo. Vorrei che tosto
incominciasse la vostra carità. Per assicurarsi dal pericolo della fuga
sogliono aggiogarli assai più penosamente che i buoi non si aggiogano per
condurre l'aratro. Vedrete i vostri ministri legarli a otto e a dieci insieme,
onde tutta la libertà delle gambe per camminare, e delle braccia per assettarsi
i pesi sopra le spalle sono l'uno all'altro di scambievole noja, e di scambievole
impedimento, costretti la notte stessa giacere in quelle disagiate posture. I
miei buoni ufficj per loro si restringono a supplicarvi, che in siffatti viaggi
dalle selve alle coste non sia l'affrettamento soverchio; e che se cadon per
terra, non vengano insultati dai calci, nè dai bastoni; e che gl'invogli della
farina per isfamarsi, ed i vasi dell'acqua per disetarsi, di cui è carico
ognuno in viaggi di cento e dugento leghe, non sieno di un peso da schiacciarli
sotto: che per loro scegliate degli arbori di rami larghi e densi da dormire al
coperto, e che sotto ai loro corpi facciate ammassare mucchi ben rilevati di
fogliame asciutto: seppure queste delicatezze saranno possibili fra le arene
secche, o i dirupi sterili. Allorchè saranno arrivati al lido, fateli nel
riposo pascer bene. Era io stesso in Loanda, quando arrivarono delle torme di
Negri comperati da alcuni miti portoghesi per servigio spezialmente del
Brasile; ma erano magri e languenti; e però per timore che non morissero lor
provvedevano letto, ungevano i corpi coll'olio di palma, e somministravano cibo
sano, e bevanda non ingrata. In tal occasione io vidi esercitarsi per avarizia
la carità.
Accingomi
ad accompagnar voi, ed essi fino all'imbarcamento. Li marinai già trattan le
sarte, ed il vascello spiega le vele: e là i drappelli degli schiavi sono per
esser cacciati dentro al mobile carcere odiosissimo. Qui è dove, o Signore, c'è
bisogno di tutta la vostra fredda e flemmatica tolleranza. Ai serpenti sono
cari i natii covaccioli, e le patrie tane sono care ai leoni. Essi lascian il
proprio paese, e temono quasi di lasciar col loro cielo anche il comun sole.
Increscerebbe il partire, benchè abbandonassero contrade infelici e come
abbandonate dalla natura. Ma qual sentimento di angoscia non sarà l'essere
strappati dal seno delizioso di fertile terra ed amena! Talvolta m'immagino di
vagheggiare Juida da me già veduta veleggiando per la quieta marina verso i
suoi lidi. Quelle contrade, da cui si traggono in maggior numero i Negri, sono
tanto ridenti che vengono salutate dagli storici col nome di campi Elisj. È uno
spettacolo giocondo per un viaggiatore assidersi sulla prora della sua nave, e
vedere quella verdura, e sentire quella fragranza che recano i venti
placidi. Quel terreno si dispiega piano ed equabile non rotto da laghi, e non
interrotto da scogli, non imbrattato da cespugli, come molte altre parti della
Guinea, e non usurpato da piante parasite. Così dispiegato s'innalza lentamente
fino alle trenta ed alle quaranta miglia senza ingombro di rupi tutto
verdissimo, e fruttiferoso. Fichi, aranci, banani, melloni, piselli sono sparsi
in ogni lato. Tutto è coltivato fino agli steccati delle case. Tre volte l'anno
il suolo è cortese di biade: in quel giorno che si raccoglie, di nuovo si
semina. E che sarebbe se sapessero gli schiavi, i quali abbandonano tal patria
per non rivederla più mai, dover essere poi destinati a trar metalli, e ad
abitar montagne deserte squallide ignude, che nel sen cavernoso chiudono
l'argento, e l'oro: giacchè, come voi ben sapete, i monti delle miniere sono
sterili aspri orrendi? La natura negando a essi e l'erba, e l'acqua, e il cibo,
e il cammino stesso par che voglia avvisar l'uomo che si tenga lontano da
quelle contagiose ricchezze ch'essa procura tra tanti disagi nascondere
profondamente. Mentre però i vostri Negri staran fremendo nel porto lasciateli
mirar con occhi lagrimosi per l'ultima volta le lor natali contrade, e
lasciateli piangere: giacchè l'unica libertà che loro resta è questa di sparger
lagrime. Per altro aspettatevi in quelle ore funeste di vederli agitati, ed
arrabbiati, e gridare, ed ululare, e gettarsi per terra, e contorcersi fra la
sabbia, e rizzarsi, e smaniare, e mordere, fino allo sdentare la bocca, il
legname, ed il ferro de' vascelli. All'improvviso poi si otterrà dai vostri
ministri un silenzio degli urli e dei gridi più tristo e smanioso,
