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LA PIANTA
DEI SOSPIRI
LIBRO
PRIMO
L'INNOCENZA
DEL COLLE.
Senza
odorati fiori
Le
rive e i poggi, e senza verdi onori
Vedrai
le selve alla stagion novella,
Prima
che senza amor vaga donzella.
Guarini.
I.
Ameni
colli ove seminò tanto bello Natura, vallette solitarie in cui
spesso venni a confortare lo spirito lasso e a bere più dolce
l'aura di vita, voi non sarete mai posti in obblìo dal mio
cuore. Le tue ingenue virtù non fieno dimenticate, o abitator
del dirupo, da chi fuggendo il lezzo della social corruzione ritrasse
sovente ricreamento, imitando la semplicità de' tuoi modi. A
te di campestri fiori intreccierò una corona, pianticella
solitaria, ove sparse i suoi sospiri la vergine della collina,
commetteva all'aura le proprie sventure, e muoveva a pietà
quegli cui ferivano i suoi lamenti.
Lungi
lo sguardo severo del freddo Sofo dalle care innocenze della natura,
lungi gli agghiacciati petti chiusi alla dolce voluttà delle
passioni: non ignoti agli affetti del cuore, noi spargiamo sospiri
per le anime sensitive, e cediamo per un palpito soave i contrastati
allori della volubile fama.
II.
Povera
Marcellina, invano una rozza culla volea tenerti lontana dalle
passioni del bel mondo; invano il natìo tuo colle ti crebbe
alla solitudine ed alla pace. Amore s'apprende ai petti più
rozzi, e penetra i più silenziosi recessi; Amore stringe il
cuore de' porporati monarchi e dell'ultima villanella: è il
vento che scuote la cima del superbo pino e la viola della valle, è
bufera che spande la discordia nelle popolose città, e la
desolazione nelle innocenti capanne.
Natura,
che avara sempre ricopre di geloso velo i suoi tesori, destò
la face di vita in Marcellina sulla cima di un poggio solitario.
Nebiolo è una collinetta che umile s'innalza fra Casteggio e
Voghera, alle cui radici da un lato scorre il torrente Carvenzolo e
volge dall'altro più ricca d'acque la Schizzola. Nebiolo è
collina che quasi orfana si leva siccome piramide in mezzo alle sue
uguali: era antica sede di uno di quei castelli che seminò il
feudalismo sulle Alpi e sui liguri monti: questo, come vollero il
destino di chi il tenea e le fazioni, fu preso e distrutto, sicchè
di tanto orgoglio appena or se ne scoprono l'orme.
Su
queste rovine sorgono otto o dieci anzi capanne che case, e le
abitano altrettante semplici famigliuole. Le tenebre delle fuggite
età involgono la loro origine, si chiamano tutte dal nome del
loco, e vivono in grembo all'innocenza di natura. Scorrendo quei
dirupi, e a gran diletto avventurandoli in Nebiolo, ti avviseresti
seguace di Vailland visitare nei deserti dell'Africa una di quelle
povere orde di Ottentotti, che ricoverandosi in pochi tugurj di canne
non invidiano al fasto de' molli Europei.
Que'
di Nebiolo non hanno neppure il forno ove cuocere il pane, non comodi
della vita, non ambiziosi pensieri d'aggrandimento. Lavorano a lor
mani le poche terre enfiteutiche ch'ebbero in retaggio dai loro
padri; raccolgono quanto solo è richiesto ai loro bisogni,
spesso si maritano fra loro, e vivono in mezzo alla società
nel semplice stato di natura.
III.
Marcellina
era figlia di Giovanni, che fra i maggiori di Nebiolo teneasi pel più
venerabile padre. Innocente come l'agnella che pasceva sul suo
pendìo, negletta come la pianta del bosco, cresceva la bella
come il fiore di primavera: era pronta e vivace, d'un animo puro e
dilicato, vestita di quella soave verecondia, onde natura volle far
presente al suo sesso per renderlo più vago e desiato.
