VITA
DELLA SIG.RA MODESTA POZZO DE ZORZI
NOMINATA
MODERATA FONTE
DESCRITTA
DA GIO. NICOLO DOGLIONI
L’ANNO
M. D. XCIII
Viveva
l’anno 1548 qui in Vinegia, M. Hieronimo da Pozzo di onorata
famiglia de’ cittadini di questa città, sotto la cura e
governo di una sua avia materna, poiché poco prima era (per
morte) del padre e della madre privo rimasto; ed essendo anco
fanciullo, e ricco di conveniente rendite, attendeva alli studi delle
buone lettere sotto l’erudizione de M. Pre Ottavio Arnaldo
Piovano della chiesa e contrada di S. Leonardo, de le lettere de
umanità molto saputo, e che per insegnarle a’ fanciulli
era giudicato a quel tempo di pochi pari. Aveva questo Piovano un
nipote al figliuolo di una sua sorella nominato Prospero Saraceni,
che avendo pur allora presa moglie Madonna Cicilia di Mazzi con una
sua figliuolina, Marietta nomata, che aveva ella avuta con M. Giacomo
dal Moro suo primo marito (tutti i predetti pur di famiglie cittadine
di questa città), se ne stava, ancorchè in altra casa,
quasi che unito vivendo col detto Piovano, attendendo, come
sufficientissimo ad avvocar in palagio. Or avvenne che per la
prattica, che con detto M. Hieronimo aveva, e per le sue buone e
lodevol maniere, desiderando detto M. Prospero maritar a suo tempo la
figliastra con quella maggior onorevolezza possibile, e piacendoli il
buon proceder del giovanetto, cominciò a parlarne co ’l
Piovano suo barba, a cui piacendo parimente il partito, si dispose di
procurarne la risoluzione. Così dunque fattone al giovane
moto, non ebbe molta fatica in disporlo; percioché,
considerando egli il proprio suo stato, e che non aveva protettore
alcuno, che lo potesse reggere co ’l suo avere, onde gli
sarebbe di molto utilità stato, se si avesse guadagnato tai
protettori, come erano il detto Piovano ed esso Saraceni, consentì
quasi subito, e concluse con loro i sponsali. Ma il Piovano, che come
giudicioso conobbe, che per questo potrebbe esso forsi deviarsi dalli
studii, onde gli ne sarebbe avvenuto gran danno; tutto che fusse il
matrimonio concluso, non volendo che si consumasse, operò
talmente, che lo mandò a studiare in Bologna, ed ivi tanto lo
fece dimorare, che con maraviglia di ciascuno in brevissimo tempo, e
con tutti voti si acquistò la laurea del dottorato, e così
se ne ritornò a repatriare; e godendosi la cara moglie si
diede ad essercitarsi in Palazzo nelle cause civili, dove talmente
fece in poco tempo profitto, che era stupendo a ciascuno.
Ebbe
della detta sua moglie l’anno 1553 un figliuolo primogenito, a
cui pose nome Leonardo, e dopo dui anni, giorno festivo a S. Vito e
Modesto, gli nacque questa fanciulla, di che noi parliamo, ed a cui
nel battesimo, che seguì in San Samuele fu posto in nome
Modesta. Ma non giunse ella anco ad un anno di vita, che morirono
entrambi i suoi genitori e così ne restarono i poveri
orfanelli nella guisa, che si può ciascuno c’ha giudicio
imaginare. Quanto di buono fu, che i loro parenti e vicini e lontani
tutti a garra cercavano di averli alla loro cura e governo insieme
con le facoltà sue, che arrivavano alli cinquecento e più
ducati di entrata, ma non si accordando insieme, finalmente
convennero di eleggere un fattore, che avesse il peso di riscuotere
l’entrate, dandogli onesto salario, e i fanciulli furono posti
in casa e al governo dell’ava materna e del suddetto M.
