Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Ruggiero Bonghi
Arnaldo da Brescia

IntraText CT - Lettura del testo

  • XIX.
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

XIX.

 

V'ha un primo punto sul quale non v'ha dubbio. Arnaldo credeva la Chiesa viziata ed inferma, e non c'era censura a' sacerdoti, a' monaci, a' vescovi, al Papa, ch'egli risparmiasse. Qui le testimonianze sono concordi. I vescovi, sul colle di S. Genoveffa vituperava perché avari e intesi a' guadagni vergognosi, e di vita licenziosa, e che si sforzassero di edificare la Chiesa di Dio nel sangue. E a Roma nelle riunioni predicava che il collegio dei cardinali, macchiato di superbia, d'avarizia, d'ipocrisia e turpitudini d'ogni sorta, non era la Chiesa di Dio, ma casa di traffico e spelonca di ladroni che tengono luogo, nel popolo cristiano, di scribi e di farisei; e lo stesso Papa non è ciò ch'egli professa d'essere, un uomo apostolico e un pastore di anime, ma un uomo sanguinario che conforta dell'autorità sua incendi e omicidi, un tormentatore (tortor) di chiese, un calpestatore dell'innocenza, che non fa altro al mondo, se non pascer la carne, e riempir la sua borsa e vuotare l'altrui. Eccetto pochi, i sacerdoti tutti reputava reprobi e seguaci di Simone; e i monaci sbrigliati e mescolati sempre nelle cose mondane, e tutt'altro che degni del loro nome27. La Chiesa Romana, piú guasta e corrotta di tutte; non avere altro dio che il denaro; ogni cosa farvisi a prezzo; il prezzo averci preso il posto del diritto; e da essa derivare l'infezione all'intero mondo.Queste erano sentenze dure; ma non solo di Arnaldo; anzi di molti a' suoi tempi, e non finirebbe mai chi volesse raccoglierne le testimonianze. Lo stesso Bernardo di Chiaravalle n'è pieno. Quando nel 1151 gli arcivescovi di Colonia e di Magonza «contro i quali bolliva un gran processo», venuti a Roma carichi di denaro per comprare la grazia della Corte, se ne tornarono a casa coi loro denari e senza avere ottenuto nulla, Bernardo esclamò, scrivendo al Papa stesso: Cosa nova davvero. Quando mai sinora Roma ha rimandato il denaro? Ebbene, io non credo che neanche ora ciò sia accaduto per consiglio dei Romani. Egli racconta altrove d'un legato pontificio, che passa di gente in gente lasciando dappertutto turpi e orride vestigia di sé; spogliando le chiese; promovendo, dove può, i fanciulli piú belli alle dignità ecclesiastiche; dove non può, tentandolo. E ricordo alcune parole di lui piene di malinconia, dove prega Iddio che gli lasci vedere, prima di morire, una Chiesa pura e immacolata. Sicché s'osservi che dov'egli parla d'Arnaldo, pure investendolo fierissimamente, non lo accusa mai di muovere censure troppo acerbe contro gli ecclesiastici di qualunque grado. E del pari coloro i quali c'informano di questo punto della predicazione d'Arnaldo, dicono che egli esagerasse, ma non già che dicesse il falso. Anzi Guntero osserva che se non ci fosse stato molto di vero nelle parole sue, non avrebbe tirato seco nessuno; poiché il falso non ha questo potere.

Ma Arnaldo andava piú innanzi; e qui certo né Bernardo né altri che non volesse prendere attitudine di piena opposizione alla Chiesa, non solo romana, ma universale, l'avrebbe seguito. Egli negava alla Chiesa il diritto di possedere. Si badi, ciò non è il medesimo, che determinare i fini per i quali la Chiesa deve possedere, e gli usi ai quali deve volgere le sue ricchezze. Ciò Bernardo faceva assai bene nella sua lettera a Fulcone28; e si può trovare ripetuto da scrittori molti e riputati santi. Ma Arnaldo addirittura affermava così illegittimo il possedere per parte di ecclesiastici, che né sacerdoti che avessero proprietà, né monaci che possedessero, si sarebbero potuti salvare. E rispondeva a questo concetto l'altro, che i laici non fossero obbligati a pagare le decime, sicché cadessero in peccato quelli che lo facessero. L'ordinamento voluto da lui, in questo rispetto, era: che la Chiesa si dovesse reggere su contribuzioni non già obbligatorie, ma volontarie per parte dei laici, senza proprietàpossessi propri. Si potrebbe facilmente scoprire su quali passi scritturali fondasse questa dottrina.

