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Modesta Pozzo de' Zorzi (alias Moderata Fonte)
Il merito delle donne

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  • MODERATA FONTE       IL MERITO DELLE DONNE   ove chiaramente si scuopre quanto siano elle degne e più perfette de gli uomini
    • GIORNATA PRIMA
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MODERATA FONTE

 

 

 

IL MERITO DELLE DONNE

 

ove chiaramente si scuopre quanto siano

elle degne e più perfette de gli uomini

 

GIORNATA PRIMA

 

 

La nobilissima città di Venezia, come a tutti è noto, giace mirabilmente situata nell’estrema parte del mare Adriatico, e sì come ha per fondamento esso mare, così le mura che la circondano, le fortezze che la guardano, e le porte che la serrano, non sono altro che il medesmo mare. Il mare fra le sue case in più parti e canali diviso, con l’uso nelle picciole barchette, l’è commoda strada, per cui da luogo a luogo in essa si transita. Il mare l’è via publica e aperta campagna, per mezo del quale vengono e vanno tutti gli trafichi e mercanzie, che da varie parti in essa si partono; l’è diligentissimo tributario e somministratore di quanto fa bisogno per il notrimento e sostegno di tanta patria. Percioché (oltra la infinita copia de’ pesci, che di giorno in giorno egli le porge) non producendo ella in sé cosa alcuna, dal continuo concorso dei navili, che con ogni sorte di provision opportuna, per via di esso quivi concorrono, è proveduta abondantissimamente di tutte le cose necessarie al vivere umano. Questa città però è differentissima da tutte le altre ed è nuova e maravigliosa opera della man di Dio; e sì per questo, come per molte rare e sopranaturali eccellenze in nobiltà e dignità avanza tutte le altre città del mondo, così antiche come moderne, onde drittamente può chiamarsi Metropoli dell’universo. La pompa e grandezza di questa terra è inestimabile, le sue ricchezze non hanno fine, la sontuosità delle fabriche, la splendidezza del vestire, la libertà del vivere e l’affabilità delle persone quanto sia rara e stimata, non si può imaginar, né descrivere. E cara e stimata Venezia e insieme è amata e temuta; ed è gran cosa, come a tutti piaccia l’abitarvi; che ogni persona, venga di che luogo esser si voglia, come un tratto gusta la dolcezza del suo vivere, par che non se ne sappia più partire. Di qua viene che in lei sono persone de tutti i paesi; e come tutte le membra ed arterie del corpo nostro hanno corrispondenza col cuore, così tutte le città e parti del mondo hanno corrispondenza con Venezia. Qui corre il denaro più che in altro luogo ed è città libera pur come è il mare e senza leggi leggi ad altri. E quel che sopra tutto è da notar per meraviglia, benché vi siano tante diversità di sangui e di costumi, evvi però una pace ed equità incredibile. Il che tutto procede dalla accurata providenza e valor di chi la governa. Qui a gara i più scelti ingegni in tutte le arti e professioni convengono, tutte le virtù vi regnano, le delizie e piaceri si gustano, i vizi si estirpano e vi fioriscono tutti i buoni costumi. Negli uomini il valor, senno e cortesia è notabile; la bellezza, accortezza e castità è riguardevole nelle donne; ed in somma questa benedetta città è favorita da Dio di ogni sorte di beneficio che si possa desiderare, perché teme sua divina maestà ed è religiosissima e ricognitrice dei doni celesti; e dopo Dio è devotissima e obedientissima al suo Principe, il qual (acciò nulla manchi a sì felice e ben ordinata Repubblica) in bontà, prudenzia e giustizia non ha chi l’agguagli.

In questa dunque veramente città divina, residenzia de tutte le grazie ed eccellenze sopranaturali, fra le più chiare e reputate famiglie si trovarono, non ha gran tempo ed ancor si trovano alcune nobili e valorose donne di età e stato diferenti, ma di sangue e costumi conformi, gentili, virtuose e di elevato ingegno, le quali, percioché molto si confacevano insieme, avendo tra loro contratto una cara e discreta amicizia, spesse volte si pigliavano il tempo e l’occasione di trovarsi insieme in una domestica conversazione; e senza aver rispetto di uomini che le notassero, o l’impedissero, tra esse ragionavano di quelle cose che più loro a gusto venivano; quando di loro donneschi lavori ed ora di onesti spassi trattando e talora alcuna di esse, a cui piaceva la musica, pigliandosi un liuto in mano, overo al suon d’un ben ordinato arpicordo la soavissima voce accordando, a sé ed alle compagne era d’un gratissimo passatempo cagione; altra, che chi di poesia si dilettava, recitando alcun verso nuovo e leggiadro, trovava nuova e dilettevol maniera d’intratenirsi alla giudiciosa ed intendente compagnia. Erano al numero di sette e la prima di esse avea nome Adriana, che era vecchia e vedova; la seconda era una sua figliola da marito nominata Virginia; la terza era una vedova giovene, che si nomava Leonora; la quarta era detta Lucrezia, donna maritata di assai tempo; la quinta Cornelia giovene congiunta a marito; la sesta Corinna giovene dimmessa e la settima Elena; ma costei, per esser di fresco maritata, avea come interlasciata tal compagnia ed erane col novello sposo andata a spasso in una vicina villa, né doppo la solennità delle nozze, l’avevano le donne ancora potuta vedere.

Or questa nobilissima compagnia, avendo inteso che Leonora vedova giovene avea ereditato una bellissima casa con un giardino bellissimo, nella qual era venuta ad abitar di nuovo, deliberarono tutte di andar quanto prima a visitarla, sì per veder lei, che era una discretissima giovene e (benché vedova, ricca e bella fosse) non avea più animo di maritarsi, come per veder la suddetta casa e godersi un pezzo la vaghezza del sopradetto giardino. E così essendosi un giorno tutte ridotte da questa graziosa giovene, dopo le debite accoglienze tra loro fattesi, così a lei piacendo, in una lucida e fresca camera (percioché di state era) si ritirarono e parte, cioè le più attempate, sopra alcuni pergoletti, che rimpetto il canal grande guardavano, conducendosi, a goder il fresco ed a mirar la diversa copia delle volanti gondole, alquanto si stettero; parte con Virginia ad una finestra, che sopra il detto giardin respondeva, se ne vennero, scherzando insieme e come fanno le gioveni, graziose burle e risa piacevolissime tra loro facendosi. Quando dopo breve spazio fu veduto arrivar una gondola alla riva e guardaro e dimandato chi era, si intese che era Elena la novella sposa, che essendo di poco venuta di villa, si era trasferita subito alla casa di questa gentildonna, avendo inteso che le compagne vi si erano tutte ragunate ed in particolar per amor di Verginia, con la qual inanzi che si accasasse, aveva avuto ella stretta dimestichezza. Quando intesero le donne la venuta di questa sposa, fu l’allegrezza compiuta fra loro, perché era giovene di gentilissimi costumi ed ascese essa le scalle, tutte le furono incontro ed abbracciatala e basciata ben mille volte, perché era tanto che non l’avevano veduta, la condussero in camera ed assisesi tutte insieme non si saziavano di mirarla e Verginia le dimandava, che era stato tanto tempo di lei e come si stava ella bene. Ma Leonora, che era accortissima giovane, non aspettando che Elena rispondesse:

«Come - disse - Verginia mia, le dimandante di cosa che ciascuno da per sé giudicar la potrebbe, poiché secondo la volgar opinione, essendo sposa novella non può star se non bene».

«Anzi - soggiunse Lucrezia - non dite bene, ma il manco male che si abbia da stare».

«A questo - Elena rispose - non dico finora di starne malebene, perché lo sposo mi fa assai buona compagnia, ma una cosa sola mi dispiace, che egli non vole che io mi vada fuor di casa ed io per me non desidero altro, che andarmi spesso a nozze ed a feste, ove sono invitata, sì per esser questo il mio tempo, come per onor suo e mio, che le persone non credessero, che non fosse vestita da gentildonna e posta ben in ordine come sono».

«Piacesse a Dio - disse allora Cornelia - ch’egli così sempre vi trattasse, e non ve ne seguisse peggio, ma voi non sapete che ’l pan delle nozze si mangia presto».

«La signora sposa - disse Lucrezia - è ancora in dubbio e pende con l’animo or da una parte, or dall’altra e ha ragione, perché da novello tutto è bello».

«Anzi - disse Leonora - dite pur che da novello tutto par bello».

«Quel che par - rispose Lucrezia - io giudico che sia tanto quanto quel che è, perché dirò per essempio, se una vivanda al mio gusto par buona, benché non sia, è come se fusse».

«Voi mi fate ridere - seguì Leonora - e non è dunque maraviglia se quella fornaia, che per star tutto il inanzi il forno si scoppiava di caldo, corse a spogliar nudi i suoi figliuolini, che di fuori al vento giocavano, parendoli che essi patissero il caldo, che ella per altro pativa, benché fusse di mezo inverno». Di ciò ridendosi Cornelia disse:

«Lodato sia Dio, poiché pur possiamo dire delle piacevolezze così per rider tra noi e far ciò che più ne aggrada, che qui non è chi ci noti o chi ci dia la emenda».

«Apunto - respose Leonora - che se per caso qualche uomo ci sentisse ora a contar queste si fatte burle, quante beffe se ne farebbe egli? Non potressimo vivere».

«Se noi vogliamo poi dire il vero - disse allora Lucrezia - noi non stiamo mai bene se non sole e beata veramente quella donna che può vivere senza la compagnia de verun’uomo».

«Parmi - soggiunse Leonora - che io mi viva in riposo e che io senta una somma felicità nel ritrovarmi senza, considerando quanto sia bella cosa la libertà».

«È possibile - disse Elena - che siano essi così cattivi».

«Così non fossero - rispose Cornelia - e Dio voglia che troppo presto voi non ne sapiate render ragion ad altri».

«Chi sa? - disse Verginia - che ella non abbia trovato buona ventura?».

«Potrebbe essere - seguì Lucrezia - state pur di buon animo».

«Con tutto il male che dite - replicò Elena - io non credo che Verginia voglia restar di provar anch’ella, che cosa sia aver marito».

«Quanto a me - disse allora Verginia - io so bene che non lo piglierei, ma mi conviene obedir li miei maggiori».

«A questo - aggiunse Adriana - figliuola mia io sarei del tuo parere, ma li tuoi zii hanno deliberato che io ti mariti per la gran facultà che tu hai ereditata, la quale alcuno non ti può usurpare; io però non so che altro farmi di te; e poi sta’ di buon animo; e non ti dubitare che tutti gli uomini non devono esser ad un modo; e forse, chissà, tu l’averai miglior delle altre».

«Oh questo è ben quel conforto di quante si annegano - disse allora Leonora - e questa vana speranza, che di raro riesce, è la certa rovina delle povere figliuole».

«La infinita speranza occide altrui - disse Corinna - ma non inganna già me questa vostra speranza, che più tosto morrei che sottopormi ad uomo alcuno; troppo beata vita è quella che io passo così con voi senza temer di barba d’uomo che possa commandarmi».

«O felice Corinna - disse allora Lucrezia - e quale altra donna al mondo è che vi si possa agguagliare? Certo niuna: non vedova, poiché non può vantarsi di non aver prima pennato un pezzo; non maritata, poiché stenta tuttavia, non donzella che aspetti marito, poiché aspetta di penare e si suol dir per proverbio che marito è malanno non manca mai. Felice e beatissima dunque voi e chi segue il vostro stile e molto più poiché vi ha Dio dato così sublime ingegno che vi dilettate ed essercitate nelle virtuose azioni e impiegando i vostri alti pensieri nei cari studi delle lettere, così umane, come divine, cominciate una vita celeste, essendo ancora nei travagli e pericoli di questo mondo, li quali voi rifiutate, rifiutando il comercio delli fallacissimi uomini, dandovi tutta alle virtù che vi faranno immortale. E certo che voi, mediante il vostro sublime intelletto dovereste scriver un volume in questa materia, persuadendo per carità alle povere figliuole che non sanno ancora discernere il mal dal bene, quello che sia il loro meglio e così voi diverreste a doppio gloriosa e fareste servizio a Dio ed al mondo intieramente».

«Questa sarebbe bene una buona opera - rispose Corinna - e vi ringrazio del ricordo che me ne date, che forsi col tempo potrebbe esser che io lo facessi».

«Fra tanto non è possibile - aggiunse Adriana - che voi non ne abbiate almanco fatto qualche sonetto in questo proposito».

«Mi sono bene affaticata - rispose Corinna - ma non mi è riuscito punto».

«Deh diteci qualche cosetta di grazia - replicò Adriana - che ci farete un sommo favore».

Quivi tutte le furono intorno e tanto ne la pregarono, che al fine per compiacernele spiegò loro con graziosa modestia il seguente sonetto:

 

Libero cor nel mio petto soggiorna,
Non servo alcun, né d’altri son che mia,
Pascomi di modestia, e cortesia,
Virtù m’essalta, e castità m’adorna.

Quest’alma a Dio sol cede, e a lui ritorna,
Benché nel velo uman s’avolga, e stia;
E sprezza il mondo, e sua perfidia ria,
Che le semplici menti inganna, e scorna.

Bellezza, gioventù, piaceri, e pompe,
Nulla stimo, se non ch’a i pensier puri,
Son trofeo, per mia voglia, e non per sorte.

Così negli anni verdi, e nei maturi,
Poiché fallacia d’uom non m’interrompe,
Fama e gloria n’attendo in vita, e in morte.

 

Piacque infinitamente alle saggie donne il bel sonetto recitato loro dalla generosa donzella sì per l’invenzion, che a tutte loro era grata, come per la facilità e dignità dello stile; e ne la commendarono assai; e fu tanto l’applauso che tutte poi ne volsero aver la copia, ma sopra tutte piacque a Verginia, la qual pregò tanto Corinna, che fu contenta di cantarlo in arpicordo; il che fu a tutte di grandissima satisfazione; e dopo questo ve ne cantarono degli altri. In tanto avvedutesi che ’l sole si era alquanto nascoso dietro alcuni nuvoletti, si accordarono tutte di scendere nel bel giardino, desiderose di goderlo un pezzo; e così presesi per mano e discese le scale, vi s’avviarono allegramente. Quivi entrate che furono, non si potrebbe esprimere con lingua quanto parve loro vaghissimo e delizioso; percioché erano per ordine alcuni verdissimi arboscelli con forme varie distinti, altri in piramide, altri in forma di fungo, di melone e di altra varia sorte, con spalliere attorno e intramezato di rasi e ben intessuti lauri, castagni, bossi e meligranati, che una foglia non era più alta dell’altra. Quivi si vedevano aranzi e cedri soavissimi con fiori e frutti di così grato odore che non meno rallegravano il cuore che dilettassero la vista di chi gli odorava. Lascio di raccontar la bella e varia quantità de vasi lavorati con cedri e fiori delicatissimi di varia sorte e di minute mortelle e tenerissime erbette, coquai si formavano i triangoli, gli ovati, i quadrati ed altre maniere di grazioso artificio. V’erano pergolati di gelsomino, labirinti di edera vivace e selvette di figurati bossi che facevano maravigliar qualunque esperto giudicio. De’ frutti poi non ragiono, percioché di tutte le sorti, secondo i lor tempi, v’erano in gran copia; e le utili piante fra le dilettevoli poste, con grazioso intervallo, rendevanobella vista, che non se ne poterono le donne dar pace. E così caminando di luogo in luogo, pervennero ad una bella fontana, che era nel mezo di questo giardino fabricata, con sì rara e diligente maestria che è impossibile a raccontarlo. Per ciascuna facciata e da’ canti di questa fontana era una figura di donna bellissima in piedi, coi capei intrecciati, dalle cui mamelle scaturivano ad arte, come da doppia fonte, abbondantissime acque chiare, fresche e dolci. Ciascuna di queste donne aveva in capo una ghirlanda di lauro e nella sinistra mano un ramiscello d’oliva, intorno il quale un picciol breve con aperte lettere si avvolgeva e nella destra portavano diverse imprese. Percioché una di esse vi aveva un Armellino bianchissimo, che si teneva sopra la spalla, allargandolo dal petto per non bagnarlo e il moto, che nella sinistra portava, aveva questo verso:

 

Prima morte, che macchia al corpo mio.

 

L’altra si arreccava nella dritta mano la Fenice, che unica vive al mondo e nella manca aveva scritto:

 

Sola vivomi ogn’or, muoio e rinasco.

 

La terza portava un Sole e diceva il moto:

 

Solo porgo a me stesso e ad altri luce.

