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Ruggiero Bonghi
Arnaldo da Brescia

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  • III
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III

 

Colla qual digressione, come può parere, io non mi sono allontanato da Arnaldo, anzi credo d'avere mostrato, che educazione venisse ad un animo come il suo dalla maniera di vita, a cui egli si consacrò. Siccome non sappiamo in che etàdiventasse sacerdote o religioso, cosí non sappiamo neanche che maestri avesse o quali scuole frequentasse nella sua Brescia, e molto meno che ne frequentasse in altre città d'Italia, innanzi d'andare in Francia. A ogni modo, poiché in Francia andò a studiare con Abelardo dialettica e teologia, e queste due discipline vogliono persone già informate di qualche altro studio, né è ragionevole supporre che un uomo privo di coltura s'innamorasse d'un dottore lontano, che potesse arricchirgliela, non è solo probabile, ma necessario l'ammettere, che i primi rudimenti della sua istruzione egli li avesse già acquistati in Italia prima di lasciarla.

Abelardo, ché questo è il nome con cui è rimasto nella storia Pietro da Palagio, borgo di Brettagna, aveva, giovanissimo, principiato a insegnare dialettica prima a Melun, poi a Corbeil. La sua mente vivace era di quelle, che, appena entrate in un soggetto, l'abbracciano frettolose tutto, e si persuadono di vedervi piú addentro di quello stesso al quale hanno chiesto di mostrarglielo. Come appena a scuola da Guglielmo di Campello, aveva presunto di sapere dialettica piú di lui e s'era messo a insegnarla, cosí a Laon, dove andò, non prima, parrebbe, del 1113, a imparare teologia, aprí anche subito scuola, e cominciò a esporvi, niente meno, Ezechiello. Ma impeditogli di continuare da Anselmo, il maestro suo, che quivi era lo Scolastico o, come diremmo, il Rettore, se ne tornò a Parigi, per puntiglio, dove per alcuni anni si può credere che insegnasse tranquillamente, e ne salisse in tanta fama come dottore di teologa, in quanta era, già innanzi che s'appigliasse a questa, come maestro di dialettica. In che maniera s'invaghisse di Eloisa; che via tenesse per sedurla; per che modo vi riuscisse; e quanto crudelmente ne lo punisse lo zio di quella, è a tutti noto. Certo, il suo è uno dei casi, in cui una eletta natura di donna non solo nasconde e copre agli occhi de' contemporanei e dei posteri il fallo commesso da lei, anzi lo cancella – tanto è soave e serena la passione che ve l'ha trascinata – ma copre e nasconde altresí il fallo vero dell'uomo, quantunque questi l'avesse lungamente preparato e meditato, e dato prova in tutta la sua condotta, d'un prosuntuoso e basso amore di sé, anziché d'un amore schietto ed alto di un'altra.

