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Giovanni Salisburiense, uomo non dei minori del
tempo suo, anzi dei maggiori, spirito acuto e pratico, pronuncia su Arnaldo una
parola vera, la piú vera forse che si sia scritta: Diceva cose, scrive egli,
che alla legge dei cristiani consonano assaissimo, ma che anche dalla vita
dissonano assaissimo. Aveva, vuol dire, una idealità grande. E tale l'hanno
gli uomini il cui passaggio quaggiú stampa una vasta orma; o prima o dopo o mai
che l'umanità ci rimetta dietro essi il piede. E lo sanno. E perciò sono come
lui, rigidi; non ammettono, nella coscienza dei loro proponimenti, che altri
gl'impedisca o li fermi: non par loro retta, utile vita altra che la loro; e
stimano che errino quelli, i quali non seguono le loro norme e dottrine. Hanno,
quindi, la parola veemente, infiammata; né guardano chi o quant'alto ferisca.
Poiché sentono che non v'ha persona o instituzione cosí alta, che la mèta cui
mirano, non le oltrepassi. E siffatti erano del pari i due uomini, che si sono
visti in queste pagine l'uno di contro all'altro, Bernardo e Arnaldo.
Però vi corse tra i due questa differenza
grande, e che spiega il loro diverso destino. Bernardo morí il 12 gennaio del
1150, ammirato, venerato, rimpianto da tutto il mondo cristiano; Arnaldo morí
in un giorno ignorato, cinque anni dopo, su una forca, imprecato da molti, e
dai pochi settarii suoi pianto con lacrime amare e nascoste. È vero; ma morí
cosí anche Cristo. Né avrebbe giovato alla sua fortuna ch'egli fosse vissuto
qualche giorno, qualche anno di piú. Certo qualche giorno dopo Federico
Barbarossa fu incoronato in San Pietro da Adriano; e i Romani, la cui domanda
di rispettare le franchigie della città, egli aveva respinto con atti e parole
altere, – come suole chi sente di potere oggi, a chi gli ricorda d'aver potuto ieri
e presume, dimentico dell'abbiezione presente, trarre da questa vana memoria un
diritto, – i Romani, dico, erano si venuti arditamente alle mani coi Tedeschi e
gl'Italiani che seguivano l'Imperatore, ma n'avevano avuto la peggio e di gran
lunga. Qualche mese, qualche anno dopo le intelligenze tra Adriano e Federico
si guastarono; e questi forse, al sentimento di commiserazione che provò a
udire la morte d'Arnaldo, uní quello di tardo pentimento; forse pensò che
Arnaldo avrebbe potuto essergli utile strumento contro il papato: dico forse,
perché la spada di quello aveva una punta anche contro l'impero. Ancora qualche
anno, e le discordie tra il papato e l'impero divennero acerbe; e il papato,
piú sicuro di Roma, dette la mano ai comuni d'Italia, che tennero dalla parte
sua. Ma questa alleanza non sarebbe stata possibile, se i comuni avessero
seguito Arnaldo, se i comuni, nello sviluppo dei loro ordini civili, si fossero
proposti la mira di rovesciare gli ordini ecclesiastici. Perché, dunque,
Arnaldo avesse potuto trovare un tempo in cui vivere glorificato e primeggiare,
gli sarebbe stato necessario nascere piú secoli dopo e, si badi, oltr'Alpi.
Poiché noi, noi Italiani, anche oggi possiamo onorarlo morto ed erigergli
statue, ma non l'intenderemmo né lo seguiremmo vivo. La sua parola ci
riuscirebbe strana, o, dove ci paresse conforme all'animo nostro, egli la
rigetterebbe come non sua. Il cattolicesimo, secondo dice il Machiavelli, ha
spento nell'animo nostro la virtú di seguire e intendere chi cerca, in un ravvivamento
di spirito religioso, la via di rinnovare la società e la chiesa.
I tempi in cui Arnaldo nacque, imparò, predicò,
visse, non erano adatti a raccogliere nessun frutto dal pensiero di lui.