silenzio che non sarà interrotto che dal suono delle catene; perchè sogliono
costoro infrenare ogni sfogo della voce coll'inserire e legare sforzatamente la
mordacchia, o la museruola alla bocca. Ma allora è che si rimesce e ribolle
tutta l'anima per disperato furore, e si abbatte, e giace, e s'inabissa tutta
dentro a una profonda tetrissima malinconia. Il nome della Barbada, a
cui voi Inglesi solete condurli, ai loro orecchi è nome infernale. Come sono
sciolti in parte dalle catene si gittano in mare, ed eleggono esser vittime
anzi dei mostri, che di noi altri; e si avvelenano con iscambievole benefizio,
e ferisconsi scambievolmente: e però mi dicono che i cani marini voracissimi
dei cadaveri umani seguono il viaggio de' vascelli verso quell'isola colla
ghiotta speranza di mangiar Negri. Così come hanno sciolte le fauci, hanno
l'arte funesta di torcere ed aggruppare insieme la lingua, e con essa
aggomitolata chiudersi l'adito all'aria, e strozzarsi, e soffocarsi da se
stessi. Nessun degli schiavi Negri, legge Maupertuis, nessun di essi Africani
intese mai a ricordare il suicidio di Catone avvenuto in Africa: nondimeno
naturalmente fa l'amor proprio calcolare la somma de' beni, e de' mali, e
dedurre che la morte per essi è un mal più breve e minore che non la vita
penosissima, cui vanno incontro. In verità, se fosse mai lecito 1'ammazzare se
stesso, e levarsi quella vita, di cui non si è il padrone, ma il custode,
sarebbe più da escusare un Negro, che da celebrarsi un Catone. O Dio! Eppure il
Negro non apprende i suoi mali che per idee confuse: per altro sarebbe ancora
più misero, se avesse distinta la notizia dei mestiero, cui sarà destinato nello
scavar le miniere. Non so se voi, o Signore, che siete giovine, e che finora
siete stato inteso ad altro genere di mercatura, abbiate mai cogli occhi vostri
veduto quel travaglio. Ahimè, pare che la terra mostri le sue vere ricchezze di
necessità nella superficie colle biade, e colle piante: ma gli uomini,
lasciando ogni cultura, ricercano non di rado immaginarie ricchezze di
convenzione nelle sue viscere. Io nelle molte vicende della mia vita dovetti
eziandio esser presente, e presedere in parte ai lavori degli scavamenti, e
delle purgazioni de' metalli. Prima che il sole spunti consolatore del mondo,
essi, cui è interdetta la giocondità della luce viva ed aperta, sono cacciati
entro ai buchi ed alle caverne delle montagne tutti ignudi; perchè l'avarizia palpita
che fra gli stracci del vestimento non possa nascondersi qualche pezzuolo del
suo metallo adorato. Ivi vivono sepolti nel bujo della notte rotta dalle
pallide lampadi, onde appena ad un lume maligno possan dirigere i colpi delle
mazze, e seguire i filoni, e le vene dell'oro, e dell'argento. Non respirano
che aere crasso e nebbioso col polmone anelante dalle grandi percosse che
lanciano ai massi che infrangono; e nell'estrema stanchezza non hanno
(quantunque tanto concedesse il barbaro satellite che sempre gli aizza alla
fatica) luogo sufficientemente accomodato a sedere, nè spazio a giacere
sufficientemente capace. Ma, mentre pure la durano vegeti e sani, non sempre
loro è lecito rizzar la vita sopra i lombi, e tener ritto il capo sopra le
spalle, perchè i sassi soprastanti, sotto ai quali sono costretti brancolare e
strisciarsi, radono e lacerano il tergo. E se il sentiero non è aspro per le
pietre, altre volte è pantanoso per le acque che giù gocciano dallo speco, e
sono costretti lavorare coll'acqua, e col fango fino alle ginocchia, e duplicar
macchine per asciugar il terreno, e congegnare puntelli per sostenere la volta.
Io non sono uomo da saper farvi delle descrizioni eloquenti: ma vi rendo certo
che, se mai vi ritroverete presente, risentirete tutto l'orrore di
quell'affanno; e vi faranno pietà que' poveri schiavi, all'uscire dai loro
antri quasi cadaveri vivi, voglio dire uomini squallidi lordi impauriti, che
ottengono il gran conforto di bere poca acqua, e trangugiar pochi bocconi di
mais, e poi esser ricacciati ne' lor sepolcri. Ho detto che escono anche
impauriti, perchè il pericolo è continuo, e la morte è sempre vicina. A me è
incontrato tre fiate di udire uno scroscio cupo e lontano allo sfracellarsi di
un sostegno, e allo sfaldarsi di un gruppo di glebe, che ravvolsero e
schiacciarono tre drappelli di Negri.
