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Modesta Pozzo de' Zorzi (alias Moderata Fonte)
Il merito delle donne

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  • MODERATA FONTE       IL MERITO DELLE DONNE   ove chiaramente si scuopre quanto siano elle degne e più perfette de gli uomini
    • GIORNATA SECONDA
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GIORNATA SECONDA

 

 

Era già la fresca e rubiconda aurora comparsa alle finestre di Oriente ed essendo tutto il cielo nel rimanente tra bianco ed azuro di purissimo aere vestito, dava indizio a mortali che bellissima e chiara la sussequente giornata esser dovea. Per la qual cosa Adriana con la figliuola destatasi e così l’altre donne nelle lor case essendo svegliate e vestitesi allegramente dopo fatte le lor solite orazioni, montarono in gondola ed alla destinata casa di Leonora, quasi in un tempo medesmo tutte si ritrovarono. Percioché dovendo elle godere l’amenità dell’apena veduto giardino, parve lor che quella la miglior fusse e la più commoda ora di tutto il resto del giorno. Ricevute dunque da Leonora con quell’amore e cortesia che sempre era usata, dissele la Regina:

«Che vi par Leonora, come ben vi abbiamo attesa tutte la promessa di ieri, che avendovi detto di venir a desinar con voi, vi siamo quasi venute a dormire, che poco più per tempo che venivamo, penso che vi averemmo ancor trovata in letto».

«Deh, che se foste venute - rispose Leonora - che mi avereste intorrotto uno strano insogno che facevo questa mattina, così in ver l’alba; che mi pareva (forse, perché iersera ne ragionammo) d’esser alle mani con questi uominacci e che facesse una gran ruina e fatto d’arme, tagliandone molti a pezzi e uccidendoli, di maniera che gli metteva tutti in fuga e in tal rumore, che con grande affanno svegliatami, essendo già il giorno chiaro trovai che tutta questa rimanotta era occorsa tra la mia gattesina ed alcuni valenti soriconi, o topi, come vogliamo dire, delli quali aveva ella fatto tal macello che tutta la mia camera era di sangue e morti ripiena; e così il mio insogno è rimaso ispianato». Risero le donne di sì fatta burla. E disse Verginia:

«Era meglio per impedir questo vostro travaglio, che anzi ierisera fossimo rimaste con voi, che io penso bene che vi avremmo lasciata dormire così poco, che né voi avereste avuto tempo di passar in sogno così fatte maraviglie e di mostrarvi così ardita e valorosa contra questi poveri uomini, né alla vostra gattesina di combatter da dovero con i topi».

«Io credo certo - aggiunse Cornelia - se noi rimanevamo qui questa notte, che saremo state iscusate di restarvi oggi, poiché invece di dormire avremmo tanto cicalato dietro il nostro proposito, che ’l ragionamento, che siamo per far oggi, avremmo a bastantemente in questa notte conchiuso».

«E di che sorte» seguì Leonora.

«Or sapete - disse la Regina - perché siamo venute ad assaltarvi così a buon’ora? Perché vogliamo ora, per lo fresco andar un pezzo a spasso per lo vostro giardino».

«Oh, sì - disse Leonora - che questa è propriamente l’ora di goderlo, poi che ’l sole ancora non ha molta forza; andiamo che coglieremo de i fichi e de’ prugni ed anco l’uva comincia a farsi buona». Così condottele seco nell’orto, le lasciò gir diportandosi quanto lor piacque ed ella a provedere che ’l desinare fusse per tempo in ordine diede volta. Il quale apparecchiato di quanto le parve che convenevole ed a bastanza fusse, richiamata la nobil compagnia, tutte alla lieta mensa s’assisero; e dove con molte risa e burle avendo a lor diletto mangiato, poco dopo, nel grazioso giardino si ricondussero e nel luogo solito, ma assai più per tempo assisesi tutte per comandamento della Regina, così Corinna incominciò:

«Ieri Lucrezia, voi mi proponeste un dubbio di molta importanza, sopra il quale non pensate già che io questa notte abbia punto studiato, che io per sì fatta novella, non avrei voluto perder i miei sonni, tanto più che è cosa tanto facile da dichiarire; che se ’l tempo ci avesse servito, o la Regina permesso infin iersera pienamente avrei satisfatto alla vostra dimanda; la quale è, donde nasce che con tutto che gli uomini siano così malvagi, come in tanti modi avemo provato, molte donne ancor che buone e savie non ischivano di amarli tenerissimamente. Al che rispondendo dico che ciò può da tre cagioni procedere: prima è da considerare come amino queste donne, cioè se di amore sensuale e se da quello si lasciano trasportare a cose illecite; il che nasce da troppo lor semplicità e per compiacere a chi amano, che è ’l solo difetto che hanno le donne, non però tutte; ma che volete fare, poiché solamente Iddio è senza mancamento e di questa sola tassa c’hanno alcune già si è tanto detto, che non occorre più che dire. Queste tali amano gli uomini ancor che gli conoschino indegni d’esser amati; percioché da prima, che gli hanno conosciuti, essi (come si è detto tante volte) s’infinsero buoni ed amorevoli verso di loro; il che se ben poi hanno col tempo scoperto esser il contrario, hanno fatto già l’abito in tal amore e non hanno, o non ponno distorsene, perché ben sapete il proverbio che:

 

Piaga per allentar d’arco non sana.

 

S’anco l’amore è di parentela, o di onesta amicizia verso questi uomini e le donne ch’egli amano comprendon molto bene la loro malvagità, né perciò si rimangono di esser loro benigne e favorevoli, questo è tutto per soprabondante carità e bontà nostra, con la qual imitamo la divina clemenza, che ama e favorisce tutti noi sue creature; ancor che mille e mille volte all’ora tanto l’offendiamo e poco le siamo corrispondenti in amore. Procede anco l’amor di molte, sia di che qualità esser si voglia, appresso le ragioni predette, spesse volte dalle influenze celesti, che ve le inclinano in tale maniera che molte di loro conoscendo assai bene la indegnità e ingratitudine di questi uomini e che gettano il tempo e l’opra dietro loro scioccamente, si asteneriano volentieri dalla loro perversa pratica, ma la loro inclinazione, oltra le altre cause, è cagion potentissima e la maggior di tutte per disponerle prima e poi per mantenerle nel loro errore. E se ben si dice con retta opinione che i cieli inclinano ma non isforzano, in questo caso però d’amore par che non se gli dia certa ed indubitata fede, perché veramente delle cose, che hanno a venir in questo mondo non si può far certo giudicio, né vi è determinata verità, essendo che come ho detto, la prudenza e bontà della creatura razionale può schivar molti mali e conseguir molti beni mal grado della sua disposizione».

«Non potrebbono questi aspetti e segni celesti - disse Verginia - anco disponer gli uomini per amar noi, come dite che inclinano noi donne ad amar loro?».

«Potrebbono - rispose Corinna - se trovassero la materia disposta a ricever l’impressione, che ben dovete saper che non si può far pigliar forma ad alcuna cosa, se prima non è la materia disposta. Noi, overo il cor nostro, è disposto per la bontà del genio a ricever la forma del vero amore, ma gli uomini per natura e per volontà disamorevoli non ponno ne anco esser molto inclinati a tal disposizione; né quante stelle sono in cielo potriano fare che essi ci amassero; potriano ben inclinarli, come ho detto, ma per esser tanto lontani dal vero amore non si moverebbono punto d’animo, né ponno in essi per ciò operar le celesti costellazioni, come voi dite Verginia, che in noi e ne gli altri corpi inferiori operano mirabilmente. Né vi dico perciò, che ancor noi che abbiamo il voler libero, siamo sforzate da essi no, ma che ci inclinano maggiormente, perché siamo soggetti più disposti per natura alla pietà e all’amore. Così si vede anco nelle altre amicizie, che una donna presto se amicherà con un’altra e mantenirà meglio l’amore che non fanno gli uomini tra essi».

«Voi dite il vero - disse Lucrezia - che questi aspetti hanno una gran forza però condizionata sopra di noi e spezialmente in casi d’amicizia, che mille volte m’è accaduto di veder in una chiesa, o su alcuna festa, o convitto tal persona così donna come uomo, che peraventura non sarà né bello, né avrà alcuna grazia apparente, né so chi che sia ed a prima giunta mi piace tanto, e me le affeziono in guisa, che immediate desidero pigliar la sua amicizia, dico parlando onestamente; ed all’incontro sarà tale che mai mi averà fatto alcun dispiacere ed avrà seco mille belle parti, pure io veggendolo l’abborrirò di maniera che non lo potrò mirare in faccia. Deve dunque proceder da queste cagioni superiori e non dalle persone questi effetti così diversi, né sapeva io imaginarmi la causa».

«Così è - soggiunse Corinna - quelli che amate hanno con voi convenienzia di punti di stelle nel nascimento. Suole anco nascer amore tra le persone per la conformità delle complessioni e di sangui e per la proporzione dei costumi, secondo quella sentenzia che ogni cosa ama il suo simile».

«Signora sì - rispose Cornelia - ma per la malignità de gli uomini, benché vi concorrino tante convenienzie, di raro si trovano queste così rare ed inseparabili amicizie tra essi medesmi e tra essi e noi, perché infra che come si è detto, sono poco amorevoli, ed infra che essendo per lo più di natura superbi e vani, stanno tanto su questa sciochezza di voler farsi stimar ed esser riputati da ognuno con usar certi costumi schifi, mostrando far per cortesia quel che fanno per arte, che in vece di onorar gli amici disonorano l’amicizia e le sue sante leggi che non patiscono alcuna affettazione ed in ciò si mostrano non meno sciocchi, che disamorevoli, poiché par che non sappino che diferenzia sia dal praticar con cui si vuole esser tenuto vero amico, al conversar che si fa con li conoscenti solamente».

«Non pensano - aggiunse Leonora - che questa santa virtù è tutta semplice e schietta, né sopporta falsità alcuna, né sta su punti d’onore, né vuol parere gran cosa, né finge, né simula, né sta oziosa, che non s’adopri per dimostrarsi dov’ella regna verso cui è disposta».

«Son molti - disse Corinna - perché non amano, che non sanno far queste distinzioni di proceder, poiché non essendo veri amici essi, non sanno né anco trattar gli altri da tali; che in vero l’uomo, che sia vero amico d’un altro, deve proceder seco con ogni libertà e senza alcun’arte, né rispetto, né altra inchietta, né altro fine non altramente trattandolo che si faccia il fratello, il padre o ’l figliuolo, cioè con quella maniera e licenza di viver, di praticar e di comandarle anco con baldanza secondo il suo bisogno, dando all’incontro altratanta baldanza all’amico di far con lui il simigliante, non gli mancando in cosa niuna e credetemi, che chi non si piglia e non insieme questa libertà, non occorre che si chiami amico, ma più tosto conoscente, overo amico di starnuto. Ma dell’amicizia quando è vera, niuna cosa è migliore. Perciò Scipio Emiliano non prima si partiva ogni mattina di corte, che non si avesse acquistato un familiare ed amico. Il magno Alessandro dispensava gli acquistati tesori in comperar de gli amici, di cui faceva maggior istima che di tutte le ricchezze del mondo. Diogene Cinico, avendo risguardo all’obligo che ha un amico verso l’altro, ne suoi bisogni soleva dir che ridomandava a gli amici la robba non come cosa loro, ma come loro prestata da lui. Androchida, dimandato come si potesse piacer a gli uomini, rispose conversar con loro soavissimamente ed arrecar loro le cose più utili e necessarie. Aristotile lasciò scritto che tali devemo esser verso gli amici, quali che desideriamo che essi siino verso di noi». Disse allora Cornelia:

«Gli amici si conoscono credo io più nell’avversità che altramente, secondo quel verso d’Ovidio:

 

Quando sarai felice numerarai molti amici

Ma ne’ tempi travagliosi ti ritroverai solo.

 

E il poeta ferrarese lasciò scritto:

 

Alcun non può saper da chi sia amato

Quando felice in su la ruota siede».

 

«Diceva - aggiunse Corinna - Seneca che le prosperità dispongono gli amici, ma le avversità certamente gli provano. E Demetrio aggiungeva nelle prosperità doverci esser gli amici advocati, ma nelle avversità non vocati, cioè che da loro spontaneamente e senza aspettar d’esser richiesti debbon soccorerci ne i bisogni. Molte furono ne’ tempi antichi vere copie d’amici, quali misero la propria vita l’un per l’altro volontariamente, come Pilade ed Oreste, Damone e Pitia, Focion e Nicocle; Achille e Patroclo. Servio Terrenzio si finse Decio Bruto per morir in suo cambio, ma non gli riuscì. Così molti altri furono amici come Scipio e Lelio, Niso ed Eurialo, Ercole e Filottete, Polistrato ed Ipoclide filosofi, nati in un medesmo giorno, disciplinati da uno istesso maestro e morti in un medesmo tempo».

«Certo - disse la Regina - fra duo veri amici non deve esser più de un voler ed un non voler e ogni cosa deve esser commune».

«Sì - ripigliò Corinna - ma la prima legge dell’amicizia secondo Cicerone è che noi dimandiamo a gli amici le cose oneste e le oneste lor concediamo, né a più ci obliga l’amicizia. Ma vi son tali indiscreti che, dandosi indegno nome di amici verso alcuni, par loro che gli siano perciò obligati ad ogni lor richiesta giusta o ingiusta, o sia contra l’onestà, o contra il prossimo, o in danno dell’anima, non vi guardano sopra, pur che adempiscano i lor disegni; e se vien loro giustamente negato l’ingiusto servigio, si lamentano che, non son trattati da amici e pur non so se essi facessero per altri ciò che dimandano altrui. Altri non riconoscon mai i benefici ed altri non rendono mai le cose prestate e se gli sono ridomandate subito si sdegnano e pigliano odio verso chi gli ha mostrato amore e così vengono a perder gli buoni amici per loro sciocchezza. E pur, se le persone avessero qualche giudicio, considerarebbono che sì come l’aver un caro e fedel amico è una delle maggior grazie che si possino ricever in questa vita, così è d’avvertire di non perderlo scioccamente, perché a i bisogni spesse volte è meglio aver un buon amico, che un stretto parente. Ma avendo da eleggerlo, bisogna avvertir di accostarsi a tale che o sia buono, virtuoso e discreto, o almeno mostri di esser e sia tenuto; sì perché conversando con persona da bene, impari buoni costumi ed abbia occasione di andar di bene in meglio con tale essempio; come anco per esser partecipe della buona fama di quello perché molte volte volendosi aver informazion d’una persona, si dimanda con chi pratica ella, quali sono i suoi amici. Se sono trovati di buona conscienza e di onesta vita, così è giudicato essere quel tale che va in sua compagnia; e se è ’l contrario, si pensa il contrario. Oltra che per la mala nostra inclinazion, l’aver comercio con viziosi mette una buona persona in pericolo di perder la sua bontà e di divenir simile a quello con cui pratica».

«Voi dite molto bene - disse la Regina - e dovrebbe perciò ogni padre e madre di famiglia aprir bene gli occhi e non lasciar gli suoi figliuoli così praticare con ogni qualità di persona, né fidarsi d’ogni sorte di compagnia, perché bene spesso i mali essempi e cattivi consigli sono causa della pessima riuscita de’ fanciulli».

«Questo è verissimo - replicò Corinna - ma se poi per buona ventura le amicizie sono buone, o che gran felicità si trova aver l’uomo, o che beatitudine immensa». Disse allora Lucrezia:

«Una persona aveduta dovria inanzi esperimentar la persona con cui vuole intrinsecarsi, prima che gli conferisca il minimo de’ suoi secreti; poi cercar d’acquistarlo con mostrarsegli tale amico quale desidera che egli gli sia; e in ultimo s’affatichi per conservarlo; come quello che è ricchezze nelli suoi bisogni, conforto ne i suoi travagli, aiuto nelle sue disgrazie, salute nelle infirmità e vita nella sua morte».

«In somma - disse Corinna - la vera amicizia è cagion d’ogni bene, per l’amicizia si mantiene il mondo, si fanno i matrimoni con cui si conserva l’individuo nelle spezie, per l’amicizia ed union de gli elementi ne i nostri corpi si mantien la sanità, nell’aria i tempi chiari, nel mar la bonaccia, in terra le città per la pace se costruggono, i regni si accrescono e tutte le creature si consolano. Se l’uomo ha pace col prossimo camina sicuro, mangia sicuro e dorme sicuro ed il tutto opera con quiete dell’animo e riposo della sua vita; per questi rispetti dovrebbe sforzarsi l’uomo per vivere pacificamente, per non s’aggiunger miseria da se stesso alle molte miserie che apporta da sé il mondo e non voler per ogni cosuccia e bagatella inimicarsi con le persone e sopportare qualche cosetta, dissimulando l’imprudenzia altrui, commiserando la sciocchezza di chi vive alla cieca e far ogni suo sforzo per schivar rissa e scandali e star in concordia e pace più che può. Chi vive in pace vive in un certo modo in Dio, essendo che in paradiso non vi è altro che pace e carità; e Dio benedetto è la pace e la carità, e ’l paradiso istesso insieme. Dicono alcuni ritrovarsi alcune cose naturali che hanno virtù di mantener concordia e pace, altre che pongono discordia».

«Oh per questa discordia - disse Cornelia - ogni cosa va in desolazione; per la disunion de gli uomini, le guerre suscitano».

«Oime - aggiunse Corinna - le provincie e le famiglie s’esterminano, gli stati si mutano e i popoli si consumano. Nell’aria le contrarietà cagionano tuoni e saette; le tempeste nel mare e i terramoti nella terra».

«Oh - disse allora Elena - mi fate sovenir di quello dell’anno passato, a proposito di terramoto; lo sentisti voi altre?».

«Oh signora sì - risposer le donne - e quanta paura ne avemo preso». Così ragionando sopra di ciò, Elena seguì:

«Da che pensate voi cara Corinna, che si generino questi terramoti?».

«Dal vento - rispose Corinna - il qual dovendo vagar per aria suo proprio luogo, viene a cacciarsi sotterra non so come; e non trovando poi sì presto l’uscita, poiché naturalmente non può star chiuso, pone ogni suo sforzo per uscirvi e con questa forza viene a scuoter e crollar così forte la terra».

«Egli è pur la bella cosa - disse Elena - il saper questi secreti di natura. In aria poi e nell’acque, come si causano queste discordie? Dite a questo proposito di grazia».

«Dal moto vario di pianeti - rispose Corinna - ed in particolare dal sole e dalla luna seguono tali mutazioni».

«O seguite un poco - disse Lucrezia - il ragionamento che incominciaste circa questi pianeti e la regione dell’aria e poi non avete finito».

«Il sole veramente - disse Leonora - ha una gran forza in questo nostro globo inferiore».

«Non accade che vi conti altro intorno a pianeti ma quanto al sole - aggiunse Corinna - pianeta velocissimo oltra la sua disposizion, secondo gli astrologhi, entrando di mese in mese per ogni segno del Zodiaco, ci apporta or caldo, or freddo, or giorni lunghi, or brevi secondo che più si avicina, o si allontana dal nostro emisfero e con gli equinozi, la temperie del tempo e la mediocrità dei giorni. Egli riforma l’anno, tempra il tempo, rinova il mondo, riveste la terra, porge virtù alle erbe, alle pietre e move l’instinto naturale de gli animali alla necessaria generazione, finisce il suo corso giornale in vintiquattro ore e l’annuale in dodici mesi».

«La luna - disse allora Cornelia - per esser, come ho udito dire, corpo che riceve il lume dal sole, potrebbesi perciò attribuire ogni sua virtù alla propria virtù del sole?».

«Signora no - rispose Corinna - che se ben ella ha il suo lume dal sole, è però diferentissima di proprietà e virtù per la sua eccessiva umidità. La luna è più vicina a noi di tutti gli altri pianeti e seguendo il suo corso naturale ed ordinario col suo crescere e scemare, pienezza, renovazion ed ecclissi, causa infiniti effetti vari, ora da per sé ed ora co ’l mezo o compagnia d’altri accidenti; nell’aria, or mettendovi lampi, tuoni, nebule, caligini, venti, pioggi e tempeste; or serenandola e facendo buon tempo; e così alterando il mare con sue crescenzie e discrescenzie, or empiendolo nel mezo, or nelle rive di esso, cagiona le impetuose procelle e le fortune pericolose, commovendo col suo movimento instabilmente il flusso e reflusso di quello. Oltra di ciò non ha meno auttorità sopra la terra, ne i campi, nelle biade ed arbori, di quello che s’abbia il sole, come si è detto. Di più con la sua molta umidità è molto contraria alla salute de i corpi nostri e molta forza ha nelle infirmità dell’uomo per alterar e minuir i mali che avengono; e per ciò i medici sogliono osservar molto i punti di essa luna, perché quel moto e mutazion che ella a punto fa nel mare, si può dir che faccia nel corpo umano».

«Ma come genera ella le nebule e per consequente le pioggiedisse Elena.

«Si generano le nebule - aggiunse Corinna - e per consequente le pioggie da i vapori terrestri levati in aria da i venti meridionali per cagion di essa luna, la qual sì come ho detto, di natura amando l’umidità e ricevendo calor soverchio dal sole, sì come dell’umidità della terra e del mare. Così la serenità overo è causata da i venti boreali, overo spesse volte anco da essa luna; perché ritrovando ella in aria le nebule e per la propinquità del sole avendo bisogno di umidità, si serve di quella che si trova più appresso e ricevendola in sé viene a serenar e far buon tempo. Fa ella il suo corso in giorni diecinove e ore 12».

«In vero - disse la Regina - egli è stato un gran sapere dell’uomo l’aver avuto cognizion in sin delle cose che ci sono tanto lontane».

«Se si trovano - disse Lucrezia - delli animali che ne hanno intelligenza, che maraviglia che l’uomo, c’ha intender celeste, ne abbi saputo tanto?».

«L’ho udito a dir ancor io - replicò ella - e spezialmente molti uccelli, li quali par che sappino queste mutazioni e lo danno da intendere a noi con vari segni».

«Questo - seguì Corinna - si vede ogni giorno per esperienza delli uccelli domestici, li quali ci vanno per casa che, avendosi a mutar l’aria, sbattono l’ali, volano e gridano oltre loro costume, come i galli, le ocche e si fatti; ma sopra tutti sono i corvi e le cornacchie annonziatori di molte cose future e di bene e di male, come disse quel poeta:

 

Qual destro corvo, o qual manca cornice,

Canti il mio fato, o qual Parca l’inaspe».

 

«Deh - disse Leonora allora - veggio ben Lucrezia, che voi uscite di termini, perdonatemi. Avemo da ragionar contra gli uomini, materia così a proposito e che non ha fine e volete che si parli di luna, di nebula, di uccelli e di sì fatte fillastrocche; or se volete dir di cosa instabile, qual cosa è più de gli uomini? Se di discorde il simile? Se di cosa che voli per aria, non vi partite da ragionar di loro cervelli, che son fatti a punto simili a gli uccelli che vanno attorno, parlando de tali e quali, e non sanno ove si vadano, che tante astrologie? A noi non apartengono tali discorsi no, né sì fatti studi».

«Io non ho studiato - disse Corinna - in alcuna scienza e molto manco in questa, però è ella di gran dignità e vi si trova gran gusto, ma non è cosa per tutti ed io poco ne intendo e manco mi curo d’intender e quel poco ch’oggi vi ho detto è stato a caso, come dissi, ed a proposito del ragionamento e non per dirvi quello che so, che voi e sino i fanciulli sanno, ma veramente questo è un bellissimo studio e degno di elevatissimi ingegni; e molti furono ne i tempi antichi che ne trattarono, né vi mancano a nostri che ne ragionino diffussamente».

«Nominatene alcuno di grazia - disse Lucrezia - di quelli che sono al presente, se lo sapete».

«Sonovi molti - rispose Corinna - e tra gli altri io ne conosco il Signor Gio. Nicolò Doglioni, spirito gentilissimo e che oltra le altre sue singolar virtù, ha per propria dote una bontà e lealtà incredibile, il che di raro in uomo avviene. È egli capace di molte scienze, ha composto molti libri e tra l’altre avendosi dilettato di questa, oltra la principal sua professione, ne ha trattato un bellissimo discorso particolare pur intorno a questa materia de stagione de’ tempi e cose simili intitolato, L’Anno, sopra la qual degna operetta un gentiluomo suo grande amico ha composto in sua lode un sonetto qual è posto nello stesso libro, ma forse l’avete veduto ancora voi senza ch’io dichi altro». A questo le donne tutte dissero di no e che ciò era lor cosa nuova e che avriano avuto sommo piacer di veder tal opera, o almeno udirne il sonetto. Corinna allora, riducendoselo a memoria con molta grazia, stando l’altre attente, così loro l’espose:

 

Qual ricamo di perle in or cosparte
O di fior copia in verde campo ameno
Tal figura il tuo stil, felice a pieno
Alta materia in gloriose carte.

Gran saper, ch’uom mortal spiega e comparte
Ogni poter celeste, ogni terreno,
Termine, stato, moto, sito e seno,
Tempo, elementi, ciel, natura, ed arte.

Sì con un cenno sol l’alto Architetto
A sì gran mole diè spirito e forma,
Qual tu rassumi in variato aspetto.

Or per tant’opra, ei mentre al suo crin forma
Fregio di stelle, e inspira il suo intelletto,
Te picciol mondo in se stesso trasforma.

 

Anzi fu grato alle donne l’aver inteso il vago sonetto che era lor nuovo ancorché per innanzi fusse venuto in luce. E la Regina, che ben conosceva il sudetto auttor, a cui fu fatto, molto ne lo comendò ed aggiunse che a suoi meriti erano debite non pur sì fatte lodi, ma che se gli fabricassero i volumi interi per le più dotte penne, tali erano i degni costumi e le rare qualità di quell’onorato gentiluomo.

«Ma è poi chiaro in tal professione - disse Corinna - il signor Giovan Antonio Magini, che ha fatto l’Efemeride con infinita sua lode. Vi è anco notabile il signor Lucio Scarana, che ha letto e legge questa scienza oggidì con molta sua reputazione e satisfazione universale».

«Ho udito - disse Lucrezia - nominare il signor Claudio Cornelio Frangipani per soggetto singolarissimo in sì fatto studio».

«Signora sì - disse Corinna - sonovi anco un Annibal Raimondo ed un Giovan Padoanni ambi Veronesi ed ambi stupendi in tal materia ed altri molti de quai non mi ricordo il nome».

«Oh ben - disse Leonora - mancava per aggiunta che dopo aver detto dell’astrologia contaste anco ad uno ad uno tutti gli astrologi; e dopo che direte? Tornarete a dir de gli uccelli e gli numerarete anco le penne, io sto aspettando vedete».

«A punto - disse Lucrezia -. Di grazia, Corinna, seguite un poco di quelli, che cominciaste, che predicono i tempi ed altre cose, che occorreno».

«Oh - aggiunse Leonora - che mi fareste bene; credo che diciate da dovero io».

«Eh lasciatela, chi di grazia» rispose Lucrezia.

«Gli antichi - disse Corinna - pigliavano augurio da molte sorti di uccelli sopra i casi loro, ma noi come buoni catolici non dovemo por mente a sì fatte superstizioni. Quante cose favolose hanno lasciato scritto i poeti circa questi uccelli, come dell’aquila, del pavone, della pica, della rondine e sì fatti».

«Dicono gli uomini - disse Elena - che noi si assimigliamo alle piche, perché abbiamo molte ciancie».

«Ed essi - rispose Cornelia - a che denno assimigliarsi?».

«Al corvo che avemo già detto - rispose Leonora - poiché ove vanno non ci apportano se non tristo augurio».

«Grazioso uccello - disse Lucrezia - è veramente il pavone, se non fosse quel suo stridare».

«II pavone - aggiunse Corinna - è comune opinione che sia il più bello e ’l più vano animale volatile che si trovi e molto è vago di spiegar la pompa delle occhiute penne, se non che poscia mirandosi aver così sozzi piedi, per gran vergogna disfa la sua ruota e si pone a gridar così forte, perché non si vede così perfetto, come vorrebbe rispetto al rimanente. Il che ci dovria essere un ottimo essempio, che noi dovressimo sforzarsi di essere più perfetti che sia possibile e non, per aver solo una buona parte, presumersi tanto, che ci paia non aver più bisogno di migliorar in cosa alcuna. Questo uccello è di natura maninconica, la sua carne non è molto facile da digerire, ma è però cibo delicato e di gran pregio; non si ha fatica di allevar i lor polli come gli altri, che si nutriscono in casa, percioché ne’ campi tra le biade, o in qualche siepe nascosa fanno il lor nido el uova e le covano e poi nati gli allevano alla campagna e dormono con essi sotto l’ali al discoperto. De gli altri polli domestici, come anitre, ocche, indie e sì fatti, non accade ch’io vi conti, che sapete meglio di me come si allevino nelle vostre ville; li quali sono saporiti al gusto ma di tardo nutrimento».