 

La quarta sosteneva una Lucerna nel cui lume vedevasi una picciola farfalla accesa e distrutta e il breve esponeva questa sentenzia:

 

Vinta da bella vista, io stessa m’ardo.

 

La quinta aveva per impresa un Persico con la foglia pur di persico e un verso che diceva:

 

Troppo diverso è da la lingua il core.

 

Ma la sesta portava un Cocodrillo e il breve diceva così:

 

Io l’uomo uccido e poi lo piango morto.

 

Avevano oltra di ciò queste figure scritto in fronte una lettera per ciascuna e la prima vi aveva un A, la seconda una T, la terza una S, la quarta un H, la quinta una I, la sesta un M. E il tutto era così bene distinto e così divinamente lavorato che pareva più tosto cosa viva e naturale, che finta e fatta con artificio. E mirando e lodando or questa, or quella cosa del bel giardino, con molto piacer e con altretanta maraviglia, disse Adriana a Leonora:

«Deh, che paradiso è questo Leonora, che avete in questo mondo? E a chi non piacerebbe lo starvi?».

«Parmi - soggiunse Cornelia - che per esser questo un paradiso dove si apparecchia da mangiar e da bere, noi vi avremo da tornar più di tre volte». E ciò disse perché in quello le serve di Leonora eran venute di suo ordine con vini delicatissimi e frutti e confezioni da rifrescare la compagnia. Allora rispose Leonora:

«M’incresce che non siate venute inanzi e vi venisse perciò almanco voglia di tornarvi spesso».

«Non ce lo dite troppo - disse Lucrezia – che ’l luogo è tale, che ci sarà avantaggio il venirvi».

«Avete lasciato di dir il meglio - disse Corinna -. Voi non dite che fra le altre sue grazie, egli vi ha questo, che non vi sono uomini».

«E voi non dite un’altra cosa - seguì Elena - che la patrona è così gentile e graziosa, che questo solo basterà a farci venir più spesso».

«Certo sì - aggiunse Adriana - graziosa, cara e bella; non si può dir altramente, è peccato, che voi non vi rimaritate, essendo così giovene e così bella».

«Rimaritarmi eh? - replicò ella - più tosto mi affogherei che sottopormi più ad uomo alcuno; io sono uscita di servitù e di pene e vorresti che io tornassi da per me ad avvilupparmi? Iddio me ne guardi». Tutte le donne allora dissero che parlava bene e che beata lei. E Cornelia basciandola disse:

«Deh, che siate voi benedetta sorella mia; vi conosco ora più savia di quello che io mi pensava».

«Orsù - seguì Leonora - lasciamo andar questo; non vi piace rifrescarvi un poco sin che ’l vin è fresco?». E così si posero a mangiar frutti e rider tra loro con farsi inviti tedeschi e di mille favole, senza esser da alcuno vedute, né udite; cosa che era a tutte le donne di più gusto, e satisfazione di tutte le altre. E fornito che ebbero, Corinna pregò Leonora, che se sapesse la esposizion di quelle figure, di grazia le la dichiarasse col significato di brevi e imprese.

«Io ve lo dirò volentieri - rispose Leonora -. Sappiate che questa casa, insieme con questo orto, era di una mia zia, come sapete, per averlo inteso. Che ben so, che per esser ella stata molti anni in Padova (dove ultimamente è mancata) non l’avete mai alcuna di voi veduta. Ella, essendo fanciulla, non volse mai maritarsi e così vivendo con buona facoltà che l’avolo mio le lasciò, fece ridur (non guardando a spesa, per il molto diletto, che ne aveva) il giardino a questa bellezza che voi vedete e insieme vi fabricar questa bella fontana con queste figure tutte a suo proposito e secondo la sua opinione che aveva contra il sesso virile. Percioché la prima figura è posta qui per la Castità, della quale ella fu tanto amica; e l’impresa col moto da per sé è chiarissima. L’altra è la Solitudine e l’impresa è la Fenice, a dinotar che ella si compiacque di viver sola; e da per sé visse, morì e rinacque sola con la fama delle sue buone opere. La terza è la Libertà e l’impresa è il Sole, il quale libero e solo illustrando se stesso comparte la sua luce a tutto l’universo, dinotando che ella libera e sola divenne chiara per molte degne ed onorate qualità e ha compartito anco i tesori della sua virtù ad ogni gentile spirito, che ne ha avuto conoscenza; il che sotto la signoria ed imperio del marito, forse non averia potuto fare. La quarta è la Semplicità e l’impresa è la Farfalla che si arde nel lume, significando perciò che le misere donne che sono per maritarsi, troppo credono ai falsi vezzi ed alle finte lusinghe de gli uomini; li quali in apparenzia sono benigni, e graziosi di sorte, che elle pensando che sempre abbino ad esser così buoni, come prima loro paiono, si lasciano avviluppare nella rete e cascano nel fuoco, che le abbruscia e consuma fin alla morte. La quinta è la Falsità e l’impresa è il Persico, il qual ha simiglianza d’un core e la foglia che tien forma di lingua, col moto che ad intender pur l’inganno e falsità de gli uomini, i quali nelle parole dimostrano amor e fede verso di noi donne e poi nel cuore sono il contrario. La sesta è la Crudeltà e l’impresa del Cocodrillo significa che così l’uomo strazia ed uccide quella donna, che gli si intrica, e poi finge di averne una bestial compassione».

«Benissimo - disse Corinna - molto ci avete compiaciuto in dechiarircifatti enimmi e non posso se non esser obligata alla memoria di questa gentildonna che tanto ne seppe e mi fu così simile nella opinione. O Dio, perché non è ella al mio tempo?».

«Vi so ben dire - aggiunse Leonora - che ella mi allevò del suo parere e non voleva che io mi maritassi; ma mio padre volle farlo contra la volontà di ambi noi; ed ora, che ha piaciuto a Dio di liberarmi, fate conto che io sia tale qual era ella apunto». Così ragionando disse Adriana alle altre:

«Ora che avemo inteso questo che desideravamo, che vogliamo noi fare, che ’l giorno è così lungo e il sole è ancora molto alto ed è uscito fuora di modo che non si può andar per lo giardino? La onde io lauderei che noi si ritirassimo all’ombra di questi cipressi e qui si mettessimo, chi a sonar, chi a giuocar e chi a legger, secondo che più a ciascuna parerà».

«Sarà ben fatto - disse Cornelia - ma non saria meglio che noi facessimo qualche giuoco, che fosse commune a tutte?».

«Anzi - disse Elena - averemo più piacere se noi novellamo, o ragionamo di qualche materia che ci aggradi». E perché tutte le donne discordavano di parere tra loro, e chi dicea di ragionar di una cosa, e chi dell’altra:

«Di grazia - disse Corinna - eleggiamo tra noi una, che commandi alle altre e sia ubidita; perché invero la ubidienzia così in una casa, come in una città è non pur utile, ma necessaria quanto altra virtù e così verremo ad esser tutte conformi di volere». Piacque il consiglio di Corinna alle altre donne e così di commun consenso elessero per loro Regina Adriana, per essere donna di nobilissimo ingegno; e benché fusse assai attempata, come quella che passava li cinquanta anni, era nondimeno molto piacevole e di benigna ed allegra natura. Onde avendola esse eletta e giuratole obedienza mentre sarebbono in tal compagnia, ella accettando tal carico cortesemente, disse loro:

«Per esser io la più vecchia di tutte, ben mi si acconviene tal peso, qual voi mi avete dato, ma nel rimanente vi son ben delle altre in questo collegio, che sarieno molto più degne di me; pure, poiché vi è così per vostra cortesia piacciuto, io ve ne ringrazio ed accetto graziosamente il governo e reggimento impostomi e vi prometto mantenervi giustizia e così governarvi come a fedeli suddite si conviene». E dopo breve spazio, fatte tutte sedere intorno la bella fontana sopra alcune seggie di bosso a studio fatte, così aggiunse:

«Io mi aveva imaginato, poiché a tutte incresce lo star ociose ed avemo tante ore di giorno, che per passarci el tempo noi novellassimo sopra diverse materie, secondo che mi fusse venuto in animo; ma ho mutato pensiero e piacemi (poiché tutt’oggi non fate altro che lamentarvi de gli uomini e dirne) che ’l ragionamento nostro sia apunto in questa materia. E perciò il carico a Leonora di dire di loro quanto male può dire liberamente, in favor della quale voglio che Cornelia e Corinna possino ragionare. E perché mi par che Elena, adescata da i vezzi del novello sposo, pieghi alquanto dalla lor parte, le licenzia che gli scusi, se le aggrada, e per compagne le assegno Verginia e Lucrezia». Udito le donne il commandamento della Regina, piacque sommamente loro che si avesse da trattar di tal soggetto; e Leonora disse:

«Altissima Reina, voi ci avete dato una gran somma da portare, che è da altri omeri, che dai nostri; tuttavia per ubidire, mi dispongo di entrare in questo mare vastissimo, che non ha riva, né fondo; né credo già che queste altre madonne si piglino impresa di difender una causa nella qual sentono elle di non aver ragione alcuna».

«Se non vi averemo ragione - rispose Elena - vi averemo almanco onestà; e voi ben sapete, che molte liti si guadagnano non tanto per ragion che si abbia, quanto per onestà che è da questa parte».

«Se tutto il vostro fondamento da mo’ - disse ridendo Cornelia - consiste solo nella onestà c’hanno gli uomini, certo che voi già vi potete tenire per vinte, poiché in essi così si trova onestà, come il sangue nei morti».

«Oh, - disse Leonora - questo è il minor peccato che se abbino essi; ma mi maraviglio della signora sposa che per essersi accompagnata con un uomo solo, vol defenderli tutti e a prima giunta salta l’onestà, e pur non so se sia portato onestamente seco lo sposo; che mi dubito, che abbia anzi fatto perdere a lei parte di quella che ella aveva inanzi». Sorrise a questo e venne rossa Elena e rispose:

«Non si può dir con ragione che manchi di onestà quella donna, la qual si aggiunge con uomo per via di matrimonio; poiché in tale atto di generazione la necessità è madre naturale e la licenzia è figliuola legittima. E voi ben sapete che tutte le cose licite possono anco essere oneste; e se l’effetto del propagare è non pur onesto, ma licito e necessario, ben si può dir anco che l’uomo auttor e cagione di una onesta opera, così unito alla moglie, sia soggetto onesto e perciò non lievi parte alcuna a noi donne della nostra naturale onestà».

«Quanto a questa parte - rispose Cornelia - voi ci avete molto ben risposto, ma troppo cominciate voi a lodar gli uomini; il che è contra le leggi della nostra Regina; ed avvertiscovi, che voi perderete la causa, non pur per mancamento di ragione e di onestà, ma anco per disordine».

«Con tutto ciò - disse Corinna - ella non ha saputo inferir altro, salvo che l’uomo nel matrimonio, cioè unito alla moglie, ha qualche bontà in sé. Il che non niego, ma senza questo aiuto, si può dir che sia apunto come la lampada estinta, che da sé non è buona a nulla, ma appicatovi il lume, fa pur servizio alla casa; così se l’uomo contiene in sé qualche buon costume, lo ha dalla donna con cui pratica, o madre, o sorella, o balia, o moglie che ella si sia; che a lungo andare è pur forza, che egli prenda qualche buona qualità da lei. Anzi, oltra el buono essempio che egli ne cava, tutte le belle e virtuose azioni l’uomo acquista solamente per amar le donne; poiché stimandose indegno della sua grazia, s’ingegna con l’arte di rendersele grato in qualche maniera. Così se l’uomo studia, se impara virtù, se va polito, se diviene accorto, e ben creato, e se in somma riesce compito di mille belle e graziose doti, di tutto ciò ne son causa le donne, come avvenne (per essempio) a Cimone e a molti altri».

«Se ciò fusse vero - disse allora Verginia - che gli uomini fussero di tanta imperfezione, come voi dite, perché ci sono essi superiori in ogni conto?». A questo rispose Corinna:

«Questa preminenza si hanno essi arrogata da loro, che se ben dicono che dovemo star loro soggette, si deve intender soggette in quella maniera, che siamo anco alle disgrazie, alle infermità ed altri accidenti di questa vita, cioè non soggezione di ubidienza, ma di pacienza e non per servirli con timore, ma per sopportarli con carità cristiana, poiché ci sono dati per nostro essercizio spirituale; e questo tolgono essi per contrario senso e ci vogliono tiranneggiare, usurpandosi arrogantemente la signoria, che vogliono avere sopra di noi; e la quale anzi dovremmo noi avere sopra di loro; poichè si vede chiaramente che ’l loro proprio è di andarsi a faticar fuor di casa e travagliarsi per acquistarci le facoltà, come fanno a punto i fattori o castaldi, acciò noi stiamo in casa a godere e commandare come patrone; e perciò sono nati più robusti e più forti di noi, acciò possino sopportar le fatiche in nostro servizio».

«Dunque per tante fatiche e sudori - disse Lucrezia - che essi spendono per noi, voi così male gli remunerate, che vi movete a sprezzarli tanto; e pur sapete che sono nati inanzi di noi ed avemo bisogno del loro aiuto, come confessate voi stessa».

«Sono nati inanzi di noi - rispose Corinna - non per dignità loro, ma per dignità nostra; poiché essi nacquero dell’insensata terra perché noi poi nascessimo della viva carne e poi, che rileva quel nascer inanzi? Prima si gettano le fondamenta in terra di niun valore o vaghezza, e sopra vi s’ergono poi le sontuose fabriche, con gli adorni palagi; in terra si nutriscono prima vili semente, donde poi s’aprono i soavissimi fiori ed apparono le vaghe rose e gli odorati narcisi. E di più si sa che Adamo primo uomo fu creato nel mondo nei campi Damasceni, dove la donna per maggior sua nobiltà, volse Dio crearla nel Paradiso terrestre; e noi siamo loro aiuto, onor, allegrezza e compagnia; ma essi conoscendo molto bene quanto vagliamo, invidendo al merito nostro, cercano distruggerci, non altramenti che si faccia il corvo che essendogli nati i figliuoli bianchi, ne ha tanta invidia, veggendosi esso così negro, che per gran dispetto gli uccide».

«Non vi basta averli toccati di superbia - disse Elena - che ancora lor rimproverate l’invidia, e pur sapete che l’invidia non regna se non ne i inferiori, come volete inferire che perciò sieno gli uomini. Ma per esser quella che mette il veleno nella lingua de i maldicenti, se noi diremo mal de gli uomini, saremo noi tenute invidiose e per conseguente inferiori a loro».

«Noi non diciamo male - replicò Leonora - per invidia, ma per ragion di verità: poiché (diremo per essempio) ad un che robba è forza dir che sia ladro. Se essi ci usurpano le nostre ragioni, non dobbiamo lamentarci e dir che ci fanno torto? Percioché, se siamo loro inferiori d’auttorità, ma non di merito, questo è un abuso, che si è messo nel mondo, che poi a lungo andare si hanno fatto lecito ed ordinario; e tanto è posto in consueto, che vogliono e par loro, che sia lor di ragione quel che è di soperchiaria; e noi che fra le altre qualità e buone parti, siamo tanto di natura umili, pacifiche e benigne, per viver in pace sofferimo tanto aggravio e sofferiressimo più volontieri, se pur avessero essi un poco di discrezione, che volessero almanco che le cose andassero egualmente e vi fusse qualche parità e non ci volessero aver tanto imperio sopra e con tanta superbia, che vogliono, che siamo loro schiave e non possiamo far un passo senza domandar loro licenzia; né diciamo una parola, che non vi faccino mille comenti. Parvi che questo sia così picciolo interesse nostro, che dobbiamo tacere e lasciarlo passar via così sotto silenzio?». Disse allora Verginia:

«Lo debbono far essi forse per ignoranzia e non per mal che ci vogliono».