Ma
concedasi ch'essi non abbiano inteso in Africa nominar mai le miniere
dell'America nè dai genitori nè dagli amici (ignoranza in questo secolo
difficile dopo tanto dolor di sperienze, e tanta infamia di relazioni): certo
si è che e la sofferenza del presente, e la paura del futuro in essi è tetra, e
vivissima. Dunque è un dovere della umanità consolare, quanto è possibile, nel primo
viaggio che farete in compagnia di loro questo popolo di afflitti. Snelgrave ci
ha lasciata memoria che teneva egli il metodo seguente nella condotta del suo
naviglio. Egli assicurava i Neri raccolti in pubblica concione, che non
sarebbon mangiati. Né si vuol estimare soperchia tale assicurazione da
un tal male a chi è nell'espettazione di tutti i mali. Descrivete loro i
paesi fioriti, e i dolci climi dell'Asia: di grazia fuggite di pronunziar mai
questo vocabolo atroce miniere; e tacendo dell'oro, e dell'argento
ricordate piuttosto zucchero, e cotone. Proponete ad essi un'agricoltura
agevole e mite, la quale eserciterà i loro membri vigorosi, non gli opprimerà
mai infermi. Date in copia sufficiente dell'acqua, e consolate la fame e coi
pesci secchi, ed eziandio coi manzi, e coi porci salati, non pago di calmarla
solamente col mais, colle patate, colla cassava. In tutto il tempo della
navigazione siate un padre, e non mai un tiranno, concedete che i sonni sieno
discretamente lunghi; e, se saranno interrotti, non lo sieno mai dagli
scudiscj, e da' pungiglioni. Ogni dieci o dodici giorni scambiate la stuoja, su
cui debbon giacere; ed al succedersi delle varie stagioni variate loro indosso
le camicie, ed i cappotti, onde e la verecondia insieme, e la mondizia sieno
provvedute. Deh non siate mai discortese di negare ad essi lo spettacolo comune
della natura, e godere sul cassero alquante ore serene di aria pura: e
contemplar la marina, quando è tranquilla, e il sole quando nasce, o tramonta.
E se volete affezionarveli e farli vostri, somministrate loro in bocca
una lunga cannella con un largo camminello, da cui salgano dense fummate di
tabacco; ed in mancanza di tabacco sono contenti del drakka; ed il fogliame del
tabacco del Brasile, per quantunque puzzolentissimo, per essi è delizioso.
Abbonderete in delizie, se farete loro dono di qualche piccola tazza di
acquavite vivida e pungente, alla quale sono ghiottissimi. Tuttavia non siate
un prodigo in questa cortesia. Avvi chi calcola essersi in vastissime regioni distrutta
una ventesima parte dei selvaggi per largo bere di acquavite: divenendo così
gli Europei funesti agli Americani eziandio coi lor doni.
Ma
forse voi mi opporrete ch'io sono un credulo, il quale si lascia
lusingare da troppa facile speranza, ed un vecchio, il quale ha il languore di
abbandonarsi a troppa debole compassione. Quei cuori acerbi non si
addolciscono. Non è fierezza capricciosa, ma industria necessaria l'uso di
tante cautele per ben custodirli, che pajono ai lontani così rigorose: è d'uopo
calcar loro il giogo sul collo, e domar il loro odio col timore. Li Negri di
Kezegut sono atrocemente impazienti, e quelli delle tre isole Sorges, Bodi, e
Bodiva hanno la rea fama di essere più acuti e maligni degli altri. Insomma è
un gran periglio l'aver in nave gran numero di costoro. Lanfond (non sarà
mancato chi avrà voluto istruirvi istoricamente (ne teneva una folla comperata,
e gli incatenò a due a due, e strinse con ritorti legami eziandio le mani ai
più robusti: eppure trovarono il modo di schiantar tacitamente colle ugne, e
con altri argomenti la stoppa unta col catrame tenace, e fitta entro alle
commettiture dell'interior tavolato, onde l'acqua s'insinuò, e crebbe tanto
che, se i marinari fatti accorti non accorrevano a rimboccar le fessure, il
legno era naufrago.
