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Però questi due ultimi errori sono altresì
annoverati tra quelli che Bernardo appose ad Abelardo nel Concilio di Sens: e
quando si dovesse ritenere che ad Arnaldo si attribuissero nello stesso senso
che al maestro, s'avrebbero a intendere affatto diversamente. L'errore sul
sacramento dell'altare consisterebbe nell'aver ritenuto, che, mentre le
sostanze del pane e del vino si mutano nel corpo e nel sangue di Cristo, gli
accidenti di quelli rimangono in aria; dove né ciò si può dire, parrebbe,
secondo la buona dottrina teologica, né che diventino accidenti del corpo e del
sangue di Cristo, come voleva un Guglielmo di S. Teodorico; bensí, che durino
le specie che sono, senza inerire in nessun soggetto, secondo insegna S.
Tommaso, e si può piuttosto ripetere, che intendere. L'altro errore, invece,
circa al battesimo, sarebbe una deduzione di una dottrina attribuita ad
Abelardo, che per effetto del peccato di Adamo noi nasciamo soggetti alla pena,
non alla colpa del peccato; il che se fosse vero, il battesimo non
cancellerebbe nei bambini nessuna colpa; anzi, il peccato originale stesso
verrebbe negato. Eppure in questo è la fonte di tutto il peccare umano!
Se
non che qui entriamo nella quistione toccata sopra, cioè se Arnaldo entrasse
nelle opinioni teologiche di Abelardo, le quali Bernardo accusò non solo di
quei due errori, ma d'altri diciassette. Ho detto, che a parer mio, c'entrava;
il che non gl'impediva di averne altre propriamente sue su diverse materie.
Però non metterebbe conto l'andarne discutendo e disputando. Senza dire che
Abelardo negava che di quegli errori egli fosse incolpato a ragione, non
sarebbe ora possibile prendere nessun interesse a sottigliezze che è già
malagevole intendere, e che affinano bensì l'intelletto, ma non l'aiutano
neanche a penetrare davvero nel soggetto, anzi, lo confondono piuttosto e lo
stancano. Io son persuaso che ad Arnaldo andavano a genio così come al suo
maestro e come a ogni alto ingegno del suo tempo. Bernardo di Chiaravalle non
era uomo men pratico di quello che fosse Arnaldo, quantunque stesse in un campo
opposto; e pure sentiva la necessità ed aveva il gusto, quantunque se ne
scusasse34, di seguire e intendere tutte le curiose ricerche, a cui si
davano le migliori menti contemporanee per formarsi un concetto razionale dei
dommi, e convertire in una scienza serrata e dedotta tutta l'informazione
morale e intellettuale trasmessa dall'antichità pagana e cristiana. Se Arnaldo
fosse stato in ciò diverso dai suoi contemporanei, sarebbe apparso non al di
sopra, ma al di sotto di loro.Ciò che preme di osservare e rilevare in
Abelardo, non è tale o tal altro punto di dottrina; poiché troppe volte egli
disse e almeno in parte disse, e in piú casi si espresse per modo che resta piú
facile ammirarne l'ingegno, che raccogliere dalle parole sue conclusioni
precise. Il novo in lui era l'indirizzo della mente e della speculazione
persino teologica. Anselmo d'Aosta, cui si attribuisce di avere originato quel
moto di pensiero che si chiama la Scolastica, aveva detto: Io non cerco
d'intendere perché io creda, ma credo perché io intenda (91). La sentenza
di Abelardo invece fu questa: Bisogna prima intendere e poi si può credere.
Or bene, in questa inversione di termini, in questo dare il primo luogo alla
ricerca, perché ne scaturisca la fede, si contiene l'augurio di un avvenire
diverso da quello che la Scolastica ebbe, si comprende tutta un'estimazione del
valore della ragione umana, diversa da quella che ne fu persin fatta per piú
secoli dopo. Di qui nasceva in Abelardo – e dovette essere del pari in Arnaldo,
onde gli venne la lode di molta letteratura – l'opinione che nei
filosofi e nei poeti antichi bisognasse ricercare il vero, non meno che nei
teologi e nei padri; un prenunzio, sto per dire, del Rinascimento che doveva
seguire tanto piú tardi. E nacque altresì – come traspare anche da tutte quelle
opinioni d'Arnaldo sull'ordinamento della Chiesa, che ho riferite piú addietro
– la dottrina, che il vero dell'insegnamento e della vita cristiana e degli
ordini ecclesiastici non bisognasse ricercarlo nei commentatori e negli
interpreti, nelle decretali e via via ma bensì nell'Evangelio. «Felice
quell'anima, esclama Abelardo, che meditando sulla legge di Dio giorno e notte,
è in grado di sorbire ciascheduna scrittura alla stessa scaturigine della
fonte, quasi acqua purissima, sicché non debba servirsi di rivoli vaganti qua e
là, torbidi, anziché chiari, per ignoranza e impotenza, e sia poi forzato a
rigettare quello ch'egli abbia bevuto»35. Parole queste che anticipano
tutta l'ermeneutica moderna dei libri sacri, quale è stata coltivata da Erasmo
in poi con sempre crescente ardore e successo. Esse devono esprimere il
pensiero d'Arnaldo, non meno che quello di Abelardo: la ragione e la scienza
come istrumento di ricerca e di certezza, surrogate alla muta autorità della
Chiesa e della tradizione; qui è il maestro e qui è il discepolo, per quanto
sieno d'altronde particolari le vie seguite, e diverse le attitudini mostrate
dall'uno e dall'altro.
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