«Voi parlate ben da semplicetta e da fanciulla - a ciò rispose Cornelia - anzi l’ignoranzia non iscusa il peccato e la loro ignoranza è volontario vicio, e sono purtroppo accorti nel male e vogliono che anzi noi siamo le ignoranti e le pazze; e che non siamo buone a nulla; e ben dicono il vero, che facciamo da pazze in questo a sofferire tante loro crudeltà e non fuggiamo quanto dal fuoco la loro tacita e continua persecuzione e l’odio particolare, c’hanno contra di noi. E non crediate che contra il nostro sesso solo siano tali, che ancor tra loro stessi si ingannano, si rubbano, si distruggono e si cercano d’abbassar e di rovinar l’un con l’altro; pensate quanti assassinamenti, usurpazioni, giuramenti falsi, bestemmie, giuochi, crapula e tali vizi che commettono tutto il giorno. Non vi parlo de gli omicidi, sforzi, ladronezzi ed altre disolute operazioni tutte procedenti da gli uomini. E se nei maggior eccessi sono così pronti e facili, pensati quel che siano ne i minimi; immaginatevi quanta sia la loro ingratitudine, quanta la infedeltà, la falsità, la crudeltà, l’arroganza, la incontinenza e la disonestà; di modo che, se non perdonano a loro medesimi, che si sprezzano e si rovinano, come ho detto, considerate quello che sono verso di noi. O ci siano padri, o fratelli, o figliuoli, o mariti, o amanti, o altri conoscenti in ogni grado ci offendono, ci abbassano e quanto possono s’ingegnano di confonderci ed annichilarci. Perché, quanti padri sono che non provedono mai alle lor figliuole vivendo ed al fin morendo lasciano il tutto, o la maggior parte delle loro sostanze a mascoli e le privano della propria eredità, non altramente, che se fossero figliuole di loro vicini, e così sono cagione che le povere giovani cascano in mille errori per necessità e i fratelli rimangono ricchi di robba e di altretanta vergogna».

«Voi non dite - poi aggiunse Leonora - di tanti che sono stati così crudeli verso le proprie figliuole, che per loro malvagità hanno lor levato, chi l’onor e chi la vita miserabilmente?».

«Questo non posso già dir io - disse allora Elena - né lo lascierò far buon pro’ a voi, che mio padre ha tenuto conto di me ed amandomi da figliuola, ha proveduto che io sia maridata e benissimo, a par di molte altre, ma voi non avete padre e perciò tirate qui alla disperata».

«Adagio - rispose Corinna - non la interrompete di grazia, perché uno non fa numero, e poi di ciò non mi maraviglio; maravigliome solamente che come tutti gli animali irrazionali in genere s’affaticano per allevar i loro figliuoli ed in spezie il pelicano si cava col becco il proprio sangue del petto per nodrir i suoi parti, mosso solo da paterno amore, così anco tutta la spezie de gli uomini, ma con via maggior carità, non facci co i propri figliuoli il simile che vostro padre con voi. Che dovrebbono tutti gli accorti ed amorevoli padri proveder a buon’ora di locar le loro figliuole; e se per disgrazia occorre loro di mancar prima che se le trovino aver locate, debbono almanco ordinar in tempo i casi loro, acciò le poverine non restino dopo la lor morte, veggendosi così diseredate, a bestemmiar le anime loro; oltra che si convengono provedere per quelle vie che (come ho detto) son biasimevoli e vituperose. Altre, cui pure i lor padri, o per buona sorte lasciano loro la dote, o morendo ab intestato di ragione succedono in parte nelle facoltà cofratelli, sono da quelli tenute in casa per ischiave ed usurpato la lor ragione, e goduto il loro, contra ogni giustizia, senza mai trattar di locarle; e così convengono sotto il loro imperio invecchiarsi in casa, servendo ai nepoti e finiscono la lor vita sepolte innanzi che morte». Ma Lucrezia, la qual da suoi fratelli era stata accasata, non potè sopportar che Cornelia andasse più innanzi e disse quasi come in colera:

«Voi v’ingannate Cornelia che ci sono anco dei fratelli amorevoli, i quali trattano le sorelle meglio che da figliuole; e di ciò ve ne posso far fede io, poiché mio padre morendo non mi lasciò se non poca cosa ed i miei cari fratelli mi hanno pur dato marito con parte de lor beni; e così credo che ve ne siano de gli altri nel mondo».

«Non sapete ben voi - ritolse Cornelia - che Iddio qualche volta mostra dei miracoli? Oltra che i fratelli molte volte accasano le sorelle, non per amorevolezza, ma per far buon nome e per trovar meglio essi condizion d’aver moglie; ma sono rarissimi quei che fanno una tal buona opera (ancor che per util loro) come dovrebbono, sì per onor della casa, come per far effetto di carità. Perché se si trovano pur alcuni uomini, che soccorrino alle figliuole altrui e fanno del ben a molti che loro non appartengono, quanto maggiormente è obligato l’uomo a giovare a quelle che sono nate d’un ventre seco? Di quella propria carne e sangue che sono essi ancora? Ma parliamo un poco dei figliuoli».

«Oh, che direte voi?» disse allora Adriana la Regina.

«Dirò - replicò Cornelia - che quante misere madri sono, che oltra aver portato nove mesi nel ventre con tanto travaglio i figliuoli e partoriti poi con tanto affanno e pericolo, ancora gli allattono, gli nodriscono e gli allevano da fanciulli con tanto amore e con altretanto incommodo; e se per mala sciagura rimangono prive del marito, s’industriano esse, sudano e si sviscerano per allevarli civilmente e per averne poi quella allegrezza che si può sperare d’una ottima riuscita; e nel fine quando essi son pervenuti in età, che dovrebbono sostentar loro o in casa, o dove esse vogliono, allora in premio di tante fatiche e sudori, scordatisi di aver ricevuto il sangue, il latte e la buona creanza da loro, non pur le abbandonano e non danno aiuto al loro bisogno, ma quel che è peggio, se hanno esse robba, le la consumano e facendo lor patir mille disagi senza voler più ascoltar i loro amorevoli ricordi, le sprezzano villanamente; e vi sono ancora di quelli che crudelmente le battono». Allora Adriana la Regina quasi con le lagrime su gli occhi:

«Deh - disse - Cornelia, che se voi avessi avuto il figliuolo, che ha piaciuto al Signore Iddio di darmi e poi di torlomi, non so se diceste così, come ora affermate. Che egli era un angelo di bontà e non si assimigliava punto al padre, il quale mi fu un crudel marito; ma essendo esso mancatomi, è poco appresso il figliuolo, fui sforzata a rimaritarmi pur per aver figliuoli ed ebbine costei (accennando Verginia) e sperando migliorar di compagnia, mi successe il contrario, perché se ’l primo marito fu cattivo, l’altro fu pessimo e poco emmi incresciuto la lor morte in comparazione di quella del mio povero figliuolo».

«Questo vostro figliuolo - rispose Cornelia - o che era apunto un angelo di bontà, come voi dite, o che per gran sorte s’abbattè d’aver in sé più del vostro che del padre, overo che egli era per divenir peggiore de gli altri uomini; perché voi non sapete, se avesse cangiato col tempo natura, o no, il che non potevi affermare secondo quel verso:

 

La vita il fine, e ’l loda la sera.

 

Ed è più da credere che dovesse mutarsi di buono in cattivo, perché il Signor Iddio lo vi ha sì presto tolto, prima che voi vi vedessi questa miseria inanzi de gli occhi. Ch’io vi oso affermare, che l’avere un figliuolo cattivo è la maggior infelicità che possa avere una donna in questo mondo. E se si dice per proverbio, che gli è miglior un tristo marito che un buon figliuolo, che pensate voi, che si debba poi dire di un tristo? E la ragione è questa, che sì come quanto la piaga è più nel vivo e più tocca in dentro, tanto più si sente ed è più nociva, così ’l mal figliuolo essendo pur carne e sangue della madre, più l’afflige e tormenta, perché più le tocca, che non il padre di lei, né ’l marito. E così, essendo che l’amor discende e non ascende, perciò l’ama essa tanto, che per reo che egli si sia, non può la tenera madre abbandonar, né scacciar da sé le sue proprie viscere e perciò soffre volontieri ogni sua malvagità; il che non fa del marito che, se non può viver seco per la sua tristizia, quando ha ben sofferto e sofferto, facilmente (potendo) si separa da lui. E ciò si vede far ogni giorno da molte savie donne, che non potendo aver tanta pazienzia di sopportarli, si dividono da i tristi mariti, per non aver da provar l’inferno inanzi della morte. Il medesimo aviene dei padri, che oltra che, come ho detto, l’amor discende e non ascende, con più facilità e con manco dolore possono le figliuole abbandonar i poco loro amorevoli padri, che non si piglian cura di loro, come dovrebbono. Ma i figliuoli, ancor che siano più malvagi e lor diano più travaglio, tuttavia l’amor materno è di tal possanza, che le dispone a soffrir maggior cose; dove che i figliuoli all’incontro son molto obligati verso le madri loro e dovrebbono essi non altramente trattarle, che le loro persone istesse, in quanto che possono». Allora disse Corinna:

«L’altro giorno a questo proposito mi fu mandata una ottava fatta in persona d’una giovane, la qual aveva il padre, il marito e ’l figliuolo in gran pericolo di morte ed aveva auttorità di salvarne uno solo di essi, qual più l’era a grado ma ella non sapendo a qual risparmiare la vita, poiché tutti tre le erano carissimi, dimanda consiglio, come si deggia in tanta dubbiezza risolvere, con questi versi che io vi dirò:

 

Lassa, che in mezzo a le nimiche squadre,

Veggio il mio sposo, il genitor, e ’l figlio,

E l’un d’essi o ’l marito, o ’l figlio, o ’l padre,

Posso ad eletta mia trar di periglio.

Deh, sarò miglior sposa? o figlia? o madre?

Chi porge a l’alto mio dubbio consiglio?

Qual am’io più, che più prezzar debb’io,

O ’l natal, o le nozze, o ’l parto mio?

 

Stettero tutte le donne attentissime, mentre Corinna recitò la sopradetta stanza, ascoltandola con molto lor gusto, e satisfazione; nel fin della quale, dopo le molte lodi, che le furono date, alcune dissero che la tal donna dovrebbe più tosto salvar il marito dal soprastante pericolo, per esser una carne istessa con lei, altre erano di parere che ella risparmiasse la vita al padre, poiché da quello aveva ricevuto la vita. Ma Corinna disse:

«Udite di grazia il parer de chi le ha fatto risposta con quest’altra bellissima stanza, poi dite il parer vostro». E così aggiunse:

 

Salva da le crudel nimiche squadre,

Se sei pietosa madre, il caro figlio,

Che dando vita al sposo, o al vecchio padre,

La stessa vita tua poni in periglio.

È naturale amor quel de la madre,

Verso il padre è pietà, l’altro è consiglio;

Quanto pietà, e consiglio avanza Amore,

Tanto il parto, le nozze, e ’l genitore.

 

Non si potrebbe con lingua esprimere quanto satisfece alle donne questa graziosa risposta e se la prima stanza era lor piacciuta, questa mille volte più commendarono; e perché la Regina e tutte dicean credere che ella le avesse ambedue composte, per esser solita sempre di spiegar loro qualche suo nuovo concetto, e poi dire che era cosa de altri, ella convenne giurar loro che la risposta era d’un gentilissimo spirito, dalla cui molta virtù ella col suo ingegno era molto lontana, e che Dio volesse, che ella potesse arrivar alla millesima parte del suo valor e sapienza.

«Basta - disse la Regina - la invenzion e il dubbio è molto al proposito del nostro ragionamento, ma piacerci sommamente la opinion di questo bellissimo giudicio, oltra la felicità dell’ingegno che egli ha dimostrato nel comporre; e poiché anco Cornelia ha così ben provato l’amor nostro verso i figliuoli maggior sopra tutti gli amori, anch’io per mio giudicio la sentenzia istessa, cioè che la tal donna salvi il figliuol suo, più tosto che ’l padre, né ’l marito, dal sopradetto pericolo». Dopo questo ella cenno a Cornelia che seguisse il ragionamento; la qual ricordandosi che avea da ragionar dei mariti, così molto volontieri incominciò:

«Avendo noi ragionato dei padri, fratelli e figliuoli, è ben ragione che diciamo anco un poco della malvagità dei mariti». A questo quasi tutta la compagnia era d’accordo in dirne, eccetto Elena e Verginia.

«Parmi - disse Elena - che qui non avrete molto, che dire».

«Ohimé, che dite voi - rispose Leonora - par ben che siate su ’l proemio dell’orazione. Voi siete apunto, come colui che di verno appressandosi al fuoco, prima si riscalda e par che tutto si conforti, ma poi accostandosegli più presto e per lungo spazio, o si cuoce, o s’intinge, o ’l fumo gli cava gli occhi».

«Lasciate dire a Cornelia - soggiunse Corinna - che se ben dirà male, dirà almanco il vero».

«Tanto l’avete provato voi, quanto io - disse Verginia - che ne sapete voi? Chi non sapesse i fatti vostri, e v’udisse così parlare, crederebbe che aveste avuto cento mariti». Allora Cornelia interrompendo il lor contrasto seguì:

«Quelle donne che vanno poi a marito, o al martirio (per meglio dire) infiniti sono i casi delle loro infelicità. Perché prima vi sono di quelli mariti, che tengono tanto in freno le mogli loro, che a pena vogliono che l’aria le veggia; di modo che quando credono esse, con l’aver preso marito, aversi acquistato una certa donnesca libertà di prender qualche ricreazione onesta, si trovano le misere esser più soggette che mai; ed a guisa di bestie, confinate tra le mura, essersi sottoposte, in vece d’un caro marito, ad un odioso guardiano. E certo che con tal dispregio sono causa questi tali di farne precipitar tante e tante, che sariano più savie, se essi fossero più benigni ed amorevoli che non sono».

«Ma voi non dite di tal - soggiunse Leonora - che con l’esser così geloso e perciò far mala compagnia alla moglie, si persuade da sé stesso di poterle far la guardia, e non sa il povero sciocco, che la donna allora veggendosi esser in poca stima ed averle poca fede il marito, si lascia apunto trasportar a far il peggio che sa. Ove all’incontro, quando una moglie si vede esser in buona fede appresso il marito, e che egli la lascia nella sua libertà, ella stessa si pone il giogo al collo e diventa gelosa di se stessa; perché oltre la gloria, che ella si vede riceverne, si paga anco di ragione, poiché veggendosi così ben trattar dal marito, non li vien voglia, per mille occasion che le vengano, di rendergli così mal cambio; e s’astien, e patisce più tosto, e vince le tentazioni. E veramente, non vi è la miglior guardia dell’onor d’una donna, quanto la sua propria volontà e disposizione. Sì che non consiglierei mai alcuno uomo a volersi pigliar egli l’assonto di guardar una moglie con asprezza e stranie maniere perché è causa che l’un e l’altro vive sempre in tormento, e spesso in fine vien pagato della moneta che merita».

«Ben mi dubito - disse a questo Elena - che il mio sposo abbia da esser uno di questi così gelosi e buccini, perché già comincia e me ne incresce molto; perch’io per ciò non sarei mai di quelle che per vendicarmene volessi avventurar l’anima, l’onor e la vita».

«Pregate Dio - ritolse Cornelia - che egli non abbia peggior vizio di questo; pensate di tanti, che hanno le mogli giovani e belle come angeli, e con tutto ciò mostrandosi schivi di loro, impazziscono dietro qualche infame donna, che a un bisogno serà anco di molti anni e colma di molte imperfezioni (come è pur forza che ve ne sia alcuna fra tante) e fanno essi per ciò patir mille disagi alla moglie, spogliandola delle sue più care cose per darle alle meretrici; oltra che molte volte fanno divenir le fanti Madonne, e si empiono di bastardi, e vogliono che le mogli tacciano e gli allevino; e così di patrone di casa, s’avveggiono esser divenute priore dell’ospital della pietà».

«Tale apunto fu il mio primo marito, figliuola mia - disse interponendosi la Regina - che io essendo giovinetta e tenuta delle belle di questa città, egli mostrandosi di me svogliato, in capo di due anni s’accese in guisa d’una meretrice, la qual era di assai tempo e poco sana, che non vedeva più qua, né più di quanto essa era lunga; non vi valeva né mia bellezza, né mie carezze; non giovava la mia gran pazienza alla sua gran ostinazione, che pareva che avesse in odio casa sua e mia; e tutto il tempo che dovea spender meco, lo consumava egli a casa della scelerata cortigiana».

«Doveva ella forse fargli qualche malia - soggiunse Lucrezia - e perciò non poteva egli far di meno».

«Eh signora no - rispose Cornelia - credetemi che son tutte parole; che lo fanno essi perché vogliono; e che sia il vero, voi troverete uomini altretanto impazziti nel giuoco e più, che non son nelle femine, di modo che si vede, c’hanno essi queste così cattive inclinazioni alle qual danno troppo libero freno; e per ciò si pongono a fare così fatte pazzie».

«Voi dite il vero - rispose la Regina - ch’io fui quella sventurata moglie che dopo aver avuto il primo marito così sviato dietro le femine altrui, che più di me non si curava punto, ne presi il secondo, il qual era tanto perduto nel giuoco, che non saprei contarvi la mala vita che io per ciò n’ebbi da lui, fin che piacque pur al Signor di liberarmene un giorno».