Chi
non sa, o mio caro Signore, che sono nate molte sedizioni de' Negri oscuramente
ordite dentro alle oscure stive dei vascelli? e chi vorrà mai promettere che
non ne seguiranno a formarsi, ed a scoppiare dell'altre? Le congiure, ed i
tumulti dei Negri schiavi vanno a finire colla morte di questi infelici; e
possono esser riguardate, dice un autore, come un'agonia terribile della
umanità, che soffre, ed è oppressa, la quale scuote le sue catene, e ricade, e
muore senza poterle rompere. Nella Giamaica per una sollevazione di Negri, che
tentarono di ritornar liberi, furono impiccati, furono bruciati, furono appesi
al patibolo vivi, furono lentamente cotti ed abbrustoliti sotto al sole della
zona torrida. La storia inorridisce poi nel raccontare esservi stato al mondo
chi non solamente fece sospendere da alto luogo una femmina negra, e frustar la
fece fino alla morte in faccia a tutto quel popolo negro: ma in oltre obbligò
gli altri Negri a mangiare il cuore, ed il fegato del capo de' sollevati. Io
intanto commosso dalla misericordia desidero che voi siate un misericordioso
negli stessi delitti. Che se poi i loro peccati non sono che errori o
negligenze, deh siate allora costantemente un mansueto. La sperienza vi farà
toccare con mano che il secreto da impedir le congiure è il trattarli
bene, ed a poco a poco conciliarli col nuovo genere della vita che sono
costretti a menare. E questa amorevolezza seguite a significarla e cogli occhi,
e coi fatti anche allora quando faranno sbarcati, finchè rimangono sotto alla
vostra potestà. In oltre concedete licenza a un portoghese che si vanta di
essere buon cattolico romano di darvi un consiglio, il quale potrebbe sembrare
più da missionario che da ufficiale. Non so di qual setta siate voi delle
moltissime del vostro paese: dalle vostre parole certo raccolsi che almeno voi
siete battezzato, che ricevete l'Evangelio, e riverite Gesù Cristo. Dunque vi
suggerisco a fargli ammaestrare il più sollecitamente che per voi si può
nel Cristianesimo. Ebbi occasione io stesso di conoscere, come una Religione,
la quale comanda la pazienza, ma insieme promette gran premio ai pazienti, fa
somma impressione sopra gli animi addolorati. La Religion esercita un'intima
autorità per insinuar la obbedienza verso i padroni, comechè discoli e barbari:
e la pratica mia di varj popoli mi fece osservare che spesso a contenerli
nell'ufficio conveniente ai loro sovrani vale meglio un parroco, od un
catechista disinteressato prudente amoroso e veracemente pio che un reggimento
di granatieri. Dappoichè li venderete non sapete sotto a quali mani
possono pervenire: che se vi accadesse di poter prevedere la loro sorte, tanto
confido nell'indole vostra che sarei presto a supplicarvi di abbandonarli alle
mani le meno crudeli. Sebbene dove saranno cotesti compratori pietosi? Quale
sarà quella mansueta contrada che alberghi con agio, e consoli gli esuli di
Sierra Leone, e della Costa di Avorio? Le donne stesse, a cui suol donare la
natura cuore gentile, sono insensibili e dure. Sembra che gli schiavi, i quali
ottengono di servir le dame, e lontani dall'aspra agricoltura vivono all'ombra
di stanze dorate, e tra la fragranza di gomme felici entro a morbidi
appartamenti, dovessero esser avventurati. Nel giro de' miei viaggi da giovine
arrivato in Batavia volli visitare le dame. Giacevano esse leziose e sdrajate
sopra stuoje ben dipinte e fiorite, masticando betel, fumando tabacco, bevendo
thè. Erano guardate dai loro schiavi ritti ed immobili; nè era lecito a que' servi
palpitanti per la riverenza, e la paura alzare gli occhi: volevano esser
vedute, ma non volevano essere rimirate: e, non degnandoli quelle orgogliose
dell'onore di parole, volevano tuttavia esser intese velocemente a cenni. Che
se non eran destri e pronti a porgere o il ventaglio, o la cogoma, o il
cioccolate, o il confetto, per sì menomi falli li faceano legare ai pali, e
battere con mazzi di canne sfessate, onde impiagavansi le loro vite. Dopo tale
strazio l'interesse raccomandava quei miseri corpi; perchè imputridite le
piaghe poteano morire. La barbara medicina era fregare, e stropicciar quelle
piaghe rubiconde e vive con una non so qual mordente ed acre salamoja di sale,
e di pepe, onde lo spasimo era infinito. Tali sono le fastidiosaggini capricciose
e crude di quelle donne: ed un capriccio pure barbaro mi sembra quel vostro
nell'Isola di S. Cristoforo di far correre ignudi i giovani negri innanzi ai
vostri cavali che galoppano; ed addestrarli a tali corse fin da ragazzi facendo
lor tener dietro qualche vigoroso adulto, che qualor li raggiunga, colle verghe
li percuota. Ed assolutamente ardisco dirvi che li canoni generali della vostra
legislazione inglese alla Giamaica sono eccessivamente severi e duri. Ivi i
vostri schiavi sono frustati nelle pubbliche piazze, se sono trovati a
giuocare, se si arrischiano di andare a caccia, se vendono altra cosa
che non sia latte, o pesce. Non è loro lecito uscir dall'abitazione, in cui
servono, se non se accompagnati dai Bianchi, o senza una licenza in iscritto.
Se battono un tamburo, o altro stromento strepitoso nell'orto, o nel cortile
della casa propria, i loro padroni sono dannati ad un gastigo di pecunia da
sborsarsi. In tal modo, conchiude con un epifomena l'Abate Raynal nel tomo XIV.