Precursore di altri tempi, era in verità estraneo a' suoi. Possiamo dire
ch'egli s'affacciasse al mondo alla morte di Calisto II nel 1124, due anni dopo
che il concordato di Worms ebbe posto una tregua alla lunga guerra
dell'investiture tra il papato e l'impero. Fu una gloriosa guerra quella che il
papato allora combatté e, si può dire, vinse: in cui la vittoria sua, se dette
fomento a pretensioni soverchie e, piú tardi, perturbatrici con danno del
Papato stesso, giovò pure a suo tempo alla libertà della coscienza e alla
civiltà che n'è sorta. Uomini meravigliosi per forza di mente e d'animo erano
stati i papi che da Vittore II (1054-1057) a Calisto II (1119-1124) avevano
governato la Chiesa. Ché la storia guarda i grandi effetti e li somma; non si
ferma sulle molte magagne degli uomini che li compiono, e in mezzo a' quali si
compiono; magagne diverse, ma perpetue, le quali – ed è già una fortuna – non
impediscono che l'umanità segni a sé mete sublimi e vi s'avvicini e s'affatichi
a raggiungerle. Il Papato non aveva colla guerra dell'investitore fornita la
sua via. Il destino di ogni gran potere è l'effettuare un ideale quaggiú, e il
Papato ne vagheggiava uno assai grande; ma non l'aveva ancora recato in atto. A
un'autorità spirituale, eletta, fuori d'ogni condizione di nascita, in una
classe tutta intesa alla coltura della mente e alla cura dell'anima, per opera
di un diretto o creduto intervento di Dio, soggettare una cristianità, divisa,
sí, in città, regni, imperi, ma intimamente unita nel pensiero, nel sentimento,
nei concetti e nelle sanzioni morali, negli ordini civili e sociali, nella
fede, nel culto: ecco l'alto ideale, che alimentava nelle coscienze popolari il
credito del Papato e dava ragione della sua forza. Certo c'era molto di fallace
anche in esso – e quale d'altronde non è fallace per qualche parte? – e si
sarebbe spezzato al contatto e all'urto colla realtà rozza che li spezza tutti:
qui avrebbe mostrato i suoi vizi intrinseci e le sue difficoltà insuperabili;
ma bisognava provare e vedere. Alessandro III (1159-1181), e sopra tutti
Innocenzo III (1198-1216), stupendi animi e ingegni italiani anch'essi, non
erano ancora venuti. Il Papato era tuttora sul salire; aveva tuttora a mostrare
un succhio di vita potente. Arnaldo, a opporglisi, a opporsi alla Chiesa quale
e come si reggeva sopr'esso, non faceva opera più capace di riuscita immediata,
che non sia quella di chi s'accingesse a fermare colla mano un convoglio
sospinto dalla forza del vapore a tutta corsa su una guida ferrata.
E riviveva certo la scienza già ai tempi
d'Arnaldo, e il pensiero puramente umano ricominciava a vivere. La filosofia
rifioriva a Parigi; il diritto a Bologna; e prendeva un nuovo e genuino slancio
la poesia. E, certo, già minacciavano danni futuri. E l'ardire speculativo
avrebbe seminato dubbi e problemi, e arrischiato soluzioni discordi tra loro e
dall'autorità della Chiesa; e la scienza giuridica avrebbe rilevato, esagerato
forse più in là i diritti della sovranità laica; e la poesia, che già talora si
atteggiava a satira degli ordini e degli uomini, avrebbe trovato più tardi l'invettiva
efficace e sanguinosa. Ma non era il secondo quarto del secolo duodecimo il
tempo in cui ciò sarebbe potuto accadere. Anche qui Bonaventura di Bagnorea
(1221-1274) e Tommaso d'Aquino (1224-1274), due altri grandi ingegni italiani
anch'essi, non erano ancora venuti. La scienza del medio evo non s'era per mano
dell'ultimo quasi tutta ordinata a sistema, e bisognava che ciò fosse fatto,
prima che di rimpetto ad essa la scienza nuova si cominciasse a muovere.