«Signora sì - seguì Cornelia - si perdon tanto in quel maledetto giuoco, che stanno tutto ’l e la notte nelle compagnie e lasciano le povere mogli sole a casa, le quali ove dovrebbono goder intiere tutte le notti co i lor cari mariti nel letto, le convengono spendere in contar le ore (come quelli che fanno la guardia all’Arsenale) sopra il focolare, aspettandoli infin a giorno, e poi quando vengono a casa, se per mala sorte hanno essi perduto, ne fanno esse la penitenzia; perché tutta la rabbia roversciano i tristi sopra le meschine; oltra che vendono e consumano loro il tutto per tali perversi e malvagi costumi. Ve ne son poi di quelli che non fanno mai altro che gridar in casa; e se non trovano tutte le cose fatte a lor modo le villaneggiano e battono anco per minima cosa e vogliono in casa veder il pelo nell’ovo, come se la moglie vi fusse per nulla; e così a poco a poco s’avvede la misera donna che ha tal marito, in vece di esser andata a governar casa sua (il che è ufficio della moglie, come è proprio del marito l’acquistar e negoziare di fuori) di esser andata ad un maestro di scola; di sorte che ella ammutita e fastidita dalla furia e seccagine dell’insolente marito, in luogo di amarlo e bramarlo, è costretta a pigliarlo a tedio e a desiderar che egli vada spesso fuori di casa e che non stia mai seco; la onde vi lascio pensare che contento ella si prenda di tale importunità, che dura sin alla morte. E di questi tali così cruciosi e insopportabili ne sono infiniti ma per diverse cause; perché altri sono così di lor natura malvagi; altri che ricevono di fuori via qualche oltraggio e vengono a casa a sfogarsi e vendicarsi sopra le misere mogli».

«A questo - disse Lucrezia - io ne conosco apunto una fra l’altre, che si trova aver un marito di così rabbiosa natura, che ella non ha mai riposo, se non quando egli va fuori di casa».

«Siete voi quella forse» replicò Corinna sorridendo?

«Così non vi fossi io» rispose Lucrezia.

«In somma ogni porta ha il suo battitoio - rispose Leonora - E il mio fu un di quelli tanto avari, che non voleva mangiar per non spender un quattrino».

«Oh, - seguì Cornelia - gli avari son messi nel numero dei buoni e pur ancor questi sono di gran travaglio alle povere mogli, poiché per tal loro avarizia le fanno patire del vitto e vestito e se esse si dolgono, fanno voce che sono esse la loro ruina e che mandano a male la robba e che non hanno governo; di modo che elle si trovano senz’aver fatto voto di povertà, esser divenute monache senza l’abito, rispetto alle molte necessità che patiscono. Vi è ancora un’altra certa sorte di cattivi, che hanno credito di buoni, perché non hanno li sopradetti notabil vizi, ma hanno quello dell’ignoranza e del poco giudicio, perché spendono la lor facultà scioccamente senza saper come e non sono perciò mai patroni d’un soldo per il lor mal governo; e se le mogli, c’hanno per avventura miglior discorso di loro, gli ammoniscono amorevolmente, non vogliono essi ascoltarle, né ascoltar i lor saggi e fedeli consegli; la onde spesse volte avviene, che si riducono in povertà ed esse convengono portar la pena del loro peccato; e uno di questi tali per mala sorte è toccato ad una mia cara amica che tutte voi conoscete».

«Quasi che io v’intendo» disse Corinna.

«Io non mi voglio ascondere con voi - seguì Cornelia - perché io sono quell’istessa, che ha avuto così trista ventura, ch’io conosco chiaramente, che molte sono le cose che li vanno a riverscio per sua cagione e gli ricordo di continuo per bene, che abbi governo e che risparmi la robba e par che sempre egli se l’abbi a male, e non mi vuole ascoltare. E così in modi infiniti siamo noi tormentate da questi carnefici crudeli delle nostre vite e viscere, da questi nemici coperti, che impossibile sarebbe a contarne la millesima parte».

«Basta ben - disse Lucrezia - che nel fine ogni lor tristo successo avvien loro per colpa nostra, secondo che essi dicono, disprezzando ogni nostra ragione ed avvertimento, con dir che siamo ritrose e capricciose ed altre opposizioni che ci danno. Ed io oso affermare, che se gli uomini fussero buoni, non vi sarebbe alcuna donna cattiva; che se ve n’è alcuna, è per cagion del marito, che non sa governarla; e quello che ella ha in sé di cattivo, non è suo proprio, ma perché l’è avvenuto di partecipar troppo della natura del padre, al che il savio e buon marito, se tal si trovasse, dovrebbe provedere sopportandola e facendole cangiar quel poco di mala disposizione in buona con buone parole e miglior fatti. Che se si domano ed addomesticano gli animali irragionevoli, accarrezzandoli e dandoli ciò che fa loro di bisogno, quanto più facilmente si convertirebbe una semplice giovenetta, che avesse ricevuto nella sua concezione qualche ritrosità del padre?».

«In verità - disse la Regina - se noi volemo pigliare e domesticar un cagnuolino, gli diamo del pane ed un uccelletto se gli del miglio; che se si dessero loro delle mazzate si farebbono sdegnar e fuggir via».

«E per ciò vi dico - disse Lucrezia - che la colpa è tutta del marito, che non ha giudicio, né discrezione, onde non può, né sa parteciparla con la moglie; ed essendo ambi malvagi, perché si deve riprender lei sola e non egli ancora? Anzi bisognaria di ragione o castigar tutti due, o niuno, o ’l marito solo per le ragion sopradette».

«Ma lasciamo - disse Cornelia - omai un poco da parte la querimonia e le ragioni che avemo contra li mariti e ragioniamo alquanto della peggior condizion che sia tra gli uomini, la quale è de gli amanti finti ed ingannevoli».

«Questa è ben - disse la Regina - una impresa ed una materia da coturni e non da socchi; rispetto non alla dignità, ma alla dificultà, che mi par impossibile, che voi siate sufficienti per narrarne una minima particella, non che varcar sicuramente un tanto pelago, che non ha termine da verun lato; pure entratevene allegramente, che all’uscirne poi non mancarà mai di pregar Amore, che vi presti le sue ali; o vi bisogneranno le penne incerate di Dedalo per fuggirne via, inanzi che tanti innamorati, de’ quali cominciate a dir male, vi si voltino contra».

«Più presto - aggiunse Lucrezia - le sarà di mestiero il mantello di Leombruno per girsene coperta ed invisibile». Rispose Cornelia:

«Io non dirò mal de gli innamorati, se pur ve n’è alcuno, ma di quelli che son detti con questo nome, e poi in effetto son tutti il contrario».

«Deh - disse allora Verginia - cara Cornelia, volete mo’ voi, che ancor questi siino così imperfetti, come ci avete provato tutte l’altre condizioni dell’uomo? Io non potrei già credere, s’io mi vedessi inanzi un giovenetto garbato, mostrandosi riverente, savio, accostumato non guardarmi, non lamentarsi, non chieder cos’alcuna, ma solamente con sospiri ardenti e con accorti gesti darmi ad intendere, che egli mi ama e serve fidelmente e che in somma egli è tutto tutto di me sola; non potrei, dico, credere che costui fusse mai per ingannarmi, anzi parebbemi apunto di vederli aperto il cuore nel petto; e saria forza, ch’io vinta da queste umili ed amorevoli dimostrazioni, lo riamassi altretanto».

«Voi - rispose Cornelia - ci avete figurato un amante apparente, qual dovrebbe esser nell’intrinseco; ma poverina voi, che par ben che ne siate inesperta, così Dio vi mantenga, come sono ancor io per prova; ma non avete letto, né udito dire gli infiniti essempi da i quali io son fatta a spese de altri espertissima in tali maneggi. Credetemi certo, che, non se ne trovano di questi tali nel mondo, o rarissimi sono fra tanti, che siano così in effetto, benché lo dimostrassero in apparenza. E apunto questi sbarbatelli sono più da fuggire d’ogni altro che si sia, come quelli che (se ben fingono di esser il contrario) per esser più gioveni e più focosi, sono anco più leggieri e volubili di cervello, sono sciocchi e si tengono più savi che gli altri; oltra che sono superbi, insolenti e sfacciatissimi e non sapendo essi a pena quello che si sia amore, vogliono esser amati, favoriti, ubbiditi ed in somma satisfatti d’ogni cosa. Fanno questi le lor cose indiscretamente e così alla scoperta, che ogni un se ne avede. Se amano qualche poco, non hanno pazienzia; se si accorgeno d’esser amati, non hanno discrezione; se son favoriti, vorriano che tutto il mondo lo sapesse; se ingannano una donna se ne vantano, se la vituperano se ne gloriano e se lor vien fatto di acquistarla, immediate poi la lasciano. Il lor amore è un fuoco di paglia, la lor fede un cerchio di taverna, la lor servitù una caccia di lepre e la lor bella presenza una ruota di pavone. Quanto di buono è nella loro pratica per noi, è che per esser essi così instabili e leggieri, come ho detto, non ponno, né sanno lungo tempo celar questa lor falsità e perfidia e come un rame indorato di sopra, che ad ogni poca cosa se gli sfoglia quella lieve coperta, e si fa conoscer che era finto; de modo che una donna, ch’abbia un poco del vivo, presto s’accorge della lor malizia e non si lascia impaniar così facilmente dalle insidie loro, ma gli lascia da canto, o si serve della lor leggierezza solamente per passarsi il tempo e per solazzo, come per un ventaglio di piuma, che non è buono se non da far fresco la state».

«Oh - rispose allora Elena - voi date adosso a questi putti, seguendo il consiglio di quel poeta, che ci consiglia a:

 

Coglier i frutti non acerbi, e duri,

Ma che non sian però troppo maturi.

 

Che direte dunque di quelli che sono di età perfetta? Non si debbe, almanco creder a tali, quando ci mostrano d’amar fedelmente?».

«A questi - rispose Cornelia - peggio che alli primi, perché per esser più esperti, non sanno più amar, ma meglio ingannar. O sorella mia cara, apunto da questi più savi, da questi gatti maimoni, ci bisogna guardar la nostra simplicità ed anzi a questi, che vi fanno il morto inanzi per amor vostro, con occhi pietosi e con parole lusinghevoli, non gli credete punto. Imaginatevi pure che essi sono come l’orologio falso, che segna ventidue ore, benché non siano a pena le quatordeci. Questi tali non accettano mai alcuna nel loro ingrato cuore, ma fingendo con cadauna d’esserle suo soggetto ed amarla svisceratamente, in un medesmo tempo pongono insidie a quante ne veggiono, tutte tentano, tutte ingannano, a tutte dicono le istesse parole e tendono le medesime reti; tutte fanno per loro, pur che possino averne alcuna in lor balia. Questi, se hanno da natura qualche lodevole e bella parte, o grazia, o bellezza, o virtù, o simile, sono tanto superbi e vanagloriosi che presumeno e par loro, che tutte le donne lor siano obligate; se perciò s’accorgono di esser amati, vogliono subito esser compiacciuti, se vi trovano dificoltà e resistenza subito si sdegnano e fingono di voler ritor loro quel cuore, che lor non hanno mai dato. Si lamentano che non sono amati, perché non ne veggion segno alcuno, come essi vorrebbono; e credetemi certo che questi tali, che non tendono ad altro fine che a voler questi segni, sono generazion perfida e della natura de gli Ebrei, e non amano punto, anzi odiano mortalmente. Il che si vede chiaro, perché qual volta lor vien fatto di acquistar ciò che bramano, ottenuta la vittoria con ingannar qualche povera giovene, subito la sprezzano ed abbandonano e per non averle obligo alcuno d’amarla, si fanno anco ragione con finger di non creder che la tale abbia lor concesso alcun favore, vinta da grande amore che gli porti, ma così per capriccio e per sfrenatezza. E allora la misera, che per la soverchia affezione si averà lasciato trasportar in qualche errore, pensando esserne a doppio amata, subito si avvede di aver colto la serpe insieme co i fiori e che ha perduto ogni sua industria insieme col disleale amante. Però l’accorta donna assimiglierà questa sorte di traditori alla pantera, animal crudelissimo, la qual avendo gran fame, fingesi morta per assicurar gli incauti animaletti che le vadino sopra e così essi allettati dalla vaghezza della variata pelle, assicurati dalla sua astuzia, tanto ardiscono di scherzarli intorno, che ella al fin saltando lor sopra furiosamente gli opprime e divora tutti, pascendosi delle lor carni con estrema ingordigia. Solamente hanno questo di meglio dei primi, che per esser di più età e volendo esser stimati più savi e più da bene di quel che sono, procedono alquanto più secretamente e fanno con più avvertenza le cose loro degli altri».

«Voi con queste vostre ragioni cara Cornelia - disse Verginia - venite a confunder tutto il regno d’amore, tutte l’istorie de passati e tutta la fede de i moderni e in somma mettete ogni cosa in scompiglio. Or non avete voi letto di tanti e tanti, che sono morti per troppo amore che hanno portato alle lor donne?».

«Credete voi - ella rispose - che tutto il ben de gli uomini, e tutto il ben delle donne che dicono gli istorici, sia cosa vera? Dovete sapere, che son uomini quei che l’hanno scritte, i quali non dicon mai verità se non in fallo; ed anco per la invidia e mal voler loro verso di noi; pensate pur che rare volte ne dicon bene, ma laudano il lor sesso in generale e in particolare per laudar se medesmi. Ma dato che molti, mostrando amar le lor donne di cuore si siano miseramente condotti alla morte, credete voi forse che l’abbino essi fatto per isviscerata affezione, che lor portassero? Signora no. L’hanno fatto per soverchia rabbia di non poter conseguir l’intento loro e per non aver possuto ottener la desiderata vittoria e trionfo d’ingannar e rovinar quelle tal donne, che essi mostrarono d’amare; e per ciò trovarete rarissimi quelli e forse niuno, il qual sia così morto per la sua donna, dopo aver conseguito la total sua amorevolezza, se non è forse per esser stato colto in fallo con lei e però sia stato miseramente ucciso, il che occorre spesse volte; ma questo gli avviene per voler egli adempir i suoi desideri disordinati e non per amor che le porti; che anzi, se l’amasse, si guarderia di mettersi seco in simili pericoli, per non esser causa della sua rovina».

«Or lasciamo star questi - disse Verginia - volete voi dunque che s’amino i vecchi? Non ammettendo gli adolescenti e meno gli maturi?».

«Io non dico cotesto - rispose Cornelia - perché ben sapete, che un uccello in man d’un putto e una giovene in man d’un vecchio non stette mai bene. I vecchi partecipano dell’astuzia delli maturi, anzi gli eccedono in ciò e nel resto poi son manchevoli di molte buone parti, poiché hanno passato gli anni dell’allegrezza ed insieme è consumata ogni lor venustà e leggiadria, hanno mangiato il fior della lor farina e non è avanzato altro in loro che crusca o semola, che si dice. Oltra di ciò sono gelosissimi e sospettosi per natura, pegri e inabili a i pericoli, alle fatiche e lunghe osservazioni de gli amanti; sono fastidiosi ed avari e non vi dico ciò, perch’io voglia che l’amante o giovene, o vecchio che sia, cerchi di comprar con denari la grazia d’una gentildonna, né che ella desideri, né cerchi questo da lui, che sarebbe atto da meretrice; ma lo dico perché conoscendosi uno avaro della robba (la qual è cosa da stimarsi manco che altra del mondo) è segno che debba esser così avaro e più, del suo cuore e della sua fede. Perché uno che veramente ami e perciò il cuore e l’anima e se stesso, molto più facilmente darà la robba e ciò che ha, che non è se stesso. Essendo dunque avaro di quello non che ha in sé e che non è se medesmo, che pensate voi che sarà di sé e del suo cuore e della sua fede? Il che è la più cara gioia ed il più prezioso tesoro che l’amante possa donar all’amata e che ella possa donar e ricever dall’amante scambievolmente; e perciò si dice che ’l vero amore fa la persona liberale e magnanima, generosa ed ardita; la onde essendo i vecchi di natura la più parte contraria sì per l’età, come per le molti indisposizioni che vi concorrono, lascieremogli da parte, essendo loro più a proposito il buon vino, che le belle amorose ed essi più atti a dar consiglio, che a metter in opera».

«Allora - disse Verginia - quali intendete voi, che si debbano chiamar vecchi? E in fin quanti anni, se fussero veri amanti, meriterebbono d’esser amati?».

«In fin quaranta cinque anni ed ancor fino li cinquanta - rispose Cornelia - può amarsi un uomo di buona e leal qualità ma andatelo a trovar voi. Che né fanciullo, né giovene, né vecchio si trova alcun che ami di vero cuore».