al capitolo decimo, gl'Inglesi sì gelosi della lor libertà si prendono
giuoco di quella degli altri uomini. Io vi cito l'Abate Raynal, il quale
aspira ad esser letto da voi altri doganieri, e banchieri, e negozianti di ogni
maniera; dacchè visita gli arsenali, scandaglia i seni, giudica i porti, misura
tutti li carichi dei bastimenti mercantili, esamina tutte le merci, e calcola
tutti i prodotti, confronta tutte le produzioni, e gli scambj, e i guadagni, e
le spese, e le paghe, apre le casse, conta i denari, sa chi avanza, e chi perde,
e chi è ricco, e chi è povero. Di noi Portoghesi vivi (dopo aver celebrato
quasi il romanzo delle conquiste dei nostri antenati avventurieri) dice tanto
male che non può a meno di non farsi legger da noi. Non vorrei poi che mi
rinfacciaste ch'io presuma col citarvi degli autori di parere un letterato,
quando voi ben sapete che amava il divertire, non lo studiare. Non sono
letterato, ma leggo. Ho un braccio storpio per una percossa ne' miei viaggi
sopra ad un sasso appuntato cascando da cavallo: ho una gamba, e mezza
solamente per una schioppettata, onde zoppico passeggiando per la piazza del
castello, in cui sono di presidio. Gli occhi ambo sono sani, e leggo senza
occhiali, e però leggo spesso e lungamente, e con un libro in mano per la
dolcezza della lettura non sento nè gl'incomodi della vecchiezza, nè le noje
dell'ozio, nè i disagi della persona. E non perdendo di vista i nostri cari
Negri vi posso render certo che, per quante relazioni e storie io mi leggo,
trovo poco che mi consoli. Le stesse proibizioni benefiche intimate da Sovrani
giusti e clementi suppongono quanto per essi sieno misere le condizioni. Il Re
Ferdinando verbigrazia ordinò che si servissero gli Spagnuoli delle bestie da
carico, anzichè degli uomini, e Carlo V. ordinò che a farli rilevare caduti non
si usasse il bastone, nè il flagello. Propriamente l'uno e l'altro ordine
direttamente riguardava gli Americani; ma egualmente vale per gli Africani,
chiamati, se non vogliamo dire in ajuto, certo in società del loro travaglio.
Carlo quinto dopo quel suo celebre congresso nelle Fiandre, in cui apparve
colla corona in testa, e col reale paludamento indosso decretò in favore
dell'America contro al parere del Vescovo di Dariens, che diffiniva, secondo
Aristotile, non essere il suoi abitatori uomini nati liberi. Ma li decreti
paterni de' Principi non furono eseguiti. Leggo di certa isola, che a portar
pesi sarebbe stato consiglio più opportuno e più economico, atteso il gran
numero, il buon pascolo, il corpo vigoroso, logorar anzi gli asini che i Negri.
Un asino porta doppio peso che un uomo; ed un Negro ivi costa come un asino. E
perchè dunque adoperare i Negri, anzichè gli asini. Rispondesi perchè gli asini
sono più fortunati dei Negri. O qual barbarie per luridi pantani, per sabbie
riarse, per certe montagne logorar le schiene di uomini fatti somieri, ed in
oltre qual barbarie irrazionale! Li condottieri montati su' lor cavalli giudici
indiscreti delle difficoltà del cammino, ed insensibili all'angoscia,
quante volte non gli avranno aizzati, e flagellati fuor di proposito? Il
Maresciallo di Sassonia (da altri trovo citato per autore di questo detto
il Principe di Condè) soleva dire, che in tante marcie guerreggiando era stato
testimone di discordie e contese tra i muli, ed i mulattieri; e aveva entro di
se deciso che più di sovente avevan ragione i muli che i mulattieri. Ma per non
essere io solo un erudito, e per far erudito pur voi, e per farvi conoscere
quanto comunemente gli schiavi Negri sono maltrattati ancor nel metodo
ordinario della vita, vi spedisco una lettera scritta da un francese dall'isola
dell'Ascensione, e rapportata dal Signor de la Harpe ne' tomi del suo Compendio
della Storia Generale de' viaggi. Scelgo i passi più acconci al proposito
nostro. Voleva intralasciare il passo primo come troppo ignobile; ma via
leggetelo.
«Una
schiava quasi bianca venne un giorno a gettarmisi ai piedi: la sua padrona la
faceva levare all'alba, e andar in letto a mezza notte: quando s'addormentava
le imbrattava le labbra di sterco; e, se svegliandosi non si leccava, la faceva
crudelmente sferzare. Essa mi pregava, che intercedessi grazia per lei, e
l'ottenni. Spesso però i padroni l'accordano, e due giorni dopo raddoppiano il
castigo. Io vidi ciò, in casa d'un consigliere, gli schiavi del quale s'erano
andati a lamentarsi dal Governatore: egli mi disse, che il posdimani li voleva
far scorticare da capo a piedi colle sferzate.
Ho
veduto ogni giorno staffilare uomini, e donne per aver rotto qualche pignatta,
o per non aver chiusa una porta. Ne ho veduti di quelli, che tramandavan sangue
da ogni parte, e che erano fregati con aceto, e sale per farli guarire. Ne ho
veduti al porto alcuni, che dall'eccesso del dolore non avean più fiato per
gridare; ed altri che mordevano il cannone, sul quale erano attaccati. La mia
penna è stanca di scrivere queste barbarie, i miei occhi sono stanchi di
vederle, e le mie orecchie d'ascoltarle. Voi fortunati, che abitate in Europa!
