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| Ruggiero Bonghi Arnaldo da Brescia IntraText CT - Lettura del testo |
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XVII.
E Arnaldo fuggí. Ma ad Adriano non bastò che non fosse in Roma; non lo voleva al mondo. Gli mandò dietro un tale Odone, diacono di San Niccolò, bresciano, si pretende, anche lui. Questi lo raggiunse a Bricole in val d'Orcia. Se non che Arnaldo aveva da quella parte amici molti e ferventi, tra i visconti di Campagna, che lo veneravano come profeta. Uno di questi – e non ce ne resta il nome, mentre quello del diacono ci resta – lo liberò dalle mani del suo carceriere, e lo mise in salvo nel suo castello. Un pontefice non era in grado, a quei tempi, di ripigliare un uomo a un piccolo signore su' confini del contado di Roma, od occupargli il castello. Adriano IV, a cui Enrico II aveva chiesto l'Irlanda e che gliel'aveva donata, non aveva modo di forzare al voler suo un vassallo forse degli Aldobrandeschi di Soana e Grosseto e Campiglia. Ma era vicino chi gliene avrebbe data la forza. Federico Barbarossa eseguiva il disegno dello zio. Egli aveva già cominciato la discesa in Italia nell'ottobre del 1154 per la valle di Trento; aveva tenuto dieta nei prati di Roncaglia, e chiamatovi a rassegna i baroni venuti di Germania, e quei d'Italia andatigli incontro; aveva mostrato il poter suo a Milano la superba, destinata a rintuzzarne l'orgoglio piú tardi; e a molte città di Lombardia e di Piemonte fatto giustizia, cioè liberatele da' dominii di altre cui erano soggiaciute, per averle tutte deboli del pari e dipendenti da sé. S'era visto in piú casi, che animo orgoglioso e crudele fosse il suo; ma anche, che robusta indole d'uomo e di guerriero. Il 17 aprile del 1155 s'era fatto incoronare re in S. Michele di Pavia. Poi, per Piacenza, Bologna e Toscana, aveva cominciato a scendere a gran giornate verso Roma. Negli ultimi giorni di maggio era a S. Quirico nel Senese. Adriano, che non s'era ancora inteso con lui sui patti della venuta sua, era uscito di Roma, e s'era accostato verso i luoghi dond'egli giungeva. Il 17 di maggio era a Sutri; il 10 giugno a Viterbo; e di qui, appunto in quel giorno, gli mandò incontro a un castello, Tintinniano sull'Orcia, tre cardinali, per esplorarne l'animo, per fermare le condizioni, e in ispecie per chiedergli Arnaldo, e che lo consegnasse nelle lor mani. Nessuna domanda parve a Federico piú discreta e facile di quest'ultima. Appena egli l'ebbe udita, l'accolse; e mandati i suoi messi, ordinò che gli portassero davanti uno di quei visconti in casa di cui era Arnaldo. Ebbe il visconte tanto sgomento, che senza indugio mise Arnaldo nelle mani dei cardinali. I quali lo trassero seco a Viterbo: dove il Papa commise a Pietro, prefetto della città, ch'era seco, il farne giudizio. E fu presto fatto. Pietro lo condannò all'impiccagione: il cadavere bruciato: le ceneri sparse nel Tevere. Quando l'imperatore ebbe sentito la pena, n'ebbe pietà troppo tardi, secondo dice un suo poeta22. Forse pensò ch'egli aveva troppo facilmente permesso alla Curia di levarsi dinanzi un cosí gran nemico; un giorno avrebbe potuto essere utile a lui. Non è certo che l'esecuzione della condanna seguisse in Roma; ma è certo che Arnaldo non si impaurí della morte. Mentre vedeva prepararglisi il supplizio, e gli era già posto il laccio al collo, gli fu domandato se volesse ritrattare la sua dottrina e confessare le sue colpe, come i sapienti, dice il cronista poeta, fanno. Ed egli intrepido e fiducioso di sé, rispose che la sua dottrina gli pareva salutare, e non esitava a sostenere la morte per le opinioni sue, nelle quali nulla avvertiva di falso, d'assurdo o di nocivo. E chiese che gli si accordasse un po' di tempo a pregare, poiché voleva confessare le sue colpe a Cristo. E qui, piegate a terra le ginocchia, levati al cielo gli occhi e le mani, gemette, sospirò dal profondo del petto, e senza parole invocò colla mente il Dio del cielo raccomandandogli l'anima sua; e dopo breve indugio, dette al carnefice il corpo, disposto a sostenere la morte con invitta costanza. Spargevano lagrime gli astanti tutti, che vedevano cotal pena; persino i littori erano mossi a pietà; non piangeva lui. Infine, il corpo spenzolò dal laccio che lo teneva sospeso23.
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p. - 22 Poema etc., pag. 15: «Ma si ritiene che il re se ne sia rammaricato tardi». 23 Cosí il Poema, pag. 15; il cui autore fu forse un testimone oculare. vedi il Monaci nella Prefazione. |
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