«Ditemi di grazia - replicò Verginia - quelli che si hanno affaticato con tanto studio, speso tanto tempo e scritto tante opere in nostra laude, che son tanti e tanti, non volete voi credere almanco, ch’abbino essi amato di cuore il nostro sesso così in generale, come in particolare?».

«Io credo - rispose Cornelia - come de gli altri, che alcun non sia, che l’abbia fatto per molto amore, ma la più parte, credetemi, si ha messo a tale impresa più per suo utile ed onor proprio che per il nostro; perché conoscendosi essi aver pochi meriti per inalzar ed illustrar il lor nome s’hanno servito dell’opera nostra, vestendo la lor fama delle nostre lodi e perfezioni; imitando in ciò colui, che desiderando trovarsi a qualche solennità e non avendo amicizia col Signore, né abito degno da comparervi, si serve di panni e favor di qualche suo amico ed in compagnia di esso si introduce a mirare la festa. Molti ancora ci lodano pensando forse che noi siamo simili a quel corvo, che si lasciò ingannar dalla volpe, la qual essendo affamata e veggendo il corvo portarsene un gran pezzo di cascio, cominciò tanto a lodarlo e pregarlo insieme che cantasse un poco, perché avea inteso molto della sua virtù, che egli volendo compiacernela aperse la bocca e il cascio cascò e la volpe se ’l prese e fuggì via. Così essi credono che lodandoci, noi si lasciamo così vincere dalla vanagloria e dall’amor di noi stesse, che per ciò ne rimaniamo ingannate, lasciando cadere e precipitare in lor balia la nostra volontà con l’onor, l’anima e la vita insieme. Ma che direte poi voi di tanti c’hanno scritto in nostro biasimo? Che per uno che ci lodi con verità, ve ne son mille che ci vituperano contra ragione; e però non sia alcuno di questi vani discorsi, che vi persuada a credere, che alcuno ami, come dovrebbe perfettamente e senza inganno».

«Dunque - rispose Verginia - non bisogna amar alcuno, poiché affermate che alcuno non ama di amor perfetto; non è vero così?».

«Io non dico - rispose Cornelia - che non ve ne sia alcuno fra tanti, sì come ho detto di padri, fratelli, figliuoli e mariti, ma dico che son tanto pochi quelli che amano veramente, che fra tanta moltitudine si perdono e si confondono ed è dificilissimo il saperli conoscer e trovare, perché son fatti simili a quei bollettini che si mettono al lotto, dove fra tante migliaia de carte bianche vi saranno a pena otto o dieci grazie, le quali per gran sorte sono cavate e toccano a tali, che hanno più ventura che senno».

«Non vi sarebbe dunque qualche segno estravagante - disse Elena - o qualche qualità particolare, per la qual si potesse venire in cognizione di questi pochi boni, che voi concedete nell’universale, acciò da questa conoscenza noi potessimo imparare a schivar gl’inganni e tradimenti di quei tanti falsi uccellatori e predatori della nostra libertà? E insieme sapessimo render a quei pochi buoni il premio e corrispondenza del loro amore?».

«Signora sì - rispose Cornelia - ma, come ho detto, è dificilissimo, perché i veri e finti amici:

 

Dimostran tutti una medesma fede.

 

Pure se voi provassi per sorte alcuno, che vi facesse quella gran servitù ed avesse tutte quelle buone parti, che già ci disse Verginia, ma che continuasse però lungamente, senza mai chiedervi nulla, che fusse in pregiudicio dell’onor ed anima vostra; e che amando voi sapessi certo, che egli non mostrasse di amar altra donna al mondo e che tutti i suoi pensieri fussero inclinati a seguirvi e favorirvi in tutti quei modi che gli fusser possibili, questo tale potria esser e potressi voi creder, che egli vi amasse di cuore. Oltra di ciò è segno, che quello veramente ama, il quale venendoli occasion di veder all’improviso la persona amata o udirla nominare, subito si turba nel cuore, si muta in faccia, gli trema la voce e la persona, diventa palido, sospira profondamente e parla con voce interrotta e piena d’affanno. Colui che di cuore ama, altro non desidera, altro non spera ed altro non chiede, che esser amato, tratta di cose oneste, teme sempre di chi ama, la onora in presenzia, la loda in assenzia; fa non pur conto di lei, ma di tutte le cose sue, come di cosa propria. E se ancor questo, che avrà queste qualità singolari, v’ingannerà poi con finger d’amarvi ed alla fine trovando voi il contrario, ridetevene di grazia, perché poco può danneggiarvi ed egli nulla acquistare».

«Allora - disse la Regina - se tutti quelli, che fanno professione d’innamorati fussero di questa sorte, amando essi veracemente, saria troppo soave cosa l’amore, perché contentandosi gli amanti di poco e le amate contentandosi di dar loro quel poco, saria tra loro una concordia ed una pace troppo dolce e troppo cara; non si sentirebbono tanti lamenti de gli uomini, che vogliono quello che non devono avere, né delle donne, che danno a pegno quello che non possono più riavere».

«E che cosa - disse Lucrezia - intendete voi che debba esser questo poco, di che gli amanti dovriano contentarsi?».

«Che la donna - seguì la Regina - non avesse a male di esser amata con sincerità ed onestà».

«Uno scrittore - aggiunse Cornelia - ha notato in questo proposito che l’amore fin ai sospiri è gentil cosa, quasi che voglia dire esser lecito a donna amata sospirar de’ travagli, che veggia patir al suo amante per lei, e che l’amante abbia di ciò a rimaner satisfatto».

«Il poeta - disse Corinna - lasciò scritto:

 

Certo il fin de’ miei pianti,

Che non altronde il cor doglioso chiama,

Vien da begli occhi al fin dolce tremanti,

Ultima speme de’ cortesi amanti».

 

«Or - seguì la Regina - se ciò fusse, comunque si voglia, l’amor saria se non padre di virtù, maestro di buoni costumi, inventor di allegrezze e donator di tutte le grazie».

«Vedesi per essempio - aggiunse Cornelia - che tutti quei pochi, che hanno amato di cuore, hanno insieme operato virtuosamente e non sono mai stati occasion di scandalo ad alcuno. Il vero amore fa divenir i superbi umili, gli ignoranti dotti, i timorosi magnanimi, gli iracondi mansueti, gli sciocchi avveduti e gli pazzi savi. In somma egli può cangiar natura nell’uomo, far che ’l cattivo divenga buono ed il buono migliore; però è assimigliato al fuoco nel quale, sì come l’oro affina gli suoi caratti, così nella fiamma del vero amore si può ridur l’uomo alla sua perfetta finezza. Ma perché quelli, che non avendo nissuna di queste perfezioni ch’avemo di sopra dette, si sforzano di parer tali, quali non sono, con troppo pericolo e danno nostro e molto ben sanno coprire la lor falsità e mala intenzione con buone apparenze per ingannarci, come ho detto. Però con tutto che a lungo andare paressi, che in alcun fosse quella fede e quel vero amore, che avemo già considerato, io consiglio ciascuna donna savia, onorata e virtuosa che per assicurar la sua onestà e buona fama, quando le vien qualche occasione di alcuno, che le si ponga a far servitù, quantunque notabile, non debba in modo alcuno tenerne conto, né crederli, per non li poner amore, né accettar sue ambasciate, né suoi favori per non li remaner obligata e su i principi difendersi e ripararsi gagliardamente da tali allettazioni, che le serà facil cosa; e così faccia con ciascaduno che si metterà all’impresa di tentarla, dando repulsa a tutti egualmente e non ascoltando niuno, né da dovero, né da scherzo, per non far come colui che fingendo di dormire si addormenta poi da buon senno. Ma sopra tutte le cose, benché in parte gli avesse qualche inclinazione, non debba a patto alcuno lasciarsi intender, ma celarsi quanto può, per non gli dar una minima speranza, a fine che non diventi arrogante e molesto, né osi tentarla di maggior cosa; perché molte volte la lunga molestia e le continue preghiere di persona che s’ami e se le creda, sono bastanti a mover un cuore e spezialmente di donna tenera, semplice ed appassionata; poiché si dice per proverbio, che la goccia continua rompe al fin le durissime pietre».

«Questo saria ben fatto - rispose a ciò Leonora - se noi lo potessimo fare, ma siamo di tanta semplicità e di così gentile e delicata natura, che crediamo facilmente e per esser poi tanto ancor pietose ed amorevoli, non possiamo schivar di non amare, se ben con sincerità e buona mente, pensando che ancor gli uomini siano simili a noi, così in esser veraci, come puri di animo nell’amarci e, giudicando il cor loro dal nostro, ne segue da questo ogni nostra rovina».

«Ditemi un poco, cara dolce Corinna - disse Elena - donde nasce questa tanta bontà e simplicità che, come è detto, si ritrova in noi altre donne più che ne gli uomini?».

«Io non credo - rispose costei - che proceda da altro rispetto, salvo che dalla nostra natural disposizione e complessione, la qual per esser, come affermano tutti i savi in questa materia, fredda e flemmatica, ci rende per consequentia più quiete, più deboli, più apprensive di natura, facili a credere ed a piegarsi; la onde rappresentandoci qualche bella prospettiva, ancor che finta, qualche perla da vista, subito riceviamo l’imagine, che in se stessa è falsa, per vera, come ha detto Cornelia. Ma con tutto ciò, ove manca la disposizion naturale, ci bisogna proveder con l’intelletto e col torchio della ragione farci lume per conoscer ben queste mascare e guardarsi da loro, dandoli quell’udienza e quella fede che diè la savia pecorella all’ingordo lupo quando, fingendo egli la voce della madre di lei, l’essortava ad aprirli la porta».

«Questa ragion mi quadra - disse Elena - che noi siamo di tale natura, dove non domina alcuna ferocità, per non vi aver molto luogo la colera ed il sangue e però riusciamo più umane e mansuete e meno inclinate ad essequire i nostri desideri che gli uomini, dove all’incontro gli uomini di complession calda e secca, signoreggiati dalla colera, essendo tutti fiamma e fuoco, sono anco più inclinati ad errare e manco si ponno astenere da i loro disordinati appetiti. Quindi nasce il loro sdegno, impeto e furore nell’ira, quindi l’impacienzia immoderata nelle loro voglie intemperate e ardenti, sì nelle carnalità, come in ogni altro loro desiderio, il quale in loro è di tanta forza, che a i sensi sottopongono la ragione e, operando l’uomo perciò, secondo la inclinazione de i sensi e senza alcun ordine di ragione, non è da maravigliarsi, se la più parte di loro poco attende alle virtuose azioni, ma tutto si in preda ai diletti e concupiscenze viziose, poiché lo spirto unito alle membra di tale temperamento non può causar effetti fuori della sua natura e proprietà; non è vero così?».

«Sì - rispose Cornelia - ma per ciò voi non negate, anzi affermate, che le donne non siano più degne, poiché oltra le cose già dette, si trova che sono create di miglior natura di loro e che si governano per ragione e non per appetito e perciò restano dal male e si applicano al bene. Il che non fanno essi, che potendo esser buoni ed emendar la lor natura come, volendo, potriano per la perfezion dell’intelletto che hanno, per la maggior vivezza de gli spiriti, come è detto, non vogliono adoprarlo, né affatticarsi in corregger la lor sensualità e così seguono di male in peggio, di maniera che, per natura e per volontà, sono cattivi e si sforzano anco di far cattive noi altre».

«Dunque - disse Elena - la bontà di noi donne non è per volontà, ma per natura ed essendo di natura noi manco inclinate al male che gli uomini, astenendosene, il merito non è nostro, o poco, e non astenendosene il peccato è grave, e quasi volontario per la poca forza che ci fa la nostra inclinazione; dove essi, che sono quasi sforzati, come avemo detto, quando per gran virtù se ne astengono, il merito e la bontà loro è grande e notabile».

«Eccovi qui - ritolse Cornelia - che infin qui voi pur confessate che noi siamo di miglior complessione e natura create de gli uomini, poiché in ciò fondate tutta la vostra ragione e per consequente più perfette e degne di loro; ma voi poscia errate a credere che essi meritino più di noi, ritenendosi dal mal operare per aver maggior tentazione e più possente di noi. Il che non concedo, perché molte volte si sono trovate delle donne in gran numero che patiscono maggior violenza dei sensi che molti uomini, poiché se ben naturalmente nell’uomo è più inclinazione, gli è perché di sua natura è più capace e più disposto alla volontà; ma non resta per ciò che la donna parimente in se stessa non sia occupata ed impugnata da tutte queste forze naturali e potenze dell’anima, e non sia inclinata da tanta volontà di quanta può esser capace nel suo esser ed abilità, sì come veggiamo per esperienzia di due vasi, uno grande e l’altro piccolo, che essendo ambidue pieni d’acqua, non è dubbio che il grande ne tien maggior quantità che il piccolo, tuttavia non resta che così il piccolo, come il grande, non sia pieno, colmo e occupato in se stesso di quella quantità d’acqua della quale el mastro nel fece capace. E così diremo della donna, che essendo minor di animo e di forze dell’uomo per resistere alle tentazioni e però quanto alla sua capacità così inclinarà tentata e sforzata dalle sensualità, quanto l’uomo ed anco più per la sua facilità e semplicità, per la qual si lascia più facilmente trasportar e vincer dalle passioni naturali. Tuttavia ella si sforza bene per esser buona e resiste con forte cuore alle sue male inclinazioni e non solo ha ella da vincer le sue proprie, che le bisognano ancor forze da combattere e vincere la molestia de gli uomini. Mirate doppia fortezza, che quasi l’è più dificile, per la natural sua clemenza e benignità, che la inclina a giovar e compiacer ad altrui più che a se stessa, in tutte le cose ed in questa per esser contraria alla virtù, al che ella si conosce più obligata che alla vita propria, né d’altrui, volendo patire di non essequire la sua volontà e negando a se stessa ogni suo contento ed a chi pensa che l’ami. Riceve però gran violenza nel cuore e il merito della sua vittoria è infinito e non potrebbesi esprimere. Ma dato e non concesso che noi avessimo minor inclinazione di errare, avemo insieme anco come è detto, minor virtù e forza per ritenerci, che non hanno essi uomini, li quali, quando ben avessero più l’appetito inclinato alle volontà, hanno anco più forze e più giudicio per guardarsi ed astenersi da quelle. Ma noi manco forti ricevendo tal doppia vittoria (come il più delle volte accade) della volontà nostra e dell’altrui, maggior deve esser anco l’onor che ne conseguimo, sì come quel capitano posto alla guardia d’una fortezza con buone provisioni, ben ch’abbia assai nemici intorno, non consegue molta gloria in difenderla, perché se ha molti che l’assaliscono, ha insieme infiniti che la riparano. All’incontro è molto lodato qualunque con poche forze si difende, benché da pochi nemici, avendone non solo attorno ma ancora in casa e gli vince e discaccia; poiché, o per la qualità dell’assedio, o per la lunghezza del tempo, non manca di passar pericolo di restar preso alla fine; di modo che e per natura e per volontà proviamo le donne esser migliori de gli uomini».

«Certo - disse Lucrezia - che voi Corinna v’ingannate. Dio volesse, che la cosa passasse della maniera che voi dite, che le donne fossero così costanti, che gli uomini stariano più in cervello; ma anzi perché hanno la pratica che siamo troppo facili e pieghevoli perciò si pongono all’impresa di solecitarci e tanto tentano, tanto importunano, che al fine ne riportano la vittoria d’alcuna; il che non occorrerebbe, se le donne fessero da donne ed alla bella prima dessero loro quella repulsa che si conviene; perché quando veramente una donna vuole, sa e può con un cenno solo levarsi d’attorno qualunque amante per importuno e sfacciato che sia».