Non v'era per l'Italia in quegli anni altro
ordinamento storicamente possibile, se non quello che vi s'andò maturando per
opera del Papato e dei Comuni. Immaginare, che quando l'Imperatore avesse
accolto la teorica dei Romani sul loro proprio diritto a crearlo e a porgli
accanto il Senato, avrebbe sin d'allora potuto formarsi un regno d'Italia, è
illudere sé e gli altri; è leggere le storie a rovescio. Impedire al Papa che
diventasse infine padrone di Roma in un tempo, in cui ogni vescovo era
principe, sarebbe stato impossibile, quanto è impossibile ora che il solo
vescovo di Roma debba essere principe, mentre tutto il concetto e il fondamento
del potere è mutato. Non confondiamo i tempi; ciascuno ha il diritto suo. I
sognatori del passato nel presente non valgono meglio che i sognatori del
presente nel passato.
La Corte di Roma s'è
addossata una gran colpa con Arnaldo da Brescia; l'ha ucciso. Già quando
commise il delitto, uomini ecclesiastici ne la censurarono. Gerhoo36,
un canonico agostiniano bavarese, vissuto dal 1132 al 1169, pure ammettendo che
Arnaldo meritasse d'essere dannato nel capo, non avrebbe voluto che la Chiesa
vi si fosse insanguinate le mani. Né le bastò; ne arse il cadavere e ne gittò
le ceneri nel Tevere, perché, scrive un poeta contemporaneo, non ne avanzassero
le ossa all'adorazione di alcuno. Anche due secoli e mezzo più tardi, il corpo
di Vicleffo disseppellito, un quaranta anni dopo la sua morte, fu arso e le sue
ceneri gittate nella Swift. Che giova? Nel cinquecentesimo anniversario della
morte di Vicleffo, Oxford ne celebrerà l'anno prossimo la memoria; in questo
anno Brescia celebra la memoria di Arnaldo e gli erige una statua. La violenza,
ricordiamolo anche noi, distrugge i violenti. E l'umanità infine non glorifica
se non chi l'ha fortemente giudicata e severamente amata, chi nella libertà del
pensiero s'è mostrato degno di essa, e n'ha con affetto virile promosso, con
sua fatica, con suo danno, col suo martirio, o le ha almeno sperato, un
avvenire di virtú, di verità e di pace.
15 agosto 1882.
FINE
Il prof. Quaglia in un opuscolo
intitolato: Illustrazione del documento in pergamena 8 dicembre 1125,
relativo ad Arnaldo da Brescia, esistente fra gli atti dei soppressi
Benedettini, nell'Archivio dello Spedale Maggiore di Firenze, pretende d'avervi
scoperto che il suo cognome fosse Morari; ma il Setti, nella Perseveranza
dell'8 agosto, mi pare che dimostri bene che la congettura del Quaglia non
regge, anzi che quel documento non si può riferire all'Arnaldo nostro. Il nome
stesso di questo è variamente dato. V'ha chi lo chiama Anoldo o Arnolfo.
Il dubbio è del Guadagnini, Apol.
2, p. 1.; ma forse gli sfugge che Ottone di Frisinga, De Gest. Frid.,
II, 20, dice addirittura, de civitate Brixia.
Ott. Fris., I, c.: ejusdem
Ecclesiae clericus ac tantum lector ordinatus. – E non può voler dire se
non che fosse soltanto lettore, prima di andare in Francia.
Se n'è dubitato, ma a torto. Vedi il
De Castro: Arnaldo da Brescia e la Rivoluzione Romana p. 308 e segg.,
che non ragiona, a parer mio, sempre bene, ma qui benissimo. Vedi il Proemio.
E. Monaci. Il Barbarossa e Arnaldo
dr Brescia in Roma, secondo un antico poema inedito esistente nella Vaticana:
p. 13 Vir nimis austerus duraeque per omnia vitae.
Il Guadagnini op. cit.; pag.