Era una naturale conseguenza e fondata su tutto il diritto pubblico dei suoi tempi che la Chiesa, non avendo possessi, non potesse esercitare regalie; perdeva colla terra il diritto di reggerla. A quei tempi, ciascuna dignità ecclesiastica conferiva un fondo o, a dirla altrimenti, un principato; e il Pontefice non pretendeva, almeno da principio, se non questo solo che feudo suo fosse Roma, come Colonia, Magonza erano feudi degli arcivescovi loro. Il che appunto negava Arnaldo; che cioè i capi della Chiesa, in qualunque grado, dovessero e potessero legittimamente essere feudatari. Li levava di seggio tutti; nessuna tiara voleva che coprisse una corona o ne fosse scoperta. Perciò ricusava al Pontefice il diritto di appropriarsi Roma e governarla. Né era in questa guerra senza compagni. Cosí in Roma come nell'altre città d'Italia, la pretensione del Papa e dei vescovi urtava contro le voglie via via piú ferme d'una parte potente in ciascuna città; che s'allargava a mano a mano, e formata da prima soprattutto dei militi e feudatari minori, già s'estendeva tra i borghesi. Da piú tempo questa parte andava asserendo il diritto di reggere il comune essa stessa, e non già lasciarlo alle mani dei maggiori feudatari ecclesiastici o laici; lo volevano ordinare a libero governo, all'ombra lontana dell'impero, quando questo consentisse a non impedirglielo. Queste voglie avevano acquistato un gran rigoglio appunto in quei tempi, che il papato era stato per più anni contrastato tra più contendenti; e l'impero, venuti meno i Sassoni, era caduto nelle mani d'imperatori deboli. Arnaldo andava a' versi di chi aveva queste voglie, e dava per loro una teorica che le legittimava e le accresceva.

Ma non si fermava qui; anzi viene ora la parte meno intesa del suo sistema. Dal fatto, che il Pontefice fosse cosí differente da quello che doveva essere, ne concludeva che non gli si dovesse obbedienza o riverenza. Cotesti membri languenti egli li risecava dalla Chiesa. Ciò vuol dire che a parer suo il sacramento dell'Ordine non conferiva un carattere indelebile, un carattere che lo suggella per sempre, e che nessuna corruttela di vita e d'animo del sacerdote può cancellare. È vero che una simile tesi, non che scoprirsene traccia in Abelardo29, è esplicitamente ripudiata da lui; ma Arnaldo la trovava già professata da' Paterini e altre sette in Lombardia e fu poi comune agli eretici posteriori, da Vicleffo in poi; che il dominio, questi diceva, è fondato nella grazia; sicché cessa ogni giurisdizione spirituale nel sacerdote, quando egli per i suoi costumi e per i suoi atti se ne renda indegno. Ora, a chi spetta il giudicarlo? A chi può spettare il sentenziare che il sacerdote è decaduto dall'ufficio suo, dal suo ministero? Non può spettare che a' laici. Però è detto d'Arnaldo che egli adulasse questi; ch'egli fosse adulatore della plebe; che dovunque egli andava, laici e clero non vivessero piú in pace insieme; ch'egli seminasse la discordia, e sciogliesse l'unità della Chiesa, come ne l'accusa Eugenio III, il quale afferma che dalle parole di lui alcuni cappellani fossero stati indotti a negare obbedienza e riverenza a' cardinali e agli arcipresbiteri30. Qui era il suo scisma pessimo, come Bernardo lo chiama; il suo errore, il suo domma, di cui gli altri discorrono con orrore. Pure qualche tempo innanzi ad Arnaldo vi erano stati pontefici – e tra questi il grandissimo Gregorio VII – che avevan sostenuto questo stesso domma per acquistare forza e reprimere la baldanza del clero concubinario e simoniaco che volevano correggere!31. Ed era stata la gerarchia cattolica quella che aveva difeso contro essi la dottrina della indelebilità del carattere. E questa è rimasta la buona; poiché quella dottrina avrebbe svelto dalle radici l'albero della gerarchia32.