«Gli piccioni - disse Cornelia - sommamente mi agradano, sì perché sono gustevoli molto, come anco perché nudriscono assai».

«Parmi - disse Lucrezia - molto notabile la qualità del cigno così simile all’oca, che dicono che mor cantando».

«Canta - disse Corinna - perché prevede e predice la sua morte, la qual gli è causata da quelle tre penne che in sua vecchiezza gli passano il cervello. Certo - disse - che è raro costume il suo e degno da esser imitato da noi, che avemo intelletto per farlo con più ragione».

«Della fenice - disse Elena - è possibile che sia vero, che così unica viva e per tale maniera qual si legge, venga a rinovar la vita sua?».

«Questo può esser - disse Corinna - benché a noi paia gran cosa. Ma non credete voi che in questi nostri paesi vi sia tal cosa che a noi, che la vediamo e trattiamo, par nulla ed in altre parti lontane dee parer impossibile e mostruosa».

«Certo sì - disse Cornelia - ma di che pensate voi che ella si pasca? Non è uccello di rapina come l’aquila, non vive di grano, perché se ciò fusse saria veduta spesso per le campagne».

«Credo io - disse Corinna - che si cibi di manna celeste e di aromatici sudori di quelle felici piante dell’odorato e lucido oriente».

«L’aquila - aggiunse Cornelia - ho inteso dire esser di due spezie, cioè di color bigio l’una e l’altra bianco, ma in fine penso che ciò sia una favola».

«Credo che avete bona opinione - rispose Corinna - L’aquila è regina de gli altri uccelli ed è di generosa natura, chiamasi uccel di Giove e però è detto regale e sacro; è di vista acutissima e franca, percioché solo fra tutti gli altri uccelli può guardar fisso nel sole e da ciò è amaestrata per natural instinto di reconoscer i suoi figliuoli; percioché subito nati gli espone alla vista del sole e, stando essi franchi a mirarlo, gli ha per legitimi, cioè dell’uova sue proprie, ma se mirando essi si abbagliano nel lume, come figli suppositi d’uova d’altri uccelli gli getta e precipita del nido. Di più, con tutto che sia grande di corpo, non è uccello che più si levi in alto di esso, percioché sorvola e trapassa le nebule. Sono leggerissime e di tanta forza che ponno nelle branche levar una pecora di terra e portarsela per aria a pascersi ove lor piace».

«Sono buone a mangiaredisse Elena.

«Io non trovo scritto - disse Corinna - che alcun n’abbia mai mangiato, ma potria esser, benché credo che siano di durissima polpa, come anco i nibi, il corvo e sì fatti».

«Del falcone - disse Lucrezia - non direte così, poiché se non fusse altro, il Bocacio ci afferma, che fu mangiato e fu anco delicatissimo al gusto e pur anch’egli è uccel di rapina».

«Egli è ’l vero - rispose Corinna - pure io me tenirei sempre più a i predati che a i predanti, come al colombo, alla starna, alla tortora, al tordo, alla quaglia, alla pernice, che sono ottimi al gusto, di leggiera digestione e di prezioso nutrimento».

«Credete mo’ voi che sia vero - disse allora Verginia - di quelle perdici di Paflagonia, che dicono alcuni istorici c’hanno dui cuori per una?».

«Se si trovano de gli uomini - rispose Leonora - che ne hanno vinticinque per uno, perché non può essere che in quel paese strano vi siano delle perdici che ne abbino due?».

«Come - aggiunse Verginia - vi sono uomini c’hanno vinticinque cuori? Io per me non lo credo».

«Anco cinquanta» replicò Leonora ridendo.

«Ne conoscete voi alcuno» rispose Verginia.

«Più di cinquecento» replicò Leonora. Tutte le donne allora si misero a ridere della simplicità di Verginia, alla qual disse Corinna:

«Ben ha detto Leonora il vero, credeteglilo pure, che ancor io ne conosco molti». Rispose allora Verginia:

«Se voi mi aveste detto che si trovassero in paesi lontani, come si dice di molti uomini mostruosi c’hanno la testa nel petto, o c’hanno il capo di cane, o un piede solo di estrema grandezza, o simili, io ve lo potrei credere, ma dicendomi che voi li conoscete, veggio bene che voi mi burlate».

«Deh simplicetta - ritolse Leonora - non ha vinticinque e più cuori quel tal uomo, che parlando con una donna, e fingendosene inamorato, le dice averle dato il suo cuore in pegno e indi a poco se gli vien caso di ragionar con un’altra, le giurerà similmente che ella gli tien il cuore e se con venticinque e più venirà a parlamento, con tutte farà il medesmo. Bisogna pur che costui o s’abbia venticinque e più cuori da darne a tutte uno per una, o che avendone un solo si menta e dichi a tutte la bugia e non abbia dato quel solo a nissuna di esse. Or torniamo al nostro proposito».

«Dico ben io - disse allora Cornelia - che questi uomini si cavano sempre dal dritto camino».

«Ma - rispose Corinna a Verginia - dico che può esser, che fra tanta mostruosità di natura, si trovino tali uccelli, come voi dite, poiché vi sono cose maravigliose da considerare».

«Mi piacciono pur - disse Verginia - quelli uccellini che cantano così nelle gabbie, come cardelli, faganelli, montani e simili, ma sopra tutti quei luscignuoli sono molto soavi da udire e quei merli, che parlano mi par una gran maraviglia».

«E io mi piglio pur gran solazzo - disse Leonora - quando mi trovo in villa alla caccia di questi uccellini, ma m’incresce alquanto quel levar su di letto all’alba».

«Oh - disse Elena - vi ricorda Verginia, quando andavamo insieme con vostro zio uccellando a passerini in quel certo casone di canne, che era in buona posta a mezo il prato, dove stavamo tacite, aspettando le schiere de passanti uccelli, i quali allettati da i richiami, che nelle gabbie rinchiuse su ’l verde suolo a gara cantavano e da quelli che levati dimostravano volar tirati dalla picciol fune e dalla bella vista del verde frascato, che d’ampie reti era tutto attorniato da i lati, a piombo vedevamo calarsi e dar tutti insieme su i rami ed ecco il servo, che sedendo acconcio su l’aviso si stava, tirando a sé con forza ed impeto la fune attaccata alle reti e perciò roversciandoli una sopra l’altra vi chiudeva e ’l frascato e gli uccellini tutti insieme ed ivi noi presto saltando fuori a gara correvamo ad ucciderli, né si scopriva il frascato, né si svolgevano le reti, se prima ad uno ad uno non rimanevano tutti o presi o morti. Oh che piacer vi avevamo».

«Certo che me ne ricordo - disse Verginia - e non veggio perciò l’ora che venga questo autunno per andar a goder de tali spassi, benché non vi essendo voi non mi sarà molto grato».

«Quell’uccellar a tordi, come vi piace egli?» disse Cornelia.

«Io mi sono - rispose Verginia - così abbattuta qualche volta di veder questo mio zio, c’ha detto Elena, il qual per esser ancor giovine si diletta di sì fatti intertenimenti, così nelle spinate presso casa tender le bacchette col vischio ed aver posto la civetta in mezo il prato, la qual per esser così mostruosa a gli altri uccelli, vedevansi come maravigliati accostarseli intorno per riguardarla e, a poco a poco, saltando di ramo in ramo, inavedutamente cascar ne i rami invischiati e quivi intricando i piedi e l’ali, restar preda in mano di noi che eravamo in prima nascosi, così tordi come altri uccelli; ma questo solazzo non mi gusta così come il primo».

«Ma - disse allora Leonora - mi piacerebbe, s’io fussi un uomo, andarmene su un buon cavallo a falcone e pigliar delle buone starne o quaglie e mi par che mi saria di gran satisfazione».

«Basta - soggiunse Elena - in tutti questi nostri spassi non possiamo già far senza gli uomini anzi non ne gusteressimo alcuno di loro».

«Oh - disse allora Cornelia - da ciò son buoni essi, cioè da uccellare, ingannare e prendere, anzi questo è il lor proprio mestiero, ma noi non ne sappiamo, né possiamo farlo e perciò, quando vogliamo essercitarsi in tali cose, ci bisogna imparar da loro e servirsi del loro aiuto come esperti e pratichissimni che vi sono».

«Or per seguitar - disse Corinna - la rondinella annonciatrice della primavera, che per far ella el nido nelle nostre case, fingono i poeti che già fosse donna e delli smerghi, alcioni e simili, della civetta, dell’amoroso colombo e casta tortorella non accade che io vi racconti le istorie e proprietà, perché so che vi sono a mente. Così di certa spezie di uccelli, che si pigliano a schioppo in queste nostre lagune il verno, c’ha vari nomi e sono in gran quantità e si pascono di pesci piccoli più che d’altro, come foliche ed altri simili».

«Se non volete altro - disse Lucrezia - hanno anco il sapor come da pesce, se lor non si cavasse con bollirli nell’acqua e con molte speziarie, che voi sapete che si usa di poner lor dentro».

«Almanco - disse Elena - se ne potesse mangiar anco di Quaresima per esser così notriti di pesce per star sempre nell’acqua, dandoli nome di pesce anetra, come si dice di pesce cane e di pesce colombo». Risero le donne e disse Corinna:

«Or non vi basta per la Quaresima aver tante altre sorte di pesce, che son forsi più grati al gusto che li uccelli? Se ben non sono di tal nutrimento, non avemo noi dalle nostre pescarie, buoni varuoli, buoni storioni, anguille, passare, barboni, cievali, tonni, morone ed altre infinite sorte di prezzo, senza il pesce minuto e senza la molta copia di cochiglie ed il pesce che vien dell’acque dolci, come carpioni, trutte, temoli, lamprede, gambari ed altra infinita sorte, che non si potrai dire in un mese».

«Certo che noi avemo - disse la Regina - una gran comodità di tanta copia di pesce, che quante volte che non vi son così delle carni nelle beccarie, l’uomo si può accommodar comprando del pesce, il qual mai ne manca, se ben una volta è più caro dell’altra e spezialmente la povertà ne riceve un gran comodo».

«Certo - disse Cornelia - che il più delle volte io mangio del pesce perché mi sa meglio che la carne e mi conferisce anco».

«Voi - rispose Corinna - dovete esser di complession più tosto calida e secca, perché il pesce a i flematici è molto nocivo e, benché sia dilettevole al gusto, è di leggerissimo nutrimento per la sua gran umidità, essendo che egli mangiato si resolve nel suo proprio elemento che è l’acqua, nella qual è nato e nutrito».

«I pesci - disse la Regina - si perseguitano così nel mare, come gli altri animali ed uccelli in aria ed in terra?».

«Signora sì» rispose Corinna.

«Quali pensate voi che siano in maggior numero - disse Elena - gli animali terrestri, gli uccelli in aria o i pesci nell’acque?».

«È opinione comune di savi - dice Corinna - che senza comparazion sia maggior la quantità di pesci che de altri animali».

«E questo - disse la Regina - da che dicono che proceda?».

«Io non mi ricordo averlo letto - rispose Corinna - ma non si può giudicarlo, perché sì come affermano che sia più intensa l’acqua che la terra, così bisogna credere l’ampiezza del contenuto dall’ampiezza del continente. Oltra che non trattando l’uomo nelle concavità dell’acque, dove sono i nidi de i pesci, hanno essi maggior comodità di moltiplicare, non avendo chi gli disturbi o impedisca i luoghi loro, di modo che sono gli abitanti essi soli dell’acque».

«Questa ultima ragione - rispose Leonora - io ve approverò, ma la prima non vi concedo, perché se per la maggior ampiezza del loco dovesse esser più ampia la moltitudine de gli abitanti, bisogneria che gli uccelli fussero in più numero de gli altri animali; percioché qual parte è più ampia dell’aria?».

«Egli è ’l vero - ritolse Corinna - che l’aria è più ampia dell’altre parti, ma non vi concedo che per ciò gli uccelli siano in maggior quantità de gli altri animali; percioché gli uccelli non fanno i lor nidi per aria se ben volano, ma gli hanno in terra o su gli arbori, la qual terra per esser la più angusta parte, ed insieme occupata ed abitata da gli uomini e da quadrupedi, breve spazio o poco comodità riman a gli uccelli per moltiplicare, come fanno i pesci, de quali se ben in qualche parte vicino a terra vien fatto preda, non è però che non sia infinita la sua quantità ne i mari e fiumi grossi dove vanno se non rare volte le navi per transito. Oltra di ciò si prova la sua quantità dalla gran copia d’uova, che si trova nel pesce secondo la sua stagione».

«Credete voi - disse Leonora - che nel mare vi si generano pesci minuti?».

«Io penso de sì - rispose Corinna - ma non invecchiano per rispetto de grandi, perché ben sapete il proverbio che ’l pesce grande mangia il piccolo».

«Parmi - disse Elena - una gran maraviglia di quelle balene che son così grandi, come si dice, che paiono scogli sopra i quali scendendo i marinari si son molto volte trovati in pericolo di annegarsi».

«Molto maggior - soggiunse Corinna - mi par quella di un certo pesce detto remora il qual benché picciolo, ma di eccessiva forza, dicono che si attacca al fondo delle navi e le ferma e le pone in estremo pericolo di affondarsi, anzi che molte volte le affonda senza che si possano in alcun modo difendere e riparare».

«Anco la gaiandra marina - aggiunse Cornelia - che è grande come un’isola, somerge seco le navi; ed aprendo la bocca per il grato odore, tragge a sé gli altri pesci e gli inghiotte».

«Qual è quel pesce - disse Lucrezia - che è piccolo ma molto venenoso e pur si mangia?».

«Deve esser la scarpenna - rispose Cornelia -. Ma che direte voi dei drago marino, il qual mordendo l’uomo non può guarirsi salvo con la sua propria polpa? Il pesce ragno con la spina sola punge ed impiaga crudelmente i pescatori».

«Lasciamo andar - disse Elena - ma io ho pur in odio quelle anguille, perché ho udito dire che s’innamorano delle serpi».

«Questo avien l’estate - rispose Cornelia - ma che importa questo, allora non si mangiano, anzi sono delicatissime e migliori d’acque dolci; ma ho letto di esse che il sole talora indura lor sì la pelle, che non ponno notare; nascono senza padre, né madre e da se stesse si allevano. Ma è ben cosa da notare per maraviglia del pesce spada con quanta forza egli tagli le navi quando vi si abbatte con quella spada che la natura gli ha posto in fronte, della quale ha preso il nome e dal qual fuggono i tonni ed altri pesci, non altrimenti che si fuggano le pecorelle dal lupo. Il simile fa il pesce detto montone perché è cornuto, il quale ascondendosi sotto il fondo delle navi, stassi al varco per rapir od uomo od animale che per caso o per giuoco si gettasse nell’onda. Il folpo è amico dell’uomo, per lo contrario, a guisa del delfino e piglia il color di quella cosa alla qual s’approssima come il camaleonte».

«Il delfino - disse Cornelia - conosce il mal tempo per quel che si dice. Il delfino annonziator di tempesta è come ho detto amico dell’uomo e massime de fanciulli, co i quali si è veduto spesso scherzare per le riviere e mi ricordo aver letto, che una volta essendo un fanciullo montato sopra la schena a un delfino e giuocando, accade che con una delle sue spine inavedutamente si traffisce il costato, della qual ferita se ne morì ed il delfino per gran dolore non volse mai più tornar nell’acqua, ma stando sopra la terra, cosa contraria alla sua natura, in poco spazio si morì dietro».

«Gran meraviglie son queste di natura - disse Lucrezia - ma io ho udito dire d’un pesce detto scaro, che a guisa d’animal terrestre va ruminando per il mare».

«Egli è vero - disse Lucrezia - per quanto si legge ed essendo questo pesce preso a nassa sempre con la coda s’ingegna per uscir fuora, avendo compagni di fuora via della medesma spezie che l’aiuta ad uscirne. Lo storione, pesce nobilissimo, è molto più caritativo verso la sua stirpe, che non gli abbandona mai e per difenderla mette se stesso in pericolo».

«Ah - disse allora Leonora - e che dovrian poi far gli uomini verso di noi? Che siamo una cosa istessa con loro? E pur sempre ci opprimono e ci traffigono a guisa del riccio con la biscia, che egli essendo tutto spinoso ed ella di pelle delicata e ridotta seco in angusto spazio, si lagnava che era punta da lui ed egli le rispose: ‘chi non si può star vada con Dio’».

«Ma - disse Cornelia - gli uomini amano fin che sperano cavar qualche utile da noi, nel rimanente non metterebbono un pelo in pericolo per amor nostro. Ma a proposito del riccio, vi è il marino che va pel mare oprando le spine in vece de piedi e prevedendo in mar le procelle, s’asconde e caccia sotto l’arena. Così non fa la seppia, la qual sta così salda nel mare, che fermatasi in terra non si move mai per gran furor dell’onde».

«Io - disse allora Leonora - vi so dir di queste pazzarelle che una volta, che mi trovai in valle con alcuni miei parenti a spasso (inanzi però ch’io restassi vedova) ed andati a pescare, fra gli altri pesci furon presi alcune d’esse ed abbattutami essere io vestita di bianco, vi so dir che rimasi acconcia da loro; parve che mi fusse gittato un vaso d’inchiostro nella faccia e giù per tutta la veste».

«Egli è il vero - disse Cornelia - come si veggion prese subito soffiano e spargon quel lor negro per lor difesa in faccia de pescatori. Non è minor il solazzo certo, che si piglia nel pescare, anzi per mia opinione è maggior che l’uccellare - disse allora Cornelia - quando massime si fa buona preda, o sia con reti larghe, quando se tirano le tratte con le barchette, o con ami a togna, come si dice, o con la cuogola, o a nassa, o in che guisa si voglia».

«Ma che dite poi di quel embriacar el pesce, il che si fa in fiumicelli per diportodisse Leonora.

«O questo e ’l gran piacer - rispose Cornelia - veder i pesci come addormentati venir sopra l’acque, che gli potete pigliar con le mani».

«Ma a pigliarne - soggiunse Corinna - o sia in acque dolci o salse non bisogna che siano gran secchi, perché il pesce fugge il caldo e si ritira all’insù o nel mare, perciò quando piove e in tempo di sirochi che l’acqua abonda e va sossopra, allora nella sua torbità è buono ricercar la preda, che se ne piglia in grandissima quantità. Ma ragionando così del pescare soviemmi ora del grande ingegno della rana pescatrice, la qual direste che pesca a boccone, come si suol dire, così acconciamente manda fuori, stando ella coperta sotto l’arena, alcune fila naturali a cui sta appiccato l’esca, che da natura perciò vi è posta per allettar gli incauti pesciolini, i quali correndo a gara a pascervisi rimangon preda della sua sagacità».

«Questo è ben un gran secreto - disse Cornelia - ma non parlate voi alcuna cosa delle conche marine e pur ve ne sono di tante sorti».

«Che volete, ch’io vi dica - ritolse Corinna - s’io volessi dir di tutto non finirei in breve, ma di queste che voi dite, ve ne è fra l’altro una chiamata pinna, la quale è ben cosa degna da esser intesa, che essendo per natura cieca ed inabile a procacciarsi il vitto, ha questo così maraviglioso accorgimento che pigliando amicizia con un gamberetto quello alloggia e ritien seco nella propria conca per servirsi di quello ne’ suoi bisogni, perché aprendosi ella quando le pare ed allettando i pesciolini con la lingua, che lor mostra fuori, ad entrar in casa sua, come il gambarello gli vede sotto coperta subito ne fa moto al compagno, il quale improvisamente serrando le porte della sua stanza e rinchiudendovi la preda, se la portano e godono essi da buoni compagni».

«Bella astuzia certo - disse la Regina - perciò si vede quanto giovi aver buoni amici; che come abbiamo già detto, in quel che non possiamo noi, si servimo dell’opera loro».

«Sì - rispose Leonora - ma sì fatto aiuto non averessimo noi già da gli uomini, che vorrebbono in tal caso aver per sé tutta la preda e poi mangiar ancor noi se potessero».

«Vero è - rispose Corinna - ma a proposito di queste conchiglie, ve ne è un’altra in mare detta nautilo, o navigante, che adopra la sua conca o scorza per barchetta e d’una pelle che ella ha larga e sottile si fa vella e move le braccia in loco di remi, servendosi della coda per timone».

«Credo ben io - disse la Regina - che questo sarebbe un gran bel vedere».

«Deono - disse Lucrezia - gli uomini aver imparato a navicar da questo essempio».

«Oh - disse Leonora - pensate pur, che miglior mastro vi volse per sì importante dottrina».

«Certo chi ben considera - disse Cornelia - fu molto temerario il primo che usò far passaggio di lido in lido, fidandosi di solcar l’instabili onde senza fondamento e senza certezza di cosa veruna e fu anco ingegno maraviglioso quello che per ciò si pose a fabricar navi, galee e legni piccioli di tante sorte».

«Ma - disse Corinna - di tempo in tempo si sono assottigliati l’intelletti e s’hanno sempre trovato cose nove da migliorar tali edifici, che non tutti in un tempo, né per una persona sola sono l’opre maravigliose del mondo ridotte a perfezione».

«Ancora quando è buon tempo - disse Cornelia – che ’l mar è bonaccia, mi par pure che mi parria buono andar così costeggiando per mare d’intorno le nostre riviere; ma l’andar così lontano e poi quando sopraviene qualche gran tempesta, oime, che spavento deve esser quello e che travaglio de quei poveri naviganti».

«Sì - rispose Leonora - ma quante persone s’annegano senz’andar in mare ed io per me non vado mai fuori di casa che io non oda a dir di qualche una: oh povera giovene ella è affogata dal tale. Credetemi pure, che se ogni donna vi pensasse bene, più temeria di porsi alle man d’un uomo che i marinari all’arbitrio del mare e de i venti».

«Invero - aggiunse Cornelia - son molto più navi che donne, che arrivino a buon porto».

«Così non fusse» disse Corinna.

«Or pensate pure - disse Cornelia - che vi è un gran che fare. Che ancor che la nave sia ben composta di buon legname di rovere, cinta di pino, bene spalmata, chiusa ed impeciata, ben fornita di vele, timone, ancore, sarti ed altri instromenti opportuni, ancorché sia ben provista di uomini espertissimi da timone, da vele, da bossolo e sì fatti con tutta quella misura e peso, che se le conviene secondo la sua capacità, vi prometto che molte volte poco le giova. Così parte delle galee, delle fuste, delle navi picciole da mercanzia e simili, perché avendo a gir per paesi così remoti e strani, benché con la carta da navicare e la tramontana si sappia vedere quali passi siino da schivare e quali da seguire e s’abbia pratica di mar, di venti e di scogli, tuttavia per la gran forza de venti e per lungo contrasto di fortuna sono sforzate ad urtare nelle spiaggie e sdruscire nelli scogli coperti e spesse volte affondarsi».

«Mi par impossibile - disse la Regina - che quelli che pur giongono a salvamento de lor viaggi in porti lontani possano, essendo usi in un’aria, viver così discosti, oltre le altre incommodità che patiscano».

«Pensate pur - rispose Corinna - che quelli, che si pongono a far viaggio, bisogna che siano d’una natura molto robusta e che non si perdan per poco; ma quanto alla mutazione dell’aria non patiscono tanto, perché la vanno a cambiando a poco a poco; che se si potesse in un subito volar, come gli uccelli da loco a loco, non è dubbio che pochi vi durerebbono. E poi vi sono de i luoghi, c’hanno forse miglior aria dove vanno che onde si partono; con tutto ciò vedete bene che molti si amalano».

«Se non vi fussero tanti pericoli nel far questi viaggi, sarebbe - disse Leonora - un gran piacer l’andar a veder così le maraviglie del mondo, come in quei mari lontani dove dicono che nascono le perle; ed il mar Rosso famoso per gli antichi Egizi che vi si sommersero ed il mar Britanico, il qual secondo le stagion talor diviengelato che vi si può caminar sopra e pigliar con mano i pesci, che di sopra vi si trovano agghiacciati in gran copia».

«La grandezza de i mari credo io - disse Cornelia - che venga dallo sboccamento di tanti fiumi che vi concorrono in esso».

«Questo non può esser - disse Corinna - perché essendo vero, come è, che li fiumi tutti vengono dal mare e ritengono sempre in sé la medesima acqua ed essendo il mare sempre colmo o più o manco, secondo il suo calar e crescer, che fa dal moto della luna, come si è detto, non può star che ’l mar dai fiumi, ma i fiumi ben dal mare dipendano e poi ritornano in esso, né perciò esso cresce, perché in un medesimo tempo tanto egli alli fonti, quanto riceve da i fiumi».

«Dunque - disse Lucrezia - l’acque, che scorrono dei fiumi, vengono anch’esse dal mare? Sono pur dolci esse ed il mar è salso».

«Oh signora sì - disse Cornelia - perché passando l’acqua per le viscere della terra viene a purificarsi ed addolcirsi, e piglia altro sapore, come fusse passata per lambico e perciò è molto diversa la qualità delle fonti».

«Ancor io ho udito dire gran cose delle virtù di esse fonti - disse la Regina - e tra l’altre d’una detta Lincesto, che chi ne beve embriaca apunto come ’l vino».

«Così dicono gli istorici - seguì Corinna - un’altra in Cipro ha questa proprietà che, secondo alcuni auttori, se vi si pone entro una lucerna estinta, subito s’accende; ed un’altra, che mettendovi un legno, s’indura ed impetrisce».

«Quelle poi - disse Verginia - che disse quel poeta, che chi beve dell’una mor ridendo e chi dell’altra scampa. E quella, che è detta del sole di tal virtù, che la notte sempre bolle ed il giorno si raffredda. Vi è quella detta Cirico, o fonte di Cupido, che chi ne beve ha virtù di scacciar amore da i petti nostri, sì come dicono alcuni».

«Vi sono alcune altre - disse Cornelia - che si chiamano l’acque de’ bagni, le quai sono così salutifere per l’infirmità varie de gli uomini».

«Oh ve ne fusse almeno alcuna - disse Leonora - che gli guarisse da dovero di molte infirmità occulte che essi hanno, delle quali non fanno stima e sono perniciose ed incurabili».

«E quali sono?» disse Elena.

«Quella - rispose Leonora - della infedeltà, della fraude, dell’ingratitudine e simili».

«Egli è ’l male - rispose Cornelia - che essi le hanno e ne fanno sentire a noi il danno».

«Oh - disse allora Corinna - l’acqua di cui vi parlo, bench’abbia detto che è buona a guarir gli uomini, ho voluto inferir l’un sesso e l’altro e parlo di mali, che avvengono a i corpi, che queste indisposizioni dell’animo, c’hanno gli uomini, non le guarirebbe quant’acqua contien l’oceano».

«Io mi dava ben maraviglia - seguì Elena - che non intraste con qualche novella di mezo il vostro ragionamento, or seguite, se volete».

«Piano a non corrocciarsi - disse ridendo Corinna - e pur vi bisogna aver pacienza di quel che si è detto e che si è per dire. Or queste acque de bagni, ch’io vi ragiono, sono de varia sorte ed in vari lochi sortiscono, perché ve ne sono di freddissime e di tepide, di calde e di bollenti, le quali mi ricordo aver vedute in queste montagne qui presso Padova e dicono, che quelle che riescono così ferventi, è per cagion del solfo, che in gran quantità vi regna. Così ve ne sono anco in diverse altre bande e sono ottime da dovero per infinite malatie, sì come ogni giorno se ne vede l’esperienza. Ma le fonti di tal qualità non si convertono in fiumi che si veggia, che se ben tutti i fiumi hanno fonte, ancor che gli scrittori pongono in dubbio il Nilo, tutte le fonti però non hanno fiume, ma per vie sotterranee si conducono al mare».

«È vero - disse Leonora - di questo fiume Nilo, che fa correndo così gran strepito, che per molte miglia intorno assorda i vicini a modo che non vi ponno abitare?».

«Signora sì - rispose Cornelia - così si legge».

«E quel fiume detto Pattolo, credete voi - disse Lucrezia - quel che si dice, che abbia l’arene d’oro?».

«Potria esser - rispose Corinna - ma io per me giamai nol vidi».

«Oh voi sete una di quelle - disse Elena - che non credete mai nulla».

«Basta non creder a gli uomini» disse Leonora.

«Si può ancor loro credere alcuna cosa - rispose Corinna - ma niuna di quelle che ci dicono a noi. Or lasciamoli un po’ stare per vostra . Vi è un altro fiume anco, detto Ebro in Traccia, Tago in Ibernia, Gange in India e Pado in Italia, c’ha fama d’aver così l’arene d’oro». Disse allora Lucrezia:

«Il fiume Tigre, perché si chiama così? Vi nascono forse le tigri?».

«Non - rispose Corinna - ma per l’estrema sua velocità; ed egli e l’Eufrate si dice nascer dal paradiso terrestre».