Prospero Saraceni suo marito, i quali mentre non mancavano allevarli,
come si deve, quasi in un punto lor fu da un altro la fanciulla
nascosamente levata e posta a spese nel Monasterio di Santa Marta di
questa Città, dove mostrando il vivace suo spirito, talmente
si faceva voler bene, che era fuori d’ogni credenza da cadauna
di quelle Reverende Suori e amata e accarezzata. A lei facevano
imparare di quelle lor cose e rappresentazioni e di sì presta
e ferma memoria era ella, che non sì tosto le leggeva una
volta, che le recitava senz’altro a mente, con stupore
grandissimo de chi la sentiva; onde giamai non andava (come si suole)
gentildonna alcuna al Monasterio, che non facessero vederle e
sentirle, quasi stupendo mostro notabile, questa fanciulla. Ed
avvenne un giorno, che sendovi andato il Padre Fiamma, predicator
celeberrimo, e che poi morì Vescovo di Chioggia ed avendo le
madri fattagli sentir la fanciulla, egli tutto stupito e ammirativo,
non potè far di non dire, che li pareva questa veramente un
spirito senza corpo; alla qual parola la fanciulla (credendo forse
che avesse ciò egli detto per offesa) di subito rispondendo e
senza troppo pensarvi, perché era egli un certo grassone, gli
disse che se era ella uno spirito senza corpo e lui pareva a lei
esser uno corpo senza spirito; di che molto ne rimase il padre sopra
di sé, considerando la prontezza del moto e la maniera
gentile, con che lo aveva ella proferito.
Or
gionta all’età sua degli anni nove, uscendo di là,
fu un’altra volta di novo riposta in casa del Saraceni ed ivi
seco dimorò in compagnia d’una figliuola, che aveva egli
di maggior età di lei. E perché ei si dilettava molto
de studi e spezialmente della poesia, la fanciulla a sua imitazione e
concorrenza (quasi nata a questo) si diede a voler parimente lei anco
comporre, e così piccolina riusciva mirabilmente; onde il
Saraceni, che vedeva questa sua natural inclinazione, per tanto
maggiormente infervorarla, andava sempre con novelle invenzioni dando
materia de dire, non le lasciando mancar libri per poter a suo modo
su quelli leggere e studiare. Anzi (cosa mirabile a dire) che il
fratello, che si andava alla scuola di gramatica, non sì tosto
era a casa tornato, che gli era lei d’intorno e facendosi
mostrar e dire quanto gli era stato insegnato ed aveva egli imparato,
in maniera se lo scolpiva nella mente, che maggior profitto fece ella
assai di lui; e talmente poi si diede allo studio delle lettere
umane, che con lo aiuto delle gramatiche, che leggeva ed imparava e
con l’arpicordo del Saraceni in breve tempo venne a tale, che
intendeva benissimo ogni libro latino e mediocremente scriveva in
quella lingua ogni cosa.
Tanto
era diligente nel conservare i suoi puerili scritti, che niuna cosa
più le era a cuore di questa; onde occorse un giorno che
avendo il Saraceni a fare in due luoghi in contado, cioè in
Villa di Geminiana sotto Campo San Piero e in Villorba sotto Sacile,
e andandovi però più del tempo d’estate, come
quello, che per esser commodo poco curava l’essercizio
dell’avvocato, nell’andar una volta da Geminiana a
Sacile, essendo tutti nel proprio cocchio montati (percioché
non ancora s’usavan carrozze) nel passar il rapidissimo fiume
della Piave sopra Lovadina, vi cadde una picciola cestella, dove
erano tutte le scritture e composizioni riposte dell’ancor
picciola figliuolina e per la rapidità del fiume fu portata,
che più non si vide, onde talmente ne rimase ella attonita e
sì incominciò a piagnere, che per molto che se le
dicesse, non poteva acquietarsi, e per molto tempo ancor dopo le durò
quella mestizia e dolore, finché per la sua profonda memoria
repetendo le cose perse, quelle di nuovo con diligenza, rescrisse. In
questi due luoghi, ma più a Sacile per essere più atto
per la vaghezza del sito a simili essercizi, ha poi fatto ella ed
atteso mirabilmente al comporre; ma non in quello solamente, ma in
qualonque altra cosa a che si metteva, riusciva ella eccellente,
percioché da se stessa si è veduto (con maraviglia di
ciascuno) che dissegnava e ritrava dal naturale con la penna ogni
figura che le fusse stata posta davanti. Suonava l’arpicordo e
il liuto e cantava; era più che mediocremente introdotta
nell’aritmetica, ma nello scrivere bene, presto e con la vera
regola dell’ortografia pochi, credo io, che se le potessero
eguagliare, non che anteporre. Circa poi il cucire era
eccellentissima in ogni punto, e senza disegno, o essempio davanti,
soleva ricamare e disegnare qual cosa meglio le fusse proposta da
alcuno, con l’aco tutto ad un tempo formandola con stupore di
tutti.