Ma neppur qui Arnaldo si fermava. Egli discuteva parecchie delle consuetudini entrate nella Chiesa, quelle sulle quali più si reggeva l'autorità del sacerdozio. Noi non sappiamo di quante lo facesse, ma certo negava la confessione. Sosteneva, dice un contemporaneo33, che il popolo non dovesse confessare ai sacerdoti i suoi peccati, bensí piuttosto l'uno all'altro; che sarebbe stato, per vero dire, cosa piena di maggiori incomodi; e forse egli intendeva la confessione in pubblico.

C'è detto altresí, ma con qualche incertezza, che le sue dottrine sul sacramento dell'altare e sul battesimo dei bambini fossero errate; ma in che consistesse l'errore non è chiarito. Forse, d'accordo colla sua opinione sul valore del sacramento dell'Ordine, egli non credeva che il sacrificio della messa potesse essere celebrato o il battesimo conferito dal sacerdote decaduto dal suo ministero per l'obbrobrio della sua condotta.

 






p. -

27 Poema, l. c. Non son ben sicuro sul significato dell'aggettivo enormes, assegnato a' monaci.



28 «Sia dunque concesso a te, se sei buon servitore, di vivere con i proventi dell'altare, ma non di servirti in modo lussuoso dell'altare, né di insuperbire del medesimo, e quindi di non procurarti ornamenti aurei, celle dipinte, calzari argentati, pelliccie varie da collo e cose da ornamenti purpurei. Infine quanto è necessario oltre il vitto e il semplice vestiario, tu tieni lontano dall'altare come cosa non tua, ma empia e sacrilega». Ep. 2.



29 Theol. Christ. (p. ed. Cousin, II vol.), pag. 373: «Poiché poi per mezzo di reprobi, Dio o mostra miracoli, o esprime profezie o opera alcunché di grande, Egli agisce non a utilità di loro, dei quali si serve come strumento, ma piuttosto ad utilità degli altri che intende rendere consapevoli attraverso di loro. Iddio, a mezzo di indegni ministri non rifiutando i doni della sua grazia a invocazione del suo nome, profonde ogni giorno i sacramenti della Chiesa, a salvezza dei credenti». Pag. 500:

«In quanta venerazione, poi, le parole divine siano da tenersi, lo ammonisce la forza stessa che ogni giorno esprime il Sacramento della Chiesa, quando Iddio opera mirabilmente alla invocazione dei suo nome, anche per mezzo di ministri indegni».



30 Suo breve negli Annali ecclesiastici del Baronio, a. 1148.



31 Mansi, Concilia, XIX, pag, 901, 1059: «Nessuno che si sappia viva certamente in concubinaggio o abbia moglie sposata abusivamente, ascolti la Messa del Presbitero». (Pertz. Mon. Script. VI 862): «Papa Gregorio anatemizzò dal Sinodo i simoniaci e rimosse dall'ufficio quotidiano i sacerdoti accusati, e proibí la messa ai laici; fatto nuovo e, come sembrò a molti, sconsiderato precedente, contro il parere dei Santi Padri, i quali scrissero che tutto ciò che viene operato dalla Chiesa, come il battesimo, la cresima, la comunione, dato che lo Spirito Santo opera nascostamente, l'effetto di tali sacramenti viene ugualmente dispensato per i buoni e per i cattivi».



32 Lamberti: Annales (Pertz, Mon. Script., X, 278): «Contro questo decreto (di Gregorio VII) insorse l'intera fazione dei chierici». Il Concubinato rimase illecito; ma il prete che vivesse in concubinato o in qualunque altro peccato, mantenne tutti i diritti che gli venivano dal Sacramento dell'Ordine.



33 Poema, pag. 13, v. 175, c.

Non debere illis populum delicta fateri

Sed magis alterutrum, nec eorum sumere sacra.

È la notizia piú nuova che si cava, quanto ad Arnaldo, da questa importante scoperta e pubblicazione del Monaci.





Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2008. Content in this page is licensed under a Creative Commons License