«Fra tutti i fiumi - disse allora Cornelia - qual credete voi che sia ’l maggiore?».

«V’è il Gange - rispose Corinna - immenso fra tutti gli altri fiumi, il qual ha fama d’esser venti miglia di larghezza e la sua profondità non ha fine, corre per l’India ed Arabia felice. Vi è poi dall’altro lato la Tanai, fiume freddissimo e ’l Danubio ed il Reno, che correno per la Germania ed altre parti settentrionali, molto celebrati da scrittori».

«Il Petrarca - disse la Regina - raccolse quasi tutti i fiumi notabili in pochi versi quando disse:

 

Non Tesin, Po, Varo, Arno, Adige, e Tebro.

 

Con quel che segue».

«Ma lasciando il ragionar de i più lontani, avemo la Piave assai grosso e rapidissimo fiume, il qual passando e traversando per molte campagne, ultimamente mescola le sue acque dolci nel mare Adriatico. Vi è appresso il nobilissimo fiume Po, il quale è chiamato regale fra regali. Questo correndo con suoi sette rami innonda fecondando tutti nostri paesi circonvicini; passa per la nobilissima città di Ferrara, e discorrendo per diversi luoghi in fin mette capo nelle nostre lagune. Nominò molto onoratamente questo fiume una gentildonna in un sonetto che fece in laude d’una Ferrarese, detta la signora Laura Peverara, nata però in Mantoa, ma che stava in casa di sua altezza».

«Deh - disse allora Leonora - sapete voi cara la mia Corinna questo sonetto, che voi dite? Diteloci di grazia».

«Io non lo so» ella rispose. Ma Verginia e l’altre tanto ne la pregarono, che ella riducendoselo a memoria, tutte le altre ascoltando, così disse:

 

Splendea nel regal Po chiarezza tanta,
Ch’ogn’altro fiume a le sue egregie sponde
Cedea di ricche palme e di feconde,
E grate olive, onde si pregia e vanta.

Ma poi ch’or presta ombra più lieta, e santa
Anco il bel lauro a le sue lucid’onde,
Può sì ’l valor de l’onorata fronde,
Che insino il mar l’alte sue lodi canta.

Se fu virtù, se fu bellezza rara
Ne l’arbor già, che al gran Toscano piacque,
Tutto in quest’è via più famosa e chiara.

Poiché, se quella in picciol borgo nacque,
Questa Mantoa creò, nutre or Ferrara,
Degno ornamento a le sue nobilacque.

 

Molto si satisfecero le donne del recitato sonetto dalla discreta Corinna e se ben non parve loro di molta eleganza, tuttavia lo gustarono molto per esser cosa a lor nuova ed a proposito del loro ragionamento.

«Or - seguì Corinna - questo istesso fiume passa ancor per altre città d’Italia, come Cremona, Piacenza, Casal e molte altre».

«Lodate pur voi - disse Elena - qual fiume vi piace, che io per me faccio più stima della mia cara Brenta che d’ogn’altro, la qual oltra che è il più vicino che sia, passa per la nobilissima ed antichissima nostra Padoa, che è così degna e gloriosa città, madre de gli studi, alunna di tanti belli ingegni, abondante di così bei giardini, ricca d’onoratissime fameglie e ripiena di cose belle e virtuose gentildonne, che è un paradiso l’abitarvi».

«Egli è ’l vero - disse allora Cornelia - ed a ragione lodate voi questa vostra Brenta, perché vi avete le vostre possessioni e ve la godete la metà dell’anno».

«Se non fusse altro - rispose ridendo Lucrezia - come faressimo la state in quei gran secchi quando non piove e non avemo acqua ne i pozzi, se non fusse l’acqua di Brenta?».

«Voi burlate - rispose Elena - ma ancor questo importa assai».

«Ed io - disse Leonora - ho in grazia l’Adice, perché quando fui a Verona col regimento ne presi un gran solazzo in quel fiume con molte gentildonne, che eravamo in compagnia».

«Certo - disse la Regina - che ancor quella è una degna ed onorata città, come anco Vicenza, per cui passa il gentil fiume Bachiglione, che per non esser molto grande, è populatissima e ricca, è copiosa di belle fabriche e di graziosi giardini. Ma la città de Verona è antichissima e fu al tempo de quelli antichi Romani, de quali fu colonia ed ancor vi si serbano alcune vestigie, come la rena che si nomava anfiteatro ed altri assai edifici; e benché sia stata molte volte rovinata da Barbari, è però al presente più che mai in fiore; presso la quale è notabile il Lago di Garda famoso per gli carpioni, li quali si dice, si pascono d’oro».

«Dite pur voi altre ciò che vi aggrada - disse allora Cornelia - che a me par molto floridissima ed abondantissima la città di Brescia fra l’altre d’Italia ed è fertilissimo il suo territorio, dove fui già ancor io in regimento con mio avolo ed è quel paese molto delicato, benché abbia da una parte le montagne ed è ripien di molte castella e fortezze d’importanza, per mezzo del quale vi passano i fiumi Navilio, Mola, Oglio e Sperchio, molto nominati. E questi fiumi inondano anco molti altri luoghi circonvicini e spezialmente l’Oglio, el quale passando per molte terre tra li confini, bagna fra gli altri il paese di Pontevigo, de i Orzi novi e del gentilissimo Soncino, nobilissima fortezza e patria di molti eccellentissimi ingegni. Vi è poscia il Menzio, che formando quasi un lago, contiene in sé la nobil città di Mantoa, famosa per molte degne qualità e spezialmente per essere patria di Virgilio. Il Tesin poscia è fiume che passa per la gentilissima città di Pavia, ancor ella residenza di virtù, dove è quel onoratissimo studio che in sé ha sempre contenuto elevatissimi ingegni ed è antica, ma non tanto quanto è Milano, il qual diviso dal fiume.... Fu al tempo de quei primi Romani fabricato prima da Brenno nel mezo della Lombardia e dopo distrutto da Beloveso Francese, poscia ampliato e rifatto molte volte, come l’altre città d’Italia».

«Il fiume Arno - disse Cornelia - è pur degno d’esser nominato più di tutti».

«Signora sì - rispose Corinna - per esser quel fiume tanto celebrato che divide quella bella città, nella qual fiorirono tanti maravigliosi intelletti: Dante, Boccaccio ed il sopranominato Petrarca ed altri passati e che sono al presente, de quali saria longo farne menzione. Oltraché al presente è così sontuosa di onoratissime fabriche, di bellissimi giardini e de cittadini illustrissimi che si può dir che non abbia par al mondo. Il fiume Ombrone passa per la giocondissima città di Siena, ancor ella capo di studio, celebre per l’academie che vi fioriscono e per molte altre dignissime parti che non cede punto a molte altre città per famose che siano. Ma l’imperial Tevere avanza tutti in dignità, come quello che già tanti secoli ha veduto tante maraviglie della sua antichissima Roma che a voi, che le sapete come me, non accade raccontarne. Or infiniti sono i fiumi che s’alzano, come si è detto, dal mare e ritornano a calarsi in esso come si è detto».

«Mi par molto stranio - disse Lucrezia - per tornar al proposito, che l’acqua, essendo di sua natura greve, possi, come avete detto, sorgere così in alto che per le sommità dei monti diano origine ad essi fiumi».

«Oh vi par tanto gran cosa - disse Leonora - fatte conto di veder gli uomini, che essendo inferiori a noi e perciò dovendo essi star bassi ed umili, vedete come s’inalzano, come ci soprastano contra ogni ragione, contra ogni giustizia, però non vi maravigliate se l’acqua, elemento basso, anch’ella presume d’ascendere all’altezza di monti, ma pur ella torna ad abbassarsi di nuovo, dove che gli uomini stanno sempre fermi nel lor rigore ed ostinazione».

«Non è dubbio - disse Corinna - che l’acqua, elemento greve ed insieme mobile, par cosa strania che possa andar in alto, tuttavia questo è instinto di natura, che qualche volta contrafà a se stessa e di tal forza che, se mirate bene, è più maraviglioso che di terra e dal mare si levi la umidità e si converte in aria, dove si formano le nebule, che non è il levarsi il mare fin sopra i monti. Or qual cosa è più lieve del foco e che più aborisca lo star per sua natura al basso; tuttavia per altro modo e disposizion naturale consente di star in terra, che è l’elemento più basso di tutti, anzi convertendosi col tempo l’uno elemento nell’altro, trovasi che la terra a poco a poco si resolve in acqua, l’acqua in aria e l’aria in foco. Ed all’incontro il foco si tramuta in aria, l’aria in acqua e l’acqua ritorna in terra».

«La terra - disse Leonora - essendo di forma rotonda e circondata dall’aria, come si sostiene ella?».

«Da sé e per sua natura - rispose Corinna - come dispose il primo motore senz’altro aiuto; e nel suo centro stabilita, come greve e soda, si contenta di esser il più umile elemento di tutti. Ed appresso di qualità fredda e secca ed è madre antiqua di tutte le cose create per la sua fermezza».

«Avendo la terra il più angusto spazio di tutti gli altri elementi - disse Cornelia - ha molto che fare in generare tanti animali, per produr tante erbe e per mantenire e contenir in sé tante materie».

«Così è - disse Corinna - e se mirate bene la diversità di tanti animali che vi si creano e notriscono, è una maraviglia a pensarvi ed impossibile a contarne la millesima parte».

«Credolo - rispose Cornelia - ma pochi deono esser i domestici in comparazion de i salvatichi».

«Non è dubbio» disse Corinna.

«Anzi - disse Leonora - vi sono più de’ domestici che voi altre non pensate, ma non si conoscon tutti».

«Tacete, in vostra bonora» disse la Regina.

«Oh signora - disse Leonora - quanti leoni, quante tigri, quanti orsi vi sono che non si mettono a conto con gli altri? Anzi che sono più crudeli e terribili? Il so ben io».

«Or lasciate andare, che vi intendo ben io - soggiunse la Regina - o poveri uomini con voi».

«Anzi poveri noi con loro - rispose ella - che ci perseguitano tanto. Io ho udito dire che ’l leone di natura generosa ha sempre risguardo a i più umili e non gli nuoce e che veggendo un uomo ed una donna insieme, più tosto lascia la donna e la vuole con l’uomo, quasi che per natural instinto conosca la nostra umiltà ed inocenza e ci abbia pietà, egli che è fiera terribile ed inumana. Di modo che la fiera fa con noi officio d’uomo e l’uomo, che tante volte ci nuoce a torto, si dimostra incontra noi crudelissima fiera». Ma Elena per interromperla:

«Parmi aver inteso - disse – che ’l leone con tutta la sua fierezza teme la voce del gallo, è egli il vero?».

«Così dicono gli istorici - dice Corinna - ed anco la vista del foco, con tutto ciò il leone è chiamato re di tutti gli animali per la fortezza e generosità, benché ve ne siano di maggiori, come l’elefante, di più crudeli come la tigre, di più feroci come il cinghiale e simili».

«La tigre - disse Lucrezia – e ’l pardo non è egli una medesma cosa?».

«Signora no - rispose Corinna - ma vi è ben gran similitudine sì nella pelle come nella crudeltà e leggerezza; percioché essa di velocità supera ogn’altro animale e mi par aver letto, a questo proposito, che li cacciatori hanno una gran dificoltà in levar i suoi figliuoli del nido, che benché osservino che ella vi sia lontana, e pigliandoli li portino su correnti cavalli e si dilunghino con gran avantaggio, tuttavia dicono li scrittori che ella accorgendosene corre lor dietro con tal prestezza, che immediate gli giunge. Di modo che per salvarsi essi, c’hanno tal pratica, sono astretti a gittarle uno de suoi figliuoli incontra, il qual preso ella, è di tal velocità, che ritorna indietro e ripostoselo nel nido, da capo perseguita gli cacciatori per riaver gli altri e li giunge ed essi fanno l’istesso, finché giungendo essi a qualche porto di mare s’imbarcano e così scappano dal suo furore. È cosa poi notoria la stolidità ed iracondia dell’orso, le cui carne sono buone a mangiare e nascendo, nasce materia animata senza forma, la qual a poco a poco co ’l tempo ed industria della madre va pigliando la sua natural figura».

«Il cervo - disse Lucrezia - non è anch’egli velocissimo come la tigre? E però disse quel poeta:

 

I miei legger, che nessun cervo».

 

«Il cervo - disse Corinna - oltra la leggerezza, è animal di lunghissima vita, per molti secoli rinova le corna ed il pelo, variandolo di bigio in bianco; non se gli truova fiele, salvo che nelle budella ed ha l’osso nel cuore. La serpe anco è animal che vede molte età ed oltra ciò è vigilantissimo e dalla natura dotato di essemplar prudenza nella sua qualità. Si fanno (di certa spezie però di essi) molti medicamenti utili al corpo umano e ve ne sono ancor di quelle, che son buone a mangiare».

«Mi fate ben ridere - disse Elena - io per me non ne mangerei, ben mangierei d’una vittella di latte che fusse grassetta, che ne dite voi Verginia?».

«Ancor io» disse Verginia.

«Sapete voi - disse la Regina - che al mio gusto mi piace così la carne d’un bue giovane che sia buona, come anco quella di vitello».

«Signora sì - disse Lucrezia - ancor io son del vostro parere. Ma oltra di ciò, che dite voi Corinna di questo animale?».

«Che volete che io dica - disse Corinna - al mio parer egli è ’l più utile animale che ci abbiamo dalla natura, perché vivendo è utilissimo così nel lavoro de campi, come (parlando delle femine) nel dispensarci tante sorte di latticini utili e necessari al viver nostro; morto poi qual parte è in lui che non sia buona a qualche cosa? La pelle si sa di quanto utile sia in vari lavori; la carne a mangiare, le corna e l’unghie a diverse operazioni; è appresso animal mansueto, tardo e di maninconica natura, è la sua carne buona, saporita al gusto, ma grave da digerire per gli stomachi gentili e delicati, perciò mentre è vitello è in più prezio, per esser di più lieve digestione e miglior nutrimento».

«Si dice del vitello - disse Cornelia - che il suo piede posto in decozione per quaranta giorni e risolto in acqua ha virtù di scacciar le rughe della faccia e lisciar la pelle come di giovene di quindici anni».

«Il capretto è sano, ma non già l’agnello per la sua molta umidità; le carni de salvatici come del cervo, che sopra diceste - disse Lucrezia - e damme e caprioli sono elle più o meno gravi da digerire de gli domestici?».

«Più lievi - rispose Corinna - e di buono nutrimento».

«Mi piace tanto l’udir a ragionar - disse Lucrezia - ch’io per ascoltarvi lascierei di buona voglia il dir male de gli uomini, se le altre lo permettessero, per intender da voi alcuna cosa, che mi è incognita, poscia che i difetti de gli uomini sono pur troppo noti a ciascuna di noi».

«Anzi - disse Corinna - non son tanto noti come bisogneria che ci sapressimo più scherrnire, che non sappiamo; e possiamo meglio intendere la proprietà de gli animali irragionevoli, ancor che ci dovria esser più occolta per esser tanto diversa dalla nostra ed anco perché non sanno essi parlare, che quella di questi falsi a noi simili di natura, ma diversi di qualità e volontà, che mai ci dicono il vero».

«Voi mi fate disperare - disse Leonora a Lucrezia - con parlar tutt’oggi fuora del caso e mi maraviglio della nostra Regina, che ciò vi comporti oltre la sua licenza».

«Oh - disse la Regina - io comporto loro che talor si servano di tale ragionamento, sentendo che voi non ne uscite mai e tal vi portate che supplite a bastanza in quel che mancano esse».

«Io - rispose Leonora - se dico il male, dico il vero e dico quello che io sento nel core, per non essere come gli uomini, c’hanno le parole dolci e poi nel resto son tutti veneno».

«E di che sorte - disse Cornelia - che non vi giovarebbe quanta tiriaca fanno gli speciali, né quanta virtù è nel corno dell’alicorno, per ripararci a tanta malignità».

«Egli è ben - disse Elena - una maravigliosa proprietà di quell’animal che vaglia così nel corno contra i veneni».

«Anco contra molte infirmità è egli utile - disse Corinna - che opprimono le parti cordiali e, scrivono gli istorici, che egli ama tanto le fanciulle vergini, che volontieri s’addormenta loro in grembo, con la qual occasione rimangono presi da cacciatori. Ma non so se voi mai vedeste la sua favola».

«Io non l’ho mai intesa» rispose Elena e così l’altre donne dissero, pregandola insieme, si ella l’aveva in memoria, che di grazia la contasse loro. Ed ella così incominciò:

«Scrivono i poeti che essendo caduto il fulminato Fetonte figliolo del Sole e di Climene, e trasformate le sorelle di esso in pioppi e la misera madre disperata tapinando pel mondo, regnava in quell’istesso tempo nelle parti di Oriente, in una nobile città dell’India detta Felicia, Alciteo minor figliolo dell’istesso Apollo, ma d’un’altra sua amica generato e stava in tante allegrezze e così splendida e nobil corte tenea, che da tutti i principali dell’Asia era egli visitato ed onorato e, per la sua virtù e gentil maniera, lo veniano a servire i più degni principi ed i più eccellenti cavallieri, che in quel tempo si trovassero. Tra li altri dunque, che la pellegrina fama di costui trasse alla sua corte per onorarlo, fu il principe Lioncorno di Frigia, il quale da lui con sommo onore ricevuto ed in breve contrato seco una cara amicizia; percioché molto si assimigliavano tra loro di virtù e cortesia, tanto era l’amor che si portavano insieme, che raro l’uno dall’altro separar si vedeva. Avea Alciteo una bellissima sorella da marito, detta Biancarisa, la qual di raro ad occhio umano si lasciava mirare.

Or avvenne un giorno, che giocando Alciteo con Lioncorno al disco, gli viene gettata la palla a caso dentro una finestra della sorella, la quale con le sue donzelle in feminil lavoro occupata, levò la palla di terra, né sapendo di chi si fosse, così per suo piacer si accostò alla finestra; venne intanto Lioncorno correndo per ricuperar la sviata palla e mirando la bella giovene ed ella lui, subito il crudel amore operò il suo solito nel cuor d’ambidue, che ferendo l’uno e l’altro di uno istesso dardo, gli lasciò freddi, pallidi, muti e fuor di sentimento. In questo modo si cominciò l’amore fra questi nobilissimi amanti e come accade non passò molto che Lioncorno trovò via di scoprir il suo pensiero alla giovene, la quale non potendo far resistenza all’ardente foco che di continuo per Lioncorno la struggea, se gli mostrò benigna e tutta amorevole e fu la conclusione tale fra loro, che si promisero di secreto di esser l’uno l’altro marito e moglie. Alciteo non sapendo alcuna di queste cose, continuava tra tanto nell’amore che portava al suo caro amico Lioncorno ed insieme non cessava di tener corte, ricevendo ed alloggiando con molta cortesia i forestieri che alla terra venivano. E tanta era la sua buona sorte, che ’l padre Apollo tutto lieto d’un tal figlio, a poco a poco si era scordato il dolor, che la morte di Fetonte gli aveva prima causato nel cuore.

Ma quivi arrivando un giorno la sconsolata Climene e ben ricevuta da Alciteo, invidendo alla sua tanta felicità e considerando la sua miseria nel fulminato figliuolo con l’allegrezza del Sole, che con la buona fortuna de Alciteo s’avea già scordato del precedente infortunio, o quanto si dolse, o quanto si ramaricò tra se stessa, e tanto potè in lei questo cordoglio e l’invidia e la gelosia che ne prese, che deliberò tra sé medesima non lasciar via che, da estinguer ed esterminar Alciteo in dispregio di Apollo, venuta in mente opportuna le fusse. E percioché era ottima maestra di veneni, rispetto che dal già caro Apollo assai della proprietà dell’erbi avea costei nella memoria raccolta, trattò con un scelerato servo che, per gran cupidigia di promesso guadagno, acconsentì nel tradimento del suo signore di levar con veneno la odiosa vita all’innocente giovene. Così tolto ella il carico di compir il beveraggio, dato ordine del modo e disposto il termine alla sua tornata, pigliò licenza e partisi.

Fra tanto, l’innamorato Lioncorno avea tant’oltre impetrato dalla sua signora, che ella vinta dal grande amore, sotto titolo però di sposa, s’era contentata d’introdurlo nella sua camera; e posto tra essi l’ordine a una certa ora che deputarono, si nascose Lioncorno in un camerino, che vicino alla stanza di Biancarisa era, quando nel punto istesso e nel medesmo loco, essendo arrivata la perfida Climene con la mortifera bevanda si ravolse a parlamento col fallace servo, senza avedersi del giovene che, stando nascono, udì ed intese tutto e datogli il vaso, che ad Alciteo con destra maniera lo porgesse, lo informò ed inanimò e con larghe speranze, a commettere il crudele effetto. E partitosi l’un dall’altro, rimase il giovene Lioncorno così smarito e pieno di confusione, che parevagli di sognare; e benché da un lato l’ardentissimo desiderio di trovarsi con l’amata giovane l’accendesse, tuttavia considerando l’importanza del caso, ogni poco che tardato avesse, prevalse la ragion l’appetito e, più amando la vita del caro amico che ’l piacer proprio, immediate corse alla camera d’Alciteo, il qual pur allora, così persuaso dall’ingrato servo che fidel si credeva, apunto si avea levato alla bocca il picciol vaso che gli apparecchiava la morte. Sgridollo Lioncorno che non bevesse e con pronta mano egli stesso gli trasse la tazza dalle dita e gittò a terra e ruppe e sparse il veneno. E scoperto il fatto ed il tradimento ordito, fece Alciteo in quell’istante prender lo scelerato venefico, il quale smaritoseppepotè fuggire, ma posto a tortura confessò il tutto e fu condennato per giustizia.

La sventurata Climene veduto il negozio non pur scoperto, ma impedito affatto, el servo castigato ed ella stessa posta in pericolo di provar la giustissima ira d’Alciteo, si pose piangendo a fuggir per le vicine selve ed esclamando con calde lagrime all’ascoltante Venere così rivolta mandò li scelerati preghi: “Deh graziosa Dea, tu sai quanto io ti sono stata sempre fedel seguace e quanto io abbia venerato i tuoi santi fuochi; ma ecco l’ingrato Apollo mentre io l’amo fedelmente, mi tradisce ed inganna, ricevendo in mio cambio novella amante, con cui avendo generato l’orgoglioso Alciteo, si è del misero mio figliuolo Fetonte e di me scordato. Deh se non ti move il mio interesse a procurar qualche vendetta di tanta offesa, movati, generosa Dea, il danno e l’onor tuo proprio. Ben sai quanto ti ha offeso il Sole nostro commune nemico, né si poteva meglio castigarlo che con la morte del figliuolo Alciteo; in questo consisteva tutta la nostra vendetta e la nostra gloria, e ben aveva io preparato il negozio, ben aveva disposto ed accommodato il fatto, ma il crudel Lioncorno ci ha di maniera sturbati, che non vi è più speranza di remedio. A costui adunque per vendetta almeno della vendetta, o benigna Citerea, porgi immediate il meritato castigo, acciò sia essempio a gli altri, che non si occupino in desturbar le pratiche altrui”. Venere, che dall’un canto amava assai Lioncorno per esserle così fedel soggetto e dall’altro odiava molto il Sole, dal quale aveva ricevutonotabile oltraggio e perciò anco tutta la sua stirpe, udendo i preghi di Climene stette alquanto in dubbio; alla fin prevalse l’antico sdegno ed arridendo alla malvaggia donna aspettò che il giovene, tutto lieto della sturbata sceleratezza, sen ritornasse all’aspettante giovene; la qual con palpitante cuore, sperando di ricever il caro amante, stavasi tutta pensosa e temeva e tremava e non sapeva di che.

Ed ecco l’adirata Dea con importuno furore lo soprapende e gittandoli una certa polvere sopra e dicendo alcune parole, quando egli crede felice la desiata sposa fruire, sentesi all’improviso tutto mutar di forma, ma non di animo; le braccia (ahi fiero impedimento), che doveano cinger l’amato collo, divenner gambe e in subito le man piedi; la veste, che portava candida, in bianco pelo si converse e la graziosa faccia in strano capo di animale agnato di forte corno, non dette spazio alla cupida bocca di tor l’ultima licenza almeno, né dar gli estremi bacci alla stupida ed infelice moglie. Io vi lascio, o pietose donne, considerar da per voi, in che termine ed in che guisa rimanesse costei, vistosi così miseramente privar di tutte le sue speranze e lo miserando spettacolo del caro marito che con occhi pietosi, con guardo umano, parea che più dell’esser di lei privo tra se stesso si dolesse, che della propria miseria. Egli furono tanti i suoi ramarichi e le lagrime che ne sparse, che quel suono de’ suoi dolenti sospiri trasse tutta la famiglia e tra gli altri Alciteo, a cui la sorella pietosamente espose tutto il successo de suoi amori ed insieme il misero caso del trasformato giovene, con tanto cordoglio di tutti che fora lungo a raccontarlo e spezialmente di Alciteo, che lo pianse per lungo tempo dirotissimamente, considerando per lui aver salva la vita. Ed ella mai più dopo volse rimaritarsi per onor suo e del suo caro amante, che non le parea che fussevivo, né morto. Egli, dopo alquando, si ritirò nelle vicine selve per provedersi d’appropriato cibo e nella nuova forma riserbò l’antiquo costume, che nella sua posterità ancor si serba. Ancor la dolce sua e benigna natura ha instinto e virtù particolare contra il veneno che, come ho detto, il suo corno giova mirabilmente in simil casi e se ne sono vedute notabile esperienze. Medesimamente egli ancor serba memoria de suoi dolci amori, è vezzoso quando gli vien veduta alcuna fanciulla vergine, volentier se le accosta ed addormenta nel seno, ricordandosi della sua Biancarisa, dalla cui dolce compagnia s’era così crudelmente separato». Tirarono gli pietosi accidenti dello sventurato giovene molte volte le lagrime a gli occhi alle graziose donne e disse a questo proposito Leonora:

«Questa è ben una bella novella, ma par che sia più in favor de gli uomini che delle donne».

«Fate conto - rispose Corinna - d’aver udito una favola».

«Sì sì - disse Lucrezia - però diteci pur così di qualche altro animale, né restate, benché dite mal delle donne, che in ogni modo il ben de gli uomini, come ’l mal delle donne non si può dir se non in favola».

«Che volete che vi dica - rispose Corinna - s’io volessi contarvi della destrezza del cavallo, dell’ingordigia del lupo, della mansuetudine della pecora, dell’astuzia della volpe, della pazienzia del gatto, della timidità della lepre, della fedeltà del cane, saria cosa più tosto da scrivere, che da ragionarne; e tanto più che sì di questi, come d’infiniti altri, Plinio ed altri auttori ne trattano diffusamente; benché anco da altri autori fedeli si raccolgano molte cose degne di memoria».

«Egli è gran tempo - disse Elena - ch’io desidero di saper che inimicizia occolta s’abbia il lupo con l’agnelo, il leon con la pecora, la volpe co ’i polli, il topo con la gatta ed altri animali così aerei, come acquatici tra loro; e donde sia nata questa lor gran discordia, che sempre l’un perseguita e l’altro fugge».

«Questa - rispose Corinna - non è nimicizia dalla parte più potente, ma proprio instinto, che la natura le ha dato di pascersi di quello; e però non perseguita o mangia la sua preda per odio che le porti, né per disamicizia che s’abbi seco, ma solo perché conosce che quello è il pasto datole dalla natura. All’incontro il meno potente, che è per essempio la pecora, fugge il leone non perché l’odi, ma perché teme, sapendo anco essa, per natural instinto, che quel tale è suo persecutore a tal fine di mangiarselo e cibarsi di esso, e perciò come nemico mortale lo fugge e s’allontana dalla sua morte».

«Almanco - disse Leonora - ancor tutte le donne avessero questa cognizione ed inclinazione di fuggir anch’esse i lor persecutori e la lor morte, che non ne perirebbon tante o non stenterebbono, come fanno. Ma, o semplicette, che anzi gli vanno cercando e poi quando vi si trovano colte, non giova il pentirsi».

«Voi pur sete a spada tratta contra gli uomini - disse Verginia, e non potè far che non ridesse, e seguì poi - non vi sarebbe qualche rimedio, di grazia, per farli deventar un poco buoni? Io trovo pur, che se si ha un vin cattivo in casa, con metterli del buono sopra molte volte si rinova, se si ha una veste trista, racconciandola ci scusa per buona, se vi è una cattiva vivanda, mettendoci del bottiro e delle spizierie si fa deventar saporita».

«Eh sorella mia - disse Leonora - che a questi mali uomini, io non saprei che sapor farci, per farli perder quel cattivo gusto c’hanno; perché son come gli arbori vecchi, c’hanno fatto radici e son sempre ad un modo».

«Ancora a gli arbori - disse Corinna - si ponno, incalmandoli, far mutar natura, ma de gli uomini non so che mi dire, che rare volte mutan proposito, se non di male in peggio».