«V’ingannate ben più voi Lucrezia - ritolse Corinna - con dir per ciò contra le donne, quasi che elle diano occasion a gli uomini temerari d’insidiarle, che anzi sono essi l’origine e cominciamento d’ogni male, poiché non è dubbio che le donne sono come la pietra focaia, la qual benché in sé chiuda il fuoco, non lo scuopre però mai, se alcuno con l’azzalino non la percuote più e più volte. Se adunque gli uomini col moto proprio sono causa efficiente e cagion principale di svegliar in loro i sensi, come ogni si vede e tanto le instigano e molestano, perché deono elle esser incolpate di ciò che fanno sforzatamente? E se peccano per accidente, non per natura, né per volontà determinata e propria? Ma essendo così molestate da essi? Poiché in tal caso non sono elle più fredde dell’acqua, né più dure, che ’l ferro e pur ambi si cangiano. Oltra di ciò, per risponder a quello che dite, che potriano, se volessero, levarsi la lor molestia dalle spalle, sappiate che tutte s’affaticano per farlo e a molte riesce, a molte no, o per lor disgrazia, o per la gran malvagità di quegli uomini con cui s’abbattono. Percioché ve ne son de tali, che mai voglion desister dall’impresa con vana speranza, che nasce dalla lor gran superbia e dal tenersi e reputarsi tanto degni, che le donne lor debbino anzi correre dietro, o gettarsi giù dalle finestre per far loro favore; e stimandosi tali par loro impossibile che, almeno in capo di qualche tempo, elle non depongano la loro durezza con gli effetti, sì come essi pensano, che l’abbino già deposta col cuore, ma che per buon parere così fingano e per farsi tenir buone ed oneste. Né altramente occorre in ciò a noi donne che accade ai contadini nel seminar le biade in diversi campi, poiché se ben ciascuno farà il suo dovere e s’affatica per aver buon ricolto, non succede però a tutti egual frutto, come dovrebbe d’una istessa sementa; poiché a tale riesce la messe abondante e a tale marcisce e non fa frutto alcuno. Così i saggi ammonimenti o dissimulazioni o ripulse oneste delle donne nel cuor di tali uomini, che pur hanno un poco più di discrezione, fanno frutto di rimordimento e di bontà e gli levano dalle lor pazzie, ma con tali non vaglion nulla, anzi in vece di produre buon frutto, bene spesso cangiano il formento in zizania. Perché ove non nacque, né ebbe loco in loro il simulato amore, trovandosi in fine disinganati della loro sciocchezza, s’infiammano di vero odio contra di noi e quel che mai non hanno avuto in fatti, per gran dispetto s’ingegnano di far veder in parole che lor sia successo a lor modo; ed a quante intravien questo?».

«O lingue maledette - soggiunse la Regina - e di che sorte, io ne conosco tanti. Oime di quante si dice male che sono innocenti».

«Basta, lasciamli pur dire - disse Corinna - ed attendiamo a far ben noi, perché in fine la verità sempre si fa palese».

«Deh - disse allora Elena - non negate di grazia, che ancor noi ben erriamo la nostra parte sì e contra quel che avete detto; che gli uomini cominciano e sono causa di tutto il male e ci metton suso, il che in gran parte è contra ragione. Or per tenir un poco da essi, in ogni modo siamo qui tra noi, che essi non ci odono, quante donne di grazia sono degne di vituperio e di biasimo, che fan vergogna al nostro sesso publicamente e che sono elle prime a tentar gli uomini e a vil prezzo vendono la lor onestà e per ciò distruggon gli uomini, levandogli la robba quanta si hanno e spesso ponendoli a rischio di morte? Il che tanto loro che dire, essendo molti di loro buoni e di onesta vita, sì come furono Scipione, Senocrate, Alessandro ed altri de quali fanno menzion l’istorie».

«A questo - rispose Cornelia - egli è vero; ma questi tali uomini rare volte fioriscono, come un essempio che Iddio manda nel mondo, perché sia imitato da gli altri, ma rari vi s’accostano e per ciò sono nomati nell’istorie per cosa strania, mostruosa e notabile e son fatte come le comette prodigiose che appaiono ogni tanti anni una volta; ma grandissimo è il numero delle donne buone e savie. Quanto poi alle impudiche, che ci sono, il che non niego (così non fossero), torno a dirvi quel che ho detto, cioè che di tanto male l’origine propria e la vera cagione sono stati essi uomini, i quali prima hanno insidiato, tentato, molestato e speronato le misere donne, quando erano da bene, tanto che hanno indotte le più semplici e facili a rovinarsi ed a scavezzarsi il collo; con tutto ciò in tanta lor miseria si trovano aver maggior auttorità che gli uomini, poiché esse non pagano gli uomini e le si danno a loro in preda, come gli animali brutti ed essi convengono pagar loro per triste, vili e miserabili che siano. Il che non seguirebbe se essi stessero in cervello e avessero quella modestia ed onestà che si ritrova nelle donne. Perché, ditemi di grazia, quando si trovò mai una fanciulla vergine così audace e sfacciata che tentasse uomo veruno di cose men che oneste? Non è dubbio che quando una vergine divien donna di poco onore, è solo per cagion dell’uomo che non ha vergogna a lusingarla e sollecitarla per molti modi, tanto che, come ho detto, supera la sua semplicità ed a poco a poco, levandole il rispetto e poder feminile, la induce poi a questo principio o con abbandonarla, come spesso occorre, o per altri disagi suoi a divenir una publica meretrice. E ridotte poi le misere a questi termini e conoscendo bene che gli uomini ne son stati colpevoli con lor malizie ed importunità, per cavar qualche utile del lor gran danno, non amano più alcuno di quel sesso, poiché da principio si sono trovate così ingannate da loro, ma pagandoli dell’istessa moneta, sì come furono essi ingordi del loro onore, elle divengono ingorde della lor facoltà e fingendo anch’esse d’amarli, se per mala sorte alcuno lor pone amor sopra (che pur qualche volta il peccato li giunge e par che talora più s’intrichino in queste tali che nelle donne da bene, perché li sono diventate simili) vi so dir che sta fresco, che gli cavano insino all’anima e meritamente. E poi questo solo peccato hanno quelle povere donne, dove che quasi tutti gli uomini ne hanno le migliaia ed essendone essi la cagione, come ho detto, perché tanto vituperar noi? Non niego che ciò non sia una infamia solennissima, ma per poche non si debbon vituperar molte né levar loro il credito; ed anco quelle poche non meritano esser sole infamate e che gli uomini se ne glorino, perch’io non trovo in nissuna legge divina che siano assolti gli uomini da questa colpa e condannate le donne sole; né meno nelle umane, che quando la giustizia del mondo si trova aver molti rei nelle forze per qualche gran delitto, suole ordinariamente investigar del capo e auttor di essi, e trovatolo bene spesso assolve i complici e condanna solamente i principali ed auttori de’ misfatti. Vedete dunque, che per leggi umane e divine debbono così gli uomini come le donne cattive esser riprese e castigati e più per esser causa e capo principale dell’error di noi donne, come è detto. Oltre di ciò quelle poche che errano (non parlando di quelle publiche) lo fanno, come si disse, per troppo lor bontà e compassione».

«Deh cara Cornelia - disse allora Lucrezia - voi volete che ’l vizio sia bontà? Questa è ben una cantepola che volete darci ad intendere».

«E pur - disse Cornelia - chi gli ode parlare, non gli sente dir altro che mal di noi: e la tal fa così col tale, e quell’altra, o che trista, o che sfacciata, io non avrei mai creduto, pareva una santa; queste donne fan tutte le schive perché non possono, se potessero sariano tutte triste ad un modo; e sì fatte bestemmie e villanie, che dicon tutto ’l giorno, e non si guardano giù per avanti a loro e non accusano loro stessi. E pur non so come s’abbino fatto una legge a lor modo, né chi abbia lor dato questa licenzia di peccare più che a noi e se la colpa è commune, come non ponno negare, perché non anco la vergogna? Perché vogliono che lor sia d’onore e a noi di biasimo?».

«Lasciateli pur fare - disse allora Corinna - che mentre hanno creduto disonorarci con poner questa usanza nel mondo, hanno fatto il nostro meglio ed il loro peggio, perché ci hanno insegnato a fuggirli, non essendo essi degni di noi».

«Chissà - disse Leonora - che non siano state donne savie e valorose a tempi antichi, ch’abbin messa tal diferenzia tra noi e gli uomini? Che avendo un uomo amorosa pratica con una donna a lei ne risulta così gran biasimo ed a lui più tosto laude ed onore; di maniera tale che ella sempre cerca di nasconderlo quanto può ed egli non vede l’ora d’appalesarlo, quasi da ciò dependa ogni sua gloria e felicità; per dar ad intendere con ciò la dignità e nobiltà manifesta di noi donne, e la indignità espressa de gli uomini. Perché essendo tra questi due sessi tanto gran distanza di perfezione, ci è vergogna troppo grande che noi, che gli avanzamo così in ogni conto, ci degnamo di accompagnarci con soggetti manco degni di noi e specialmente fuori della necessità del matrimonio, il qual perché ci è commandato non possiamo negare, ma con tutto ciò anco in questo perdemo gran parte della nostra riputazione. Poiché gli antiqui Romani e tutti i popoli hanno avuto in gran venerazion le vergini e come cosa sacra le guardavano ed onoravano, il medesimo si fa a tempi nostri in qualunque parte del mondo. Tuzia vestale, non già per esser accopiata ad uomo, portò l’acqua al tempio nel crivello. E Claudia, pur vestale, solo per esser vergine tirò al lito la nave col cinto, che tanti mila uomini non aveano possuto. Poiché la donna segregata dalla viril conversazione è una creatura quasi divina e può operar cose maravigliose, conservandosi nella sua natural verginità; il che non occorre a gli uomini, perché quando l’uomo ha preso moglie par che allora abbia dell’uomo, allora sia veramente nel colmo della sua felicità, onor e grandezza. I Romani al lor tempo non davano carico alcuno ad uomo che non avesse moglie, non concedevano che sedesse in publico, né facesse alcuna operazion grave ed appartenente alla Republica. Soleva dir Omero che gli uomini stando senza donna sono mal vivi. Volete anco conoscer per altra ragione la dignità ed auttorità maggior delle donne che de gli uomini, mirate di grazia, che se un uomo si troverà aver moglie savia, pudica e virtuosa ed egli sia il maggior ignorante, tristo e scelerato che viva, non potrà con tutte le sue malvagità porre una minima macchia all’onor della buona moglie, ma se per mala sorte una donna si lascierà dalle insidie di alcun molesto amator persuadere a perder l’onore, per buono, savio ed onorato che si sia il marito, subito egli ne riceve disonore vergogna solennissima, quasi che egli da lei e non ella da lui dipenda; e sì come quando il capo duole tutto il corpo langue, così la donna per esser di sua natura migliore e perciò meritamente capo e superiore all’uomo, ricevendo alcuno aggravio, ecco che l’uomo come suo annesso e dipendente, lo compatisce e così del mal come del ben della moglie divien partecipe e possessore».

«Veramente - disse allora Cornelia - che se noi non fussimo tanto benigne, pietose ed umili di natura, risguardando solamente a questo, dovressimo fuggir la lor pratica assolutamente, dalla qual ci nasce se non danno, vergogna e rovina espressa e dovressimo conoscendo i nostri meriti, star più sopra di noi e serbar il nostro decoro e donnesca auttorità e non si domesticar tanto con chi non ci merita e con chi sopra mercato dice poi mal di noi, essendo essi soli colpevoli di ogni nostro male».

«Voi me ne dite tante - disse Verginia - che io di già incomincio a spaventarmi e a tor gli uomini in disgrazia e forse forse, ch’io farò nuovo pensiero».

«Piano - disse la Regina - figliuola mia già non afferman queste donne, che fra tanti cattivi non ve ne sia alcun di buono».

«Non - rispose Cornelia - e se non fusse per altro, per essere partecipe della semplicità e bontà della madre e perché si dice che ’l padre nel generare ha più parte nel figliuolo che la madre, di qui nasce che ’l figliuolo riesce più simile ad esso padre e per consequenzia così malvagio di maniera, che quel d’essi uomini è manco reo, che più partecipa della bontà della madre».

«In somma - disse Lucrezia - voi con tutte queste vostre ragioni non negarete già che le donne sono state e sono cagion di mille danni nel mondo e perciò si chiamano donne, quasi danno».

«Anzi - rispose Corinna - si chiamano donne, quasi dono celeste e senza il qual non vi è cosa di bello, né di buono; ma perché “danno” di grazia?».

«Perché? - ritolse Lucrezia - non si legge che per una donna fu destrutta Troia con dieci anni di guerra continui? Che rispondete a questo?».

«Rispondo - replicò Corinna - che questa donna con tutto il mal che fece vinta d’amore e dalle lusinghe e preghi d’un uomo, che la sollecitò ed andò con questo animo a trovarla, che ella non si pensava di lui, si scopre maggiormente la dignità delle donne. Prima, che l’uomo andò a trovar la donna e non ella lui; il che oltre che l’è riputazione, la iscolpa in gran parte e discopre la sua innocenza ingannata da quello. L’altra, che l’uno per defenderla, che fu l’amante e l’altro per ricuperarla, che fu il marito, non riguardò a far tanta rovina, con tante spese, tante morti e tanta distruzion, per sì lungo tempo; poiché all’un ed all’altro pareva troppo gran perdita il privarsi d’una sola donna, che che ne fusse la cagione, o amore, o onor che ve gli spingesse. Il che non si trova mai esser successo, né che donna abbia rubbato, né sforzato uomo alcuno, né fatto simil cosa per alcun di essi, né che anco gli uomini abbiano dimostrato tenir tal conto, o far tal prova per alcuno di loro medesimi». Disse allora Elena:

«Chi fu cagion della nostra perdizione, salvo che Eva, che fu prima donna?».

«Anzi fu Adam - rispose Corinna - poiché ella a buon fine desiderosa d’intender la scienza del ben e del male si lasciò trasportar a gustar del vietato frutto. Ma Adam non per ciò mosso, ma per avidità e per gola, udendo dirle ch’era saporito, lo mangiò, che fu peggior intenzione e più spiacque. E per ciò si trova che non subito, che Eva peccò, Iddio li scacciò del Paradiso, ma dopo che Adam le ebbe disobedito, di modo che per Eva non si mosse e per Adam immediate dette ad ambi il meritato castigo, che fu ed è commune a tutti noi altri. Or, che mi direte poi della donna eletta fra l’altre alla nostra riparazione? Iddio non ha già creato uomo alcuno semplicemente uomo di tal merito, come ha creato donna semplicemente donna. Trovatemi ne gli Annali e Croniche antiche uomo alcuno per savio, per santo che sia, che arrivi alla millesima parte delle rare eccellenzie e divine qualità di nostra Signora e Regina de i cieli? Certo non ne trovarete alcuno».

«Io non so quasi che risponder a ciò». disse Lucrezia.

«Non credete voi - disse Leonora - che gli uomini non conoschino il nostro merito?

«Lo conoscono ben essi ma non lo voglion confessar per invidia in parole, ancor che ne i costumi non possano far di non scoprir parte di quel che senton nel cuore, percioché si vede troppo bene che incontrandosi alcun uomo con donna, o per via, o accadendogli di ragionar seco, subito, da occulta virtù spinto, la riverisce ed inchina umiliandosele come suo minore. Così nelle chiese, ne i conviti sempre alle donne si danno i più onorati luoghi ed ancor che la donna fusse di assai più bassa condizione, sempre l’uomo l’onora e falle riverenzia. Ne i casi d’amore, che debbo dir poi? De chi non fanno essi stima? A chi non tentano accostarsi? Forse che, per nobile che sia un’uomo si vergogna di praticar con alcuna rozza contadina, con una plebea, o con la sua fante propria? Conoscendo che ove manca la fortuna, in lei supplisce la natural preminenza. Il che non occorre alla donna che oltra che mai, o per gran mostruosità si trovi che una donna nobile ami un’uomo vile, poche si trovano anco che, eccetto il marito, amino i pari suoi e per ciò nasce anco la maraviglia, che si fanno le persone, quando si sa che alcuna donna erri; come riputando cosa insolita e fuori del suo ordinario udir tal cosa (non parlando delle publiche) il che de gli uomini non si fa conto, che per esser tanto soliti e facili a peccare, non si pone più lor mente, come di cosa ordinaria e consueta. Anzi è così in estremo cresciuta la malvagità de gli uomini, che se si trova alcuno, che pur sia miglior de gli altri e non vada dietro a queste malizie, gli è da gli altri attribuito a dapocaggine ed è tenuto uno scioccone, di modo che molti sariano migliori, se non che per seguir l’uso del più lor, par gran vergogna, se non fanno peggio de gli altri».