La
madre di Marcellina essendo lieta di questa unica figlia, la crebbe
come si coltiva la bionda spica del campo, era il primo pensiero
della sua vita. Sebbene il lavorìo della poca sua terra
dovesse solo condursi per le sue e per le braccia del marito, e
l'opera della Marcellina potesse riuscir loro a molto sollievo, essa
non volle serbarla che alle cure più lievi, e amò
meglio sola indurare nelle fatiche.
Mentre
i genitori intendevano a rompere le zolle de' campi, a raccorre la
matura messe, o andavano per le legne al bosco, Marcellina nella
povera capanna, lunge dall'importuna sferza del sole e dalla
malvagità della stagione, preparava loro lo scarso desco che
offerto dalla mano di lei, riusciva a quegli innocenti condito della
più squisita dolcezza. Essa imbandiva pure nella tersa caldaja
il cibo più semplice dell'uomo coll'aurea farina del monte;
con questa pur facea una maniera di pane, che forse fu quello de'
primi uomini, allorchè rozzi come que' di Nebiolo, non
conoscevano l'arte di costringere il calore entro cave vôlte di
creta, per cuocervi i loro cibi. Marcellina formava colla farina
senza lievito un rotondo pane: fatto indi ben riscaldare un largo
mattone ch'era base al focolare, ivi il collocava, ricoprivalo di
ardenti brage e lasciavalo colà finchè fosse a debita
cottura.
Tale
è il modo con cui la natura insegnò a que' di Nebiolo a
supplire all'arte, e pone tanta squisitezza in questo cibo, che
quegli uomini ingenui sporgendomelo, m'accertavano essere assai più
saporito di quello che si ministra alle mense cittadine.
Assaggiandolo lo innaffiai d'una lagrima, perchè sentiva la
sublimità di quegli accenti, mentre quella schietta vivanda
non era loro amareggiata dall'assenzio che spargono le cure sociali
fino sul più abbietto frusto di pane.
Non
io già sogno la felicità de' pastori, non le favole
degli abitatori di Arcadia: dipingo i costumi de' rozzi coloni dei
nostri colli. Non io già invito gli uomini ad abbandonare le
città, onde menare nella solitudine una semplice vita,
straniera alle colpe ed ai delitti, che sarebbe vana fola per la lor
civiltà: io accenno come quei semplici montanari fra le
fatiche e i disagi, gustano la felicità, e certo nella
innocenza della loro vita, se invidiano alle nostre dovizie, non
sanno che, ottenendole, rinunzierebbero alla pace.
IV.
Marcellina
aveva la cura del piccolo pollajo, tosava alla stagione le agnelle, e
aveva pensiere de' loro piccioletti. Preparava col latte della
giovenca il burro per la famigliuola, attendeva a racconciare i rozzi
abiti de' genitori, in fine prendeva sollecitudine di tutte le cose
domestiche; nè veniva ai campi che al tempo della vendemmia e
nelle più stringenti necessità. Quindi era più
gentile e meno brunetta delle altre femmine della montagna, assai
dilicata, ed anzi pallidetta che rubiconda: poteva valere a modello
onde rappresentare la grazia della collina. Capelli castani
inanellati, viso piacevole, e sebbene qualche menda vi si potesse
trovare nel profilo, avea una di quelle fisonomie che dir si possono
saporite. Pronta, snella, dolce d'indole, non melanconica, ma,
anzichè gaja, di un carattere soave.
Marcellina
era la delizia de' suoi genitori nella fanciullezza, loro conforto
nell'età più verde. Allorchè il padre nella
state ritornava madido di sudore dai campi, essa se gli faceva
festevole incontro, gli toglieva d'in collo gli stromenti agresti, e
invitatolo ad adagiarsi sotto l'ombra di alcuni castani che
prosperavano vicino alla casa, col suo grembialetto gli veniva
lievemente tergendo la fronte, e con qualche fronda provocava l'aria,
perchè muovesse quasi coll'ali fresche a scherzargli intorno,
e temprargli la tiepid'ôra.
Siccome
spesso Giovanni al ritorno desiderava di bere, ed essa temeva forte
non gli inducesse nocumento il subito freddo dell'acqua, anche
correndo pericolo d'esserne ammonita teneva vuoti i secchj, onde
finchè ella scendesse al pedale del colle ad attingere l'umor
del fonte, alquanto si rattemprasse il calore nelle arse di lui
membra. Rinfrescatolo e presentatogli il cibo, gli preparava qualche
fascio d'erba o di fieno, e fattonelo adagiare lo invitava al riposo.