«Saria più miracolo che diventassero essi migliori - disse Cornelia - e che essendo cattivi producessero opere buone, che non è mostruoso ch’un arbore parturisce de gli uccelli».

«Anzi - disse Corinna - quell’è impossibile e questo è vero, che in un paese di di Olanda, come riferiscono gli scrittori, vi è una sorte di piante maravigliose, che in vece di frutti producono uccelli come anitre».

«Oh che mi dite voi - disse la Regina - questo è ben uno effetto maraviglioso in natura; ma deve forse esser vero quel che si dice ancor de gli arbori dell’Esperide, che facessero pomi d’oro».

«Eh signora no - disse Corinna - questo è ben favola».

«E quegli arboretti che stillano il balsamo - disse Lucrezia - non è già bugia».

«Anzi è verissimo - disse Corinna - e si trovano nell’Arabia felice, dove anco si raccoglie la manna, che è una rugiada celeste, e vi nascono tanti aromatici, come il cinnamomo, l’aloe, il nardo, il zenzero, la noce moscata e tante altre sorti di spezierie di natura calide in più e manco gradi secondo la lor proprietà, delle quali si servono tutte le parti del mondo; e la lor virtù è diversa ed infinita, come anco di tante altre sorte d’arbori che nascono nelle altre parti della terra, c’hanno radici, semi, foglie, fiori e frutti di varia proprietà, perché tutte le parti d’una pianta non sono buone ad una cosa, che ve ne sono de tali, la cui radice per essempio sarà di natura fredda e li frutti saranno caldi». Disse allora la Regina:

«In quanti modi la divina providenza ha provisto a i nostri bisogni, ponendo in fin tal virtù nelle piante perché ci giovassero nelle nostre infirmità, o quanto gli siamo noi obligati».

«In questo si conosce anco - disse Leonora - quanto siamo noi disobligate a gli uomini e questo perché mancano essi verso di noi, poiché essendo tutte le cose create a beneficio loro e nostro, e poi anco essi per nostro aiuto particolare, essi non pur sono da meno de gli arbori e delle altre creature insensate, che mai mancano del loro debito. In questo vagliono per noi non ci governando, anzi offendendoci, ma cercano anco di levarci ogni sorte di bene che potessimo ricever senza di loro, le facoltà, la libertà, la fama, la grazia e ’l credito appresso tutte le creature del mondo».

«Deh lasciate dir Corinna - disse Lucrezia - ch’in ogni modo parlate contra di voi secondo quel ch’avete di sopra detto, se ben mi ricordo, che la donna è nata dopo dell’uomo per suo aiuto e però noi siamo obligate a governar loro e non essi noi».

«Se questo è vero - disse Leonora - che essi abbino bisogno del nostro aiuto, essendo noi in ogni qualità e sostanza simili a loro, adunque sono essi inferiori a noi e ci dovriano cedere; ma non niego che non doviamo governar loro per amor, essendo essi una carne stessa con noi, ma mi doglio e lamento che essi così per amor non vogliano scambievolmente aiutar, favorir e governar noi e non ci tengono in quel conto che dovriano tenerci; e pur come ho detto, tutte le altre creature ci riconoscono tanto per patrone, quanto essi, se non più».

«Voi - rispose Lucrezia - già poco fa diceste, che non vi era acqua al mondo che potesse aver virtù per guarirli delle indisposizioni c’hanno in loro, provate un poco se poteste trovar almeno alcuna erba che lor giovasse, poiché ci dite che la virtù sta nell’erbe».

«Il balsamo - disse Cornelia - si dice pur che guarisse di tutte le infirmità».

«Il vero balsamo - disse Corinna - che si coglie da certi arboretti nell’Arabia con coltellini d’avorio, senza contrafarsi, è liquor divino, ottimo ne’ corpi nostri, poiché gustandosi ricrea li spiriti smarriti, ritorna la virtù e rinfranca la vita; mantien la sua onzion ne i vivi la freschezza della gioventù nella faccia e preserva i morti dalla putredine e corruzione; in somma è perfettissimo ad ogni cosa, eccetto a questo che dite».

«Io credeva che la manna fusse la più ottima cosa del mondo, poiché non si può trovar cosa più dolce che la manna» disse Lucrezia.

«Se ben fusse la più dolce - disse Corinna - non e però la più perfetta; casca sopra certa erba aperitiva e si coglie come il mele; è calda ed umida temperatamente e più bianca è la migliore; è dolcissima, ha gran virtù di mondificar il sangue e val nelle febre acute insieme con la cassia, la qual similmente giova al gran fervor del sangue e dispone il ventre alla purgazione».

«Io ho udito - disse Cornelia - dopo l’ardor delle febre laudar molto il reubarbaro».

«Sì nelle terzane simplici, come doppie - rispose Corinna - perché è proprio contra la colera; ed a far che giovi, bisogna elegger (perché è una radice che nasce in India) che sia piena e di buon peso, e quando si rompe ha le vene separate, alcune rosse, alcune bianche, nel masticar lascia il colore ed è amaro al gusto; è caldo e secco nel secondo grado, come la siena ed è quasi simile al reupontico».

«La siena - disse Lucrezia - non è buona a maninconici?».

«Alla maninconia - rispose Corinna - all’opilazion del fegato; alla quartana è buona meschiata con la coloquintida, la qual giova anco alla durezza della milza, cioè la sua medolla con acqua di scolopendria; la sua decozion al dolor de i denti con aceto, il suo empiastro alli vermi, ma non è da adoprarsi sola, perché è venenosa».

«Debbe esser - disse Leonora - quest’erba come l’uomo, che solo è mortifero, ma la compagnia della donna è la sua teriaca».

«Io non trovo il miglior rimedio - disse Lucrezia - per i vermi quanto l’aloe, che ne ho fatto tante volte la prova».

«L’aloe - disse Corinna - è caldo e secco in secondo grado ed è succo d’un’erba così detta, la qual è di tre spezie, il miglior si chiama cicotrino e si conosce che è di color di zaffrano. L’aloe purga la colera e la flemma e la maninconia, conforta i nervi, giova a gli idropici ed oppilati; giova a chiarificar la vista con acqua rosata. L’aloe è molto amaro e di acutissimo odore, ma non mai più amaro dell’agarico».

«Io - disse Lucrezia - ho udito dire gran cose di esso».

«Si - ripigliò Corinna - per gravi infermità, ma principalmente purga la flemma e poi la maninconia e giova molto a i mali che sono infistoliti ed alli dolori illiaci; benché anco a questo vale molto il zaffrano, che è caldo e secco in primo grado e giova anco a confortar lo stomaco ed è cordiale ed odorifero».

«Per confortar lo stomaco alla digestione - disse Lucrezia - io conosco una gentildonna che usa molto la noce moscata ed il macis che è la sua più sottil scorza e ne loda molto».

«La noce moscata - aggiunse Corinna - giova molto alle donne gravide ed aiuta li stomachi deboli alla digestione, come anco il pevere, il zenzero, il cinnamomo, il cardamomo, il garofolo e sì fatti, che sono utili per le complessioni frigide; ma non son da usar molto per li colerici e sanguinei. Li tamarindi purgano la colera e mondificano il sangue. La scamonea ancor essa attrae la colera delle vene ed è medicina cordiale mista con sandali rossi».

«Oh Dio - disse Leonora - non avete ancor trovato la medicina che io dico. Voi trovate tanti rimedi contra il mal sangue e la colera; e pur questi stomachi e questo sangue di questi uomini non si purga mai, che sempre sono infermi del cuor e del cervello; o almanco si trovasse una medicina per guarir noi dalla simplicità, dalla pietà e dall’amore che indegnamente portiamo a questi nostri amalati».

«Non la scrive Galeno questa medicina, né altro auttore l’ha mai trovata - disse Corinna - o se l’ha trovata non la lasciò scritta, che non era il fatto suo, perché lupo non mangia di lupo, troppo conoscono il lor danno gli uomini, se noi non gli amassimo guai a loro».

«Scrivono pur alcuni - disse Lucrezia - che vi son molti rimedi per guarir dell’amore, come la pelle fresca d’una pecora, la polvere ove sia rivoltata una mula, oltre la fonte ch’avemo detta di sopra; ed anco dar a bere del sangue della persona amata all’amante e molte altre cose, ma io credo che sian tutte novelle; che quando amor entra da buon senno nel cuore, penso che solo la morte sia il suo proprio cauterio e medicamento. Ma non parliamo di questo solo, ma di ogni sorte di benevolenza, perché noi siamo tanto, come si è detto, amorevoli».

«Io trovo scritto - disse Corinna - a questo proposito, che se un uomo porterà al lato manco gli intestini dell’iena che, di certo, qualunque donna mirerà, infiammarà del suo amore stranamente. Or lasciamo andar queste favole. È medicina molto cordiale lo galangà e ’l calamo aromatico, sì come la liquirizia giova incredibilmente ad ogni indisposizion del petto ed il simile fanno le semenze di lino, ungendo di fuora via con butiro e tolta anco ne i cibi».

«Io son tanto satolla di questi vostri medicamenti - disse Leonora - ch’io per me vorrei esserne a digiuno. Parmi che mi augurate che mi abbia presto ad ammalare; di grazia, se non trovate cosa al nostro proposito, facciamo fine che egli è pur troppo lunga diceria».

«Se la lasciate dire - seguì Lucrezia - potria esser che ne trovasse alcuna, ma voi siete troppo fastidiosa, che ad ogni passo la interrompete».

«Orsù con questi patti seguite - disse Cornelia - ma mi dubito che sia di quelle promesse che si fanno a fanciulli, perché vadino volentieri a scola, le quali non s’attendon mai».

«La mirra, ancor essa - ripigliò Corinna - mista con lo storace calamita giova molto al petto e conforta lo stomaco alla digestione».

«Io in somma - disse la Regina - non so la miglior medicina per confortar il petto e lo stomaco, quanto il buon vino dolce e la malvagia moscatella; che ne dite voi altre?».

«Sì certo - dissero ridendo le altre donne - la malvagia è buona a digiuno così un pochetto per li stomachi deboli e frigidi».

«Allora - disse Corinna - ed il vino anco è ben ottimo, però a i sani e tolto misuratamente, massime il vermiglio ed il bianco, benché il bianco è ventoso, il negro è duro da digerire; ma bevutone troppo di che qualità esser si voglia, genera molte indisposizioni alla testa, alli nervi, gonfia il ventre, impedisce il digerire ed abbruscia il fegato».

«Sono di quelli - disse Cornelia - che fanno bollire dell’erbe nel vino che dicono giovarli molto».

«Si suole bollirvi del rosmarino - disse Corinna - che è ’l meglio di tutto ed in vero è cosa mirabile a molte infirmità».

«Il vino de pomi granati - disse Lucrezia - non lo lodate voi?».

«Sì per quelli c’hanno la febre - rispose Corinna - parlando de gli acetosi, li qual frutti sono anco buoni a restringere, come li cottogni».

«Li cottogni - disse Cornelia - non mi ponno gustare salvo cotti con l’uva».

«Lasciamo andar questo - disse Corinna - son ben buoni a molte cose, che giovano a saldar le ferite ed è il suo olio contra lo sputo del sangue e contra il vomito ed ammorza la sete mirabilmente. Gli pomi domestici sono poi di più sorte, ma tutti sono umidi e ventosi e giovano cotti con zuccaro ad allargar il petto ed il siroppo di essi vale alla quartana».

«Li peri mi piacciono assai - disse la Regina - e penso che siano più soavi. Sono, cotti, molto stomacali, ma crudi vogliono il vino dopo».

«Li pruni - disse Elena - di che qualità sono essi? Perché ne ho mangiati tanti quest’anno fuori, ch’io non so se mi averanno fatto male o bene».

«Sono - disse Corinna - freddi e umidi; alcuni sono negri, alcuni rossi; li negri son buoni per chi ha la febre, perché hanno virtù di rifrigerar e lenir, come li mirabolani».

«Oh - disse Lucrezia - quelli son ben ottimi da dovero ed ho udito dire, fra li altri, che la sua polvere mista con polvere d’aloe vale a i capelli che cascano».

«Giovano - disse Corinna - a purgar la flemma e la maninconia cotti con radici d’esula e siena».

«Gli armelini ed i persichi - disse Verginia - mi son più grati che frutto che sia».

«Son buoni - rispose Corinna - ma gli armelini presto si corrompono nel stomaco, gli persichi son cordiali e la sua scorza e midolla leva loro ogni nocumento. Dicono che ove prima si sono trovati, son venenosi, ma trasportati ne i nostri paesi, perdon quella malignità e riescon così buoni».

«Di quanti frutti si mangiano - disse Cornelia - a me non piacciono più quanto l’uva, i fichi ed i meloni».

«L’uva - aggiunse Corinna - è di molte sorti e molto gustevole; quando è ben matura non nuoce molto, se non che è alquanto umida e ventosa. Ella ha virtù lenitiva ed i suoi ciotti o granelli sono costrettivi. I fichi ancor essi leniscono, giovano al petto ed al polmone. Il simile fa l’uva passa e le pigne».

«Io non ho mai mangiato pignoli freschi - disse Lucrezia - come si fanno le amandole e noci, ma penso che siano pur gustevoli e così i pistachi».

«È da vedere - rispose Corinna - ma perché vengono da lontano non si ponno averli se non così secchi».

«Mi piacciono quelle noci fresche - rispose Cornelia - ma par che mi faccino sempre doler il capo quando io ne mangio».

«Fanno doler il capo - disse Corinna - le noci e nociuole e sono di durissima digestione, ma le noci sono poi giovevoli contra il veneno e sono quasi della natura delle castagne, benché esse siano più frigide. Le mandole dolci sono di sostanza e dure da padire e le amare giovano nelle medicine».

«Lodato sia Iddio - disse allora Leonora - da poi che trovarete anco da contar delle castagne; manca che voi diciate appresso della fava e delle ceregie; questa mi par la favola dell’occa che non si finisce mai, credo che lo facciate per burlarmi e per farmi dir qualche cosa io». Di queste disperazioni di Leonora ridevano tanto Elena e Verginia che si smascellavano dalle risa; e la Regina così sogghignando le disse:

«Lasciate, di grazia, che dichi un poco Corinna, se per mangiar troppo meloni questa estate, io mi apparecchio una buona quartana per questo inverno, poiché dicono che nasce da molte umidità e frigidità».

«Se non volete altro - ritolse Corinna - sono ben essi umidi e frigidi, però mangiandone moderatamente e che siano buoni, non fanno molto nocumento; e così sono frigide le zucche, cocomeri, cedri, angurie e sì fatti, quali da medici son detti semenze fredde e giovano nelle febre ardenti e specialmente i cedri, che son molto virtuosi, il suo fiore, il frutto, i semi ed il suo odore è tutto cordiale; la scorza è calida, il bianco temperato e la midolla temperata, i semi refrigerano parimente ed è perfetto rimedio per uccider i vermi; la sua foglia sta sempre verde, come apunto quella del lauro sacro ad Apollo ed alle muse; e l’arancio è quasi di simil natura».

«Oh il lauro - disse Cornelia - fatteli riverenzia che egli è:

 

L’arbor vittoriosa e trionfale,

Onor d’imperaduri e de poeti».

 

«Anch’esso - seguì Corinna - è utile nelle medicine, si fa olio delle sue pomelle molto sofficiente per riscaldar, per esser di natura calda e secca e giova a molte infirmità della testa per causa fredda. Al simile è verde tutto l’anno il bosso e la mortella, arbor di Venere, ed il pungente ginebro».

«Se ben durano sempre verdi questi arboscelli, che voi dite - disse Lucrezia - (non parlo di cedri) non fanno però né frutti, né fiori».

«Signora no - disse Corinna - ma voi così troverete de gli arbori che fanno frutti e non fiori, come il fico, altri che producon fiori, ma non frutti, come il rosaio».

«Dite - disse Leonora - come gli uomini c’hanno belli fiori d’apparenza, ma in effetto riescono senza frutto e la lor bella vista dura sì poco, come la rosa».

«La rosa veramente - disse la Regina - è notabile e singolar in bellezza ed odor sopra tutti i fiori».

«Signora sì - rispose Corinna - ed è notabile ne’ medicamenti, per il che è posta in molte medicine per rifrescar e solvere; è fiore di Venere; sono di molte spezie, si fanno di essi siloppi con mele, si fa zuccaro, olio, aceto, unguento, unto ed acqua rosara, si fa bagno delle secche al dolor di nervi ottimo, fresche sono umide. In soma non è il più soave e delicato odore quanto quel della rosa».

«Le viole - disse Cornelia - non sono così soavi, ma si danno aver in pregio per esser le prime ad aprir la stagione».

«Delle viole - disse Corinna - oltra la lor bellezza, si fanno anco molte medicine, perché hanno virtù di lenir ed umettar; giovano al dolor del capo, inducon sonno e valeno alla tosse con zuccaro».

«Voi non parlate - disse Elena - del narciso e giacinto, de quai l’istoria è così nota?».

«Il narciso, il giacinto, il gelsomino, il garofolo, - replicò ella - sono fiori di più acuto odore, gli dui primi passano presto, gli altri durano di più. E hanno tutti particolar virtù, le quali io non conto per abbreviarla, accioché Leonora non s’adiri meco; così del giglio bianco e celeste, c’hanno virtù d’aprir e riscaldar. Ma vi è un fiore tra gli altri che, quando gli altri fioriscono, esso sta secco e sotterrato e poi al seccar de gli altri, egli esce fuori e spunta prima delle foglie. Anch’esso è di maravigliosa virtù e si chiama ciclamino o pan porcino».

«Questa è ben gran cosa - disse la Regina - ma lasciando di questi fiori odoriferi, poco fa, parmi che dicesti i fiori del rosmarino esser molto giovevoli nel vino».

«Quanto a ciò - riprese Corinna - sono utilissimi, massime per debolezza di stomaco e di membra e chi usa ogni giorno tor una certa misura, dicono che guarisce di molte infirmità; sono anco utili quei di malva e d’altre erbe, de’ quali si fanno preziose conserve con zuccaro; ma in somma ogni erba ha la sua virtù, così le radici come i fiori e le foglie, benché alcuni molto siano in sé diferenti; perché la salvia, l’abrotano e l’aneto son caldi e secchi, giova l’uno al petto e l’altro alla milza, l’altra è calda e umida, vale a posteme ed a i capelli che cascano, l’atanasia al polmone, l’appio alla dificoltà dell’orina, cappari alla milza, camamilla al capo, al fegato, al fianco, capilvenere al petto, alla febre, alla milza; cinque foglie, trovata a caso, dicono che fa la persona amabile e graziosa».

«Ho udito anco dire - disse Cornelia - dell’erba cento capi c’ha la radice di due forme maschio e femina, se l’uomo portarà adosso il maschio si farà amabile e la donna la femina. Dicesi anco che l’erba egizia, ditta epente, lieva ogni maninconia. Il finocchio è ottimo per gli occhi; anco l’eufragia è buona per gli occhi e se ne fa composta preziosa con aceto, sale e pevere; magiorana, selino, cardi, artichiocchi, persemolo (tutte queste erbe calide e secche) sparesi aperitivi; anisi, coriandoli scacciano la ventosità; boragine, bugolosa, acetosa, radicchio, endivia, lattuga, tutte quest’erbe refrescative, come è noto a tutti, si danno nelle febri in decozione; ma saria troppo lunga diceria voler contar la virtù di tutte le erbe».

«Le verze bianche, o cardi - disse Cornelia - che s’usano il verno cotte con gli uccelli, mi vanno più a gusto che queste vostre decozioni e medicine».

«Le verze - ritolse Corinna - non son molto sane, che generano colera negra e mettono umidità e ventosità nello stomaco; le biete son miglior minestra a chi sono a grado».

«A me piacciono tutte le minestre - disse Lucrezia - ma li risi sopra tutte».

«Ed io - disse Cornelia - mangio più volontieri bacelli e l’orgio».

«I risi - aggiunse Corinna - sono sani, nutriscono e restringono, i bacelli e la fava son saporiti, ma ventosi e duri da digerire, ma l’orgio è ben sano e rifrescativo; anzi è medicina a gli ammalati, per causa calida ed insieme vivanda ottima».

«Il panico non mi piace - disse Lucrezia - nel formento, salvo nel far pane. Anco il pan de miglio è saporito quando è fresco con la sua vua damaschina per entro».

«Mangiatevelo pur voi - disse Cornelia - ch’io per me non voglio cercar meglior pan che di formento».

«Il miglio - disse Corinna - poco nutrimento e giova a restringer il ventre ed alla difficoltà dell’orina; il sorgo è astrettivo».

«Oh Dio - disse la Regina - come fanno questi poverini di grazia, massime fuora nelle ville, che convengono mangiar d’ogni sorte di queste biave minute e pur n’avessero a bastanza, massime questi anni di questa carestia? Parmi un gran miracolo che possino sostentarsi, ma il Signor gli aiuta».

«Oimè - disse Lucrezia - bisogna pur averli qualche compassione, quando non pagano tutto il fitto, perché in vero non si raccoglie al presente la metà delle biade, che si solea gli anni a dietro; pur questo ricolto, lodato Iddio, è stato miglior de gli altri».

«Donde pensate voi, cara Corinna - disse allora Cornelia - che si causino questi così tristi raccolti, che vanno alle volte?».

«Son molte cause - disse ella - onde può venir la sterilità o scarsa prodozion del grano; prima può esser, perché le terre non siano ben disposte e coltivate, overo perché non è seminato in tempo; nasce anco dall’intemperie dell’aria, che manda alcune volte caligini e vapori ardenti al basso, che toglie e secca il grano su ’l fiorire. Altre volte vien da i gran secchi e dalle soverchie pioggie, fuori di tempo, per il che il formento va tutto in erba, o marcisce. Procede spesso anco, che nascendo il formento nel verno, essendo troppi sirocchi, si generano certi vermicelli, che lo rodono inanzi che cresca; la tempesta poi, quando è fatto il grano, è la ultima rovina, ma questa non fa carestia se non per chi la tocca. A molte di queste inconvenienzie si può rimediare ed a molte no; bisogna perciò ricorrer e rimettersi a sua divina Maestà, così di biade, arbori ed erbe, come di tutte le altre cose».

«Con tutto che ’l danno di noi altri - disse Lucrezia - sia notabile, tuttavia patiscon molto più quei poveri contadini, che s’affatican tutto l’anno, se ’l racolto non riesce secondo la speranza loro».

«Quest’anno - disse Elena - spero che si caverà assai grano per quanto si può vedere ora, ch’io sono stata in villa a far l’acqua rosata».

«Non mi piace andar in villa da questi tempi - disse Cornelia - piacemi l’andarvi d’agosto e ’l settembre; che quei sono i veri tempi che si prende solazzo».

«Io vado - disse la Regina - quest’altro mese e vi starò poi fino all’ultimo di settembre per rispetto del ricolto, che s’io non son sopra quei lavoratori, i poveri uomini si vorran rifar de’ danni passati ed io non avrò nulla».

«Questi son mesi di utile - disse Lucrezia - e quei di spasso».

«Ancor da questi si cava spasso - disse Verginia - che con quei caldi si veggion la festa quelle pastorelle tutte garbate, lascivette andar al ballo, che non si può veder meglio. Noi v’andamo ogni festa in carozza con altre gentildonne nostre vicine, che questo poi è ’l vero intertenimento, perché senza l’aver qualche pratica de suoi pari, incresce troppo lo star in villa».

«A me - disse Corinna - piace molto lo starci da questo tempo, che vi è stata Elena, per goder della vaghezza dell’erbe e de fiori e la soavità de gli uccelli con mille altre delizie della gioconda primavera».

«Ma voi non dite poi - aggiunse Elena - che spasso si piglia a veder quelle capre e pecorelle andar al pascolo, quali gravide, quali lattanti co i vezzosi caprettini e bellanti agnellette, che van saltando per li prati, con la gran utilità che si cava de i latticini e di lane di animalifatti».

«I latticini son ben gustevoli a mangiar certo - disse allora Corinna - ma sono frigidi e ventosi però il latte e la riccota; il butiro è utile per allargar il petto; il caccio è duro da digerire, mangiato in quantità, nuoce allo stomaco ed al cerebro».

«In somma - disse Lucrezia - la state per tanti spassi e tanti frutti la villa è un paradiso, ma l’inverno è un inferno, poiché è privo di tutti i suoi tesori così di spasso, come di utile».

«Almanco - disse Verginia - si potessero serbar li frutti tutto l’anno, come si fanno l’altre cose».

«Li frutti - aggiunse Corinna - son a nostri tempi più per diletto del gusto che per necessità del vivere, però vedete, che quello che più importa, il Signor ha voluto che si conservi come le biade, li vini e tutte le sorte di erbe; perché possiamo con essi sostentarci, come anco per poterci medicar ed agiutarci nelle tante infirmità che ci avvengono».

«Non dite così - disse allora Lucrezia - che ancor tutte le cose si ponno in qualche maniera conservar per qualche tempo almeno».

«Sì - aggiunse Cornelia - eccetto la fede e l’amor de gli uomini».

«Oh Dio - disse allora Leonora - che odo, che sento oggi? Che sciochezza è la vostra e che pazienzia è quella di noi altre. Io sto pur aspettando la vostra discrezione e, veggendo il gran salto che avete fatto oggi è poi forza che io rida al fine. Fate conto, che sete stata un altro Fetonte che di cielo sete cascata nell’acqua, ma quanto è stato di bene è che non vi sete poi affogata, com’egli fece, ma con bel modo sete ritornata a riva e smontata a terra; e mentre dovevate ragionar secondo il nostro proposito, sete entrata in gerondio d’animali, di arbori, di erbe e di medicine e non mirate, che sono sonate 21 ora e non avemo detto niente di quel che importa. Che è al caso nostro, di grazia, il discorrer sopra cose tali? Siamo noi medici? Lasciateli parlar loro di siloppi, di empiastri e sì fatte pratiche, che è una vergogna che noi ne trattiamo».

«Anzi - rispose Lucrezia - è bene che noi ne impariamo per tenir da noi, acciò non abbiamo bisogno dell’aiuto loro; e saria ben fatto che vi fussero anco delle donne addotrinate in questa materia, acciò essi non avessero questa gloria di valer in ciò più di noi e che convenimo andar per le man loro».

«Dio ne guardi pur - disse Elena - di averne bisogno, che alle volte ci bisogna aver di grazia da dovero».

«Io per me - disse Verginia - tutte quelle volte ch’io sono stata amalata, son guarita senza medico, né medicina e cosí spero far per l’avenire».

«Io non posso dir cotesto - disse la Regina - che se non era prima il Sig. Dio e poscia il valor e diligenzia del nostro medico, vi prometto che sarei morta mille volte».

«Ancor io - aggiunse Cornelia - che certo son molto obligata al nostro di casa; ed è buon dire a chi non ha avuto mal da buon senno».

«Il nostro - disse Lucrezia - ha fatto maraviglie in casa nostra».

«Chi è il vostro medico?» - disse Cornelia.

«Già ci serviva - ella rispose - il nobilissimo Massaria, prima che andasse a Padoa, il qual è ben raro certo e degno di esser chiamato da qualunque parte per lo suo gran valore; ora si valemo dell’opra dell’eccelentissimo Zarotti».

«Oh, che onorato soggetto; è valoroso certo nella sua professione - ripigliò la Regina - oltra che è de gli amorevoli e diligenti ch’io vedessi mai, non è però il nostro medico, ma serve in casa d’alcuni miei amici e parenti».

«Io non voglio medico - disse Leonora - sono ancor io del parer di Verginia, chiamateli pur voi altre quanto vi piace. E voi, Cornelia che dite?».

«Io - disse ella - sono di quelle che quando ho male mi piace ricorrer al medico e non so come si faccian gli altri».

«Chi vi medica voi» disse Lucrezia.

«Avemo noi - rispose ella - l’eccelentissimo signor Orazio Guarguanti, che certo è un soggetto maraviglioso. Vi prometto che ha ben egli operato le meraviglie in casi che da altri eccelenti medici sono stati tenuti disperatissimi, così in casa nostra, come di molti nostri amici e conoscenti».

«Oh il Guarguante - rispose la Regina - io non lo conosco per vista, ma hollo così udito commendare per giudiciosissimo e pieno di tutte quelle onorate qualità che a gentil spirito si convengono».

«Eh, vi dico - ripigliò Cornelia - egli è la dottrina e la esperienza istessa e molto amorevole de suoi ammalati».

«Io - disse la Regina - nelle occasioni mi vaglio del peritissimo Stabile nell’una e nell’altra scienza, cioè di fisico e di cirugico».

«Ho udito - disse Lucrezia - molte volte lodarlo per valorosissimo e di notabile esperienzia».

«Conoscete - disse Elena - il nostro Amalteo?».