«Così la va - disse Cornelia - li buoni e li savi non ponno più vivere, bisogna che faccino a lor dispetto male, come intravenne già a quei sette filosofi, che avendo per lor gran sapienzia previsto che nella lor città doveva succeder una grandissima influenzia, per la qual tutti gli uomini sariano divenuti pazzi, essi senza dir cos’alcuna a gli altri tra lor s’accordarono di usar certi preservativi, perché in quel tempo essi soli si mantenissero in cervello, giudicando che come fussero gli altri tutti impazziti, facil cosa sarebbe loro per esser i savi di governar i pazzi e perciò farsi signori e divenir patroni d’ogni cosa per la lor gran sapienzia. Il disegno era grande, la speranza infinita e ’l tempo era tardo al desiderio. Or accade che essendo pur giunto il termine, che questa disgrazia occorse a ciascuno di uscir del senno, eccoti questi, che erano savi e che sapevano ben il tempo, uscir fuora caminando saviamente tra gli altri, che per lo sopragiunto accidente erano tutti sforzati a ballar, saltar e far sì fatte pazzie; e quivi facendo essi savi cenno loro che queti si stessero, non più tosto furono da quei pazzi veduti, che non come essi saltavano, ma con maniere gravi volevano commandar loro, che non facessero quel che essi gran saviezza reputavano; si voltarono lor contra con tanta furia, stimando quelli esser veramente pazzi e non loro medesimi, chi con pugni, chi con legni e con sassi e con ciò lor veniva in mano, ch’ebbero più che di grazia i poveri savi di lasciar la sapienzia da canto e per non esser uccisi mettersi ancor essi a ballar e saltar come gli altri e far da pazzi, se ben non erano. Così anco fanno questi uomini che essendo la più parte impazziti dietro mille sciocchezze, si fanno beffe di quei pochi buoni; la onde col cattivo essempio appresso le altre cause, s’hanno tutti posto in usanza di far ogni volta peggio e non hanno chi gli riprenda, poiché tutti son macchiati d’una pece».

«E chi volete voi, che lor dia biasimo di cosa che si faccino? - disse Cornelia - Forse noi che per la nostra umiltà non sappiamo aprir bocca? O loro medesmi, che sono nel fatto, come ditte?».

«Io ho letto - disse Elena - che gli antichi castigavano per legge le donne che erravano, severissimamente, lasciando gli uomini impuniti».

«Eccovi detta la ragione - rispose Corinna - non erano già pazzi in questo gli uomini se erano scelerati, che avendo essi a dar leggi ed essequirle, avessero liberato le donne, castigando loro stessi. Oltra di ciò posero tal legge contra le donne, perché conoscevano che rare volte avrebbono avuto a far giustizia per la continenzia loro, essendo sì poche quelle che errano, dove s’avessero voluto così castigar anco gli uomini, bisognerebbe averli uccisi tutti, o a maggior parte di essi».

«Deh - disse allora Lucrezia - ce ne è più da dire di questi poveri uomini?».

«O - rispose Cornelia - chi volesse seguire, non si finiria mai circa i lor falli e si fariano i volumi tanto alti e stancherebbonsi tutte le lingue e vi bisognarebbono gli anni di Matusalem o di Nestore a contarli; ma questo a noi è cosa impossibile, e ci basta aver accennato una minima particella delle indignità e vizi loro nefandissimi, che io non so in somma come alcuna di noi abbia pur occhi onde mirarli, non che si disponga d’amarli».

«E questo è apunto quello che io voleva dir ora». disse Lucrezia.

«Voi pur sete di questa fantasia - rispose Verginia - che non si trovino uomini che amino di cuore e che per ciò non meritano esser amati».

«Signora sì e di più ho detto e dico - rispose Cornelia - che se ben se ne trovasse alcuno, che di cuore amasse, non essendo suo marito o in stato di esservi, deve ogni donna rifiutar d’amarlo e schivarlo ad ogni suo potere per non incorrer ne i pericoli ed errori ne’ quali molte per troppa semplicità e bontà loro spesse volte incorrono. Così ho detto e così replico e confermo».

«Quali son questi pericolidisse Verginia.

«Non ve l’ho detto ancora - aggiunse Corinna - sono questi. La donna che ama di cuore, o che vince il suo desiderio, o che si lascia vincer da esso, in tutti i modi patisce pericolo; se sta salda e costante per non errare, eccovi che maggior travaglio se gli appresenta quanto la continua battaglia che soffre in se stessa, e ’l gran ramarico di non ottener mai ciò che brama, sì come ho già detto? Non è dubbio che le saria mille volte più caro il morire che vivere in simil tormento; se anco si lascia vincere, vinta insieme dalle lusinghe e molestie dell’amante, ben potete pensarvi i pericoli ne’ quali incorre nell’onor, nella vita e nell’anima, che più importa. Sì che in ogni modo per tutti questi rispetti si devon le donne schivar d’amar gli uomini, ancor che molte non possino farlo tanto son buone, come ha detto Cornelia, se ben essi son cattivi».

«Quanto a questo - disse Verginia - voi parlate bene che non si dovriano amarli, quando si può farlo, per non aver a passar per l’un pericolo, o per l’altro, ancor che gli uomini fussero buoni e ci amassero di buon cuore. Io non vi contradico in ciò; ma parlo su questo e non voglio lasciarvi di passo, che gli uomini non siano buoni e che ancor essi non ci amino con tutte le viscere? Deh, se non ci amassero essi, perché perdono il tempo e l’opra tanti in far servitù tutto il giorno a diverse donne, come si vede per esperienzia?».

«Oh - disse Corinna - mi fate pur ridere, andate sempre su certe fanciullezze; questi son passatempi de’ gioveni oziosi, che non hanno altro che fare; non ne avemo tanto ragionato di queste lor servitù, non vi ha detto Cornelia che ella è una caccia da lepri; ricordatevi di quel che disse il poeta ferrarese:

 

Come segue la lepre il cacciatore,

Al monte, al bosco, a la campagna, al lito,

stima poi che già presa la vede,

E sol dietro a chi fugge affretta il piede.

 

Così fan questi giovani e cetera».

«Eh - disse allora Leonora - la povera Verginia debbe aver qualcuno di questi giovinelli, che avendo oltra la sua bellezza inteso della gran dote che le aspetta, si avrà per avventura posto a farle queste finzioni d’amore e queste lusinghe per allettar la sua semplicità e perciò ella, che è ancor fanciulla, facilmente si a credere che costui le muoia dietro e così deve pensar che faccia ogn’uno con l’altrui».

«Signora no - disse Verginia alquanto arrossita - che non lo dico per ciò, ma perché mi par così, che se non è, almeno dovria esser».

«Questa dimostrazion di servitù e d’amor - repigliò Corinna - veramente non ci fanno perché ci amino come ha detto Cornelia, ma perché ci desiderano ed in questo caso l’amor in loro è figliuolo e ’l desiderio è padre, overo l’amor è l’effetto e ’l desiderio la causa. E perché si dice che rimossa la causa si remove l’effetto, da ciò nasce che l’uomo ci ama tanto, quanto ci desidera e però mancato che è in lui il desiderio, che è causa di quel vano amor o per averlo conseguito o per non lo poter conseguire, viene a mancar insieme l’amor che è l’effetto di quella causa. Dove se all’incontro noi amiamo, l’amor in noi è causa e padre ed il desiderio è il figliuolo ed effetto di esso; e sì come può esser il padre senza il figliuolo e la causa senza l’effetto, ma non il figliuolo senza il padre, né l’effetto senza la causa, così nell’uomo può star desiderio senza amore, ma non amore senza desiderio; ma per la contrario nella donna è amor senza desiderio, ma non può star desiderio senza amore».

«Forse - disse Verginia - non ci amano gli uomini perché non lo meritiamo, se ben voi e Cornelia allegate che sia il contrario, io non lo credo, se non mi rendete la ragione e non la provate con gli essempi».

«È da vedere - rispose Corinna - se per ciò lo fanno essi. Già avemo inanzi provato che in tutti i conti, in virtù, in dignità, in bontà ed in mille parti siamo lor superiori ed essi inferiori a noi, però io non so discernere la cagione perché non ci amino, se non, come dianzi ve dissi, per esser la lor natura tanto disamorevole ed ingrata, che poco vi ponno l’influenze celesti ed anco per grande invidia che hanno al nostro merito, come già dicemmo; il che molto ben essi conoscono e si veggiono essi pieni d’errori, da’ quali in tutto vanno essenti le donne ed in quel cambio sono ornate di ogni bella virtù; e che sia vero, per provarlovi, trovasi manifestamente che nelle donne in vece de ira vi è mansuetudine e prudenza, di gola temperanza, di superbia umiltà, di sfrenatezza continenzia, di discordia pace, di odio amore ed in somma, ogni sorte di virtù morale e liberale è, e può esser nelle donne, più che ne gli uomini».

«Deh poveri uomini - disse allora Cornelia - quanto la errano essi a non far stima di noi, noi governamo lor la casa, la robba, i figliuoli e la vita e senza noi vaglion niente e non sanno far un servizio, che stia bene; cavateli da quel poco di guadagnar che fanno, da che son buoni? Come starebbon se noi non gli attendessimo? E con che amore? Stariano forse al governo de’ servitori che gli assassinassero la robba e la vita, come spesso accade?».

«Noi siamo quelle - aggiunse Leonora - che loro alleggerimo i pensieri e con torsi il carico della casa non per dominarli, come molti dicono che facciamo, ma per farli vivere con più quiete sottentriamo alle fatiche, amministrando il regimento della famiglia. E certo, chi non ha in casa sua qualche cara compagnia di donna, o moglie, o madre, o sorella, o tal che fedelmente lo serva e governi in tutti i suoi bisogni e con cui partecipi il ben e ’l male che gli occorre, non può vivere con l’animo consolato e tranquillo. Di modo che non si può dire con verità che le donne siano di danno al mondo, anzi di grandissimo utile per lor sapere, virtù e bontà. Oltra di ciò non manca alle donne per esser meritamente amate, oltre la corporal bellezza e leggiadria, fortezza di animo e di corpo e in quel che non vagliano per armeggiare, non è lor mancamento ma di chi loro creanza, poiché si è visto chiaro di quelle che sono state già tempo allevate sotto tal disciplina, quanto son riuscite valorose ed esperte, avendo appresso quel particolar e proprio dono del presto conseglio, col quale hanno avanzato gli uomini in mille occasioni, come fu già Camilla, Pantasilea inventrice della scure, Ippolita, Orizia e tante bellicose donne di cui l’istorie de gli istessi uomini non hanno possuto tacere. Delle lettere non accade parlarne, poiché si sa prima che Carmenta fu inventrice di esse, dal cui nome son chiamati i versi carmi. Di Saffo che vi potrei dire, che fu annoverata tra i savi d’Atene? Di Corinna Tebana, che vinse Pindaro di eloquenzia? Di tante famose Romane, di Ortensia, di Sulpizia, che dedicòl Tempio alla castità, di Bella moglie di Lucano, di Calfurnia di Plinio, di Lelia, di Proba, della sorella di Pitagora, della figliuola di Aristippo, delle Sibille, che furono più antiche e di tante altre, che non si sa il numero? Se per generosità d’anima e per fatti illustri deono esser amate quanto fu notabile l’atto di Giudit ebrea, la vendetta di Tomiri contra Ciro, l’animo invitto di Cleopatra, la grandezza di Semiramis, di cui disse il poeta:

 

Ch’una treccia raccolta, e l’altra sparsa,

Corse a la Babilonica rovina.

 

Le guerre e la virtù di Zenobia, il bel fatto delle donne d’Aquileia quando nella guerra che lor Massimino, essendo ridotte in estrema necessità, si tagliarono i capelli e gli diedero a lor uomini per far corde a gli archi da potersi difendere. L’istesso fecero le Cartaginesi e le Romane in altre occasioni. Le donne di Sparta, quando i lor uomini andavano alla guerra, allacciavano lor gli scudi dicendo: o con essi, o in essi, cioè che o vivi vittoriosi, o morti gloriosamente aveano da ritornare; e con ciò non a fuggirsi vilmente, ma a vincere o morire gli inanimavano. Che dirò delle donne Romane che per liberar la lor patria dallo stimolo dei Francesi, spinte da gran carità, si spogliarono volontariamente di tutte le lor ricchezze ed ornamenti feminili e le dierono al publico, per il che ne ottennero dal Senato il poter andar in carretta? Furono gli uomini Romani che rubbando le donne Sabine mossero la guerra e furono le donne poi che gli posero in pace. L’atto della madre di Coriolano in disponerlo a lasciar il mal animo verso la patria, non è men famoso. Altri infiniti essempi di magnanimità e d’amor verso la patria si son trovati nelle Donne, si trovan tuttavia che saria troppo lungo a contarli. Ma se per amar meritano esser amate, che si potrebbe poi dire dell’amor loro verso i parenti? Non si legge di quella figliuola di Cimone, che essendo il padre in prigione per morirsi di fame, ella sotto spezie di visitarlo lo notrì col proprio latte per lungo tempo? Che diremo di Erigone, che avendo lungamente cercato il padre ed in fine dal fedel cane avvertita, che presala co’ i denti ne i panni la trasse ove era il corpo di esso morto, ella per gran dolor disperata s’appiccò all’istesso arbore sotto il qual il padre sepolto giaceva? Che vi par delle figliuole di Edippo Re di Tebe, quanta fu la lor pazienzia e pietà in governar e compatir il lor cieco padre in tanta miseria senza mai volerlo per alcun sinistro accidente abbandonar infin alla morte? Fu anco assai notabile la carità di Mezia, che tante volte si lasciò vendere dall’affamato Erisitone e poi fuggendo da suoi compratori ritornava spontaneamente ad esso padre, perché egli ne traesse la commodità del suo vivere. All’incontro quanto fu gran crudeltà d’un padre mercantar la propria figliuola per sua utilità?».

«Oh - disse allora Elena - la necessità lo spinse e non disamor che le portasse; e in tal caso, ove gli andava la vita, non era gran cosa che egli si valesse della filial pietà, la qual gli era obligata per ischivarli la morte».

«Questa pietà in caso di morte non ebbero già molti padri verso le loro figliuole - ritolse Cornelia - perché molti di essi potendo dar un’altra vita alle loro figliuole con accasarle con quei, che esse amavano, le hanno più tosto lasciate morir d’amore».

«Mi fatte ridere - disse Lucrezia - io vorrei più tosto morir d’amore che morir da fame, come facea Erisitone».

«Sì certo» disse Elena.

«Basta - seguì Cornelia - tutto è morte. Ma quei padri poi, che per cagion d’amore le hanno senza pietà uccise?».

«Che vorressi - disse Lucrezia - che un padre sopportasse una vergogna in casa?».

«Questo no - rispose Cornelia - ma che con destro modo vedesse di levarle l’occasion e la pratica (il che è maggior prudenzia, e minor scandalo senza poner a romor tutto il mondo e far ragionar de i casi suoi) e a tutto suo poter distorla, allontanarla, minacciarla e tentar ogni strada, eccetto quella della morte, ultima delle cose terribili; perché oltra la inumanità che usa, non le lieva però la macchia ed anzi vi è di più la quasi certa perdita dell’anima, che più importa che tutto il rimanente».

«I Gentili - disse Corinna - non guardavano a ciò, perché Pomio trovando la figliuola ingannata dal suo maestro in errore, spietatamente l’uccise. L’istesso fece Blandemo figliuol di Zeusi. Né so se debbo dar lode o biasimo a Virginio, che non cercò inanzi di uccider il decemviro Claudio o se medesimo più tosto che con le man proprie immolar la innocente fanciulla».

«Voi in somma volete inferir - disse Lucrezia - che l’uomo in tai casi si dovria governar con ragione e non con passione».

«Sì - rispose Corinna - e che serbasse le leggi di natura, cioè far ad altrui quel che vorrebbe a sé che fusse fatto».

«Non serbò già questa pietà che voi tanto nelle donne lodate - disse Lucrezia - verso il padre, quella Tullia che sofferse di calpestar co i cavalli il corpo del morto padre, dicendo a chi ne la improverava, non esser maggior dolcezza quanto il vendicarsi de suoi nemici».

