XVIII.
Sinora, io non ho detto che dottrina Arnaldo
insegnasse, e quale fosse la cagione di temerlo tanto. E prima di dirlo, è
necessaria qualche dichiarazione.
Nessuna parte della vita d'Arnaldo è stata, mi pare,
conturbata tanto da' pregiudizi quanto quella che riguarda la mente e le
opinioni di lui. Piú cagioni hanno concorso a ciò; e prima di tutte, la molta
oscurità e incompiutezza, eccetto che nella parte piú aggressiva che pratica
delle informazioni che ce ne restano. E di giunta, anziché ordinare queste e
procurar d'intenderle con animo spregiudicato, si è posta una questione
preliminare, s'egli cioè fosse eretico, o puramente scismatico; ovvero, per
dirla altrimenti, se le sue opinioni fossero tali che il domma cristiano ne
fosse offeso, o soltanto tali che ne venisse combattuto e messo a pericolo
l'ordinamento attuale della Chiesa romana e cattolica. Gli antichi scrittori
non avevano dubitato di chiamarlo eretico, e di attribuirgli la creazione di
una setta di Arnaldisti; ma senza spiegar bene in che quest'eresia consistesse.
Ora, nella fine del secolo decimottavo, Giambattista Guadagnini, bresciano, un
parroco, se non erro, di Cividale, persuaso che sarebbe tornato a onta di
Brescia, se un suo figliolo fosse stato eresiarca, scrisse con molta erudizione
un'apologia24 intesa a provare, che nessuna delle opinioni, delle quali
si poteva sicuramente affermare che fossero state espresse da Arnaldo, si
poteva dire ereticale; e che quelle, ereticali davvero, che gli si erano
attribuite, non erano mai state in realtà professate da lui. L'apologia del
Guadagnini è scritta con molta libertà di giudizio e di censura rispetto alla
Chiesa, come oggi nessun prete oserebbe di fare. Egli apparteneva, di certo,
alla scuola del Ricci, del Tamburini, del Solari, del Degola, e di quell'altra,
parte del sacerdozio italiano, i cui intenti avrebbero meritato dal laicato del
lor tempo maggiore aiuto che non ebbero, e meriterebbero d'essere al laicato
del tempo nostro piú noti che non sono. Checchessia di ciò, l'essersi il
Guadagnini prefisso una tesi da una parte guastò a lui il libro, ma dall'altra,
come suole quando una tesi è dimostrata con chiarezza e vigore, le sue
conclusioni furono accettate comunemente dagli scrittori venuti dopo,
quantunque questi non si facessero d'un eretico la stessa idea del Guadagnini,
e non credessero Brescia svergognata per ciò solo, che un suo cittadino avesse
preceduto Wicleffo, Huss, Lutero, Calvino, Zuinglio e via dicendo. Forse
nell'animo di tali scrittori ha prevalso l'odio contro la mala Papalis Curia,
e la persuasione che la riputazione di questa avrebbe sofferto maggiore
scapito, se fosse stato ammesso che la sola cupidigia di regno l'aveva resa
cosí acerba e crudele contro Arnaldo; come se il punire col laccio l'eretico
non sia peggio che punire il ribelle.Un altro pregiudizio, e peggiore, s'è
aggiunto. I piú degli scrittori italiani, che hanno trattato d'Arnaldo, nutrono
un gran disprezzo della teologia e delle quistioni teologiche; sicché, è parso
lor bene di attribuirlo anche a lui, poiché l'avevano in tanta stima. Scrittori
forestieri, non mossi dallo stesso sentimento, avendo l'occhio alla sua azione
ed efficacia tutta pratica, hanno rilevato tanto questa, da non lasciar piú
vedere o da negare ogni sua attitudine teorica e speculativa. È piaciuto farne
il contrapposto di Abelardo; mettere il discepolo di fronte al maestro, e,
secondo gli umori, trovare l'uno o l'altro superiore. Ora, qui ci son molti
errori. Né in sé, né nella ragione degli studi dei tempi è vero che
l'attitudine teorica e speculativa e la discussione acuta e sottile delle
quistioni metafisiche e teologiche scemi valore all'attitudine pratica rivolta
a mutare ordini sociali, politici e religiosi; ed è falso poi che l'una a quei
tempi si scompagnasse dall'altra. D'altra parte, si può dire che Abelardo valga
principalmente come teologo e filosofo; ma non perciò si ha l'obbligo di
rendere ad Arnaldo il servigio, se servigio è, di disgradarlo come teologo e
filosofo. Niente è meglio attestato di questo, che Arnaldo aderisse in tutto ad
Abelardo. In che gli aderiva? Bernardo di Chiaravalle lo chiama l'armigero, lo
scudiere di quel Golia. Dove grida, che in Francia si conia una nuova fede,
delle virtú e dei vizi si ragiona non moralmente, del mistero della Santa
Trinità senza semplicità e sobrietà, n'accusa insieme il maestro Pietro ed
Arnaldo. Gli dice uniti squama a squama l'un coll'altro, e che neanche uno
spiraglio vi fosse tra di essi25. E d'altronde, che cosa Arnaldo
sarebbe andato a fare nel Concilio di Sens? Abelardo, si sapeva, non vi sarebbe
stato accusato se non di errori teologici. O di che Arnaldo lo avrebbe difeso,
se di questi non s'impacciava punto? E quando Innocenzo condannava gli errori
dell'uno, non condannava insieme quelli dell'altro? O quali, se, l'uno
ragionava di teologia e l'altro no?26.
Certo, v'era una differenza grande d'indole tra
il Brettone ed il Bresciano. In quello era tanto egoista e fiacca, quanto in
questo passionata e gagliarda. Abelardo aveva tutto l'impeto nell'ingegno;
Arnaldo l'aveva nell'ingegno, ma specialmente nel cuore. Il primo gioiva nel
pensare; il secondo nel fare. All'uno piaceva il piacere agli altri,
l'abbagliarli; all'altro il persuaderli e il guidarli. Bisognerebbe uno studio
novo, accurato, apposito degli scritti d'Abelardo per giudicare se e sin dove
la libertà che egli usava nel ricercare le ragioni dei dommi, l'usasse anche a
scrutinare, nelle origini antiche e nell'efficacia attuale, gli ordini della
Chiesa e la relazione loro cogli ordini politici dei tempi. Arnaldo non ha
scritto, e tutta la sua azione è consistita nella predicazione; ed è naturale
quindi che si rivolgesse singolarmente a soggetti che da Abelardo paiono
trascurati affatto. Queste differenze sono notevoli, e non bisogna nasconderle;
ma neanche lasciarsene tirare a dimezzare il pensiero d'Arnaldo, e di tutta, la
sua persona buttar via la parte piú sostanziale, la principale forse.
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