«Come - disse la Regina - egli è un soggetto glorioso ed una degna e nobilissima pratica e la sua fama è celebre ed ammirabile e la singolar sua virtù degna di laude eterna».

«Che mi dite - disse allora Lucrezia - dell’eccelentissimo signor Benetto Flangini?».

«Il Flangini - rispose Corinna - è persona ancor egli di raro ingegno in questo essercizio ed è gentilissimo, grazioso e molto diligente e merita qualonque onoratissima laude».

«So chi volete dire - aggiunse Cornelia - e non si può lodar tanto, che più non meriti. Ma il famoso Parisan, il pregiato Saffonia ed il dotto Scarn, vi so dir che sono ancor essi di primi e non cedon punto a gli altri di valor e diligenzia, e son ben conosciuti per tali in questa città».

«Ho udito nominarne molti altri - disse Corinna - che son non meno famosi e segnalati, ma non me ne ricordo il nome. Or quest’arte veramente della medicina è sopranaturale ed è saper quasi divino, poiché tutte l’altre tendono ad accumular le facoltà, commodi e piaceri appartenenti alla vita e questa è propria per conservar la vita istessa, cioè mantener l’anime ne i corpi, il che solo da Dio avemo. Perché si ponno ben gli uomini generar quanto a i corpi senza l’anime co ’l mezo umano, ma quanto all’anime niuno le infonde se non Dio solo ch’in questa parte si ha riservato l’operar da per sé, né ha voluto che l’uomo vi s’interponga. Essendo mo’ la scienza del medicar di tanto valore, che quelle anime che Iddio da se stesso ha infuse ne i corpi, può mantenerlevi per lungo tempo mal grado dell’indisposizioni, che riducendo i corpi in estremità e mancamento di virtù, lor danno combiato per uscirne; di qui è che questa tale opera di mantenerlevi per esser imitatrice e seguente alla prima della infusion di esse, viene ad esser e può meritamente chiamarci (piamente parlando) una seconda quasi divinità, un miracolo consueto, una grazia sopra umana, anzi una virtù celeste umanata ne i cuori ed intelletti nostri».

«Certo - disse la Regina - che voi discorrete ottimamente, né si può trovar la più degna, né la più utile, né la più necessaria virtù di questa contra la opinione di molti, che biasimano i medici e le medicine; ma questi tali non ne debbon aver gran bisogno e però preghino Dio di non ne aver mai; che se ben vi sono di quelli che non operano quest’essercizio così giudiciosamente, non però si denno biasimar quei che fanno e molto manco l’arte in se stessa, che è data da Dio a beneficio nostro; che non avrebbe egli posto tante virtù nell’erbe e nelle pietre, come si vede chiaramente, se non fosse il nostro bisogno e che ci è di necessità il servirsi di esse».

«Il fatto sta - disse Lucrezia - che questi signori medici, per esser tali che ci giovino e non faccin torto alla medicina, bisogna che abbino un gran giudicio ed una gran memoria e che non cessino però di studiar, né si fidino della lor età ed esperienzia, avendo a ricordarsi tante cose per diverse persone in diversi tempi».

«Signora sì - rispose Corinna - perché non solamente hanno da sapere la virtù de medicamenti, ma conoscer le malatie e le cause di esse e bisogna ch’abbino questo giudicio di appropriar le medicine a i mali e non solo ai mali, ma anco all’età ed alle complessioni; perché se ben siamo tutti composti di quattro elementi, li quali in noi generano le quattro sostanze o disposizioni principali, contraria l’una all’altra, cioè la flemma dall’aria, il sangue dall’acqua, dal foco la colera e dalla terra la maninconia; se per essempio l’uno di questi umori predomina gli altri in un corpo, bisogna che lo conoschino e sappino trovar rimedio opportuno e proprio per risolverlo o quietarlo; che quel rimedio, che sarà buono per uno, non è sempre buono per l’altro; perché sì come le complession de’ corpi sono varie e l’età differenti, così hanno essi da variar, alterar, o minuir le medicine e questa cognizion è difficile, però è da schivar l’aviso sciocco di molti, che non fanno profession de medici, né intendon filosofia, ma perché avranno udito che ’l tal rimedio ha giovato alla tal persona per il tal male, così anco credono, che debba giovar a tutti e non considerano queste condizioni; e certo quando si trova aver un buon medico, che appresso l’intelligenzia governi con diligenza ed amorevolezza l’infermo, merita di esser riconosciuto notabilmente; perché qual maggior beneficio può ricever l’uomo dall’altro uomo, quanto che per esso gli sia recuperata la sanità e la vita? Né si dovria cercar di tor tanti medici ne i bisogni, perché spesse volte le varie ed incerte opinioni de diversi medici sono causa della certa morte delli poveri ammalati».

«Basta - disse Cornelia - voi parlate benissimo, ma ritornando al caso nostro, con tutto ciò che si è ragionato di stelle, di aria, di uccelli, di acque, di pesci e di tante qualità di animali, di erbe e di piante, non si ha già ritrovato cosa ancora di tal virtù, che potesse far mutar animo a questi uomini per tenir conto di noi e per amarci di buon core come meritamo».

«O - disse Lucrezia - si dice che la virtù sta non solo nelle erbe, ma anco nelle pietre e nelle parole».

«Le pietre anco - disse Corinna - hanno ben certo particolar proprietà per oprar diversi maravigliosi effetti, ma a questo che dite, non credo già che vaglia alcuna di esse.

«Ho udito dire - disse Lucrezia -, che la pietra detta elitropio rende la persona invisibile, credetelo voi?».

«Lasciamo le favole - rispose Corinna -. Molte sono le pietre virtuose. Il corallo rosso o bianco ha occolta virtù contra il morbo caduco, stagna il sangue del naso postavi la sua polvere con draganti ed acqua d’orzo e contra il flusso bevuta e tolta in pillole giova a quelli che sputano sangue. La pietra lapis lazuli è molto ottima contra la maninconia, alla passion del core ed alla milza. Il diamante è di frigidissima natura, e tale che è veneno ed è così forte, che niuna cosa lo spezza, salvo che il sangue del becco».

«Ed il diaspro - aggiunse la Regina - non è buono a stagnar il sangue?».

«Signora - rispose Corinna -. La pietra amatites ancora è ottima medicina per stagnar il flusso del sangue del naso ed anco del ventre». Disse allora Elena:

«Parmi aver inteso che la pietra siderite mette pace ove si trova discordia».

«Così si legge - seguì Corinna -. Or che debbo dire della pietra aquilina, c’ha tante singolari virtù? Perché principalmente è contra il veneno e perciò l’aquila, da cui prende il nome, la porta nel nido per assicurarsi dalle serpi. Ella ha virtù portata al braccio sinistro di far che le donne gravide non si sconcino e all’ora del parto, levata e posta alla coscia sinistra agiuta a partorire mirabilmente, giova a i vermi, alle vertigini ed altri mali. Vi è anco la pietra di tucia che molto vale a deseccar e saldar e spezialmente giova a gli occhi con acqua rosata».

«Il zaffiro - disse Cornelia - ho esperimentato esser molto giovevole alla vista, guardandosi in esso».

«Le perle - aggiunse la Regina - non sono anch’esse di gran virtù?».

«Sono - rispose Corinna - oltra la lor bellezza, di ottima sostanza per gli infermi o debili, dissolvendosi nei cibi con l’oro, il qual più notabile de tutti i metalli e più nobile è cagion della vita e spesso anco della morte dell’uomo, poiché n’è tanto ingordo, che per lui si mette a far cose indegne d’uomo savio e nato per ereditar le ricchezze del cielo».

«Gli altri metalli - disse Lucrezia - credo che sieno più da adoperarsi in varie forme per bellezza e commodità, che per troppa virtù che s’abbino».

«Non dite così - disse Corinna - che ancor essi hanno pur qualche proprietà e massime il mercurio, che ha virtù de disolver ed incider; il litarghirio, che è la spuma dell’oro e dell’argento, purifica e stringe e sana le piaghe e vale al panno de gli occhi con acqua rosata e se ne fa acqua da lavar e far bella la faccia; così gli altri hanno altre virtù che saria lungo a contare».

«Ora che parlate d’oro e d’argento, che vi par - disse allora Cornelia - di quel nuovo Mida, che ci voleva far tutti d’oro?».

«È stata - disse la Regina - una burla, che ha fatto assai ragionare ed una piacevolezza da ridere senza danno de niuno».

«Che volete ch’io vi dica - ripigliò Corinna - ch’io non ho mai creduti questi miracoli, né meno a costoro che trattano di alchimia, perché credo che ciò sia un umore, una frenesia da far che l’uomo si riduca di qualcosa in niente, più tosto che di niente faccia qualcosa; e non so io che più bella alchimia per far oro ed argento si possa trovar quanto che l’uomo studi e s’affatichi per imparar virtù e che con le sue giuste fatiche sia solecito ad acquistarsi le facoltà e le ricchezze che questa è una alchimia che non falla mai».

«Oh quanti si sono impazziti - disse la Regina - dietro queste sciochezze di alterar e trasformar i metalli. In somma il mondo non si contenta mai, di star in un esser».

«Egli è - disse Cornelia - che molti vorriano star commodi senza moversi, né affaticarsi e con questi giuochi o giunti chi con far l’alchimia, chi l’astrologo e chi l’erbolato e chi ’l lapidario cercano di levar il danaro di borsa a i creduli e corrivi e per ciò è buono allargarsi da queste pratiche di ciarlatani e non dar loro punto di fede».

«Ma a proposito di pietre, si dice pur - disse Lucrezia - che la calamita nera tira a sé il ferro e la bianca dicesi che ha virtù d’attraer gli cuori ad amare; questa dovria pur esser al nostro proposito».

«Deh, signora - rispose Cornelia - secondo i cuori hanno virtù le pietre; penso ben io che poca forza vi vuole a mover un cor di donna per bene e virtuosamente amare; ma né virtù di pietra calamita può vincer quel dell’uomo, né calamita di donna può moverlo ad aver compassion di lei, che non solo non la conforta ne suoi travagli, né la soccorre ne suoi bisogni, ma sopra mercato non crede o finge non creder il suo male e si burla e ride di straziarla; né altrimente si gode ed abbellisse delle sue lagrime, che si faccian le tenere erbette sotto la minuta pioggia d’aprile».

«Come volete voi - aggiunse Corinna - che possino alcuna di queste pietre in loro, poscia che hanno essi il cuor di pietra e di più duro metallo che non produce la terra? E però non si moverebbono per pietre salvo se noi non le facessimo lor provare, come fece quell’ortolano a colui che gli robbava i frutti su l’arbore».

«Almanco - disse Leonora - si movessero per forza di parole, che mi sforzarei far loro una orazione publicamente in genere demostrativo, lodandogli e facendoli ogni sorte d’amorevolezza, pur che ci valesse».

«O - disse Corinna - che piacer sarebbe l’udirvi, andareste di grazia alla presenzia di tanti sindici, di tanti strasavi, di tanti che stanno se non su’l notar, su’l beffar e su’l dar la burla? Io non credo già che vi giovasse alcun argomento di logica, alcun silogismo di dialetica, né alcun color di retorica; non vi valeria formar concetti, vestirli di vaghe parole, alterar la voce, variar lo stile, né accomodar le figure per produr le ragioni, per provar le leggi, per ricordar gli essempi; vi perdereste sul bel principio ed avendo a pena incominciato il proemio, vi trovareste aver fornito la narrazion e l’epilogo».

«Io ho un grand’animo - rispose Leonora - e so ben io che pur che mi valesse, saprei ben dir le mie ragioni».

«Sì - rispose Cornelia - ma sete troppo furiosa, non avreste troppo buona grazia».

«O che bella oratrice - disse Elena - di grazia, fate conto che noi siamo gli uomini e cominciate un poco; come direste?».

«Sarebbe meglio che voi parlaste - disse Corinna - in genere deliberativo, persuadendo gli uomini, in nome di tutte le donne, che ci amino e tenghino conto di noi».

«Sì certo - aggiunse Elena -. Or date principio vi prego».

«Che so io - disse ella - che non ho studiato, né pensatovi sopra. Volete cogliermi all’improviso?».

«Ma voi non sapete - disse Cornelia - che quel poeta disse:

 

Molti consigli delle donne sono

Meglio improviso ch’a pensarvi usciti».

 

«Or ascoltatemi dunque - replicò Leonora - ch’a punto voglio incominciare».

«Dite pure il peggio che sapete» ritolse Cornelia e tutte le donne, che con fatica si tenevano di ridere, le s’acconciarono intorno ed ella così incominciò:

«Carissimi ed amatissimi uomini, voi sete così prudenti ed amorevoli, che son certa che voi tutti volentieri ascoltarete me sola in nome de tutte le donne, poiché non si può udir più d’uno per volta e che tutte l’altre per lor bontà hanno dato tal carico a me sola, benché sii la minima fra tutte, di parlarvi di cosa che tanto a tutti importa. Per tanto ecco che io vi porto la più giusta causa e le più sante ragioni, che voi udendole e rimossa ogni passion dal cuor vostro, non ho dubbio che voi, non come parte interessata, ma come giustissimi giudici, darete la sentenza in favor nostro. La causa è questa: che voi, come ben sapete, finora ci sete stati sempre così contrari, che sempre avete cercato di abbassare ed offenderci a tutto vostro potere in parole ed in fatti; e perché non vi abbiamo colpa alcuna, né vi diamo occasione di esserci tali, vogliamo però persuadervi, che mediante la nostra innocenzia ed i nostri meriti pur troppo da voi conosciuti, ma dissimulati e l’obligo che ci avete, con i preghi e l’oblazion che siamo per farvi ed altre ragion che avemo, voi vi moviate ormai a degna pietà di noi e ci teniate in quella stima, che richiede la grande istima che noi facciamo di voi ed il grande e vero amor che vi portamo. Però voi ben sapete, prima, che noi siamo nate delle istesse sostanze e qualità, che voi ancora sete nati e che vi siamo state date per compagne in questa vita e non per ischiave; e sapete anco che per nostra naturale umiltà e perché vi amamo tanto, vi servimo e seguimo e siamo ossequiose, obedienti e pazienti e tutte vostre care e fidelissime, vivendo vi accompagnamo alla morte infin alla sepoltura e quante sono morte con voi e per voi? Per il che, deh carissimi, che ragione avete per non amarci? Deh padri amorevoli, che cagion vi move (non dico solo ad incrudelir nel vostro sangue come molti han fatto) ma se avete figliuoli maschi o femine, a beneficiar più loro che noi? Non siamo noi forse tanto sangue e carni vostre quanto gli maschi? Perché non vi ricordate ancor di noi o in vita o alla morte? Deh fratelli amatissimi e voi, perché spesso sete tanto crudeli verso le povere vostre sorelle, che non le governate, se ben per mancamento di padri o della fortuna son prive della robba? Perché non vi pigliate voi carico di locarle, acciò non vadino le poverine di male? Deh di grazia, se si allevano e fansi le spese a gli animali brutti, a cani, gatti, uccelli e simili, perché non a noi, che siamo nate d’un ventre con voi di quell’istessa carne e sangue che sete voi ancora? Deh figliuoli dilettissimi e voi, perché causa non istimate le madri vostre, che tanto hanno sofferto per voi? Siete pur usciti delle nostre viscere, avete pur preso il latte, primo vostro alimento, dalle nostre mamelle, vi avemo pur fatto tanta servitù in allevarvi e sofferto tante fatiche e tanti travagli? Deh per quel sangue che avemo in voi, per quelle fatiche, che tanto volontieri avemo sopportato per notrirvi, per darvi creanza, per guardarvi da pericoli e, in somma, per ridurvi ad esser uomini come voi siete, abbiateci qualche compassione e teniate qualche conto di noi, non ci sprezzate, non ci abbandonate ed imaginatevi, che voi siete uomini, perché noi siamo donne. E voi mariti dolcissimi, deh non isprezzate le vostre povere mogli, già voi sapete che sete una carne istessa con noi e che solo la morte può separarvi dalla nostra compagnia; perché di grazia ci abbandonate? Perché spesso ci spogliate di nostri beni? E non ci trattate come è il debito vostro? Oime che tanta servitù che vi facciamo, con tanto amor che vi portamo, e tanto ossequio che vi prestamo, non vi può volgere per far che voi siate un corpo ed un’anima con noi come dovreste esser? Né vi attribuite ragione? Perché alcuna di noi qualche volta vi offenda, perché non deve patire il più per lo meno, né l’universale per lo particolare e poi dell’error di queste tali siete pur cagion voi altri, che v’insidiate voi stessi le mogli l’un l’altro, onde per tanta molestia e per lor mala sorte le meschine s’inciampano; e voi mariti sete spesso ancora causa di far pericolar le mogli, perché dando lor mala vita, le ponete in disperazione di far il peggio che fanno. Però deh carissimi ed inseparabili amici, tutte le leggi divine ed umane vi fanno nostri, come noi siamo vostre. Deh fateci buona ed amorevol compagnia; dateci buon essempio; che se ci amareti, noi vi amaremo, se ci tenirete per mogli noi vi teniremo per mariti ed anco patroni, non per obligo ma per amore. E voi amanti insidiosi e molesti alla nostra libertà ed onestà. Deh vi prego in nome di tutte le donne, che facciate un buon pensiero e vi risolviate di mutar costume per non esser causa della nostra ruina. Deh di grazia, se voi ci amate di buon cuore non cercate di danneggiarci nell’onore, nella vita e nell’anima, che è cosa da nimico e non d’amante. Se anco ci burlate perché cercate far sì notabil danno a chi non vi offese mai? Questa è troppo gran crudeltà. Di grazia lasciateci stare ed in tutti i modi rimanetevi di più offenderci, molestarci ed ingannarci che noi non vi vogliamo, anzi vi rifiutamo in tutto e per tutto quanto ad assentire alle vostre volontà, rimanendovi nel resto assai buone amiche ma di lontano. Essendo noi dunque, giustissimi e prudentissimi uomini, così a voi simili di sostanza, di figura e di qualità naturali, come è detto e come ben sapete, e se ogni cosa ama il suo simile, deh di grazia, perché ancor voi non amate noi? Ed avendo per legge divina, per decreto umano, per obligo di natura e per legge di grazia, voi obligo di amarci e di tenerci care, donde nasce che voi non amate noi? E se noi vi amamo e se amore a nullo amato amar perdona, deh perché non amate noi? A ciò instando ancora la nostra umiltà, pazienzia e bontà con tanti altri meriti, per li quali ragionevolmente doviamo esser amate; con l’oblazion, che al presente vi facciamo di rimetterci e dimenticarci tutte l’offese passate e di esservi più che mai per l’avenir amorevoli e soggette, per amore però e non per forza. Ch’amor regge suo imperio senza spada. onde vi pregamo e supplicamo ed in ciò vi facciamo voi stessi giudici, benché siate parte e si rimettiamo in tutto a voi, che date loco alla giustizia, approvando le nostre ragioni e sentenziando contra di voi, ma sarà in vostro favore sì certo; fattelo uomini, che vi trovarete ogni più contenti; essequite le domande nostre, levandoci l’occasion di più querellarci di voi, come so che per vostra bontà e prudenza farete, acciò viviamo quel breve tempo che ’l Signor ci ha dato in questa vita; perché ci amiamo e conversiamo insieme in pace, in carità ed amore; e con gli effetti mostrarete la verità di così giusta sentenzia». Di questo ragionamento di Leonora si presero le donne un grandissimo solazzo e molto dopo se ne risero. E la Regina disse:

«Certo che voi Leonora parete assai buono così tra noi donne a dir le vostre ragioni, perché tutte tengon da voi, ma non so poi come reuscireste tra gli uomini».

«Che pensate - replicò Leonora - che io facesse come accadde a quel figliuolo del pentolaio?».

«Che fu di costui - disse la Regina - dite vi prego».

«Un pentolaio - seguì ella - mandò già un suo figliuolo in studio con pensiero che riuscisse intelligente e col tempo di addottorarlo. Or essendo in capo di alcuni anni venuto questo tempo così desiderato, il padre si un giorno venir questo suo figliuolo a casa e ragionando sopra questo addottoramento, gli dimandò il padre se gli dava il cuore di riuscire alla prova e di saper ben rispondere alle dimande e questioni, che gli sariano state proposte e rispondendo il giovene de sì: “Orsù, aggiunse il padre, ecco che io voglio prima udir io alquanto delle tue virtù per saper se riuscirai, facciamo così tra noi un poco di sperienzia” e ridotolo in una camera, dove erano molte di quella massarizie che di sua mano fabricava, tolse molti di quei vasi e postili su una tavola così per ordine ed egli appresso, disse al figliuolo: “Or poniti qui all’incontro e fa pensiero che questi siano gli ascoltanti e questi sono i dottori che ti hanno da dimandare. Comincia ora a dir le tue ragioni”. Il giovene allora s’acconciò la dottrina per lo miglior verso che seppe e disputando e filostocando assai suoi avilupati argomenti, parve al padre, che tanto s’intendeva di logica e di altra dottrina quanto l’asino di sonar di lira, che molto acconciamente il figliuolo argomentasse e risolvesse quello che egli non intendeva punto e ch’avesse più il capo pien di fisolofia, che egli non aveva la bottega di pentole e di bocali, per il che tutto lieto dopo che egli ebbe finito: “Va, disse, che tu sei molto pratico e sai più che cento dottori, or andiamo che io non voglio più metter indugio a questo negozio”. Così andaro e posto l’ordine conveniente co i dottori e ridotisi un giorno con gran moltitudine di popolo per udire il giovene, presente il padre, anco alla prima dimanda che gli fu fatta, in guisa egli si perdè e confuse che non seppe, né potè formar parola per rispondere a cosa alcuna. Di che il padre tutto smarrito e dolente, rivoltatosigli: “Come, disse, quando eravamo in camera dinanzi a quelle pentole e bocali, tu pur disputavi e rispondevi che mi parevi un Tullio, come ora così ti perdi e non sai dir nulla”. “Oh messer padre, rispose allora il giovene, sappiate che gli uomini non son mica bocali”. Or costui vi rimase da un bue, ma non penso io già che così a me intervenisse». Con molto riso udirono le donne la piacevolezza di Leonora e disse Cornelia:

«Dunque Leonora, ci volete noi donne poner in comparazion di bocali».

«Oh - aggiunse Leonora ridendo - intendetela sanamente, non quanto al merito nostro, né quanto al saper, ma per modo di parlar quanto alla dimestichezza o convenienza che avemo tra noi e così la comparazion sarà propria e regionevole. Basta, vi dico che non temerei per ciò che mi mancasse l’animo per dir anco meglio ch’io non ho detto, pur che io sperassi di far frutto con questi uomini».

«Fu già un da dovero - disse Lucrezia - che riducendosi in presenzia di alcuni gentil uomini per ragionar loro sopra una certa facenda d’importanza, si perdè di maniera e si smarì in modo la memoria, che mai non seppe dar principio, dove che non sapendo altro che dire, tutto confuso disse loro: “Carissimi signori io aveva ben pensato di dirvi una bella cosetta, ma per ora non me la ricordo” e tolse licenzia e s’andò via».

«Io sentii già a dir d’un’altro - aggiunse Corinna - che s’avea scritto tutti i capi del suo ragionamento dentro della beretta ed essendo comparso dinanzi a i signori e trattosi la beretta per modo di creanza e mirandovi così sott’occhio per cominciare, volse la disgrazia che vi smarì il principio, né per molto voltar e rivoltar che si facesse di lei in mano, mai potè trovar la prima parola del proemio, dove che non sapendo che farsi, per manco male, fatto un bel inchino si tornò la beretta in capo e s’andò con Dio».

«In vero - disse la Regina - quest’arte oratoria, chi ben considera, è di gran travaglio e bisogna che gli avocati abbino un grand’animo, dovendo così esporsi in publico alla censura di tanti, che ascoltano più per notar i falli che si fanno, che le ragion che si dicono».

«Così è - disse Corinna - però si dice che Demostene, orator illustre, si perdè inanzi Filippo Macedone. Ma che direte voi della memoria che si ricerca loro? Bisogna, ch’abbino a mente le leggi, le pratiche del palazzo, le ragioni del principale e li casi seguiti per non uscir del termine, per non errar nell’ordine, per non perder nel merito e per non mancar d’essempio. Bisogna loro studiar ben le scritture, intender ben le ragioni, formarne e produrne di nuovo, spiar le cautelle dell’aversario, far mine, contra mine, consigliar la causa con altri avocati ed ecco qui maggior disturbo e disordine perché ben spesso non son d’accordo e chi ha una opinion e chi n’ha un’altra e ad accordarsi bisogna tornar a pensarvi, lambicarsi il cervello ed in fine quando si ha pigliato un buon termine, conviene prepararsi a parlar dinanzi a tribunali e quivi aver grand’animo, gagliarda voce, pronta memoria, vive ragioni, gratificar il giudice, sostentar il rigor della giustizia, la pietà o necessità del caso e l’onestà della dimanda o della risposta».

«Con tutto ciò - disse Lucrezia - si perdon tante cause».

«Che volete far - rispose Corinna - è forza che un perda e l’altro guadagni; ma sapete cosa fa danno spesso a i litiganti, la troppa loro importunità e ’l non fidarsi d’un solo, quando si conosce, che procede lealmente con diligenzia e con amore, perché come il vario parer de diversi medici (come si è detto) fa spesso tuor di mezo l’amalato, così la diversa opinion delli avocati, amazzan le cause».

«Si dice pur - disse Elena – che ’l mondo è de i soliciti».

«Sì - rispose Corinna - ma con discrezione ed in tempo opportuno».

«Certo - disse Lucrezia - che fra le molte miserie di questa misera vita, reputo molto notabile quella de i poveri litiganti, che mai vivono un’ora in riposo ed io l’ho provato a mio costo, che nel tempo che io feci lite, stetti sempre in pena, né tanto mi travagliava la continova spesa, quanto il continuo travaglio che apporta seco questo tedioso negozio».

«La vinceste poi?» disse Elena.

«Signora sì - rispose ella - per grazia del Signor e del nostro eccellentissimo avocato».

«Chi fu egli» disse la Regina.

«Fu ed è - replicò Lucrezia - l’eccellentissimo Usper, il qual so che tutte conoscete, com’egli è de i primi di questa città e quanta sia la sua scienza ed eloquenza, che ha pochi pari al mondo e gli sono molto obligata».

«Nelle nostre cause - disse la Regina - si avemo sempre servito dell’onoratissimo Balbi, il qual è ben raro anch’egli di virtù e scienza maravigliosa; e non solo in questa professione, ma in molte altre è singolare e notabile».

«Io - disse Cornelia - in una causa, ch’ebbe mio padre, lo sentii molto lodar il Trento e il Vincenzi, che questi erano gli nostri avocati, per doi delli migliori che avesse il palazzo».

«Così è - disse Corinna - ed oltra il valor in quest’arte, sono amorevoli, graziosi e molto diligenti. Vi è il Marino, il Bardelini, il Pincio, lo Squadron - disse Corinna - tutti segnalati e principali ed altri infiniti di singolar merito, di cui saria lungo a contarvi».

«Vi serve alcun di questi?» disse la Regina.

«Signora no - ella rispose - mi difende l’onorato signor Filippo Georgi, il qual è anco avocato fiscal nell’officio illustrissimo dell’acque e la sua diligenzia, fedeltà e prontezza è ben conosciuta da questo eccellentissimo Senato. E certo se ben non è di tanta fama rispetto all’età, che è giovene, è però conosciuto di tal virtù, bontà ed integrità ed è così solecito e s’affatica tanto nelle cause volontieri, che col merito di queste parti è tenuto in graziosa stima; oltra che in ben ordinar una causa non cede ad alcuno de gli altri».

«Io l’ho udito ben nominar per tale - disse Leonora – e certo se io mi dovessi mai servir di uomini in questo caso di lite non vorrei altri che lui».

«Gli avocati - disse la Regina - doveriano studiar di esser più brevi e raccolti che lor sia possibile, perché il lungo parlare (oltra che è causa di far far qualche errore) suol tediar il giudice».

«Oh mi dispiaccion pur anco a me - disse Lucrezia - questi tali che vanno allungando il parlar fuori del caso e che vanno come i pedanti ad ogni passo su i punti della gramatica».

«S’hanno da schivar - disse Corinna - di proferir le sentenze latine gli oratori, che è cosa all’antica e non si usa più tra noi».

«Egli è ben gran cosa - disse Cornelia - che ora non si faccia molta stima d’un dottor in gramatica e pur non si può far, che la prima cosa che si fa imparar a i fanciulli è questa utilissima scienza, per cui se apre la porta alle altre».

«Se gli uomini - disse Leonora - andassero anch’essi all’antica, cioè che fussero men cattivi, come erano pur quei primi padri, mi provarei di far loro un proemio all’antica, che se non mi giovasse il volgare, mi servirei del latino, ma penso che in niun modo non occorre che io mi affatichi, poiché essi così fuggirebbono d’ascoltarmi, sapendo ch’avrei da dir solo la verità:

 

Com’aspide suole

Che per star empio il canto udir non vuole».