«Certo sì - ritolse Corinna - che costei fu un mostro di natura, né si trova un altro tale; però ella non uccise il padre, per quanto si legge, se ben per isdegno dopo ucciso, si lasciò trasportar a tanta sceleratezza. Ma questo vol dir nulla rispetto alla continua pietà che in generale hanno tutte verso e padri e fratelli e figliuoli e mariti ed altri parenti. Erigona sorella di Oreste non morì per dolor della sua morte? Che fece Cassandra sorella di Ettore? Che oprò la moglie de Itaferne per salvar il fratello dalle man di Dario? Poiché essendoli stato preso il marito, i figliuoli e ’l fratello da Dario e con preghi e pianti avendo ottenuto di poter liberar uno de i prigioni, qual più a lei piaceva, ella lasciòl marito, né si curò de i figliuoli, ma solo elesse il fratello? Dicendo che marito e figliuoli ne potea aver a sua volontà, ma non più alcun fratello, essendogli già morto il padre e la madre inanzi. Lascio di raccontar di molte altre, che saria lungo a dirvi. Ma che diremo all’incontro della crudeltà de’ fratelli verso le sorelle; taccio del tor loro la robba, che è una cortesia, poiché si trovan tanti che le hanno miseramente morte. Che vi par di Tolomeo, che uccise la sorella Euridice che gli era ancor moglie, per torsi una meretrice? Di Cambise, che ancor egli ammazzò la sorella, che si avea tolto per moglie, perché piagneva la morte de un altro fratello che egli avea fatto uccider? Lascio di contar il pietoso caso della sorella de gli Orazi, che piangendo la morte di suo marito, che era uno de gli Curiazi statoli da i fratelli ucciso, essi ancor ella per isdegno crudelmente amazzarono. Quanto fu crudele l’inganno del Ceraunico Tolomeo verso la sorella Arsinoe? Che finse di sposarla e le giurò ogni fedeltà e poi le uccise i figli e la spogliò del regno? Si pongono questi pochi essempi di persone famose e segnalate, perché non scrivono gli istorici gli infiniti casi delle persone di bassa taglia, ma imaginatevi che ogni ne occorrono e rimangon sepolte e dimenticate nell’oblivione dal tempo. Or, che diremo della pietà delle madri verso i figliuoli? Quanto fu dolce cosa a Rutilia il lasciar i commodi della patria per seguir il figliuolo bandito, dicendo poter meglio soffrir il lungo essilio che il gran desiderio di lui. Quanto fu grande l’amor di Tomiri verso il figliuolo ne fa fede la gran vendetta che ella poi sopra Ciro. Né fu poco l’amor di Agrippina verso Nerone, che avendo dall’oracolo inteso che il figliuol suo sarebbe imperatore, ma che uccideria la madre: ‘uccida pur, disse, e sia egli imperatore’ e così egli adempì poi la predizione. Né fu solo in questa crudeltà, perché si legge di Antipatro che al simile uccise la madre ed altri suoi parenti. Aristobulo figliuolo de Ircan uccise la madre; così Almeon, così fece Oreste».

«Oh - disse allora Lucrezia - Oreste fece bene, perché era una impudica».

«Io non dico che fece male - soggiunse Corinna - ma vi prometto che ne gli uomini ha più forza la rabbiosa lor natura e crudeltà che ’l zelo dell’onor, perché se così fusse si guarderiano prima essi di non far cose disonorate e poi castigarebbon gli altri; e che sia vero. Che avevano fatto queste altre misere madri e pur non si vergognarono i lor figli ad ucciderle, come non si vergognano gli altri a far de gli altri eccessi; ma voglion che la lor sfacciatezza copra i lor diffetti; e la nostra modestia accresca in noi la vergogna. Ma questo è tutto nulla rispetto all’amor sviscerato delle donne verso i mariti; come fu di Evadne che per la morte di Capareo si gettò nel fuoco e finì la sua vita nel rogo proprio ove ardeva il corpo del marito morto. Chi risparmiò la vita ad Ameto Re di Tessaglia, che oppresso da gravissima infirmità ebbe dall’oracolo non poter guarir se alcuno non moriva per lui? Forse i fratelli, gli amici, i servitori? Certo niuno salvo che la cara e fida moglie Alceste. Che dirò de Issicratea, che seguì Mitridate nelle gran guerre in abito di maschio e di servo? Il simile la moglie di Panteo, quella di Cleombroto e di Lentulo, Pantea, essendole stato morto il marito, che ella avea consigliato a gir alla guerra, parendole esserne stata ella cagione, per gran dolor miseramente s’uccise. Artemisia, che essendoli morto il marito, tolse le ceneri di quello e lagrimò tanto che meschiando le dette reliquie con l’acque delle sue lagrime a poco a poco se le beve tutte e insieme finì la sua vita. Enone, già abbandonata da Paride per Elena, veggendolo morto, al fine gli morì sopra di dolore. Che vi par di Porzia moglie di Bruto, che per la morte del marito, essendole vietato con che uccidersi, inghiottì gli accesi carboni? Giulia moglie di Pompeio solo in mirar la sua veste piena di sangue, perché dubitò della vita di lui, si alterò tanto che si sconciò essendo gravida e morì incontinente. Lascio di contar di Laodomia, di Polissena ed altre, che non volsero viver dopo la morte de i mariti loro e d’infinite, che li accompagnarono ne i disagi, ne gli essili e fin alla morte lor furono fidelissime e amantissime, che ben son certa che tutte voi così le sapete, come io con quello essempio infin delle donne Indiane che dopo la morte del marito (poiché ad uso loro avea un marito più moglie) combattevano insieme qual fusse stata più favorita da lui e quella che rimanea vincitrice, lieta si abbruggiava seco».

«Voi non dite anco - disse Cornelia - di quelle donne di Lacedemonia, che essendo i lor mariti in prigione ed avendo ottenuto licenzia da lor nimici, per andarli a visitare, si spogliarono i panni feminili e ne vestirono i lor uomini, e restando nel lor abito, per il che ne furono uccise, mandando essi fuori del pericolo».

«E quelle altre - aggiunse Lucrezia - che essendo presa la lor città ed avendo da nemici impetrato di potersene andar salve con quel che potessero portar seco, lasciando star ogn’altra cosa, esse con ogni lor sforzo, ne portarono chi ’l marito, chi ’l padre, chi ’l figliuolo e chi ’l fratello e nude con essi soli lasciarono la lor patria con tutte le facoltà in preda de lor nemici. Infiniti altri essempi si potriano addurre dell’amor nostro verso i mariti, ma saria di soverchio contarli a voi».

«Bisognerebbe contarli a gli uomini» disse Leonora.

«Eh - aggiunse Corinna - lo sanno ben essi; ma fanno in ciò l’ignorante. Quanti mariti all’incontro hanno trattato e trattano malamente le mogli? Egli è cosa tanto commune ed ordinaria che non occorre contarne essempi, perché sono quasi tutti ad un modo. De gli amanti non accade ancor che io vi ragioni, che pur troppo si son trovate di quelle che hanno patito per amar questi uomini ed infin da loro sono state beffate, tradite ed abbandonate. Ma lasciamo andar questo. Se per virtù di castità meritano le donne esser amate, è cosa chiara senza ch’io vi dica altro più di quel che è detto circa la lor costanza; però lascio di contarvi mille essempi di donne antiche, così catoliche, come gentili; né starò a ricordar il fatto di Lucrezia, di Polissena, di Didone, di Zenobia e delle fanciulle tedesche con tanti altri di che gli istorici fanno menzione. Se per benignità e mansuetudine meritamo esser amate, si sa che noi non possiamo, per gran iniuria che ci venga fatta, tenir odio contra persona alcuna e che una buona parola ci fa scordar tutte le noie passate. Di modo che io non so, che ragione rimanga a gli uomini, cara Verginia, per non amarci; poiché per ogni parte meritiamo noi d’esser amate da loro, il che volendo più chiaramente esprimere saria impresa da stile più tosto angelico che umano, che i nostri meriti sono infiniti e i beni che nascon da noi per bear l’altre creature. Guai al mondo se non vi fussero le donne, non vi sarebbe alcuna allegrezza, alcun ornamento, alcun ristoro di tante miserie, per questo essendo elledegna e cara cosa, il Signore le [...] maggior numero che gli uomini e si dovrebbe per ciò quando nasce una figliuola far festa solennissima per tutto il parentato, ma per lo contrario, quando si dice ad un padre, ella ha fatto una puttina, subito torce il muso, si turba e si sdegna contra la propria moglie. E quanti che per ciò lor danno mala vita, quasi che elle sole l’abbin generate, e non essi ancora e non voglion veder le lor figliuole, il che tutto procede da gran malignità, che ove dovrebbon rallegrarsi del nascimento d’una fanciulla, la qual si alleva ùmile e quieta e bene spesso gli aiuta a governar la casa e loro medesmi con diligenzia e con amore, bramano che gli nascano de maschi, che venuti in età lor dissipino la robba e stiano su la mela, sempre in pericolo di esser ammazzati o d’ammazzar altri ed andar essi in bando o che giuochino o sposino qualche trista, o che per cupidigia di voler essi governar la casa e distrugger a lor modo la facoltà, gli bramino la morte e non veggiano l’ora che escano lor de piedi. Questi sono li fausti, le gioie, le allegrezze, che si cavano di maschi, per lo più, come ogni giorno se ne vede l’esperienza, il che non occorre delle figliuole, che non gli danno altro fastidio che di darle la dote con cui comprino i mariti; che perciò debbono esser lor di ragione obligati, benché la cosa riesca al contrario».

«Al tempo d’oggi - disse Leonora - chi diè da [r] far commandar, per ciò si dice che ’l mondo è di presontuosi».

«Anzi - disse Elena - si la dote al marito, perché pigliando egli moglie viene a torsi una gran spesa alle spalle, che quelli che hanno poca robba non potriano mantener casa senza il suffragio della dote».

«Voi non la pigliate per lo verso - ritolse Corinna - poiché anzi la donna pigliando marito entra in spese in figliuoli e in fastidi e ha più bisogno di trovar robba che di darla; poiché stando sola senza marito, con la sua dote può viver da regina secondo la sua condizione. Ma pigliando marito e per aventura povero, come spesso accade, che altro viene ad acquistar di grazia, salvo che di compratrice e patrona diventi schiava e perdendo la sua libertà, perda insieme il dominio della sua robba e ponga tutto in preda ed in arbitrio di colui che ella ha comprato, il quale è bastante in otto giorni a farle far di resto d’ogni cosa? Mirate, che bella ventura d’una donna è il maritarsi: perder la robba, perder se stessa e non acquistar nulla se non li figliuoli che le danno travaglio e l’imperio d’un’uomo, che la domini a sua voglia».

«O quante - disse Leonora - farebbon meglio, inanzi che tuor marito, comprare un bel porco ogni carnevale, che starebbon grasse tutto l’anno, avendo chi le ungesse e non chi le pungesse del continuo».

«Basta - disse Corinna - se pur non dessero la dote a i mariti e che essi dotassero le donne, se potria meglio tolerar la lor compagnia, benché essi siano quelli che ad ogni modo vi avrebbono tutti i vantaggi; poiché dando il poco acquistarebbono il molto, acquistando un tal tesoro, qual è la dolce conversazion ed amor sincero d’una cara moglie; che questo solo è dote che basta, poiché tanto vagliono da più di noi».

«E che onor ci sarebbe - disse Cornelia - che noi ricevessimo dote da loro? Non ci degneressimo mai d’esser così coprate per la nostra grandezza e poi siamo come le gemme di tanto valore che non abbiamo prezzo».

«Non so tante cose - disse allora Lucrezia - ma ho ben sempre udito a dire: ‘vuoi far far cervello ad un uomo, dagli moglie’, quasi dica pongli un peso, un gravame, un travaglio che l’occupi tanto, che gli levi tutti i suoi contenti e gli impedisca ogni suo bene e che in somma quando uno ha preso moglie, possa dire ‘sta con Dio buon tempo’».

«Voi la errate, Lucrezia - rispose Corinna - non pigliate la cosa a roverscio. Sapete perché si dice ‘chi vuol dar senno ad un uomo gli dia moglie’, non come dite voi, ma anzi perché pigliando egli una tal compagnia, savia, discreta, virtuosa, dolce, amorevole convenga mal suo grado volger il suo cervello, per inanzi sviato e mal in affetto alla volta di casa e ritorni ne i termini della ragione, sì per il nuovo amore, che di ragione dee mettere nella nuova sposa e sì anco per il buono essempio della onesta e buona pratica della sua donna».

«Fate conto - disse Leonora - di veder una carozza tirata da dui corsieri, l’uno generoso, bello, bene avezzo ed ubbidiente al morso e che sempre camini per la via dritta; l’altro bizzarro, restio, terribile, capriccioso e che sempre esca di strada e tenda di rovinar ne’ fossati e di rompersil collo, se non fusse il buon che ne lo distrae e ritira al dritto e buon viaggio; questo è ’l mal che riceve il marito dalla moglie, che lo ritira dal mal operare ed arreca su la via del far bene».

«O ciechi e privi d’ogni buon consiglio - aggiunse Cornelia - Il cielo lor manda le donne come un oracolo e per lor consolazion e gloria, che non le meritano ed essi fanno come il gallo, che trovando la gioia nel fango la disprezzò, poiché non era cosa per lui e seguì una vil carogna, come cibo suo proprio. Essi uomini non istimano la più eccellente creatura che viva al mondo; e che cosa stimeranno dunque? Ogni altra cosa è inferiore a questa, insino essi medesmi, che bisogna che lo confessino».

«Che più - disse Corinna - son di tanto merito le donne, che infin nell’inferno si tien conto di loro; perché si legge di Pitagora che essendovi sceso trovò molte anime in grandissime pene di quegli uomini, che vivendo al mondo, non avean voluto tor moglie? Menedemo ad un che gli domandava se ’l tor moglie era cosa da savio, rispose: ‘ti paio io savio?’. E rispondendo colui, come? E di che sorte? ’Adunque, soggiunse egli, io l’ho pigliata’. Diceva Diogene che meritava esser ucciso crudelissimamente qualunque marito avesse ardimento di pur rompere un capello alla sua donna di testa. Il maggior Catone stimava tanto degno di laude colui che si portava da buon e leal marito, quanto colui che nell’ordine de senatori era il maggiore; chi veramente batteva la moglie, quasi avesse posto mano ne i tempi, o cose sacre, empi e scelerati gli giudicava».

«Veramente - disse la Regina - gli uomini hanno tutti i torti del mondo a volersi prezzar tanto più di noi e non riconoscer il nostro gran merito; ed in fine un uomo senza donna è pur una mosca senza capo. Io mi son così abbatuto a questo proposito di andar in molte case de miei parenti ed amici, che stavano senza donne, che la lor casa pareva un ospitale, più lorda, più intricata, una cosa qua, l’altra , che non casa di gentiluomo ma più tosto avea mostra d’una bottega di strazzarolo, come si suol dire».

«O se gli uomini - disse Corinna - ci sentissero un poco a far questi ragionamenti, quanto direbbon mal di noi a mille doppi, poiché nel mal non patiscon d’esser venti, benché noi non facciamo male a dir il vero».

«Farebbon forse - disse Lucrezia - qualche libro in nostro dispregio in risposta di queste nostre ragioni».

«Oh - disse Cornelia - farebbon quello che hanno fatto mille volte, non sono stati a questo tempo a spettar noi no».

«Cosa vecchia - aggiunse Leonora - non potiamo dir più di quel c’hanno detto se ben contra ogni verità».

«Quanto a questo - rispose Corinna - potriano rinovar mille eritoni e chimere senza alcun fondamento, che non pagherebbe la spesa, né mi degnerei di leggerle, ma questa lor conosciuta ostinazione sarebbe lor più di vergogna che di onore e non saria da tenirne conto, conoscendo, che ’l tutto fanno per grande invidia che ci hanno, come ho detto, per la quale non ponno di buon cuore amarci».

«Deh - disse allora Lucrezia - se sono questi uomini tali, quali tutt’oggi avete provato, da che dunque siamo disposte ad amarli? Qual è la cagion che ci fa loro donazion del cuore e schiave volontarie fin alla morte?». Al che volendo risponder Corinna, la Regina disse:

«Io m’accorgo che volete entrar ora in una discordia da non finir si presta; e perché veggio che ’l sole ormai vuol lasciarci per dar lume all’altro emisfero, però parmi che per questa volta s’abbi assai ragionato e che non abbiamo a star ora più qui con le nottole all’aria. Però come vostra Regina v’impongo, che rimettiate questa risoluzione a dimani e così ordino e metto in obligo Corinna di risolvervi questo dubbio e supplir a tutto quello che oggi s’avesse mancato». E con ciò levatasi in piedi fece come svegliar e levar le altre, le quali internate nel lor ragionamento a pena se aveano accorto della sopravenuta sera e discorrendo ove avrebbono per il giorno seguente a ridursi:

«Come - disse Leonora - ove se ha dato il principio, bisogna ancora al cominciato discorso dar fine. Anzi, accioché più per tempo possiamo proseguire, vi invito, vi prego e, se posso, vi comando, che veniate tutte dimattina a desinar meco che averemo più spazio e comodità, sì di ragionare come anco di venir a goder questo mio giardino, il qual per oggi avete poco goduto». E tanto seppe loro persuadere che elle astrette dalla sua gran cortesia, le promisero tutte di tornar il giorno venturo. E con questo andatesi prima, per poco tempo a diportare tra l’ombre e frescura di quegli arbori, togliendo al fine licenzia l’una dall’altra, si dipartirono tutte da Leonora, con disegno secondo la promessa di tornarvi la susseguente mattina a dar la dovuta conchiusione all’interlasciata proposta.

 




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