29, cita il Cronico Bresciano, dov'è scritto all'anno 1139: Consules pravi (Rinaldo
e Persico) a Brixia expulsi sunt.
Ott. Fris., loc. cit. dice,
molto vagamente, che fu condannato a tacere: ita homo ille de Italia fugiens,
ad transalpina se contulit.
Lo stesso Ottone dice che si
fermasse a Zurigo aliquot diebus.
Come
afferma Gunthero: in concilio Romae damnatus. Can. XXIII. «Coloro poi
che simulano il sacramento immagine della religiosità del corpo e del sangue di
Dio, i battesimi dei fanciulli, i sacerdozi e gli altri ordini ecclesiastici,
che rompono i legittimi patti nuziali, e cosí pure gli eretici, respingiamo
dalla Chiesa di Dio e ordiniamo siano repressi, e con i vincoli della medesima
condanna stringiamo i loro difensori». Se si legge il mio paragrafo 17 e si
accetta l'esposizione che vi è fatta della dottrina di Arnaldo, deve ammettersi
che questo canone si riferisce in parte anche a lui. L'Hinschius, Das
Kirchenrecht, vol. I, pag. 118, crede, dietro il Gieseler, che il canone XVII
avesse motivo dalle dottrine di Arnaldo: «Se alcuno, indottovi del Diavolo,
incorrerà nel reato sacrilego di usare violenza contro chierico o monaco,
soggiace al vincolo dell'anatema e nessuno dei vescovi avrà potere di
assolverlo, se non in pericolo imminente di morte, finché non si presenti al
cospetto apostolico e ne ottenga mandato». Ma, come l'Hinschius osserva, questo
canone è già nel concilio di Pisa del 1135; sicché dovrebbe ammettersi che
Arnaldo avesse già diffuse e con efficacia le sue dottrine avanti questo ultimo
anno.
È bene a ogni modo ricordare che non esiste
Canone del Concilio Lateranense del 1139, in cui sia nominato e condannato
Arnaldo da Brescia. È detto nella prefazione al Concilio (Sacrorum Concil.
coll ed. Mansi XXI, col. 523); e aggiunto che allora Arnaldo fosse in Roma; si
ripete, col. 535: «Nello stesso grande, anzi massimo Concilio Lateranense, tra
le altre cose riferite è l'accusa contro Arnaldo da Brescia eretico, discepolo
di Pietro Abelardo». E poi son riferite le parole di Ottone Frisingense de
hoc Arnaldo sive Arnoldo sive Arnolpho, dove è detto che
fosse accusato, ma non condannato, bensí impostogli silenzio.
Né so in che mese accadesse.
Nitzsch, nella Real-Encyklopaedie für prot. Teol. und kirch p. 9. Noto
qui che ho accettate le date del Nitzsch per la vita d'Abelardo: colle quali
non concordano in tutto quelle accolte dal Gréard, Lettres d'Abélard et
Héloise. Ma noi abbiamo alcune poche date certe, per esempio, quelle dei
concilii di Soissons e di Sens; e nel fissare le altre bisogna guardare a
queste.
Ep. 195. Quanto a Guido
Cardinale diacono, si deve al Giesebrecht d'averlo scoperto. Vedi De Castro: op.
cit., pag. 303.
Il De Castro, op. cit., pag.
339, dice che lo nominava una seconda volta per dire che Gilberto Porretano
cadesse nell'eresia di Arnaldo. Ma non cita la lettera ed io non la trovo. Né
d'altra parte l'eresia di Gilberto sulla Trinità ebbe che fare con quella di
Abelardo.
A
chiarire qui la voce Milites giovano
e mi basteranno le parole del Muratori. Antiq. Medii Aevi, Dissert.
LII, Ed. Med. IV, c. 655 et seq. – «In quello
stesso secolo XI dell'êra cristiana incominciarono a divampare guerre tra
ambedue gli ordini e non ebbero fine se non quando lo Stato della Repubblica
cedette in molte città alla legge della Monarchia. I primi che trovo abbiano
dato esempio di tale civile discordia al resto d'Italia furono i milanesi. Qui,
circa l'anno 1041, tra plebe e militi nacque prima odio e poi guerra
atrocissima, cosí che i primi, di forze impari, furono costretti a ritirarsi, e
poi, associatisi con i popoli confinanti, corsero ad assediare la loro patria medesima.