 

«E poi - disse Corinna - la vostra gramatica non si confarebbe con la loro, perché essi nel lor latino errano le concordanze, non accordano mai il relativo con l’antecedente, che se ieri vi fecero buon viso e vi diedero buone parole, oggi discordano dal passato e vi si mostrano nemici. Hanno il passivo del primo verbo, ma non l’attivo, che è proprio di noi; perché noi amamo ed essi sono amati; hanno le note delle lor colpe, ma son senza regola ne’ loro apetiti; de’ generi hanno il mascolino e l’incerto; dei casi l’accusativo è loro, perché sempre ci accusano. Il dativo, perché tallor anco ci percuoteno, l’ablativo perché sempre rimovono loro stessi ed ogni ben da noi. Ma all’incontro noi avemo il nominativo del nomarli con onore, il genitivo dell’esser tutte di loro e ’l vocativo del chiamarli sempre con amore».

«Voi la portate per una via - disse la Regina - che essi non la intendono, come volete poi che ci amino, se sempre diremo mal di loro?».

«Sapete perché? - aggiunse Leonora - perché:

 

L’ossequio gli amici, e la verità partorisce odio.

 

E poi in prima essi ci hanno offeso che noi si siamo lamentate, prima hanno detto mal di noi, che noi diciamo di loro».

«Proviamo un poco ora noi a tacere - disse Elena - e forse muteranno stile».

«Si è taciuto pur troppo - replicò ella - e più che si tace, essi fanno peggio, anzi per mover il giudice a dar giusta sentenza bisogna dir liberamente la verità e non tacer alcuna delle sue ragioni; che se per caso uno doverà aver dinari da tale che non si curi pagarlo ed egli si tace, colui che non ha discrezione, non lo satisferà mai, ma se parla, se dimanda, se si querela al giudice, ecco che pur tardi, o per tempo vien satisfatto».

«Ma se ’l giudice dovesse egli dare - disse Cornelia - non so se vi desse la sentenza in favore, come vi pensate».

«Sarebbe ingiusto e crudele - replicò Corinna - perché il vero giudice non deve esser appassionato, né lasciarsi vincere dall’affezion del proprio interesse, ma giudicar rettamente anco contra se medesimo».

«Certo - disse la Regina - bisogna anco che questi signori giudici abbino un gran giudicio e siino di pura conscienzia per giudicar le parti con lealtà e discrezione e quando il giudice vien conosciuto per tale, non può né deve alcun dolersi, se ben gli vien fatto contra».

«In tutti li Regni e Republiche - disse allora Lucrezia - credo ben che vi siano leggi e giudici per ben regger i popoli, ma non meglio quanto in questa nostra gloriosa città, dove son leggi santissime, degne di esser abbracciate ed essequite da qualonque dominio, non altramente che si facessero i antichi tempi quelle della prudentissima Atene. De nostri senatori che giudicano, poi non si può esprimer con lingua umana la prudenza, la giustizia e la benignità».

«Sì certo - aggiunse la Regina - ma dite pur della bontà e gentilezza singolare di tutta la nobiltà di questa terra. Ben se ne può ella gloriare ed anco di cittadinanza certo e popolo all’incontro fedele ed amorevole».

«Ma che diremo poi - disse Corinna - già che siamo in questo ragionamento, delle tante divine eccellenzie del nostro serenissimo Prencipe?».

«Oh - riprese la Regina - è cosa impossibile accennarne pur la millesima parte».

«Ogni volta ch’io veggio - disse Lucrezia - e che ammiro quella venerabil presenza che move gli animi de’ suoi sudditi, anzi pur di ciascuno, ad amarlo e riverirlo insieme, fammi sovvenire di quella famosa vittoria, nella qual riuscì egli così segnalato, che l’onorata sua spada ha perciò cangiato in quel glorioso corno ducale».

«O felice ricordazione - la Regina rispose - e ben degna di perpetua istoria e degno egli che ’l suo grido famoso risuoni per tutte le parti in ciascuna etade, poi che ’l nome celebre di PASQUAL CICOGNA, Prencipe di Venezia, apporta sempre con tal memoria (oltra gli altri suoi meriti) onor ed allegrezza notabile a questa repubblica».

«Egli è pur il bel veder - disse Verginia - quando passa egli per gir a qualche solennità, accompagnato con tutta la pompa e corte de gli ambasciatori stranieri, di senatori gravissimi e di nobilissimi secretari».

«Imaginatevi - disse Corinna - di veder tante gemme preziose ed il maggior tesoro di questa patria. Questi son quelli che la governano, che la sostentano e che, dopo Dio, la provedeno d’ogni cosa necessaria. Questi sono la fortezza, il conseglio, la sapienzia, la scienza, l’intelletto, la pietà ed il vero timor di Dio, per li quali si mantiene l’esser ed il ben esser di tanta republica. Questi benché siano signori, tuttavia come padri amorevoli sempre studiano, sempre si affaticano e sempre si ingegnano per giovar a tutti, non guardando a spesa, né a fatica alcuna per commun beneficio. Questi servono la giustizia, soccorrono a poveri, premiano i benemeriti e castigano, ma con pietà (imitando in ciò la divina clemenza) i delinquenti, oltra che sempre proveggiono il ben publico diligentemente ed hanno continua cura sì della Laguna e de luoghi più lontani, come delle fortezze e delle fabriche utili e necessarie a questa città. Sono oltra ciò benigni a tutti, amano tutti e fanno stima di tutti; e quando gli altri dormono, essi pensano e sotto l’ali loro, come figliuoli sotto i padri e le madri, i loro sudditi sicuri e spensierati si riposano. O santi pensieri, o santi ordini, o sante leggi, o santi padri; ben è misero e sciocco quello che non sa viver sotto sì santa e felice protezione».

«Deh - disse Cornelia - che voi dite pur troppo il vero; ma a proposito di fabriche mi avete fatto sovenire della fabrica nuova, che si va facendo della Procuratia e del nostro ponte di Rialto rinovato, che vi pare di tale spesa?».

«Che pare a voi - seguì ella - di tale opera maravigliosa appresso tant’altre?».

«È degna certo e singolare - disse la Regina - ma che gli è apunto come dice quel verso:

 

Sempre Venezia ha maraviglie nove».

 

«Nel principio di questa fabrica apunto maravigliosa vid’io un sonetto - disse Corinna - fatto in lode di essa e di questa città da un gentil uomo mio parente, che se me lo ricordassi, vorrei che l’udiste, ma mi è uscito di memoria».

«Ma - disse la Regina - e bisogna che voi ve lo ricordiate, o inanzi dovevate tacere». Corinna, che l’aveva in iscritto, sorridendo allora lo spiegò fuori ed ascoltando l’altre con attenzione, ella così recitò il seguente sonetto:

 

Inclite maraviglie apportar suole
Varia età, vario luogo e vario ingegno
In oro, in carta, in bronzo, in marmo, in legno
Fabriche, imprese e forme elette e sole.

Ma questa tua quanto ’l mar gira e ’l sole
Venezia, avanza ogni mortal disegno.
Opra è degna di te, lavor condegno
A l’eterno esser tuo, l’eterna mole.

Le piramide, i tempii, i mausolei,
Nulla son; questo è nuovo onor del mondo,
Degno di penna d’oro e d’aurea cetra.

Non più fral legno or ti congiunge; or sei
Fondata in pietra, in CRISTO, o caro pondo
Ch’in eterno ei sostien, felice pietra.

 

Commendarono assai le donne il nuovo sonetto letto loro dalla graziosa Corinna. E la Regina seguì poi:

«Non occorre parlar solamente di questo, che se si pensa bene, qual cosa oprano apunto questi padri coscritti, che non sia raro e maraviglioso e fatto con gran prudenza? Perché, inanzi che risolvino di farla, discorrono con quei lor bei giudici lungamente, massime quei che son di Pregadi e del Consiglio di X, ai quali è dato il maggior carico delle cose più importanti allo stato; poiché nel gran Conseglio si tratta del mutar magistrati e di altre cose minori».

«Sempre - disse Lucrezia - questo aventuroso dominio si è governato con gran sapienza e sempre ha avuto uomini di gran senno e di gran bontà nel regger e determinar le cose di esso, come anco a nostri tempi si trovano aver oltraeccellente prencipe, tanti valorosi conseglieri, procuratori, savi, avogadori e censori e tanto illustre numero di eccellentissimi magistrati, i quali hanno tutti cura diligentissima e particolare de suoi sudditi e sono giustissimi giudici ben da dovero per sostentar la giustizia e le ragion di ciascuno. Appresso i quali notabili e principali di età e di grado vi sono poi quei giovani così prudenti, che par che nascano col senno e che ’l giudicar sia loro proprio, come è veramente; le quarantie, i savi di ordini, i magistrati per le corti e altri sì fatti».

«Deh - disse Leonora - io trasecolo, io impazzisco de fatti vostri, che m’andate così mancando nelle mani. È possibile, che voi non vogliate far altro tutt’oggi, che parlar al roverscio del nostro proponimento? Che avemo a far vi prego con magistrati, corti di palazzo e tali disviamenti? Or non fanno tutti gli uomini questi offici contra di noi? Non ci domandano se ben non gli siamo obligate? Non procurano per loro in nostro danno? Non ci trattano da forestieri? Non fannosi proprio il nostro mobile?».

«Così non fusse - disse Cornelia -. Or torniamo ben da senno al proposito di questi uomini».

«Io - aggiunse Corinna - in ciò mi riporto a Leonora che sa così ben toccarne i passi essenziali».

«Poco dico e poco vaglio - rispose Leonora - con le mie parole e come per lo passato mi giovò nulla il mio dire, così per l’avenir non spero che mi debbi giovar punto con loro».

«E pur si dice - seguì Corinna - che le bestie con le funi e gli uomini si legano con le parole».

«Bene sta - disse Cornelia - ma tutti c’hanno forma di uomini, non son però uomini; non sapete voi di quel savio quanto s’affaticava in cercar un uomo con la lanterna in mano e non potea trovarlo? Però questa sentenzia che le parole abbino forza per legar gli uomini, essendo che vi son pochi veramente che si possino chiamar uomini, in pochi viene adempita».

«Certo - disse la Regina - che la bella espression delle parole disposte con affetto d’animo e con naturale eloquenza d’ingegno, se ben ancor non vi concorressero tutte quelle parti, che al vero orator si convengono, ha una grandissima forza e quasi divina per mover e disponer gli animi de gli ascoltanti, non pur uomini (ancor che non sieno di quella perfezion che intendete voi), ma se fussero anco tante pietre. Oltra che è molto grato al senso l’udir una felice armonia di concetti proposti con largo flusso di parole proprie ed accommodate alla materia di cui si tratta, o siano in viva voce spiegati, od in iscritto vagamente raccolti».

«Veramente - disse allora Lucrezia - questi, che scrivono le istorie con graziosa prosa, sono molto da commendare, ma molto più pare a me che siano da commendare e da riverire insieme quei che riescono in rima felicemente».

«Il verso - disse Corinna - è cosa di tanta dignità che, affermano i savi, che ’l vero poeta sia mosso da furor divino poiché è saper celeste e sopranaturale e virtù, con che l’uomo nasce. E però si dice per proverbio, che i poeti nascono e gli oratori si fanno».

«I versi - disse Cornelia - mi piacciono sommamente, però quelli c’hanno sostanza e che sono spiegati con leggiadria e dignità insieme e che essendo facili serbino anco il decoro e la grandezza, che lor si richiede».

«È ben vero - disse Corinna - che tutti i versi non sono di una sorte, poiché secondo i soggetti bisogna variar lo stile; nelle materie gravi, o in casi dolenti, o in lode di prencipi, devesi trattar con versi interi e pieni di gravità; ma in soggetti piacevoli, parlando di cose allegre, si ricercano concetti e parole facili e leggiadre; ma sia poi che materia esser si voglia, i versi deono tutti esser pieni e non languidi e le parole molto scelte e gli epiteti molto propri e che siano spogliati d’ogni asprezza e durezza, la qual li fa parer non solo sforzati, ma goffi e senza nissun garbo».

«In conclusion poi - disse Leonora - se ben un poeta grazioso è atto a trattar d’ogni materia felicemente, tuttavia a far cosa, ch’abbi grazia e sia ottima da dovero, parmi che si convenga aver degna materia da discorrere».

«Così è - disse Corinna - e se poi vogliamo noi giudicar rettamente, qual più degna e più graziosa materia si può trovar (parlando di cose mondane) della bellezza, grazia e virtù delle donne? Perché, se ben alcun tratta le lodi di alcun prencipe, o persona illustre che abbia in sé rare e maravigliose qualità, ben è degno d’udirsi, ben diletta nel leggersi, ma per la gravità che se li conviene, la qual più tosto ricerca un’elegante prosa che la dolcezza del verso, non ha in sé quella vivacità, quella forza di robbar i sensi, di appartar l’anime da i corpi, di far levar lo spirito in estasi, come una propria e polita descrizione della bellezza o esteriore o interiore di alcuna gentile e valorosa donna, che apporta al diligente poeta la dolce varietà di mille belle invenzioni».

«Or che dite voi - disse Lucrezia - a proposito di questa materia che sia più da commendare, la forma interna dell’anima proporzionata nelle sue potenze o l’apparenza del corpo ben disposta nelle qualità de lineamenti, delle fattezze e dei colori?».

«Dico - rispose Corinna - che è da stimar molto la perfetta disposizion della forma apparente corporale, come quella che è la prima ad appresentarsi all’occhio ed intendimento nostro ed in un punto è vista, amata e desiderata per nostro instinto e proprietà naturale; ma è poi di molto maggior eccellenza e dignità la bellezza dell’animo e dell’anima, per esser non solo riposta in parte più nobile, ma per esser ella di quella stessa nobiltà e dignità ancor partecipe; poiché a guisa di fior caduco, che nel matin nascente s’apre tenero e fresco ed al cader del sole, o prima per furor di pioggie e venti casca fracido e secco, così la bellezza del corpo o per infermità, o travagli, o per molti anni invecchiando vien a perdersi a fatto e resta di nissun merito degna, ma quella che intrinsicamente è posseduta dall’uomo, che è la virtù in più forme distinta, è non solo infinita, ma incomprensibile ed immortale e non si ponno così facilmente esprimere i suoi divini ornamenti, né in prosa, né in verso. E per ciò non è degno che alcun gentil spirito si perda (come molti fanno) acciecato da una bella vista dietro questi frali apparenze, amando con troppo disordine quella parte che non è così meritevole e che presto manca, non avendo risguardo a quella che più importa e che è più degna d’esser amata».

«Oh - disse la Regina - non dite così, che un bel viso ha una gran forza per traer gli animi ed accender le viscere e parmi che la virtù de due begli occhi sia bastante a volger un monte, non che un cuore di vago giovane, che sia disposto a questi accidenti e passioni d’amore; oh, quanto importa quel che si vede, molto più di quel che non si vede».

«Allora - disse Corinna - voi dite il vero, che in un improviso cosa che piace e che si vede, ha molto più forza di quel che non si vede così in un subito, ma dato tempo all’uomo ed occasion di praticar con la bella di corpo e con la bella di mente in un tempo istesso, non è dubbio che se ben a prima giunta gli piacerà più la prima, tuttavia scoprendola poi di sciocche maniere, ignorante o superba e sfacciata, non è dubbio dico, con tutta la sua bellezza, che non potrà, o non dovrà amarla di caldo e sviscerato amore. Dove all’incontro, conversando con la men bella di viso, pur che non sia un mostro e comprendendola di gentil natura e di bello intelletto, savia, accorta e bene accostumata, o signora, che mi direte voi d’una tal creatura? Che se non sarà bella sarà tutta grazia e questa grazia averà tal forza che gli occhi non belli farà parer bellissimi e la bocca proferendo belle parole con grazioso soriso, parrà bellissima, e così per la vivacità dello spirito, che in lei si trova pronto e svegliato, riesce costei tutta acconcia, e garbata e, se non in un subito, però di ora in ora si va scoprendo ricca di bellezze interiori, di modo che si veggiono ancor esse benché col tempo e nelle parole e ne gli gesti e nelle opere virtuose. Le quai bellezze mai mancano, mai invecchiano, ma durano quanto dura la vita ed anco per fama dopo morte».

«Certo - disse Lucrezia - che Corinna parla bene e ragionevolmente e credo che ogni persona giudiziosa molto più sia sforzata ad affezionarsi a tale che alla bella solamente di corpo e che simil amore abbia fondamento per non mancar così presto, poiché quello che è per cagione della bellezza apparente, come presto venne, così presto manca, o alla più lunga fin che ella dura».

«In questo caso di amare - disse la Regina - si puol ben dar consiglio, ma è difficile andar contra la inclinazione naturale delle creature, perché chi amarà la bella di corpo, chi la bella di mente e chi tale che non avrà alcuna di queste bellezze e pur gli piacerà sommamente; così tal donna si affezionarà ad uomo che sarà sconvenevole in tutte le parti, e pur o sia così la sua inclinazione, o la sua volontà, li anderà più a gusto che alcun altro, che sarà bello e grazioso tenuto. Non sapete di Iparchia, donzella nobilissima, quanto s’invaghì di quel filosofo, benché stiancato e sparuto che pareva un mostro?».

«Questo è nulla, ch’almeno costui era virtuoso - disse Cornelia - ma non è troppo, che mi è stato detto per cosa vera di una giovene assai bella e garbata essersi inamorata di un spacciacamino il più brutto e sozzo, che si possa veder, col qual essendo fuggita e vivendo beata e contenta, è stato non so chi, a cui è venuto capriccio di scaturire fuori a questo proposito un piacevole madrigaletto, il qual pensando che voi non abbiate udito voglio ancor io recitarvelo per non esser da meno di Corinna». E così disse:

 

«Gionta a spino pungente

Fresca rosa ridente;

Et or lucido e terso

Giacer nel fango immerso

Vidi e stupii, veggendo in gran piacere

Del fango e spin la rosa e l’or godere.

Allor diss’io, qual più sprezzato core

Piagnerà per Amore?

S’ei fa in virtù di sua potente face,

Che spesso il bello annoia, e ’l brutto piace».

 

Piacque molto alle donne il nuovo madrigaletto lor recitato dall’accorta Cornelia e la Regina disse:

«Queste sono estravaganzie e miracoli di questa crudel passion d’amore, c’ha tanta forza ne i cuori nostri che ci abbaglia l’intelletto e ci priva d’ogni ragione; e però si dice che amor non ha legge e che egli è forte come la morte; ma tornando al caso nostro, parmi in somma, che Corinna la intende meglio di me, e così approvo ragionevolmente parlando, che sia molto più amabile la bellezza interiore che l’apparente».

«Egli è ben vero - disse Corinna - quando si trovano queste due sorti di perfezion accopiate insieme, l’una adorna l’altra di maniera che il soggetto che in sé contiene due così segnalate grazie ha più tosto del divino che dell’umano; ma perché di raro occorre il trovarsi tale eccellente congiunzione in una sola persona, però avendo da amarsi e l’una e l’altra di queste perfezioni, parmi che dell’uno e dell’altro sesso più debba esser accetta la persona non bella, ma savia e virtuosa, che la bella, ma sciocca e sfacciata. Ma per tornar al nostro proposito, ciascuna di queste bellezze è materia nobile e molto dispositiva per aguzzar l’intelletto e disponer la mente del poeta a trovar concetti novi, parole graziose e versi gustevoli, pieni di forza e di spirito, perché naturalmente par che diletti più che alcun altro questo soggetto».

«Voi errate - disse Cornelia - per rispondervi a quel che diceste prima, che non vi siano molte donne insieme belle e virtuose nel mondo, poiché solo in questa nostra città ve ne sono di tali ed in gran numero, che ben sono degno soggetto di più dotte rime».

«Come - disse la Regina - ne conosco io molte e ve le nomarei a una a una, ma non ho in memoria tutti li nomi loro, salvo di alcune poche, di cui ho più pratica, come la clarissima signora Marina Pisana, degna consorte del clarissimo signor Tomaso Contarini, nobilissima coppia e meritevole d’ogni onorate lodi per le sue rare e virtuose qualità, il che è ben noto a ciascuno, le bellezze apparenti della qual signora vanno con le interne di paro e sono di tanta eccellenzia, che non è bastante umana lingua ad esprimerle».

«Io la conosco - rispose Corinna - ed anco le due sue nobilissime sorelle di altretanta bellezza, grazia e virtù, che maggior non si potrebbe imaginare. La signora Cecilia degna consorte del clarissimo signor Nicolò Sanuto, gentil uomo di raro spirito e di suprema gentilezza e virtù dotato, ed ella notabile per la bellezza e rara onestà e cortesia nelle cui felicissime nozze fu fatto un sonetto da un gentil uomo oltra molte altre rime, il quale per esser mio conoscente me lo ha lasciato vedere». Tutte le donne allora pregarono Corinna, che se lo aveva in memoria lo recitasse loro ed ella doppo aver prima pensato alquanto, come cortese, così loro lo espose:

 

Insolita beltà, ch’ascosa ogn’ora
Si stette, qual tesor guardato e caro,
Folgorò d’improviso e ’l sol men chiaro
Parve dinanzi a sì lucentaurora.

Al suo vago apparir, quando uscì fuora,
S’allegrò il mondo e del miracol raro,
Leggiadro sposo e di lei degno a paro
Amante e possessor divenne allora.

A tal atto del mar le rive e l’onde
S’empier di gioia e ’l grido alto e sonoro
Mosse Adria e i dolci cigni al canto arguto.

Proteo ogni ben promise e dalle sponde
E da gli antri di gemme e conche d’oro,
Eco PISANA rimbombò, e SANUTO.

 

Con molta lor satisfazione ascoltarono le donne il recitato sonetto e lo comendorono assai e Corinna seguì:

«Ma che debbo dir poi della gentilissima signora Isabetta loro terza sorella e consorte del clarissimo signor Daniele Dolfino, dignissimo e felicissimo possessor d’una tanta gloria? Qual lode, qual pregio, qual nuovo onore di maravigliosa bellezza e di ogni altra rara dote può attribuirsi a così eccellente creatura, che non sia indegna dei suoi alti e nobilissimi meriti? Certo lingua umana e pensier mortale non potrebbe esprimere, né imaginarsi la millesima parte delle celesti qualità di questa eccellentissima signora. Io per me le sono così affezionata ed inamorata, che mai mi trovo sazia di servirla e vorrei aver mille lingue per poter esaltar i suoi leggiadri sembianti ed amorosi costumi». La Regina e tutte l’altre, che ben conoscevano questa gentil donna, approvarono il detto di Corinna ed aggiunsero molte altre parole in lode di essa. Corinna allora spiegò loro un altro sonetto, qual fu composto nelle nozze di lei, che diceva così:

 

Questa leggiadra giovenetta accorta
Ch’or esce in luce e appar sposa novella
Col suo bel viso e sua dolce favella
A ’l mondo gaudio, e meraviglia apporta.

Ogni cor mesto in lei si riconforta,
Ogni virtù per lei si rinovella,
Ogni donna, ogni ninfa e ogni stella
Le cede e riverenza e onor le porta.

Degna è tanta beltà di alteri onori
Ch’onestà tenne in sé chiusa, qual suole
Gemma in or, sol in nube e fiore in cespo.

Benché a begli occhi suoi cede oggi il sole,
E alle guanze i più leggiadri fiori,
E l’oro agguaglia il crin lucido e crespo.

 

Furono dalle vaghe donne date convenevoli lodi all’ascoltato sonetto, e Lucrezia disse:

«Queste tre gentilissime sorelle ben dimostrano esser degne figliuole di quella tanto onoratissima madre qual è la clarissima signora Benetta Pisani, specchio di valore, di prudenza, di santità e d’ogni bella e maravigliosa virtù e ben degna consorte di tal illustrissimo senator, qual è il chiarissimo signor Andrea Dolfin, Procurator di San Marco dignissimo ed essempio al mondo di nobil grandezza, d’animo regio, liberalità, sapienza e cortesia infinita, così il Signor Dio gli lasci ancora godere insieme lunga e felicissima vita». Il che essendo confirmato da tutte le donne, Corinna appresso seguì:

«Conoscete voi le altre due sue nepoti, l’una la clarissima signora Chiara Dolfin, maritata nel signor Giovanni Corner e la signora Gracimana, consorte del clarissimo signor Antonio Nani? Sono queste ancor esse dignissime di esser ammesse nel numero delle belle, così di corpo, come di mente e con le loro graziose e stupende eccellenzie pongono in dubbio al mondo se son donne o Dee. Fu anco nelle nozze della suddetta signora Gracimana dato fuori un sonetto da un mio caro amico che diceva, se ben mi ricordo, in questa maniera:

 

La più bella stagion di fior ridente
Con la fervida state luminosa
Del verno si ridea, che secca e ombrosa
Avea la spoglia, e ’l crin di neve algente.

Quand’ei nel maggior freddo il più lucente
Sol apparer, e così fresca rosa
V’aggiunse, e seco una qual cara sposa
Ch’a se diè gloria ed allegrò ogni mente.

Coppia gentil, del divin merto vostro
Quando pompa spiegar con maggior vanto
Fior più leggiadri, o più gioconda spera?

Se tal miracol dura, il secol nostro
Brameràl verno: or che ei vince di tanto
Il sol di state, e i fior di primavera.

 

Si dilettavano molto le vaghe donne di udir così Corinna recitar loro, quando uno e quando un altro grazioso sonetto sopra materia così degna e delicata, ed avendola commendata molto, Lucrezia le disse:

«Io conosco tra l’altre una gentildonna in questa città, che ben si può chiamar un’idea, un miracolo e un maraviglioso mostro di bellezze quasi angeliche, di grazie sopranaturali e di virtù mirabilissime, la qual non è possibile che voi altre ancora non conosciate essendo così notabile e signalata».

«Chi è costei?» disse la Regina.

«È - ritolse Lucrezia - la graziosissima signora Chiara Loredana moglie del clarissimo signor Giovanni Querini, valorosissimo gentil uomo, di regal presenza e di eccellenti costumi».

«Come - ripigliò la Regina - voi non volete che ’l sol sia noto? Ella è così chiara d’ogni suprema gloria e così ricca e splendida di tesori celesti, così dell’animo, come del corpo, che senza che l’aveste nominata quasi sapeva apponermi de chi volevate inferire».

«Credolo - aggiunse Corinna -. Or le fu fatto un sonetto da una persona sua molto intrinseca e isviscerata e che ama ed ammira molto la sua estrema bellezza e le sue graziose e generose maniere, non so se l’avete alcuna di voi udito». Risposero di no tutte le donne e la Regina disse:

«Conviene, che voi lo diciate, come avete fatti gli altri, tanto più che io penso bene, che voi siate stata el gentil uomo ch’avete composto tutti questi versi». Rise Corinna e per non parer mal creata, disse molto volontieri e cominciò:

 

Quanto è di bel, di caro e di gentile
Fra noi, quanto può ’l cielo e gli elementi
Tutto è in voi, nobil donna, e in Dio possenti
Vi fer le stelle a voi sola simile.

Ridonvi nel bel viso i fior d’aprile,
Sembran dui soli i begli occhi lucenti,
Oro e ’l crine e tra perle e rose ardenti
Movete il dir, che avanza ogn’alto stile.

Ne i regali costumi avete inserto
Un non so che, che gli animi incatena
E l’aria di più luce orna e rischiara.

Non giunge umana gloria al vostro merto,
Idolo di beltà, del ciel Sirena,
Per sangue, per virtù, per nome Chiara.

 

Graziosissimo parve alle donne e molto vago quest’altro sonetto, che non aveano più udito e molto ne lodarono Corinna, la qual di ciò arrossita per interromperle seguì:

«Non è già di minor laude degna in ogni onorata qualità, che a bella e generosa matrona si convenga, la clarissima signora Laura sua sorella e consorte del clarissimo signor Francesco Moresini gentil uomo di essemplar bontà, prudenza e valore ed anco la nobilissima signora Laura Quirina, cognata d’ambedue, per esser moglie del clarissimo signor Lunardo Loredan loro fratello anch’egli generosissimo spirito ed ammirabile d’ogni eccellente virtù ed ella di stupenda bellezza così interiore come apparente».

«Sì certo» aggiunse Lucrezia (che anch’ella le conosceva).

«Ma la grazia, beltà e bontà - interpose Cornelia - di quella illustrissima giovenetta la signora Elena da Mula, maritata nel figliuolo dell’illustrissimo signor Giacomo Foscarini dignissimo Procuratore è di alti meriti. Io non credo già che si potesse aggiungere. Io le son molto affezionata, perché ne miei primi anni praticando seco, oltra mille altre sue belle e graziose parti, parvemi a punto conversar con un Angelo, una cosa quasi sopranaturale, di modo che e per interne e per evidenti perfezioni ogni chiaro intelletto ed ogni diserta lingua l’è debitrice di eccelsamente con immortale e gloriosa istoria celebrarla».