Con qualche fronzuto ramo gli allontanava i molesti insetti, e
conciliavagli il sonno: quando erasi addormentato, gli copriva con
quella fronda il volto, e stava sempre in attenzione perchè
niuno venisse a dargli molestia o a rompergli il riposo.
Nè
men tenera la Marcellina era per la madre. Aveale questa dato il
proprio latte, cresciutala con amore e confidenza: teneala più
qual sorella che figlia. Già anche adulta la forosetta,
faceale intorno mille amorevolezze e mille baci: la ripigliava
sovente perchè troppo si affaccendasse, in vece di commettere
a lei il peso de' lavori più gravi. Ogni dì le serbava
l'uovo recente della gallina e la induceva a berlo; la pettinava; era
sollecita di lavarle i panni più spesso del solito bucato;
vegliava per filare il lino di lei; attendeva con ogni premura ai
bachi, perchè Giovanni ne concedea l'utile alla moglie.
Marcellina non era mai lieta se non vedeva la giovialità
sorridere sul volto della madre; non sosteneva mai che andasse ancor
digiuna al lavoro, e nel verno pativa di starsi più a lungo
nella piccola stalla, ove teneva l'asinello e la giovenca, per
serbare le legne a destare un bel fuoco quando quella tornava dalle
proprie cure.
Rosa
d'altra parte non era meno amorosa verso la figlia. Ne' giorni dì
mercato andando a Voghera a vendere qualche pollo o la lana, o alcuna
misura di castane, avea sempre premura di portare a Marcellina
qualche pan bianco, ch'ella però divideva co' genitori; spesso
un fazzoletto, talora qualche spillo d'argento da rannodare le
trecce, od altri simili vezzi. Come la buona donna aveala fregiata
del nuovo presente, la riguardava quasi innamorata, e sembrandole più
bella, con trasporto la stringeva e la baciava caramente.
V.
Fra
queste innocenti cure era cresciuta la Marcellina, sicchè già
le sorrideva il terzo lustro, e sua madre non aveala che una sola
volta condotta a Voghera. Non mai avea corso i vicini paesi, non mai
erasi trovata fra i tumulti delle feste de' propinqui colli. Usava
ne' dì festivi andar coll'alba nascente a S. Antonino sua
parrocchia insieme alla madre, assisteva con raccoglimento ai divini
uffizj e ritornava al natìo casale, senza mai immischiarsi in
vani discorsi colle altre donnicciuole, o prendersi pensiero di
sapere quanto altri oprasse.
In
Nebiolo però essa era nè selvaggia nè schiva;
giacchè non constando il paesetto che di pochi vicini
focolari, viveano quasi que' solitarj come in una sola famiglia, nè
vi aveano che cinque madri, altrettanti mariti e dei figli.
Allorchè
alcuno di questi ammalava, e mentre tutti intendevano al lavoro, la
sola Marcellina restava nell'eremitaggio, ne pigliava essa pensiero,
gli prestava ristoro col latte delle sue capre, e raccoglieva le erbe
onde preparargliene col succo salutare beveraggio. Avea cura pei
fanciulli degli assenti e delle loro case, e all'estate verso sera,
raunata sur un vicino praticello la pia tribù, faceva recitar
loro l'orazione de' morti: era in fine la delizia, il pensiero più
tenero di tutti, e alle preghiere di lei ognuno confidava nelle
proprie calamità.
In
vero la semplicità ed il candore dell'animo sono l'olocausto
più grato al nume della virtù; e Marcellina esser dovea
il solo interprete di que' puri cuori presso la divinità: essa
era religiosa come una cenobita, ispirata come un serafino, nè
altro mai domandava al cielo che la salute de' suoi parenti e la
prosperità de' vicini. Così, presso a sedici anni,
fresca come la rugiada del mattino, pura come la neve del monte,
altro affetto mai non aveva accolto il suo cuore, fuorchè
l'amore di coloro che le diedero vita, e la carità de' suoi
simili.
VI.