Or
fatta grande ed avendo io presa in moglie la compagna figliuola del
Saraceni, ella che sempremai si era come sorella seco allevata, non
volendo lasciarla senza di sé partire, seco se ne passò
in casa mia, e così vi è dimorata poi ed io, che
conoscevo il valor suo fino a quell’ora sepolto, volendo che
fusse palese, cominciai, come amico della virtù ad
essercitarla a comporre ed insieme publicando le cose sue, fui
principio di farla conoscer al mondo per unica, o rara. Così
compose ella in casa mia il Poema del Floridoro, non pur il
stampato, ma altro ancora, che non è dato alle stampe. Vi
compose la Passione di Cristo e vi compose anco innumerabili
Sonetti, Canzoni, Madregali in varie materie e
seco insieme alcune rapresentazioni che recitate davanti Serenissimi
Principi di Vinegia, sono anco state stampate, se ben per lo più
senza nome. In cotal guisa si è rimasta lei, finché
volendo io maritarla, e sendovi dopo diversi partiti proposto
l’eccellente M. Filippo de Zorzi Avocato fiscale alle acque,
presane quella informazione che si deve, gli la concessi per moglie;
e così di detto matrimonio ne sono nasciuti (che vivono)
quattro figliuoli, due maschi e due femine; il primo ora di età
de anni dieci; la seconda di anni otto, ed il terzo di sei. Sono
stati allevati da lei con tutta quella maggior diligenza possibile
per farli riuscire eccellenti nelle più rare virtù. E
veramente pochi di quella età puonno ad alcuno di essi
assimigliarsi; posciaché tutti tre e li maschi e la femina in
quella età latinano per le regole assai acconciamente, cantano
a libro di musica e suonan con la viola ciascuno la parte sua con
ammirazione di tutti; per modo che si aspettava (per l’industria
spezialmente ed assiduità di lei) che dovessero divenire
stupore nel mondo; quando invidiosa morte, quasi anco nel principio
interruppe così felice camino alle virtù, percioché
sendo lei gravida e giunto l’ora del parto, co ’l dar
alla luce una fanciullina, che è la quarta figliuola vivente,
ne rimase lei (ah fiero e doloroso caso) di repente soffocata e
morta; perdita, veramente commune a ciascuno, ma spezialmente dannosa
a’ poveri figliuolini, che non avendo più quel governo
ed ammaestramento di lei (poiché al padre per i negozi del
palazzo bisogna attendere ad altro) non possono così presto,
come fatto avrebbono, arrivare a quel colmo di virtù, dove per
la virtù di lei vivendo sarebbono quanto prima arrivati;
perché in vero è tale la indole di ciascuno di quelli,
che in altro non è per apportarle danno in detto conto, che
nel prolungarli el tempo di poter pervenire al perfetto compimento de
loro studi.