«Chi volesse - aggiunse Corinna - nomar ad una ad una tutte le belle e virtuose gentildonne di questa terra bisognarebbe conoscerle tutte per nome e sarebbe una impresa da non finir mai; poiché ve ne son tante che non mancarebbe soggetto a quanti poeti sono stati, sono e che verranno, per compor volumi così alti in lor lode, come non mancarebbe mai soggetto da stancar tutte le penne per dir male de gli uomini».

«Veramente - disse la Regina - non si può trovar, dica chi vuole, più bella e degna materia di questa delle lodi feminili da comporre, questa è quella che (come ha Corinna affirmato) appresenta al poeta tante belle occasioni da scrivere. Come sarebbe riuscito il divino Petrarca se le bellezze della sua cara donna così dell’animo come del corpo, da lui con tanta felicità spiegate, non gli fussero state ampio soggetto per fargli strada all’immortalità? Certo, benché abbia diverse altre bellissime opere composte, tuttavia per questa sola è asceso al culmine di tanta gloria, com’egli stesso in mille luoghi di suoi mirabili componimenti conferma e così tanti altri pellegrini intelletti, che a tanto alto studio sono stati disposti e v’hanno fatto felicissima riuscita».

«Fiorirono certo in quei tempi antichi - disse Lucrezia - de rari e maravigliosi ingegni, ma a giorni nostri, o che ’l mondo va invecchiando o gli uomini van peggiorando, non si trovan così fati soggetti».

«Come non - rispose Corinna - perdonatemi voi errate. Ve ne sono de tali che agguagliano quelli del tempo passato, se pur non gli eccedono».

«Ne dovete ben voi conoscere alcuno - disse Lucrezia - che vi dilettate di questa professione».

«Io - rispose Corinna - ne ho udito nominar molti, ma ne conosco pochi e ben ebbi già la cognizione d’uno fra essi ch’era capo e sostegno de gli altri e fu e sarebbe allegrezza e gloria di casa nostra, se l’avara morte non ce l’avesse così presto tolto». Sospirò ella con questo e seguì: «Questo fu il clarissimo signor Domenico Veniero, di cui la memoria chiarissima vivrà immortale nel mondo e fin che vivo mi starà sempre fissa nel cuore. Ma parlando de vivi, vi è maraviglioso il clarissimo signor Orsato Giustiniano spirito egregio di poesia. Il clarissimo signor Georgio Gradenico elegantissimo ingegno e singolar maestro delle Muse; il gentilissimo signor Celio Magno, che tra i gravi pensieri del carico di valorosissimo e meritissimo secretario di questo stato ed altre sue nobili e degne qualità, scopre anco in questa gloriosa virtù la felicità del suo vivacissimo ingegno mirabilmente. Il molto illustre signor Erasmo di Valvasone, che apre nuova Ippocrenne per le vaghe campagne del gentilissimo Friuli. Il signor Giulian Goselini, chiara cetra d’Appollo ed in ogni virtù celebratissimo. Evvi, ch’io conosca, il sapientissimo signor Valerio Marcelino, che appresso tanti altri suoi chiari e gloriosi studi, con pronta vena di scelte e graziose rime queste nostre acque salse felicemente addolcisce. Vi è appresso il sopraditto eccellentissimo signor Orazio Guarguante, che oltra la principal sua professione ch’avemo detto di filosofo e medico perfettissimo, è anco chiaro e grazioso poeta e tra l’altre cose ha prodotto il suo divino ingegno un’opera di gran maraviglia, in cui descrive l’eccellenze del corpo e dell’anima de MARIA Vergine nostra signora, in ottava rima, con sì alti e profondi sensi, che a pena altro uman discorso vi può penetrare».

«Io intendo - disse Elena - che appresso ciò, è egli ancor musico eccelentissimo, la qual profession mi piace molto, ed è l’anima de’ versi il cantarli soavemente, accordandoli all’armonia e consonanza del suono, c’hanno per ciò così forza, come disse il poeta, di far

 

Romper le pietre, e pianger di dolcezza».

 

«Con tutto ciò - disse Leonora - non potriano già quanti versi e musiche si trattano in Parnaso romper la malvagità de gli uomini, né cavar loro una lagrima se non finta da gli occhi».

«Così è - ripigliò Corinna -. Or a questo onoratissimo soggetto fu sopra l’opera ch’io v’ho detto, composto un sonetto in sua lode, il qual diceva così:

 

Di sì pronto, vivace, alto intelletto;
Che novella virtù spiega ed esprime;
Di spirtoprofondo, e sì soblime,
Certo era indegno uman senso e soggetto.

MARIA, bellezza eterna, onor perfetto
Della prima cagion, delizie prime,
Sol degno scopo è a sue celesti rime
Poiché d’angelo ha stil, voce e concetto.

Non mai chiaro pittor d’ombre e colori,
Finse un volto sì ben, com’ei cantando,
L’alma figura, in cui Dio si compiacque.

Degno è perciò d’alti immortali onori,
Che ’l suo ingegno altamente al ciel sacrando
Molto ardì, molto seppe e molto piacque.

 

Io non potrei dire quanto lodarono le donne sopra tutti quest’altro sonetto di elegante stile e molto concludente e Lucrezia disse:

«In materia di musica ho udito molto a comendar per grazioso l’eccellentissimo sig. Mario Belloni, che anco è avocato di grande riuscita».

«La musica - disse Corinna - la qual propriamente è una consonanza di voci, o d’instromenti, o di persone, ricerca varietà così nel suono come nel canto di stile, di voce, di tempo, di concenti, di articoli e di battute ed è cosa veramente degna di esser abbracciata da ogni gentile spirito, come quella che imita umanamente le melodie del Paradiso; e in un tempo diletta a chi l’essercita e a chi l’ode e, trattata da un solo, è goduta da molti insieme ed è di gran ricreamento a gli spiriti vitali».

«Anzi ho udito dire - disse Lucrezia - che la musica raddoppia ben l’allegrezza nella persona che si trova contenta, ma ne i malinconici accresce la malinconia».

«Egli è vero - disse Corinna - ma ne gli accidenti o infermità nostre è di gran giovamento».

«Non è cosa - disse Elena - che più mi dia gusto quanto il trovarmi in loco, ove si faccia qualche bel concerto di quattro o sei voci da persone ch’abbino l’arte e la voce nella perfezion che si ricerca, poiché l’una senza l’altra non riesce punto».

«Che più vi diletta - disse Lucrezia - il suono o il canto?».

«Il canto - rispose Cornelia - perché ha due parti in sé, il senso diverso e la soavità delle voci, dove che il suono non ne ha se non una, che è la dolcezza dell’armonia, la qual poi non è da comparar con quella del canto quando è in perfezione».

«Veramente - disse la Regina - io ho udito così talor cantar da alcuni miei parenti giovani esperti di questa professione madrigali a quattro o sei voci, che mi pareva a punto di esser in Paradiso fra gli Angeli e sarei restata di mangiar e bere per ascoltarli; in somma, come dice Cornelia, mi gusta molto questa musica».

«Ne udii già a cantar uno - disse Cornelia - fatto sopra il cantar di una giovene, el quale, se me lo ricordassi, vorrei pur dirvelo».

«Oh sì di grazia - disse Corinna - uscite un poco fuora ancor voi, che è una gran vergogna, che io sola tutto oggi faccio il poeta senza grazia per far piacer a voi altre».

«Or udite - disse ella - che io dirò come saprò:

 

Leggiadra fanciulletta,

Il tuo cantar d’amore

Ci ha già trafitto il core:

Ma se quel detto è vero,

Che l’un contrario cura

L’altro per sua natura;

Deh ritorna a cantare,

Ma non d’amor, che ferite amare,

Canta d’odio e di fiero

Sdegno, talché la dura

Piaga ne i petti umani,

Che l primo cantar, l’altro risani.

 

Lodarono molto le donne il recitato madrigale dalla graziosa Cornelia e disse Corinna:

«Dissi ben io che pur ora comincierà a venir il buono; e dovete ben saperne de gli altri».

«Non certo - rispose Cornelia - ma dite voi un poco quel madrigale che mi diceste quella volta, essendo in barca, che andavamo in villa».

«Quello forse in materia amorosa - disse Corinna - che mi fu dato da dovero da un gentil uomo mio parente?».

«Quel - rispose Cornelia - ditelo vi prego». Corinna allora recandoselo a memoria spiegò loro il seguente madrigale:

 

Voi mi affligete a torto,

E volete ch’io taccia,

Ed io che di piacervi ho sol desio

Sofro il gran dolor mio,

E morrò volontier, quando vi piaccia;

Anzi morendo avrò gioia e conforto,

Pur che sappiate poi,

Crudel, che al fin sarò morto per voi.

 

«Tutte le sorte de composizioni - disse Cornelia - ricercano per mio giudicio una conclusion di molta sostanza, ma sopra tutte questi madrigali vogliono aver, si può dir, più concetti che parole, e che siano molto concludenti».

«Voi la intendete - disse Corinna - ma uditene un altro a questo proposito:

 

Deh, come cieco io sono

Della mente, foss’io de gli occhi ancora

Per non veder oime quel, che mi accora:

O pur, sì come io veggio

Pur troppo, oime, con gli occhi de la fronte

Le luci avess’io ancor de l’alma pronte

Che così amore o sdegno

Di me compita avrebbe intera palma

Sendo Argo, o talpa tutta e d’occhi e d’alma.

 

«Questi regressi o corrispondenzie - disse Leonora - hanno molto del buono nelli versi; ma parriano molto meglio ne gli uomini verso di noi e saria questa la più bella e dolce musica, se si accordassimo un tratto e facessimo questa santa pace insieme di altra che si potesse udire nel mondo».

«Così pare anco a me» disse Corinna. Ma Elena soggiunse:

«Mi accordo pur io con lo mio sposo, se non avete avuto voi altre mo’ questa grazia, è colpa della vostra disavventura e non di loro».

«Oh tacete per vostra - disse Leonora - che mi farete dir qualche cosa oggi; non è molto che voi confessaste che egli è geloso e perciò non vi accordavate insieme, nel resto poi pensate a quel verso:

 

Che raro a bel principio il fin risponde».

 

«In vero - disse Cornelia - che gli uomini non dovrebbono studiar d’imparar altra musica (come dice Leonora) che di accordarsi con noi, perché dalla discordanza che hanno con le donne udite che tristo suono ne riesce loro, che non si ode se non biasimo, vergogna, dispreggio e mille mali, che siamo sforzate a trattar di essi con bestemmiarli, maledirli e disonorarli contra di nostro genio, costume e volontà, che è solita di sofferir ogni cosa e passar con silenzio le nostre calamità, ma sono essi tanto infesti ed importuni, che al fine ci fanno perdere in gran parte la pazienzia».

«Sapete ben - disse Leonora - che una sola corda o voce falsa pone in disordine tutta la musica, però non è maraviglia, se tanti animi falsi e discordanti de gli uomini non si confanno con noi donne, che per la gran diferenzia, che è tra noi e loro, penso che se ben volessero non potriano accordar mai tanta malizia loro e tanta bontà nostra».

«Si sa bene - aggiunse Cornelia - ma udite, a proposito di queste corrispondenzie, una ottava, che già mi fu data da un gentilissimo spirito, la qual credo non vi spiacerà, e dice così:

 

Arsa dal crudo Amor, che la tormenta

Orenia, che nel mar supero nacque,

Mentre è tutta al suo ben volta ed intenta

Con le fiamme, c’ha in sen, consuma l’acque;

Teme e duolsene il mar, che si ramenta

Fetonte e ’l foco, ond’arso in fondo giacque,

Ed ella: alcun timor già non vi tocchi,

Quanto vi toglie il cor, vi rendon gli occhi».

 

Ebbero molto grato le donne udir la sopradetta stanza e tanto lor piacque, che se la fecero un’altra volta replicar da Cornelia e la Regina disse:

«Questo comporre certo ha una particolar preminenza, parmi, sopra l’altre virtù, perché oltra che come si è detto, è grazia divina, con che nasce l’uomo, ha questo di più che abbraccia in sé tutte l’altre scienze; perché un poeta è abile a parlar d’ogni cosa e riesce in tutto assai bene e graziosamente».

«Parmi - disse Lucrezia - che il poeta abbia gran conformità col pittore, perché, sì come quel va con lo stile dipingendo e variando disegni e colori, con pieni, vacui, ombre, linee, impressi e rilievi, così il dotto poeta con la penna va figurando con varie parole i bei disegni, che ha nella mente imaginati e concetti».

«Voi discorrete benissimo - disse Corinna - anzi è così propria la comparazione, che non le si può opponere».

«Oh - disse Cornelia - non dite così, perché il veder un bel ritratto cavato dal naturale per man di alcun eccellente pittore, dove si comprenda vivamente tutta la forma, aere, lineamenti e fattezze della imagine, che par che spiri, che parli e che abbia senso e moto, credo io che molto più vaglia e sia molto miglior opera, che il vedere scritto dieci righe, ancor che fussero in tutta perfezione».

«Voi v’ingannate assai bene - disse Corinna - perché fare conto che la pittura sia un corpo estinto ed il verso sia l’anima senza il corpo; quanto dunque è più nobile l’anima del corpo, tanto è più la composizion delle parole della composizion dei colori».

«Così - disse Cornelia - la pittura sarebbe corpo della poesia e la poesia anima della pittura».

«Tanto è - disse Corinna - ma lasciamo andar questo; egli è pur anco una gran virtù questa per la qual si conserva l’imagine viva alla memoria dei posteri doppo la morte delle persone».

«Sì - disse la Regina - ma occorre che il pittore sia in tutta eccellenzia, che non faccia torto all’arte».

«Chi avemo a nostri tempi - disse Cornelia - che sia degno di nominarsi per raro e famoso pittore?».

«Ho udito - disse Lucrezia - nominar il signor Giacomo Tentoretto e una sua figliuola di stupendo valore».

«Il signor Paolo Veronese - disse la Regina - fa miracoli in questa professione per quel ch’io ho veduto con gli occhi miei propri».

«Allora - disse Elena - io confesso che la pittura è un’arte maravigliosa, ma parmi che la scoltura ancor sia molto da commendare e quasi più bella della pittura, come quella che ha il rilievo, che molto importa e perciò rapresenta più propriamente la qualità e forma d’una imagine, che non la pittura, la qual con tutto che per forza dell’ombre accenni il rilievo, tuttavia non si scorge così spiccato e così pronto come fa nella scoltura».

«Voi non la intendete molto - disse Corinna - perché la pittura è d’assai maggior dignità in tutti i modi ed è numerata fra le arti liberali ed è di più nobile efficacia che la scoltura; percioché ancora che la scoltura abbia il rilievo che voi dite, la pittura non è senza, come avete confessato; e non vi parlo quanto al tatto, ma quanto alla vista, ed ha poscia di più la vivacità di colori per più nobile espressione e perfezione dell’opera».

«In quei tempi antichi - rispose Elena - usavano pur quei prudenti Romani d’immortalarsi più col mezo delle scolture le loro imagini e memorie, che con la pittura; di che ancor si scorgono tante ruinate reliquie per tutta la città di Roma».

«Forse - aggiunse Corinna - perché giudicarono che più durasse la fattura di una pietra che d’una tela o tavola; tuttavia non lasciarono da parte quest’altra».

«Deh, si potesse - disse Leonora - trovar un pittor o scoltore di tanta eccellenzia, che sapesse ritrare dal naturale la forma intrinseca degli uomini, sì che si potesse scorgervi chiaramente tutto il secreto de cuori loro, acciò non potessero essi con falsa apparenza ingannar più la nostra semplicità. Perché se bene alcune di noi, come disse Lucrezia, ancorché comprendano la lor malizia, non ponno restar di amarli e soffrono di esser beffate da loro, ve ne sariano molte, che non patirebbono tanti torti e villanie che loro usano con tante fraudi e colorate menzogne».

«Deh, Dio il volesse» ripigliò Verginia.

«E - seguì Corinna - oggidì par che sia molto più in pregio la pittura e pochi si servano della scoltura, se non in caso di onorar qualche persona d’importanza, come prencipe, signore, o capitano illustre, a cui per gli meriti del suo valore si soleno drizzar statue, colonne e simili edifici a perpetua memoria della sua fama, come molte volte in varie occasioni hanno fatto anco questi nostri signori per la gloria di lor benemeriti soldati e cittadini».

«Degnamente certo - disse Lucrezia - si denno tali onori a sì fatti personaggi e di statue e di pitture e di poesie immortali, come quelli che spendendo la lor vita per la patria o principe son degni che lor sia restituita in qualche maniera, come fece a’ nostri tempi quel gloriosissimo signor Gio. Tomaso Costanzo, cavaliero di maravigliosa virtù e valore, la cui vita fu molto essemplare, la morte molto pianta e la fama molto chiara; le cui ossa di Fiandra ridotte in Padova, onorate di marmi e lodi infinite, riposano con molta gloria delle tante fatiche e la sua rara milizia, celebrata da molti degni spiriti, lascia essempio a posteri di bene e virtuosamente operare».

«Io l’ho udito ricordar - dice la Regina - con estrema laude e parmi che gli si fabricasse un’opera tra l’altre a suo nome molto stupenda intitolata il Mausoleo».

«Ed io ho veduto - disse Corinna - alcune rime appartate pure in questa materia tra le quali mi posi a mente un sonetto che, se ben mi ricordo, parmi che dicea così:

 

Leggiadro spirto in prezioso velo,
Che arricchì Dio di grazie e di favori
Scese da l’alto Empireo, e frutti e fiori
Di valor, di beltà portò dal cielo;

Sue divine virtù l’armar di zelo
Religioso, e i giovenili ardori,

Onde ei Marte d’invidia arse e i furori
Di Marte vinse, e di Fortuna il telo.

Fur l’opre in somma angeliche e la forma,
E pendeal mondo, in sì mirabil manto
S’egli era eletto spirto, od uom mortale,

Ma troppo, ahimé, d’onor seguend’ei l’orma
More, e morto per lui, che ’l immortale
Trasse il mondo di dubbio, e ’l pose in pianto
».

 

«Fanno molto da prudenti - disse la Regina - a venerar così la vita e la fama di tali lor benemeriti, poiché danno per ciò animo a gli altri di non risparmiar la lor vita con sì generosa speranza; ma lasciando star i morti, vive a i nostri l’illustrissimo ed eccellentissimo signor Gio. Battista Borbone Marchese del Monte Santa Maria, che ha pochi pari nel mondo, così per guidare bene uno essercito in campagna, come per saper custodire qualonque città, che sotto il suo regimento si difendesse. L’artigliarie e li archibugi in somma - disse la Regina - sono la rovina de valorosi cavalieri de i nostri tempi, che per questo impedimento non possono dimostrar chiaramente il lor valore, né l’animo, né le forze per grandi che siano vi ponno resistere».

«Al manco al tempo antico - disse Cornelia - potevano essercitarsi senza questi rispetti; e come dovevano parer buono, come si legge, quei cavalieri che con la fortezza del cuore e la gagliardia delle braccia si acquistavano la vittoria».

«Vorrei che fusse quel tempo - disse Leonora - che vorrei che noi donne tutte si armassimo come quelle antiche Amazzone ed andassimo a combattere contra questi uomini. In ogni modo è opinion commune, che vi siano al mondo più donne che uomini; ed in quello che mancarebbe la nostra delicatezza, per non vi esser avezze, suppliressimo col maggior numero».

«Certo - disse la Regina - che quanto a me vi lasciarei ben andar sola a questa impresa, perché son donna di pace».

«Egli è - disse Corinna - perché noi non si degneressimo di far battaglia con nostri minori, che quanto al resto, se ben siamo più deboli di forze, per la ragion che avemo dal canto nostro, la vittoria sarebbe certa per noi».

«Credolo - disse Lucrezia - ma che impresa di grazia, cara Leonora, portareste a questa gran guerra».

«Porterei sopra l’elmo la Fenice» disse ella. Ed Elena aggiunse:

«Voi vorreste imitar quella gran Marfisa, di cui era la Fenice insegna e di cui parlando quel leggiadro poeta disse in tale proposito:

 

O sia per sua superbia, dinotando

Se stessa unica al mondo in esser forte,

O pur sua casta intenzion lodando,

Di viver sempremai senza consorte».

 

«Che colori voresti portar? - disse Verginia - e che livrea sarebbe la vostra?».

«Vorrei - disse Leonora - aver l’arme e sopravesta bianca da novel cavagliero e nello scudo un giogo d’oro rotto nel mezo che significasse libertà».

«Quella candidezza - disse Cornelia - avrebbe ben del buono a dimostrar la semplicità e purità nostra; ma parmi che ’l color verde vi si converrebbe molto meglio, per arreccarci speranza della vittoria e che perciò l’impresa del lauro saria più a nostro proposito, secondo quel verso:

 

Arbor vittoriosa e trionfale.

 

e quell’altro:

 

A la vittoriosa insegna verde».

 

«Basta - disse Leonora - fussimo pur ne i termini, ch’io dico, che poi allora faressimo l’elezione di quel che vi paresse il meglio».

«Il color verde e gialo insieme misto - disse Corinna - più tosto saria conforme e proporzionato alla nostra condizion per la poca speranza che avemo di mai acquistar la grazia de gli uomini, essendo essi così ostinati e perversi contra di noi; che se ben ci fusse dato d’acquistar le lor persone per forza, mai non acquisteressimo la lor volontà per amore».

«E però - disse Lucrezia - saria meglio che noi vestissimo il vermiglio chiaro a dinotar la desiderata vendetta contra di loro, con l’impresa del Sole confuso tra la nebbia, che stesse per ispuntar fuori e col moto che dicesse: In nube spero».

«Anzi - seguì Elena - perché il desiderio della vendetta non regna in magnanimo cuore, come asserimo esser il nostro, faressimo bene a portar il rosso scuro, significando l’allegrezza non pur della sperata vittoria, ma di far gli uomini tutti nostri; perché vorrei che dopo il vincerli di valore, gli vincessimo anco di cortesia e gli usassimo clemenza per raddoppiar la nostra gloria».

«Parmi - disse Verginia - che non sarebbe inconveniente, se noi avessimo l’arme nere tutte sparse di bianche colombe, per alluder alla fermezza con che noi amamo questi uomini ed allo schietto e semplice amore, che lor portiamo».

«Piacemi molto - disse Lucrezia - la invenzion di queste imprese ma si ricerca loro, oltra la vaghezza delle figure, anco la vivezza del motto, senza il quale è muta e morta».

«Sonovi diversi libri - disse Corinna - che trattano di questa materia, li quali voi ben dovete aver veduto, però lasciamo star questo».

«Questa varietà d’imprese e colori - disse la Regina - è come un linguaggio, che s’intende senza parlare e con cui l’uomo fa sapere l’intrinseco del suo cuore graziosamente, però disse quel poeta parlando de cavalieri, che si preparavano alla giostra:

 

Chi sopra l’elmo, o nel dipinto scudo

Disegna Amor se l’ha benigno, o crudo».

 

«Molti sono i lenguaggi che s’intendono senza parlare - disse Leonora - ma quello delli sospiri penso io che sia più efficace di tutti; però disse un gentil spirto in una canzone, parlando in questa materia:

 

Certo non così puote

Diserta lingua in note

Di profonda eloquenza in prosa, o in rima

Mover un cor, quant’alma, che ben anzi,

E mercé muta sospirando chiami».

 

«Dica chi voglia - disse Cornelia - che a mio giudicio stimo io sopra tutto quello de gli occhi, i quali ben si può dir che parlino e che scoprano con gli sguardi l’intrinseco dei cori. O che eloquenti oratori sono gli occhi per narrar la lor causa, che valenti soldati per ferire i lor nemici, e che dolci lusinghieri per allettar gli cori amici; da questi intendete odio, amore, speranza, paura, dolor, allegrezza, sdegno, vergogna e tutti gli accidenti e passion dell’animo nostro».

«Sì, quando vogliono - ripigliò Corinna - ma spesso anco ingannano, mostrando una cosa per un’altra; ma li sospiri non errano mai, perché da bon senno, quando uno non ha voglia di sospirare, può ben fingere, ma si conosce troppo bene la sua falsità».

«Deh - disse Leonora - che negli uomini ogni cosa è finta, e sguardi e sospiri e colori e parole ed opere, né mai si discopre la verità del lor animo, né quando oprano cosa alcuna di cuore, se non quando ci fanno qualche oltraggio e dispiacer notabile».

«A punto egli è così - disse Cornelia - ma credo ben io, che voi non vi lasciarete più ingannar in nissun verso da loro».

«Certo non - disse ella - ma m’incresce, che vorrei che né ancor voi altre vi lasciaste da lor finzioni convincere; e per dir a proposito di colori, quanti vestono l’incarnato o ’l verde per far gli inamorati, che lor starebbe più convenevole il berettino, o nero secondo la fraude e l’esperto inganno, che sta loro nel core».

«In questa città nostra - disse la Regina - non si usa da gli uomini, da una certa età in su, portar abiti colorati, come fanno fuora, ma e sempre di negro; anco le donne fuori di casa non si veggono troppo andar vestite di colori, salvo inanzi che siano sposate».

«Quasi - disse Lucrezia - il negro apporti un non so che di riputazione ed onore più che gli altri».

«Certo - disse Cornelia - che in questa terra sono più belle che altrove, parlando degli abiti; mirate di grazia, se non par che il vestir nostro sia veramente feminile, poiché dimostra una certa grazia e delicatezza, che solo è proprio della donna; dove all’incontro l’abito delle donne forestiere par che sia più da maschio che da femina».

«Sopra tutto - disse Elena - questa usanza di portar i capelli biondi ha non solamente del donnesco e del gentile, ma porge un’aria nobile, ed in somma, chi ha una bella testa bionda, le vien dato titolo d’una bella donna».

«Oh - disse Cornelia - se gli uomini ci udissero favellar de sì fatte cose, quanto si riderebbero essi di noi, poiché dicono che non siamo buone per altro, che per polirsi e lisciarsi».

«Lasciateli pur dire - rispose Corinna - che per ciò non ci ingiuriano essi, che la gentilezza e politezza nostra procede dalla nobiltà del nostro animo, a diferenzia delle rustiche e vili persone, non dico tanto di sangue, quanto di animo e di costumi, le quali se ne vanno così alla grossolana; e chi sa quali pensieri nutrisca tale sprezzatura di abito e di membra? Ben sapete voi quel che giudicò Lucio Silla di Giulio Cesare, quando disse a senatori romani che si guardassero bene da quel giovane mal cinto».

«Sta bene - disse la Regina - ma quei ricci, quei corni, che tanto danno che dire a gli uomini, che ne dite voi? Mi spiace anco a me questa usanza».

«Dico - rispose Corinna - che ancor essi si ponno, non pur sopportar, ma concedere e lodare non meno che si faccia ogni altro attilamento di noi donne, perché questo non è altro che un modo, una usanza ed un passatempo nostro e quando è fatto con giudicio e con maniera mediocre apporta molta grazia al viso. Ma che hanno di grazia da impacciarsi gli uomini, se noi si volgemo i capelli più ad un verso che ad un altro? E se si ingegnano di parer belle in tutti i modi, facendo dei nostri capelli ciò che ne piace poi che siamo nate per allegrar ed adornar el mondo?».

«Vi son ben di quelle - disse Lucrezia - che non paiono buono con tal foggia di ricci, ma credo che ciò avenga non dalla creanza, ma dal lor poco giudicio, che non si fanno acconciare secondo il lor viso, sì come anco di quelle che non si fanno accommodar le vesti intorno, che par che gli caschino da dosso e gli bracciali, che gli vadino fino al comito o sì fatte innavertenze, che le fanno parer sgarbate e disconcie fuor di modo. Perché in ogni cosa dovemo fuggir gli estremi più che si puote; come anco di quelle che vestono colori, che non si confanno alla lor carnagione, nelle qual cose alcuna talor manca ben di giudicio e porge occasion di rider alla gioventù, che non ha altro, che far che burlar e farsi beffe di noi».

«Egli è il vero - rispose Cornelia - ma ogni donna non può esser perfetta in ogni cosa; e poi quelle che ciò fanno deono aver altri pensieri per capo di maggior importanza; e benché desiderino di seguir l’uso delle altre e di parer buono, tuttavia non vi mettono molto studio, non vi pensano troppo. Oltraché molte volte la colpa vien anco da gli uomini a chi sono elle soggette, che non si curano o non comportano che si governino e vadino polite; tal che, bisognando loro acconciarsi o in fretta o fuori di tempo e con rispetto, non sanno poi quel che si fanno e lor casca la voglia, e vanno poi come possono».

«Vi sono ben poi di quelle - aggiunse la Regina - che perdono gran tempo in polirsi e mi riccordo io al mio tempo, che mi dilettava molto di parer bella e riusciva benissimo per quel che diceva ogni uno, ma par che al presente le donne vadino più che mai su la galantaria e si fanno di gran foggie nove».