Già
al raggio d'estivo sole biondeggiava la messe nell'arso solco, e il
tempo s'appressava in cui correa la festa della Madonna del Monte. È
un tempio consacrato alla Vergine, sulla cima di un colle alquanto
erto, in cui gli scabri macigni fan testimonianza della vicina
montagna. Essa s'innalza fra la catena delle colline che con diverso
pendìo e vago succedersi or di valli verdeggianti, or di
sterili dirupi, muovono lungo il letto della Copia verso la di lei
sorgente.
A
metà del colle mezzo ascoso fra il seno delle rocce, le
circostanti alture e le piante, siede il paesetto in dolce pendìo.
A lui sovrasta quasi piramide la cima del monte, sopra cui romita
sorge la chiesetta colla cella del levita che ne ha la cura:
conducono a questa varj tortuosi sentieri, che ora si innalzano sullo
scoglio, ora si perdono nei silenziosi labirinti del bosco. Niuna
vetta di opposto monte, niuna fronda d'importuna pianta adombra il
solitario tempio; sicchè il sole nell'intero suo giro sempre
lo indora co' suoi raggi, e concilia a vederlo da lungi religioso
ossequio, perchè ti avvisi ch'ivi l'aura rifulga, indizio
della presenza del nume. A questa chiesa traggono i terrazzani del
sottoposto paese, per essere addottrinati nella religione de' loro
padri, ed ivi coi puri lor cuori porgono voti innocenti al cielo.
Numeroso
e vago è il concorso degli abitatori delle altre colline al
Monte il dì della festa: d'ogni età, d'ogni sesso,
eguali di semplicità di costumi, pari negli abiti e nel cuore,
se non che taluno nella diversa foggia di qualche ornamento accenna
la natìa sua terra. Tutti serbano questo giorno a sollievo
delle diuturne fatiche; ognuno si procaccia far pompa de' più
eletti fregi, e ti piace fra quella semplicità un lusso che è
di vezzi anzichè di ornamenti: ognuno si studia meglio di
riuscire gradito altrui o colle grazie o coll'innocente allegria,
sicchè potresti dire che colà si uniscono i fiori più
eletti della campagna.
Ivi
fra semplici parlari e liete cure si rinfrescano le vecchie amicizie
e se ne stringono delle nuove; ivi si veggono gli antichi congiunti,
e vi convengono e gli amorosi genitori e le figlie che andarono lungi
a marito, per ritornare ai paterni amplessi. Sovente s'incontrano
taluni che, da gran tempo lontani, pareano dimenticati dal cuore, si
ricordano i trascorsi tempi di felicità; corrono grate
all'animo le fauste novelle; e fra loro batte la gioja le scherzose
penne, senza che mai invido umore ne annebbii il caro sorriso, cui
sovente, fra l'avvicendarsi degli affetti e delle accoglienze oneste
e belle, gode la volubile sorte d'intrecciare inaspettate avventure,
e insidioso amore prepara nuovi nodi e future felicità.
VII.
L'industria
dell'uomo si procaccia di trarre partito anche dalla semplicità
di questa festa. In ogni parte sulle strade, che conducono all'erta,
entro varj seni del monte, vedi annicchiati alcuni che vendono
ornamenti, merletti e tele, altri che fanno mercato di fettucce a
vario colore, di semplici fiori coi quali il contadino fregia il suo
cappello. Alcuni ti sporgono dolci, non quali si richiederebbero al
molle palato della dilicata dama, ma pur grati a quelle labbra che
non ancor rifuggirono dai semplici cibi della natura. Fra questi
ancor più grate riescono le inanellate file che tu, schietta
contadinella, sporgi cibo squisito a' più schivi: tu col fior
della farina e col burro della tua giovenca, componesti una molle
pasta, e con questa formasti varie picciole anella cui il calore del
fuoco rese rigonfie e rilucenti, e sovente, perchè riuscissero
più gradite, sopra vi spargesti i favi delle tue api. Tu con
grazia le offri al passeggiero che con molli parolette le compra, e
spesso si ricorda di quelle che a lui già vendevi la scorsa
estate; e mentre te ne dà lode, dolce ti corre un piacere
all'animo che si annunzia sul tuo labbro con un caro sorriso.
