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| Ruggiero Bonghi Arnaldo da Brescia IntraText CT - Lettura del testo |
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XIII.
Arnaldo, dunque, sarebbe entrato in Roma in veste di penitente. Grande dovette essere la fiducia di Eugenio III negl'influssi salutari dei luoghi santi di Roma, per non aver sospettato che ogni altra cosa che avrebbe visto nella città, sarebbe servita di grande incentivo a risvegliare nell'uomo novo il vecchio. È lunga la storia della resistenza del Comune di Roma ai Pontefici, che volevano assumere nelle loro mani il governo. È resistenza di cui i motivi sono complessi e molteplici; le origini necessarie, naturali e pur buie; le vicende variissime, più volte oscure affatto, e non mai affatto chiare. Tutto vi si mescola e vi si confonde e vi ribolle. La memoria di un diritto vecchio, vecchio di secoli, mal conosciuto nei suoi particolari, e tanto piú vivo, nella sua generosità, in un pertinace ricordo; l'incertezza del diritto pontificale nuovo, che, per reggersi e introdursi, lusinga ed è forzato a confermare il vecchio, pur di edificarvi il proprio sopra; la qualità particolare del vescovo di Roma, che per ciò solo che estende il suo potere oltre i confini di quella e del suo distretto, mette a mano a mano la cittadinanza romana per rispetto all'elezione del suo capo spirituale in una condizione diversa da quella d'ogni altra cittadinanza di comune italiano o forestiero; l'influenza dello sviluppo di questo comune stesso nelle altre regioni d'Italia sul comune di Roma; i molto maggiori e piú vari e piú forti elementi che si combattevano in questo, e la difficoltà, quindi, molto piú grande di fonderli e soggiogarli; le continue e sanguinose discordie che ne nascevano con piú ostinazione che altrove, e la potenza sbrigliata delle famiglie piú potenti che se ne pasceva; il Papa, un potere senza armi o che non ne usava senza discredito; l'imperatore, un potere lontano, incerto e contrastato, che Roma credeva avesse rispetto a sé una ragione diversa che rispetto a ogni altra città dell'impero; una plebe bisognosa e incapace di vivere se non a patto che la Corte del Papa vi risiedesse, del Papa ch'essa non voleva tollerare per padrone e adorava vicario di Dio: queste e molte altre forse sono le cause che rendono la storia medioevale di Roma una delle piú torbide e intrigate che si possa pensare. Il momento in cui Arnaldo c'entrava, o che fosse verso la fine del 1145 o del 1146, è dei più notevoli di questa storia. Già nel 1143 i Romani, sdegnati che Innocenzo II, dopo servitosi di loro come soldati, si fosse dimenticato di loro come cittadini, concludendo senza il loro assenso un trattato con Tivoli, in luogo di raderla al suolo, gli si erano ribellati. Avevan gridato «Senato o Repubblica», nomi vecchi, di cui non s'era mai spenta la memoria, germi non ancor soffocati. Innocenzo II morí nell'anno stesso, senz'aver potuto né forzare né persuadere i Romani a piú miti consigli; e Celestino II e Lucio II stettero si in Roma, ma allato alla cittadinanza romana insorta, sicché quando il secondo, disperato d'ogni altro partito, si risolse d'andare lui stesso ad attaccare il Senato in Campidoglio, fu nella mischia colpito d'un sasso nel capo e ne rimase morto, Eugenio III aveva dovuto, appena eletto, uscire di città, per non essere costretto a confermare col suo beneplacito la restaurazione del Senato, e s'era ricoverato in Viterbo. In una città, dunque, in cui non poteva vivere lui, lasciava andare Arnaldo; una scintilla adatta ad accendere il piú gran foco dove tutto fosse spento, a farlo divampare, se già fosse acceso. E non è la voglia di venire a Roma quella che indusse Arnaldo a simularsi pentito e rimutato? O entrato col proposito di rinunciare, per stanchezza di animo, a proponimenti che gli eran riusciti troppo difficili a effettuarsi e gli avevano cagionata tanta persecuzione ed angoscia, gli si cambiò forse l'animo, quando vide l'opportunità che gli si presentava e dove?
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