Sotto il nome di Militi vengono designati Vassi o Vassalli che usufruivano di
un qualche feudo o Regio o Episcopale; essi erano censiti dopo i nobili. Negli
antichi monumenti, difatti, milite viene dopo vassallo. Nei tempi precedenti
invece vediamo designati con il nome di Militi l'ordine dei nobili, sia che a
qualche nobile appartenesse un nobile feudo, sia che il nome di Milite fosse
passato ad alcuni nobili di illustre famiglia. Vi sono alcuni che, avendo
trovato in antichi testi il nome di Milite anche dove Milite è opposto sia a popolo
che a plebe, traducono erroneamente tale
voce in italiano con: soldati. Qui significa Nobili, tra i quali e la
plebe furono frequentemente guerre civili. . . . . . . . . . . . . .. . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. .
Altrove si trovano valvassori distinti da
militi; forse perché un tempo l'ordine dei Valvassori era duplice: alcuni
appartenevano agli ordini maggiori, altri ai minori».
Ott.
Fris., op. cit., 1. 27. È
notevole, che di quest'azione politica il poema inedito e contemporaneo scoperto
dal Monaci non dice nulla. Guntero Ligurino attribuisce ad Arnaldo una piú
compiuta restaurazione dell'antico ordinamento romano, ma è un'amplificazione
la sua. Ecco ad ogni modo i suoi versi:
«Colui che potrà rinnovare gli antichi attributi
della città di Roma, rinnovare il patriziato, gli antichi Quiriti; distinguere
la dignità equestre dalla plebe, ritrovare i diritti dei tribuni, la santità
del Senato, reintegrare dall'antico le obliate e mute leggi, le case abbattute
e non ancora ripristinate dalle cadenti mura, restituire all'antico Campidoglio
il primitivo splendore».
His diebud.... urbem ingreditur, l. c.
Sulla falsità di questa notizia si
può vedere il De Castro, pag. 397, che se in molti altri luoghi si lascia
portar via dalla fantasia, in questa la frena a dovere.
Martene e Durand, Ampl. – coll.
11., pag. 533, La lettera ha questa data: Signiae, XII kal, octobris,
cioè il 20 settembre. Ora soler nel 1152 Eugenio era a questa data in quella
città; sicché bisogna che la lettera sia di quell'anno; e così la pone lo
Jaffé, pag. 648.
Ivi. Forse quelli furono confusi
coi 2000 Svizzeri dai quali Arnaldo sarebbe stato accompagnato nella sua prima
venuta a Roma.
Hist. pont. l. c.: «Ma allora
molte cose si disponevano alla pace specialmente perché non volevano scacciare
Arnaldo da Brescia, che si diceva essere obbligato dal prestato giuramento a
difendere l'onore della città e dello Stato romano. E a lui il popolo romano, a
gara, prestava aiuto contro tutti e specialmente contro la persona del Papa».
Il card. d'Aragona nella Vita
Adriani Pape, Rer. It. Scriptores. vol, III, Pag. 441.
Poema etc., pag. 15: «Ma si
ritiene che il re se ne sia rammaricato tardi».
Cosí il Poema, pag. 15; il
cui autore fu forse un testimone oculare. vedi il Monaci nella Prefazione.
Apologia di A. d. B., libri
due. In Pavia, 1790, vol. 2, in-8°.
Lo ripete nelle due lettere
succitate.
Sacrosanta concilia, vol. X.
pag. 1023. (Mansi XXI, 565). «Attraverso il presente scritto comandiamo
alla vostra fraternità che Pietro Abelardo e Arnaldo da Brescia, perversi
predicatori del dogma e impugnatori della religione cattolica, facciate
chiudere separatamente, come a voi sembri meglio, in luoghi religiosi, e i loro
libri, dovunque si trovino, facciate consumare dal fuoco». Nella lettera a
Guibaldo, n. 57, Eugenio lo chiama eretico. E in un'altra (Bar., Ann. ad ann.