«A noi delicate di core non si disconviene - rispose Corinna - accompagnar tale nostra natura con l’abito ed ornamento feminile; e benché dichino gli uomini che tanti strisci danno indizio di cattivo animo e che ci nuocciono spesso, s’ingannano di gran lunga, come ho detto, che mai ci nuocerebbon essi, se gli uomini molesti ci lasciassero in pace; e che sia vero. Quanto senza comparazion è maggior il numero delle donne di basso stato le qual, si può dir senz’alcuna sorte de attilamento, si rompono il collo mosse dalla importunità de gli uomini, che non è quello delle gentildonne con tutti i loro strisci, percioché non li fanno esse a fin di male, ma come ho detto per galanteria e per seguir l’uso della città».

«Sogliono anco molti a questo proposito - seguì Leonora - proibir alle lor donne l’imparar a legger e scriver, allegando ciò esser ruina di molte donne, quasi che dalla virtù ne segua il vizio suo contrario; e pur non si aveggiono che, come voi avete detto del pulirsi, così, e con più ragione si dee dir dell’imparar alcuna scienza, poiché è da creder che più facilmente possi cascar in errore un ignorante, che un saputo ed intelligente; poiché si vede per esperienza, esser molto più le impudiche ignoranti, che le dotte e virtuose. Quante serve che non sanno leggere, quante contadine e femine plebee sono che si lasciano con poca guerra vincere da gli amanti loro, per esser in esse la semplicità maggiore che in noi, che per li essempi letti, per li avertimenti raccolti e per amor della virtù, se ben avessimo qualche tentazione dai sensi, si sforzamo di astenersene, e rare si lasciano trasportar da loro apetiti e quelle poche che traboccano, così farebbono anco non sapendo leggere, come sapendo, poiché non mancano mai mezi facili per mal operare a chi vuole e si dispone di satisfar i suoi desideri».

«Egli è una gran cosa - disse allora Cornelia - che infin nel far bene gli uomini ci vogliono dar l’emenda. E possibile che non si potrebbe un tratto metterli un poco da banda con tutti i loro scherni e foie che si fanno di noi, sì che non ci dessero più noia? Non potressimo noi star senza loro? Procacciarsi el viver e negoziar da per noi senza il loro aiuto? Deh, di grazia, svegliamoci un giorno e ricuperamo la nostra libertà, con l’onor e dignità che tanto tempo ci tengono usurpate. Forse che se si mettiamo ci mancarà l’animo per difenderci, forza per sostentarci e virtù per acquistarsi le facoltà; facciamo un tratto da generose e lasciamo che si emendino quanto sanno e riusciscane ciò che vogliono, purché non abbino da comandarci che allora, andando la cosa dal pari, potremo ancor noi beffar loro, stando sul nostro avantaggio e dir ancor noi di essi che spendon mille anni in pettinarsi quattro capelli c’hanno in capo e tre pelli di barba, e che ora portano il colaro così alto e longo, che può iscusar loro per isciugatoi e per mocichini; ora così stretti intorno il collo, che paiono tanti burattini e che talora usano di portar li giupponi così lunghi e le braghesse così strette, che sembran tanti ranocchi, ora così larghe, che vi potriano saltar entro senza fatica; e di più, che molti di essi hanno cominciato a levar le pianelle poco meno alte di quelle di noi donne, che sogliono essi tanto biasmarci, e mille altre vanità e sciocchezze loro, che saria lungo a cuntare».

«Mi fate ridere - disse Elena - con dire che gli uomini si burlino intorno a i nostri ornamenti, io per me non lo credo, più tosto penserei che si burlassero, se ci udissero favellare di certe cose ch’abbiano così discorso tra noi, di cui lor pare che non si convenga se non a loro il trattarne; che quanto a i nostri abiti e polizie non hanno essi da pigliarsi fastidio, come di cosa che è solo nostra propria».

«Quanto all’aver noi ragionato sopra diverse materie - rispose Corinna - non avriano anco essi da burlarsi, sì perché ne avemo parlato, anzi accennato, così a caso ed alla sfuggita e non per tenersi di saperne, sì anco perché possiamo ragionarne ancor noi come essi, che se ci fusse insegnato da fanciulle (come già dissi) gli eccederessimo in qual si voglia scienza ed arte che si venisse proposta».

«Io in somma - disse Verginia - ne ho udite tante ieri e ne odo tante oggi, di questi uomini, che son quasi convertita alle tante ragioni di Leonora e di quest’altre che mi hanno posto il cervello a partito, sì che penso di non voler altrimenti farmi soggetta ad uomo veruno, potendo star liberamente in pace».

«Non dir così figliuola mia - disse la Regina - che egli è forza che io ti mariti. Ben ti prometto che quando sia il tempo, cercarò tanto che vedrò di trovarti compagnia, con la quale tu viverai consolata; perché studierò di trovar uno nobile, savio e virtuoso più tosto che ricco, delicato e vagabondo».

«Deh, signora madre - disse Verginia - che io starò assai meglio con voi. E s’egli fusse superbo che farò io?».

«E tu vagli con umiltà - disse la Regina - perché poi che pur convenimo di star loro soggette, è di necessità andar loro con le carezze».

«Eh - disse Leonora – che ’l più di loro veramente sono di testa broncina e voglion fare a suo modo».

«Tuttavia se ne trovano - disse la Regina - di quelli che son più e manco e secondo il proceder delle donne si vanno essi anco volgendo, e tanto più se questo tale sarà nobile, se non di sangue almen di animo e di creanza, non ti dubitare perché la umiltà sta propriamente nella nobiltà».

«E se egli fusse rigoroso e terribile, come fareidisse Verginia.

«E tu paziente e tacita lo soporta» ripigliò la madre.

«Non vale - disse Leonora - che ancor tacendo noi, essi ci offendono».

«Essendo savio - disse la Regina - facilmente e presto darà loco alla ragione, tanto più se tu non irriti, rispondendogli, la sua ira a maggior furore».

«E se fusse geloso, come averei da governarmiaggiunse la figlia.

«Non gli darai occasione di esservi - disse la Regina - e poiché non hai da piacer ad altri che a lui, se egli non vole che tu ti lisci e tu rimanti di farlo; se non vuole che tu esci di casa e tu contentalo; potrai con questi mezi mover così l’animo suo, ed affidarlo di maniera che ti lasciasse poi far tutto quello che tu volessi».

«Un geloso - disse Leonora - non si muta mai».

«Si muta - rispose la madre - con queste prove e se è nobile e savio, per onor suo e per sua prudenza lo farà».

«Se egli non si mutasse - disse Verginia - troppo amara vita sarebbe la mia».

«Se questa vita non ti piace - ripigliò la Regina - imaginati che se non ti marito, medesimamente ti converrà star sempre in casa e vestir sobria senza tanti strisci, né pratiche, come fai ora, poiché non è lecito a una donzella, che non voglia accasarsi, far altrimente; e sarai priva di quella compagnia che nel rimanente potrebbe esser tutto il tuo bene».

«E se egli fusse vizioso, che rimedio vi avrei?» disse Verginia.

«A questo - disse la Regina - bisogna con gran giudicio e destrezza, che tu procuri di sviarlo dalle male pratiche, ricordarli destramente il timor de Dio e l’onor del mondo, porgerli essempio de altri suoi pari che si governan bene, riprendendo e toccando con essempio altrui i suoi propri difetti».

«Questo no - disse Leonora - perché a tal modo, si farebbe tor in odio ed egli farebbe peggio».

«S’egli sarà virtuoso - rispose ella - non può durar il vizio contra la virtù; essendo nobile e savio parimente, si leverà dalle cattive inclinazioni che potesse aver per natura, e se così ti trovi di star bene, ringrazia pur il Signore; e se anco non ti contenti, confortati, che un sì fatto marito è miglior de gli altri e che tu starai meglio di molte altre».

«Io dico - disse Corinna - che egli è assai meglio star ben sola che male accompagnata».

«Ed io dico - aggiunse Lucrezia - che con tutto che gli uomini avessero tutte le imperfezioni che si son dette, stando il viver del mondo nei termini che si trova, è assai meglio l’aver il governo e la compagnia loro, che ’l starne senza, perché ci occorrono alla giornata mille accidenti, mille oppressioni, ch’insidia la robba, chi l’onor e chi la vita a noi misere donne, di modo che è meglio averne uno almanco per amico, che si difenda da gli altri, che stando sole averli tutti per nemici. Ma se per caso, che pur l’aviene, che ’l marito sia buono o in sua qualità avendo ricevuto buona disposizione nel suo nascere, somigliando molto la madre, overo diventi per l’avuta creanza tale che sia essempio a gli altri di virtù e bontà, non si può poi imaginare quanta sia la felicità della donna in questo mondo, unita a tal compagnia che inseparabile dura fin alla morte. Però figliuola mia non vi perdete d’animo, poiché ancor non sapete qual ventura Iddio v’abbia apparecchiata».

«S’ella potesse esser certa - disse Leonora - di trovarne un tale, la consiglierei bene ad accettarlo, ma son così pochi i buoni che per non errare, non potendo poi ridirsi, la essorto ed amonisco a guardarsene più che dal fuoco. E mi raccorda aver udito, in alcune bellissime stanze da Corinna, la causa perché specialmente in questi, che ci mostrano di amare, non sia ora quell’amore così grande, come già ab antico soleva essere, che sino si occidevano da se stessi per l’amata lor donna. Le quali se volesse ora per cortesia raccontare, mi farebbe, e so che ancora a tutte voi altre dovrà essere, una grandissima grazia e di non poco diletto».

«Non accade ch’io mi ponga - disse Corinna - a questa impresa conciosiache, essendo tropo la materia lunghetta, ne verebbe a farsi sera, non ancora fornita».

«Deh, di grazia fattele udire - la Regina allor disse - che in questo anco ponendovi della mia autorità, vel commando di farlo». Alla quale, essendo massime che tutte erano dell’istesso parere e d’ogni canto l’importunavano, replicò Corinna dicendo:

«Posciaché vi veggio tutte così unite in desiderio d’ascoltarle, non è giusto che ove io posso, manchi mai di concedervi ogni maniera di sodisfazione». E però senza altro comento, dechiarandosi per la narrazion la cosa, state quelle ad udire:

 

Dal ben composto e splendido suo tempio

Di dorici archi e di gemmati fregi,

Mosso era Amor, superbo in vista ed empio,

Onusto e altier d’almi trionfi egregi;

Poiché nel ciel più non trovava essempio,

Che cedea Giove a’ suoi più rari pregi,

Con maggior faciltà prese speranza,

Ch’alla sua qui cedesse ogni possanza.

 

Sparse e spiegò le ventilanti penne,

E scese e venne a innamorar la terra;

E com’era il desio l’effetto ottenne

Con dolce, interna e faticosa guerra.

Ogni cosa creata amar convenne,

Gli uomini, gli animai, l’acqua e la terra:

E mentre vince Amor queste e quell’alme

Orna il bel tempio suo d’illustri palme.

 

Non era cuor di qualitàdura,

Ch’al suo possente stral non desse loco;

petto di sì rigida natura,

Che non ardesse il suo cocente foco;

Però accadea, ch’una gentil figura

(Quantunque fusse il suo merito poco)

Avea tal forza in mente alta e proterva,

Che ’l Re sposava, e ’l Prencipe la serva?

 

Inganno, falsità, villan pensiero

Nell’animo de’ gioveni non era;

Il lor’affetto ardente era e sincero,

E la lor servitù costante e vera

Beata, chi patia sotto il suo impero,

Si riputava ogni pena aspra e fiera.

Né l’uom restava mai d’esser fedele,

Benché la donna fusse empia e crudele.

 

Questo perché l’aurato, acuto dardo

Lor trafigea profondamente il core.

E ’l dolor della piaga era gagliardo,

Né mai scemava, anzi crescea l’ardore,

Era poi mercè degna un dolce sguardo

D’un lungo, ardente e ben provato amore;

O mio fiero destin, malvagio e rio,

Perché non nacqui a sì bel tempo anch’io?

 

Quei ch’avevano ’l desio corrispondente

Al desiato fin giungeano tosto:

Ma ad alcuno accadea d’amar sovente

Tal ch’avea in altri il suo disegno posto

E perch’era l’amor vero e fervente,

E ’l dolor rendea l’animo indisposto,

I rivali venian con dura sorte

Spesso ad arme, a ferite, a sangue, a morte.

 

Quivi occorrea ch’Amor, sì come il sole

Penetrando corai dentro il terreno,

Gli virtù, che concepir vi suole

Fior delicati e fresche erbette a pieno:

Tal egli con sue fiamme interne e sole

Penetrando de gli uomini nel seno

Lor porgea tal valor, che d’onor degni

Fea germogliar mille felici ingegni.

 

Questi s’udian con chiari e dolci stili

Del cor gli affetti esprimere diversi,

Fiorian da questi l’opere gentili,

Le dolci rime e i leggiadretti versi.

Lontani da pensieri ingrati e vili

Gli intelletti purgati erano e tersi;

Che ciascun per gradire a chi più amava

A gara onori e meriti acquistava.

 

Per le floride spiaggie e nell’erbose

Rive de i chiari e liquidi cristalli,

Al cantar delle Naiade amorose

Guidavan le Napee vezzosi balli;

Queste di gigli e d’odorate rose,

Quelle ornate di perle e di coralli,

Ciprigna bella in mezo lor si serra,

Che cobegli occhi fa fiorir la terra.

 

Sempre in lor compagnia star si vedea

De’ pastorelli, una ridente schiera,

Chi canta, chi contempla la sua dea,

Chi fior le dona e chi la chiama altera.

V’era Aci e la fugace Galatea,

Che del crudel Ciclope si dispera.

V’era Mopso e Tirennia e Tirse e Filli,

E Titiro e la sua dolce Amarilli.

 

Se le forze amorose in piani e monti

Eran possenti e sviscerate a pieno:

E così nelle selve e nelle fonti

Fra satirelli e ninfe albergo avieno:

Per le città volar veloci, e pronti

I dardi suoi vedevansi non meno,

E trappassar de’ molli giovenetti,

E delle donne i delicati petti.

 

Da cagiongagliarda e sì possente

Spinta la gioventù degna e reale,

Non guardava né a dote, né a parente,

Ch'a sua condizion non fusse eguale:

Ma per dar loco alla sua fiamma ardente

Celebrava Imeneo santo e leale;

Tanto ch’in breve Amor scacciò dal mondo

L’ambizion e l’avarizia al fondo.

 

Quell’altier, ch’i suoi tutti avea spesi

In mercar dignità, gradi ed onori;

E per gara de’ ciò molti avea offesi,

Né pur mirar degnava i suoi maggiori;

Trafitto a mezo il cuor da strali accesi

Di questo Re, per mitigar gli ardori

Una vil donna, ancor che bella prende

Per consorte legitima e si rende.

 

Quell’altro avaro, ingordo di tesoro

Tutta la vita sua strazia e patisce,

Non veste mai, non si alcun ristoro,

A pena che scacciar la fame ardisce:

Poi tocco dallo stral di costui d’oro

Le sue ricchezze in pochi finisce,

O contradote, o spesa altra, ch’importa,

Per goder la sua dea di far comporta.

 

Felici voi, che con sì caldi amanti

Donne vi ritrovaste a quella etade,

Dove per non aver doti bastanti

Non invecchiava mai vostra beltade,

Né con false lusinghe e finti pianti

Vi cercavan por macchia all’onestade:

Ma con debito mezo, onesto e grato

Godeano il fin da lor tanto bramato.

 

Già dall’orto all’occaso Amor lasciava

Del suo invitto valor chiari trofei;

Su l’are il foco pio morto restava,

E la religion de gli altri dei:

La vitima a lui sol si consacrava,

E l’odorato incenso de’ Sabei;

Ed era ancor per dilatar più il regno,

S’alla gelosa dea non venia a sdegno.

 

Giunon d’invidia e di superbia piena;

Di rabbia, di furor, di gelosia,

Veggendo Amor condotto alla terrena,

E prima alla celeste monarchia,

Tal cordoglio ne sente e sì gran pena,

Ch’ad implacabil sdegno apre la via,

E perché vendicarsi al fin conchiude,

Nella secreta camera si chiude.

 

Iri seco ha la sua fedele amica,

Con cui si sfoga e seco parla e dice:

Dunque preposta è Venere impudica

A me, che son del cielo imperatrice?

Dunque la stella a me crudel nimica,

Mi vol far sempre vivere infelice?

Dunque per sempre Amor pres’ha partito

Di far, ch’altra si goda il mio marito?

 

Non per una cagion, per mille deggio

Vendicarmi di lui, che sì m’offende;

La terra e ’l ciel soggetto essergli veggio

Obedienza ogni mortal gli rende,

Il nostro culto va di mal in peggio,

La fiamma al nostro altar più non risplende,

Che più voglio aspettar? Ch’un s’opponga,

E me di questo mio seggio deponga?

 

Poi ch’ebbe dato loco al gran lamento

Con lunga ed acerbissima querela,

Per isfogar il suo fiero tormento

In fosca nebbia il chiaro aspetto cela.

Sempre ad alta vendetta ha ’l cor intento,

Né pur ad Iri il suo pensier rivela,

In terra stende sconsolata e mesta,

Ed Iri in ciel locotenente resta.

 

Per aspra, incolta e disusata via

Con gran dolor la dea va caminando,

E la Superbia incontra, che fuggia

A cui del mondo avea dato Amor bando,

E l’Avarizia era in sua compagnia,

La dea se le venne approssimando,

E dove elle di gir s’avean proposto

Lor dimanda, onde le fu risposto.

 

Dannate siam disse, in perpetuo essiglio,

L’empia superbia, all’adirata dea,

Dal maladetto e scelerato figlio

Della malvaggia e brutta Citerea;

Il qual con certo suo soave artiglio

Gli animi tira alla sua voglia rea,

E se ’l mondo terrà troppo il suo stile

In breve diverrà povero e vile.

 

Come che gravi sian nostri dolori

Che tenevamo in terra il primo loco

E stavam nelle corti de’ signori,

Anzi nel cuor, più che in ogni altro loco;

Via più c’incresce de’ nostri maggiori;

Ch’ad Amor come veggio a poco, a poco,

Giove obedisce e le sante alme, vinte

Da certe sue dolcezze amare e finte.

 

A questo dir Giunon di rabbia accesa

Ne gli occhi, e più nel cor sfavilla ed arde

E le risponde: Son d’ogni mia offesa

Le vendette maggior, più che son tarde.

Gran tempo ho comportato esser offesa,

Non che le forze mie non sian gagliarde;

Ma mi parea viltà d’usarle seco,

Essendo vil fanciullo, ignudo e cieco.

 

Ma poi ch’è divenutoarrogante

Che voi discaccia ed osa offender noi

Per noi tre insieme, ancor che sia bastante

Io sola a far quel che farete voi

Vada all’ingiuria la vendetta inante.

Sieno tutti spuntati i strali suoi.

Il parer della dea fu a tutte caro,

E subito nel mondo ritornaro.

 

L’assunto a l’avarizia ne fu dato

Di condur ad effetto il lor pensiero:

Ella, c’ha ’l tempo commodo appostato,

Ritrova Amor di sue vittorie altero;

Co ’l sembiante di Venere a lui grato

Se gli appresenta e copre il volto fiero,

E l’invita a posar, com’ella suole,

Nel suo perfido sen con tai parole.

 

Dolce mia speme, in così fervidora,

Che ’l sol ci offende e sei sudato e stanco,

Cessa di saettar, vieni a quest’ora,

E nel mio sen riposa il tuo bel fianco.

Le consente l’incauto e in grembo a Flora

Getta il bel corpo suo tenero e bianco,

E nel sen di chi offenderlo propone

La bionda testa e innanellata pone.

 

Il sonno entrò ne’ begli occhi amorosi,

Che la fatica fa ’l riposo grato.

La brutta arpia, che i strali luminosi

Nella faretra ha visti al manco lato;

Perché ’l dolce Cupido a i suoi famosi

Nomi dia fine e più non sia pregiato,

Con l’empia, ingorda man, ch’egli non sente,

Gli la dislaccia e leva pianamente.

 

La gelosa Giunon tutta contenta

Con la superbia allor si fece inante;

E perché sia d’Amor la gloria spenta,

nascer ivi un monte di diamante,

In cui l’empia Superbia s’argomenta

Di spuntar le saette invitte e sante.

E poi che ben l’effetto lor successe

Furo al loco, ove tolte, ancor rimesse.

 

Sparir poi tutte e solo il bel Cupido

Lasciar fra fiori a canto alle fresch’onde.

Che poi svegliossi e con vezzoso grido

Chiama la madre sua, che non risponde,

Stimando, che sia gita in Pafo o in Gnido

O in altro loco, più non si diffonde,

Ma spiega l’ali al ciel di più colori,

E torna ad impiagar mill’altri cori.

 

Il suo gran danno il misero non vede,

Che chiusi gli occhi tien d’un velo schietto.

E perché acuti i suoi strali esser crede

Spera, che debbian far l’usato effetto.

Incurva l’arco e com’ho detto riede

A ferir, come suol, questo e quel petto,

Ma non che penetrar possan nell’osse

A pena i panni segnan le percosse.

 

Da questo avvien, ch’al mondo or non si puote

vera , né vreamor trovarsi.

Né un vero par di fide alme divote,

Che d’interno fervor possa vantarsi,

Poi che Cupido in van fere e percuote

E sono i colpi suoi deboli e scarsi;

Egli, che la cagion non può sapere,

In van si duol, che manca il suo potere.

 

Per questo cade ogni gentil costume,

Ogni pregiato e generoso gesto.

Un leggiadro pensier più non pressume

Di far suo nido in petto, che sia onesto.

Le preclare virtù col lor bel lume

Escon del mondo e ’l lascian cieco e mesto.

Quelle al ciel si ritornano e in lor vece

Moltiplicano i vizi a diece a diece.

 

Però voi donne a questi, che sapete,

Che vi chiamano ingrate, empie e crudeli

Gli occhi, gli orecchi e ’l cor sempre chiudete

Poi che non son più gli uomini fedeli.

Cercan di farvi cader nella rete

E di voi si lamentano e dei cieli.

E quando pur gli usate alcun favore

Per tutta la città s’odel romore.

 

E poi che né virtù, né gentilezza

Può del misero Amor scontare i danni,

Né vostra grazia e natural bellezza

Può crear ne’ lor petti altro, che inganni;

Cingete il vostro cor d’aspra durezza

Sì, che lor falsità mai non v’inganni,

Che son del vero Amor le forze dome,

E sol riman d’Amor nel mondo il nome.

 

Per non far dunque error, sì ch'a pentire

Non ve ne abbiate poi con danno e scorno

Sdegnate il loro instabile servire,

Né la pietà con voi faccia soggiorno.

E rivolgendo il vostro alto desire

A miglior opre ed a più bei studi intorno,

Ornatevi d’un nome eterno e chiaro

A onta d’ogni cuor superbo e avaro.

 

Non potria lingua alcuna esprimere quanto fossero da ciascuna di quella compagnia aggradite le recitate stanze, sì per la bellezza loro, come per la poetica memorabile invenzione e non fu alcuna, che non bramasse di volerne copia. Ma Elena, per seguire il tralasciato ragionamento, a Leonora rivolta:

«Con tutto questo - disse - e con tutto quello che finora abbiamo udito, mi credo pure che concederete, che si possi ritrovare alcun di buono tra gli uomini».

«Lo concedo - rispose Leonora - ma indovinatelo voi».

«Basta - disse la Regina - io cercherò tanto, inanzi che mi risolva, che almen lo trovarò tale quale ho disegnato; il che dalle sue pratiche (le quali tutte andrò investigando) si potrà conoscere facilmente».

«Voi parlate da saggia - rispose Lucrezia - perché veramente così la donna come l’uomo non dovrebbe cercar tante ricchezze, né tante bellezze; che questa vanità, dietro la quale molti si perdono, è la rovina principale delli mariti e delle mogli».

«Certo - disse Leonora - che essendo gli uomini la più parte cattivi, ciascuna donna dovrebbe, come disse la Regina, studiar in trovar quel che più le importa e che è più dificile da trovarsi, che è la bontà loro».

«State pur su le vostre - disse Elena - e non cedete punto. Oh se gli uomini vi conoscessero quando andate per strada, io mi dubito che non andresti troppo sicura, sapendo essi il mal animo che avete contra di loro».

«Anzi - disse Leonora - c’hanno causa di onorarmi e favorirmi, perché tutto quello in somma ch’io ho detto, non è stato per offender i buoni, ma per convertire i cattivi, se essi mi udissero; di che dovriano anzi avermene obligo, poiché non ho detto per odio che lor porti, ma per zelo di carità e per la compassion che mi fanno molte tribolate donne, che io conosco, le quali si trovano mal satisfatte, chi di padre, chi di fratello, chi di marito, chi di figliuolo e così di ciascuna sorte di compagnia d’uomo con cui pratica e vive. Poiché molti avendo solamente questa mira, per tale indebito abuso che son fatti superiori alle donne, né pensando più oltra, par loro che sia lor lecito di usarci ogni sorte di tirannia e crudeltà; ma restando con ciò avertiti del loro errore forsi che potriano emendarsi, perchè si deve considerare esser l’uomo non meno obligato a giovar altrui che a se stesso, essendo nati così l’uno per l’altro in questo mondo, come si è detto inanzi. Di modo che io non penso con ciò aver offeso alcun di loro, quando ben anco avessi parlato publicamente in loro presenza».

«Oh quante donne - disse Cornelia - ne averiano consolazione, sì per gli avertimenti che avete lor dato di guardarsi da molti errori, come per aver così ben persuaso a gli uomini, i quali mancano del lor debito, che si emendino e divenghino buoni».

«Così ragionando - disse la Regina - noi si siamo tanto graziosamente intertenute, che ancor oggi prima ci è mancato il tempo che le parole per ragionar di questi uomini; e penso bene che vi voriano non solo gli giorni interi, ma gli mesi e gli anni prima che si finisce di favellare in questa materia e che ’l vostro animo rimanesse satisfatto. Per non andar dunque in infinito, poiché il giorno è giunto già al suo termine, serà buono che io ormai renonzi la mia signoria alla buona grazia di voi altre, con ringraziarvi molto dell’obedienzia e fedeltà prestatami e con pregar Leonora, che mutandosi d’animo, poiché ancora è così giovanetta, procuri anch’essa di trovarsi una degna e graziosa compagnia, con la qual viva e mora consolatamente e non porga occasione a maldicenti di ragionar di lei cosa, che non si deve».

«Prima - disse Leonora - veggiamo accasata Verginia, che è fanciulla e tra tanto vi penserò sopra, e forse che mi disporrò ad accettare il vostro consiglio con quelli saggi e santi ricordi che voi mi avete dati». Con ciò si levarono le donne, che era già il sole per tramontare, e con quel fresco postesi a caminare alquanto per lo giardino, Corinna e Verginia si misero a cantare il seguente madrigale:

 

S’ornano il ciel le stelle,

Ornan le donne il mondo,

Con quanto è in lui di bello e di giocondo.

E come alcun mortale

Viver senz’alma e senza cor non vale,

Tal non pon senza d’elle

Gli uomini aver per sé medesmi aita;

Che è la donna de l’uom cor, alma e vita.

 

Il qual finito di cantare, tolsero tutte comiato l’una dall’altra e se ne andarono alle loro case.

 

INDICE DEGLI AUTORI E DELLE OPERE CITATE

 

 

Alighieri Dante (Inferno, V, 103).

Anonimo (Il cantare di Leombruno).

Ariosto Lodovico (Orlando Furioso, X, 9; XIX, 1; X, 7; XIX, 1; XXVII, 1; XXXVI, 18; XVII, 72).

Aristotele.

Boccaccio Giovanni (Decameron, V, 1; V, 9).

Cicerone.

Demetrio Falereo.

Doglioni Giovanni Nicolò.

Erasmo di Valvasone.

Galeno Claudio.

Giustiniani Orsato.

Goselino Giuliano.

Gradenico Giorgio.

Guarguante Orazio.

Magini Giovanni Antonio.

Magno Celio.

Marcellini Valerio.

Moderata Fonte (Floridoro, Passione di Cristo, Sonetti, Canzoni, Madrigali, Il merito delle donne).

Omero.

Ovidio.

Petrarca Francesco (Rime, XXIII, 31; Trionfo d'Amore, III, 88; Rime, LXXII, 72-75; Trionfo della Fama, 104-5; Rime, XC, 14; CCX, 5; CXLVIII, 1; CCCXIX, 1; CCLXIII, 1-2; CV, 11; CCCIV, 14; CCLXIII, 1-2; CCCXXV, 32).

Pitagora.

Plinio il Vecchio.

Saffo.

Seneca.

Venier Domenico.

Virgilio.

 




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