Quando i mali della città vi rincrescono, voi fuggite alla campagna, dove
vedete delle belle pianure, delle colline, delle capanne, delle messi, delle
vendemmie, e un popolo che balla, e canta; e godete almeno l'immagine della
felicità. Qui altro non ho davanti, che povere Negre incurvate sulle lor vanghe
coi loro figliuoletti nudi attaccati alle spalle, e Negri, che mi passan
dinanzi tremando. Talora da lontano io sento il rimbombo de' lor tamburi, ma
più spesso ancora il fischio delle sferze, che stridono in aria, e rimbombano
come le schioppettate, e grida che cavano il cuore... pietà, Signore,
misericordia.... Se m'interno nella solitudine, trovo una terra bernoccoluta,
ingombrata di rupi, montagne che tengono l'inaccessibil lor vetta fra le nuvole
ascosa, e torrenti che precipitano nelle voragini. I venti, che romoreggiano in
quelle valli selvagge, il fremito de' flutti che si spezzano fra gli scogli,
l'immensità del mare che tant'oltre si stende verso terre a noi sconosciute,
tutto m'empie di tristezza, e in me non fa nascere che idee d'esilio, e di
perdizione.
Non
so se il caffè, e lo zucchero siano necessarj alla felicità dell'Europa; so
bene che questi due vegetabili sono la rovina di due parti del mondo. È stata
spopolata l'America per non aver una terra dove piantarli; e si spopola l'Africa
per avere una nazione che li coltivi. Dicesi che il nostro interesse vuole, che si coltivino prodotti resi
ormai necessarj piuttosto che comperarli dai nostri vicini. Ma giacchè gli
artefici d'Europa possono qui lavorare allo scoperto, perché non vi si
trasportano degli agricoltori Bianchi? E cosa diventerebbono allora i
proprietarj attuali? Diverrebbero più ricchi; e mentre un abitante è povero con
20. schiavi, sarebbe ricco con 20. coloni. Ve ne sono ventimila nell'Isola, che
bisogna rinnovare ogni anno almeno d'un diciottesimo, di modo che la Colonia
abbandonata a se stessa sarebbe annientata in 18. anni; tanto è vero che non
avvi popolazione senza libertà, e proprietà; l'ingiustizia è una cattiva
economia.
Vantasi
il codice nero fatto in favor degli schiavi? Sarà. Ma l'autorità de'
loro padroni eccede sempre ne' gastighi permessi; e la loro avarizia ricusa ad
essi gli alimenti, il riposo, e le mercedi dovute. Se questi infelici volessero
ricorrere, a chi ricorrerebbero? I loro giudici sono sovente i primi loro
tiranni. Ma non si può frenare, dicono gli abitanti, un popolo di
schiavi senza un tal rigore: vi vogliono dei patiboli, dei collari di ferro a
tre punte, delle sferze, dei massi per attaccarveli per i piedi, delle catene
da strascinarli per il collo; vi vuole un trattamento da bestie verso costoro,
acciocchè i Bianchi possano vivere da uomini. Pur troppo è vero, che quando si
son piantati de' principj ingiusti, se ne cavano delle conseguenze crudeli ed
inumane. Non basta però a questi miseri l'esser preda dell'avarizia, e della
crudeltà degli uomini più depravati, bisognava ancora che fossero il ludibrio
de' lor sofismi.
I
politici scusano la schiavitù, dicendo ch'è uno de' diritti di guerra. Ma i
Negri non ci fan guerra. So che le leggi umane la permettono; ma si dovrebbe
restare nei limiti da esse prescritti. Duolmi che i filosofi, li quali alzan la
voce tanto arditamente contro altri abusi, non abbiano parlato della schiavitù
de' Negri, se non da scherzo. Vanno a cercar cose lontane; parlano della strage
del giorno di San Bartolommeo, di quella dei Messicani fatta dagli
Spagnuoli, come se tuttodì non si commettesse misfatto maggiore, di cui è
complice la metà dell'Europa. Qual de' due mali è maggiore, l'ammazzare coloro,
che non pensano come noi, o tormentare una nazione, cui siam debitori
delle nostre delizie? Quei bei colori di rosa, onde si dipingon il viso le
nostre donne, lo zucchero, il caffè, il cioccolate delle lor dilicate
colezioni, tutto è per esse preparato per la mano de' miseri Negri. Donne
pietose, che piangete alle tragedie, quello che serve ai vostri piaceri è
bagnato dalle lagrime, e dal sangue degli uomini». Sin qui sono parole di un
viaggiatore ufficial francese citato dal De la Harpe tomo 16. cap. 7.
che ha per titolo Isola di Francia di Bourbon, e dell'Ascensione.