1148), lo dice soltanto scismatico; le due parole forse non eran sempre
rigorosamente distinte.
Poema, l. c. Non son ben
sicuro sul significato dell'aggettivo enormes, assegnato a' monaci.
Sia dunque concesso a te, se sei
buon servitore, di vivere con i proventi dell'altare, ma non di servirti in
modo lussuoso dell'altare, né di insuperbire del medesimo, e quindi di non
procurarti ornamenti aurei, celle dipinte, calzari argentati, pelliccie varie
da collo e cose da ornamenti purpurei. Infine quanto è necessario oltre il
vitto e il semplice vestiario, tu tieni lontano dall'altare come cosa non tua,
ma empia e sacrilega». Ep. 2.
Theol.
Christ. (p. ed. Cousin, II vol.), pag.
373: «Poiché poi per mezzo di reprobi, Dio o mostra miracoli, o esprime
profezie o opera alcunché di grande, Egli agisce non a utilità di loro, dei
quali si serve come strumento, ma piuttosto ad
utilità degli altri che intende rendere consapevoli attraverso di loro. Iddio,
a mezzo di indegni ministri non rifiutando i doni della sua grazia a invocazione
del suo nome, profonde ogni giorno i sacramenti della Chiesa, a salvezza dei
credenti». Pag. 500:
«In quanta venerazione, poi, le parole divine
siano da tenersi, lo ammonisce la forza stessa che ogni giorno esprime il
Sacramento della Chiesa, quando Iddio opera mirabilmente alla invocazione dei
suo nome, anche per mezzo di ministri indegni».
Suo breve negli Annali
ecclesiastici del Baronio, a. 1148.
Mansi, Concilia, XIX, pag,
901, 1059: «Nessuno che si sappia viva certamente in concubinaggio o abbia
moglie sposata abusivamente, ascolti la Messa del Presbitero». (Pertz. Mon.
Script. VI 862): «Papa Gregorio anatemizzò dal Sinodo i simoniaci e rimosse
dall'ufficio quotidiano i sacerdoti accusati, e proibí la messa ai laici; fatto
nuovo e, come sembrò a molti, sconsiderato precedente, contro il parere dei
Santi Padri, i quali scrissero che tutto ciò che viene operato dalla Chiesa,
come il battesimo, la cresima, la comunione, dato che lo Spirito Santo opera
nascostamente, l'effetto di tali sacramenti viene ugualmente dispensato per i
buoni e per i cattivi».
Lamberti: Annales (Pertz, Mon.
Script., X, 278): «Contro questo decreto (di Gregorio VII) insorse l'intera
fazione dei chierici». Il Concubinato rimase illecito; ma il prete che vivesse
in concubinato o in qualunque altro peccato, mantenne tutti i diritti che gli
venivano dal Sacramento dell'Ordine.
Poema, pag. 13, v. 175, c.
Non debere
illis populum delicta fateri
Sed magis
alterutrum, nec eorum sumere sacra.
È la notizia piú nuova che si cava, quanto ad
Arnaldo, da questa importante scoperta e pubblicazione del Monaci.
Non trovo ora il luogo di Bernardo.
Lettera alle Vergini del
Paracleto. Ed. Gréard., pag. 511.
Il
quale io vorrei fosse punito per tale sua dottrina, come forza perversa, o con
l'esilio, o col carcere o con altra pena, esclusa la morte, o almeno ucciso in
modo che la Chiesa romana, ossia la Curia, fosse estranea alla sua morte».
«I presuli loro, non i vescovi, come qualcuno
nel nostro tempo, di nome Arnaldo, è uso a dogmatizzare, esortando le plebi a
mancare di obbedienza ai vescovi». Vedi Fabricio: Biblioth. lat. a. q.
n.
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