XIV.
La prima notizia che ci
rimane dell'azione d'Arnaldo in Roma, c'è data da Ottone di Frisinga. L'uomo di
molte lettere avrebb'egli fornito ai Romani ribelli, e nelle doglie d'un
ordinamento politico, un piú preciso concetto di quell'antico del quale
ricordavano tuttora i titoli. Piú preciso non è forse qui precisa
parola; poiché Ottone attribuisce ad Arnaldo d'avere consigliato ai Romani di
instituire la dignità senatoria e l'ordine equestre15. Ora la
prima era instituita già; e non era forse mai cessata del tutto in Roma; la
seconda non s'intende bene che cosa potesse essere; poiché tutti sanno, che
cotesto ordine volle dire negli ultimi secoli della Repubblica diversa cosa che
nei primi, e nell'impero finí col non voler dire pressoché nulla. Quando
piaccia congetturare, e' si può dire che il significato che Arnaldo gli dava
fosse il piú antico; e consigliasse ai Romani di trasformare in un elemento
cittadino quell'ordine di militi, – o di vassalli minori – che, secondo Bernardo,
soleva essergli di aiuto nelle altre città.
Importa
piú il considerare la lettera dei Romani a Corrado III, della quale pare che
Ottone voglia dire fosse inspirata da Arnaldo e n'esprimesse le idee. Questa
lettera gli fu scritta prima ch'egli partisse per la Palestina, dove la voce di
Bernardo lo spingeva per sua mala fortuna, cioè prima dell'Ascensione del 1147.
Se Ottone dice giusto, Arnaldo non sarebbe entrato molto prima d'allora in
Roma16; e sarebbe fantastico l'attribuirgli nulla di ciò, che v'era
sino allora accaduto, com'è stato fantastico il dire ch'egli ci venisse seguito
da duemila svizzeri17. Certo, come s'è detto, Arnaldo poté giungere a
Roma sulla fine o del 1145 o del 1146; e cotesto penitente si sarebbe scoperto
subito quello di prima.
Nella lettera che i Romani scrivono a Corrado e
gli mandano con messi speciali, la loro principale premura è di provargli che
il moto fatto da loro è tutto quanto a beneficio dell'impero. Essi si sono
proposti di metter questo nella condizione in cui era a' tempi di Costantino e
di Giustiniano, che tennero tutto l'orbe nelle lor mani col vigore del
Senato e del popolo romano. Vogliono, dunque, che senato e popolo sieno
ripristinati nei loro diritti, ma ciò non col danno dei diritti dell'impero,
bensí a conferma di essi. Perciò, chiedono all'imperatore che venga a stare
nella città che è capo del mondo, e rimosso ogni ostacolo di Clerici, venga
a dominare da essa l'intera Italia e il regno teutonico, piú liberamente e
meglio che tutti gli antecessori suoi. E il concetto della lettera è
riassunto o piuttosto espresso anche meglio in cinque versi in fine, che
voglion dire «il re possa; checché egli desidera, lo ottenga sopra i nemici;
tenga l'impero; risieda a Roma; regga il mondo, principe della terra, come fece
Giustiniano; Cesare prenda ciò ch'è di Cesare; il Pontefice il suo, secondo
comanda Cristo, a parte che Pietro paghi tributi.
Non si vede ragione, per negare, come altri fa,
che fossero idee d'Arnaldo anche queste. Non era dei tempi il respingere il
concetto della potestà imperiale; e il fondare tutto su questa il governo dello
Stato, subordinandogli l'autorità pontificale, è ancora la proposta piú ardita
che si potesse fare, la piú contraria oramai al pensiero della mala Papalis
Curia, com'è chiamata nella lettera stessa. Secondo la Curia, difatti, le
due potestà non erano lasciate sussistere se non a patto che l'imperiale
obbedisse e la pontificale comandasse; che quella, come s'espresse piú tardi
chi effettuerà per breve ora cotesto ideale, fosse a questa come la luna al
sole, come la notte al giorno, come il corpo all'anima. Né è a dire, che
Guntero accenni a tutt'altra opinione di Arnaldo dove dice, ch'egli volesse nel
governo dello Stato non lasciare nessun diritto al pontefice, poco al re.
Poiché, in realtà, quando il senato e il popolo avessero riacquistato tutti i
lor diritti di prima – diritti, che Arnaldo e i Romani s'immaginavano rimasti
prevalenti anche durante l'impero – restava assai poco di potere al re; e che
al papa non ne rimanesse nulla, è patente.
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