I
due viaggiatori citati sono de la Caille, ed un ufficial francese non segnato
col nome. Segue poi la sua narrazione il Signor de la Harpe tratta
dall'ufficial francese oltre alle notizie avute dal celebre Signor de la
Caille. Con queste arti, e costumi giungono all'isola di Francia. Sono posti a
terra nudi affatto, se non che hanno un cencio attorno le reni, gli
uomini da un canto, e le donne dall'altro coi loro figli, che pel timore stanno
avviticchiati d'intorno le loro madri. L'abitante li visita dapertutto, e
compra quelli che fan per lui. I fratelli, le sorelle, gli amici, gli amanti
son separati a forza, e piangendo diconsi addio, e partono per l'abitazion
assegnata. Talvolta danno in disperazione, si figurano che i Bianchi
siano per mangiarli, e che facciano vin nero col loro sangue, e della polvere
da cannone colle lor ossa. Ecco poi come sono trattati. Alla punta del giorno
tre staffilate sono il segnale, che gl'invita al lavoro. Ognuno va subito co'
suoi strumenti alla piantagione, dove lavora quasi nudo sotto i raggi cocenti
del sole. Il loro cibo è formentone tritato, e cotto nell'acqua, o pane di
maniocco; l'abito loro è uno straccio. Al minimo fallo, o negligenza sono
attaccati mani e piedi sopra una scala. Il padrone con una scuriada dà loro
sulle natiche cinquanta, cento, e anche dugento colpi, ognuno de' quali riga la
pelle di livide liste, e più spesso la straccia.
Poscia
il misero grondante di sangue è staccato dalla scala, e gli è posto un collare
di ferro a tre punte, pel quale è strascinato al lavoro. Ve ne sono alcuni, che
stanno trenta giorni senza potersi sedere. Le donne sono castigate nella
stessa maniera. La sera tornati a casa sono obbligati di pregar Dio per la
prosperità de' loro padroni. Prima di andare a dormire loro augurano buona
notte. Avvi una legge fatta in lor favore, detta il codice dei Negri: in esso è
ordinato, che non riceveranno più di 30. staffilate per gastigo, che non
lavoreranno la domenica, che sarà lor data della carne tutte le settimane, e
delle camicie ogni anno; ma queste leggi sono inutili. Qualche volta, quando
gli schiavi invecchiano sono mandati a questuare, e a cercar da vivere come
possono. Un giorno, dice il nostro viaggiatore, ne vidi uno, che non aveva che
la pelle e l'ossa, e che tagliava la carne d'un cavallo morto per mangiarla:
una carogna divorava un'altra. Finalmente quando ì Negri non possono più a
lungo resistere alla tolleranza di loro pene, si danno alla disperazione.
Alcuni s'impiccano, o si avvelenano; altri entrano in una piroga senza
vele, senza viveri, e senza bussola, e si arrischiano di far dugento leghe in
mare per ritornare al Madagascar. Alcuni vi sono anche arrivati; ma sono ripresi
di nuovo, e consegnati ai padroni.
Ordinariamente
i boschi sono il loro rifugio, dove però si dà loro la caccia, come alle bestie
salvatiche con de' cani, e de' soldati. Quest'è il divertimento d'alcuni
abitanti. Si procura di prenderli vivi; e quando non si possono avere, son
uccisi a schioppettate, dopo di che taglian loro la testa, e infilata in un
bastone la portano in trionfo per la città. Se son presi vivi, vien loro recisa
un'orecchia, e sono crudelmente sferzati. Alla seconda fuga sono sferzati,
hanno una garetta tagliata, e sono inceppati. La terza volta sono impiccati; ma
gli avari loro tiranni non li denunziano allora per paura di perdere il loro
danaro. Alcuni son presi, e ruotati vivi. Vanno al supplizio allegramente, e lo
sopportano senza gemiti. Sono state vedute delle donne precipitarsi da se
stesse giù della scala.
Tal
lettera, e tali notizie, ditemi, non eccitano la compassione? Possibile che
tutte le nostre stranie delizie di droghe, di bevande, di cibi, di gomme, di
odori debban costar sangue umano; e perchè possediamo una ricca borsa di denari
debbano prima le migliaja e le migliaja di nostri fratelli esser distrutte
dalla fame, dalla fatica, dall'intemperie, dallo scorbuto, dal naufragio?
Talvolta nel mio presente senil disinganno sclamo da me stesso sdegnosamente: O
primi conquistatori del nuovo mondo, o prime miniere scoperte, o primo oro
scavato, o primo sangue sparso! Li conquistatori morirono disgraziati presso
quei monarchi medesimi, di cui credevan essere benemeriti, morirono più
perseguitati che gloriosi nel loro secolo dopo aver menato tanto vampo di
superbia che si glorificavano di aver sottomesso l'uno e l'altro sole,
dopo avere colla spada alzata in mano, bagnando i piedi nell'onde marine, gridato
ad alta voce ai pochi soldati stanchi sul lido: io prendo possesso di questo
mare: quasi minacciando di flagellarlo come Serse, se non fosse stato
ubbidiente e ossequioso. Ma l'oceano sempre derise somigliante impero: ed il
mare inghiottì più tesori che Lisbona, e Castiglia non trasportarono. Colombo,
a non parlare che di lui, non arrivò a dare il suo nome alla terra sopra cui
scese: onore riserbato a un altro italiano, che appena la vide a caso. Le
miniere di Cibao nel secondo viaggio del Colombo furono le prime ad esser
tentate sotto gli ordini di Alfonso di Ojeda, essendo Colombo a letto malato.