Morì
dunque, come si disse, Madonna Modesta la matina del giorno de morti
l’anno 1592, e lasciò morendo in quelli tutti che la
conoscevano cordoglio sì fatto, che pochi sono, a cui non
debba esser perpetuo ed infinito questo dolore, ed a me spezialmente
dopo il marito suo, posciaché avendola da picolina conosciuta
e praticata (che per lo più sempre io praticavo in casa del
Saraceni e fuor a Sacile eravamo di villa e possessioni contigui) e
dopo essendo stata al mio governo e averla io difesa, guarentata e
maritata, come sorella sempre amandola e custodendola, mi posso
chiamar compartecipe di ogni suo bene e male. Cosa notabile fu che
essendosi ella affaticata per comporre in prosa un libro a cui ha
posto nome il Merito delle Donne, l’istesso giorno
avanti la morte sua ne finì la seconda giornata ed è
quello stesso che con questa insieme impresso si vede. Era di così
gran governo in casa, che ’l marito poca cura n’aveva e
ha poi più volte confessato di non sapere, che cosa sia l’aver
carico di figliuoli, né di casa, percioché ella
sollevandolo di ogni cosa ne aveva la cura e al tutto con
maravigliosa prontezza e diligenza provedeva. In qualunque materia,
che se lei fusse promossa rispondeva e discorreva saputamente e così
fondata, che reccava a tutti maraviglia e stupore. Di memoria era
talmente dotata, ch’io la ho vista, già udita una
predica e tornata a casa, quella tutta di parola in parola riddire, e
sentendo una sol fiata due o tre sonetti quelli recitava a mente,
quasi che fosse lei stata di quelli l’autrice e compositrice.
Discorreva leggendo alcun libro con tanta prontezza, che dava stupore
e talmente il tutto capiva, che ne rendeva minutissimo conto d’ogni
cosa. Aveva una providenza mirabile e co ’l discorso ben spesso
soleva designare quello a punto, che poi si scorgeva avvenire, onde
pareva che avesse ella in sé un qualche divino spirito di
profezia. Nelle composizioni era sì presta, che si riputava
miracolo, e tra l’altre mi raccordo, che sendo io dall’Illustre
Signor Scipio Costanzo pregato ad essortarla comporre alcuna cosa per
la morte del Signor Tomaso Costanzo suo figliuolo, sopra che ne
intendeva formar un Mausoleo di composizioni, io la sera
espostoli il fatto, la mattina levando di letto mi scrisse una
canzone, che portando io per darla al detto Signor Scipio ed avendo
egli allora in casa seco il Signor Giulio Nuti, nella poesia persona
rara, con cui prima mi venne d’abboccarmi e li dissi la cosa,
egli giudicandola impossibile mi disse che desiderava il Signor
Scipio, che si facesse qualche composizione in lode del figliuolo
particolare e non che se ne acconciasse di altre, mutando qualche
parola, a che avendo io detto quello, che mi parse e venuto il Signor
Scipio mi posi a leggerli la detta canzone, che da principio a fine
la udì con le lagrime a gli occhi e il Nuti pieno di stupore
mi dimandò delle parole già dette perdono, affermando
che non averebbe mai creduto, che potesse ritrovarsi persona, che
così presto e tanto bene avesse potuto formare una
composizione sì fatta. Un’altra volta postosi lei nella
fantasia la sera un soggetto, la mattina levò con lo scrivere
trentasei stanze, che aveva in quella materia composte d’invenzione
poetica d’un inganno d’amore, che pur deve con il Merito
delle Donne stamparsi nel fine; e così tutto il Floridoro
e altro ha ella composto di quella maniera; percioché come
donna attendeva ad offizi donneschi del cucire e non voleva lassar
quelli per l’abuso, che corre oggidì in questa città,
che non si vol veder donna virtuosa in altro, che nel governo di
casa.
Morta
dunque, come si disse, ritrovandosi il marito una sepoltura nel
claustro de frati minori presso San Rocco, ivi è stata ella
sepolta, e si vede epitafio nel muro scolpito, che accennando la vita
e morte sua dice di questa maniera: Modestae a putheo feminae
doctissimae, quae varios virtutis partus Moderatae Fontis nomine, et
rithmis haetruscis, quibus memoranda cecinit, et sermone continuo
feliciter enixa, naturae partum dum ederet, puellae vitam, sibi vero
mortem (proh dolor) ascivit. Philippus de Georgiis Petri F. in
Officio super aquis publice iura defendens amantissimae coniugi
posuit.
Iddio
per la sua infinita bontà, sì come in questo mondo
infuse in lei una sopra umana intelligenza e virtù, che la
dinotava esser tra suoi più cari, ed eletti, sì degni
così nell’altro, ora gradirla ed ammettere fra suoi più
divoti, accioché contemplando la sua onnipotenza possi godere
con gli effetti quello, che qui giù cotando fedelmente ha
creduto, ed eroicamente in versi predicato.
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