Abelardo, piú dalla vergogna forse che dal pentimento, fu forzato, quando ogni cosa fu finita e saputa, a rinchiudersi nella Badia di S. Dionigi; ma oltre l'amore di una donna squisitamente gentile, egli aveva a difesa sua l'ingegno acuto, brillante, e desta, piú ancora di prima, la curiosità del sapere e la smania dell'intendere. Sicché nella cella segregata, che gli venne assegnata, una folla di discepoli accorse subito a lui appena egli ebbe incominciato da capo a insegnare teologia. Questo doveva accadere nel 1118 o giú di ; e durare sino al 1121, nel qual anno, parrebbe, venne fuori un suo libro De Trinitate, scritto per combattere errori di altri; dove parve che invece egli cadesse in errori suoi. E di questi Alberico e Lodulfo, reggenti delle scuole di Reims, lo accusarono in un concilio tenuto a Soissons davanti al Cardinal Cunone vescovo di Palestrina e legato in Gallia del Papa; sicché vi fu condannato a bruciare il suo libro e recitare il simbolo di S. Atanasio, e andarsene prigione nella Badia di S. Medardo. Ma il legato stesso lo lasciò poi tornare a San Dionigi, dove Abelardo sperava, come sembra, ma non trovò pace, poiché il pungolo di cercare e, trovato, di dire, non ne lasciava a lui stesso. Una delle opinioni più care a quei monaci, anzi a tutto il regno, era questa: che il lor Dionigi, primo vescovo di Parigi, fosse l'Areopagita; ora ad Abelardo parve che invece s'apponesse il ven. Beda, che quel Dionigi, cioè, non fosse stato già vescovo d'Atene, come si diceva dell'Areopagita, bensì vescovo di Corinto e quindi un altro. E pensare che in realtà non è né l'uno né l'altro, ma un terzo; e che la gloria, che viene al primo dai libri che gli si attribuiscono, non gli appartiene, perché quei libri non sono stati scritti da lui e non si sa bene da chi! Ad ogni modo, quel po' di vero, che pur sosteneva Abelardo, li commosse tanto, che questi ne fu costretto a fuggire, né bastò: non lasciato neanche tranquillo a S. Aigulfo, presso Provins, dove si era ricoverato, s'ebbe, tornato a S. Dionigi, a disdire, e dal nuovo abate Sugero non gli fu data licenza di uscirne se non a patto che non entrasse in un altro, e s'andasse a nascondere in una solitudine, lontano dagli uomini. Ed egli scelse un luogo deserto a Nogent s. S. in Sciampagna, che non ancora apparteneva alla corona di Francia; e vi si costruí un oratorio di giunchi e canne dedicato alla Trinità, il cui studio gli era stato prima causa di tanta guerra. Ma fu subito scoperto; e di nuovo la folla dei discepoli accorreva a sentirlo, lasciando città e castelli; popolavano il deserto e si costruivano capanne, e si cibavano di erbe e di pane, e di zolle si facevano le mense, e di stoppie e strame i letti. L'oratorio mutò nome. Abelardo, a testimonianza del conforto che ci trovava il suo animo, lo chiamò Paracleto, nuova ragione di sospetti e d'accuse, quasi delle tre persone della Trinità egli ne prediligesse una.

Ora, quando v'andò e quanti anni vi rimase? Nel 1127, il Paracleto divenne dimora di Eloisa e delle sue suore, che l'avaro abate di S. Dionigi cacciò d'Argenteuil, dove Eloisa aveva preso il velo ed era diventata abbadessa. Qualche tempo innanzi, Abelardo, eletto abate dei monaci di S. Gildas in Rhuys di Brettagna, aveva accettato. Dopo il concilio di Soissons molti casi gli erano occorsi, prima che e' si potesse ritirare in quella solitudine. Forse non v'andò prima della fine del 1122 e non vi rimase che sino al 1126 al piú. E non vi ebbe pace; anzi vide addensarsi nuove tempeste contro le dottrine esposte da lui; e dalla guerra che gli si moveva, «era posto in tanta disperazione, che pensava talora, uscito dalle terre dei cristiani, passare tra gl'infedeli e quivi a patto di qualsiasi tributo vivere tranquillo».

Però peggiore d'ogni nimicizia o tristizia di teologi trovò la Badia ch'egli aveva consentito di reggere. Cotesti suoi monaci Brettoni erano ben altro che teologhi: rotti a ogni vizio, assassini. Poiché egli tentò richiamarli a piú corretta vita, lo minacciarono di morte, in piú modi, piú volte. Ed e' li lasciò; e nel 1136 – aveva già cinquantasette anni, – riapparve a Parigi sul monte di S. Genoveffa, maestro affollato di scolari sempre. Però insieme colla fama dell'ingegno suo e della sua dottrina era cresciuta quella del veleno ereticale, che infettasse questa. Due nemici terribili si erano elevati contro di lui, due santi, due uomini pieni d'ardore e di convinzione. L'uno, Norberto, era morto nel 1134; ma l'altro, Bernardo, viveva; ed era il più potente uomo della Cristianità. Abelardo, invitato, fatto invitare da lui ad emendare il suo insegnamento, a ritrattare gli errori suoi, aveva finito col chiedere all'arcivescovo di Sens un concilio, a patto che Bernardo vi venisse in persona a discutere con lui. E il concilio fu tenuto la Pentecoste del 1140.

 

 

 

 




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