S'io fossi stato presente ai primi colpi, che avran vibrati contro ai sassi
quei primi scavatori dei metalli indiani, o quanto volentieri avrei loro arrestate
le braccia pregandoli a lasciar celato ed oscuro il veleno dell'oro, che doveva
corromper l'Europa di nuovi morbi, e di nuovi delitti. Nel 1440 Consalvo, e
Nugno miei portoghesi giunti al Capo Bianco cangiarono alcuni prigioni con
polvere d'oro offerta dagli abitanti di quel paese. Quello fu il primo oro che
risplendette agli occhi dell'Europeo. Certo io avrei da quel funesto splendore
in altra parte rivolto il volto, se avessi potuto allora fare vaticinio di
quelle sventure, di cui ora so la storia. Così pure avrei dagli occhi sparso
delle lagrime su quel primo sangue umano che si versò, o fosse stato
europeo in Africa nell'impadronirsi dell'isole di Garzas, e Nar, e Tider; o
stato fosse indiano, allorchè ritornato Colombo all'Isola di Samana, le sciable
spagnuole uccisero due selvaggi. Voi siete ancora giovine uomo, o mio caro
Amico, e non pensate che a rendervi dovizioso: ma io non sono contento che
siate ricco, desidero che siate felice, la quale è cosa ben diversa assai.
Studiate di essere virtuoso: ed usate carità. Non siate contento di certe belle
ciance dolci, che sono di moda. Altro è nominare la umanità, altro è
esercitarla. Io vi comunico una considerazione che poco fa ho letta nelle
Istituzioni Civili di Bielfeld, e finisco questo scartafaccio. Li Greci,
osserva egli, dal palco del teatro, e dai loro componimenti di scuola
spargevano sentimenti fastosi di benefica umanità: ma poi trattavan gli schiavi
contro all'ordine della natura. Gli Ilioti non fan loro onore. Noi pure,
credete, viviamo spesso alla greca. Le belle sentenze teatrali ci sono in
bocca: ma i fatti non rispondono alle sentenze. Noi protestiamo di amare tutti
i nostri simili, e distendiamo le nostre amorevolezze eloquenti ai Cafri, ed ai
Groelandi: ma intanto opprimiamo i nostri mancipj, ed i nostri suggetti,
L'interesse ci estingue in petto ogni sentimento di umanità. Si va in Africa
con egual animo a comperare dei tigri da ben nutrire, e da mostrare a
spettacolo, come a comperare degli uomini da affamare, e da logorare a
guadagno. I Sovrani, e le Sovrane che oggi occupano i troni di Europa, sono di
mitissimo e clementissimo cuore; e grazie ne fieno a Dio che è il Re dei Re, ed
il padrone di tutti i cuori: ma le lor amiche intenzioni non sono sempre
secondate dall'opera altrui. Io sono stato tocco da tenerezza leggendo negli
ultimi pubblici fogli qua pervenuti dalla Francia che quel giovine Monarca, il
quale non si mira d'intorno fuorchè oggetti che lusingano, e cortigiani che
risplendono, abbia commosso da religione giusta e pura recati i suoi spontanei
pensieri, onde provvedere pietosamente ai miseri Negri che lavorano nella parte
delle sue Indie. Gli schiavi delle nostre nazioni che vengono rapiti dai pirati
del mare, e condotti in Algeri, ed in Tunisi, muovono la compassione comune, e
l'oro si cerca in limosina e l'argento al riscatto: eppure le condizioni della
lor vita, d'ordinario occupata ai domestici servigj di qualche particolare,
sono meno aspere assai che quelle dei Mori per noi strappati dal seno
dell'Africa, e venduti all'insensibilità dell'avarizia. Questo secolo si
appella il secolo della benevolenza: ma credetemi che la nostra benevolenza non
sarà nè universale, nè verace, se non sarà regolata secondo le misure
dell'Evangelio. Già voi mi diceste un giorno di adorarlo questo Evangelio:
studiatelo dunque, perchè è lo stesso l'Evangelio che si legge a Londra, e che
si legge a Lisbona. Io vi auguro favorevoli i venti, e propizio il mare; e più
vivamente vi auguro nel porto di una vecchiezza disingannata calma felice di
desiderj e di passioni.
FINE.
Vidit
Don Philippus Maria Tofelli Clericus Regularis S. Pauli, & in Ecclesia
Metropolitana Bononia Penitentiarius pro Eminentissimo & Reverendissimo
Domino D. Andrea Tituli S. Pudentiana Card. Joannetto Archiepisc. Bononia,
& S. R. I. Principe.
Die
14. Augusti 1786.
IMPRIMATVR.
Fr. Aloysius Maria Ceruti Vicarius Gen. S. Officii
Bononia.
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