Altrove
in breve piano a sè rapisce gli orecchi, non abituati alle
diverse armonie de' combinati stromenti, la melodia di un'umile
sampogna o di una montana piva, al cui suono due fantocci mossi da
una cordicella che si appicca alle ginocchia del suonatore, menano
allegra danza su una breve assicella. Più vicino schiude un
altro un ligneo tempietto ove son dipinte le sacre storie: ognuno si
studia di scoprire se sieno quali le udì dal sacerdote, ama
ravvisare i fatti che più gli piacquero, e sebbene spesso non
sappia leggervi entro, si provvede del breve libretto ove è il
noto racconto.
Qui
un altro tiene un capace arnese che in varia foggia s'innalza, e in
cui per diversi cristalli sporgenti all'intorno può spiare
l'occhio della curiosità. Vi si accosta il semplice montanaro,
e all'abbassare di varie cordicelle, vede succedersi e scomparire
innanzi a' propri sguardi città, palagi, giardini, mari e
monti e le più strane meraviglie: già è
trasportato in lontane contrade, e mentre coll'occhio sta fiso al
breve pertugio, si scuote per gioja, chè già emulo
degli eroi, di cui sentì nel presepe raccontare al verno la
storia, gli par di scorrere l'universo, e sovente poi ragiona cogli
amici de' lontani paesi come se gli avesse visitati. Altrove si
stringono in breve giro uomini e donne, ed ecco scorrere all'intorno
un destro cane che or va a pigliare nell'altrui tasca l'ascoso
fazzoletto del padrone, a questi indovina gli anni, a quella le
passioni, e con qualche altro più pungente giuoco tiene lieta
la brigata.
A
questo ingenuo ricreamento ti sostieni, o montano abitatore, non
correre al palco vicino, nè starti coll'affollata turba che
già il circonda, tese le orecchie, immobili gli sguardi e
aperte le bocche quasi li tocchi gran meraviglia, a udire colui che
dall'alto ti è largo di parole. Ah! non credere di acquistare
vantaggio ne' suoi accenti: semplice! non prestar fede ai portenti
ond'ei si millanta maestro: ei viene dalle corrotte società,
nè v'ha menzogna che rifugga dalle enfiate sue labbia
sitibonde di guadagno. Non porre speranza negli antidoti che ti
offre, nè affidare troppo ciecamente a' suoi ferri te stesso:
ei si ride della tua inesperienza, ei si adopra più presto
procacciare a sè lucro, che a procurarti salute.
In
vece meglio ti alletti quest'altro che sopra un breve tavoliere ti
viene attelando eletta schiera di graziosi giuochi. Ecco tre
bossoletti, sono vuoti al tuo sguardo; sgombre sono le mani di chi li
move fra le cui dita si agita magica bacchetta: ecco è
percossa sul tavoliere, e d'ogni parte come più ti talenta
spicciano lignee pallottole, e quasi polvere che s'insinua, passano
sotto il cavo metallo. Mentre meravigli al primo portento, uno
novello il tragettatore ne crea: leva que' piccioli globetti che
sempre si riproducono, e li pone in copia nel tuo cappello: or se il
tenti e lo rivolgi il trovi solo pieno di vento, eppur tu stesso il
tenevi gelosamente coperto! Ma le palline che sfuggirono alle tue
cure gelose, già si moltiplicarono sotto il magico bossolo:
ecco mentre le riguardi mutano colore, a un soffio s'ingrossano, e
sempre crescendo divennero gonfie per modo che più non possono
ritornare sotto il capace vase.
Meraviglia
pure e sorridi: questa è tutta destrezza della dotta mano.
Anch'io sovente quando teco passai ore di schietta gioja, io t'apriva
il velo di que' nuovi portenti, e apportandoti diletto, spesso mi
compiacqui nelle improvvise commozioni della tua meraviglia. Ah furon
pur quegli innocenti piaceri assai più dolci di quanti ne
comparte pieni d'amarezze il bel mondo! Ah fia pur ch'io ritorni a
rintracciarli, allorchè stanco di rintuzzare con indomito
petto i dardi di bieca fortuna, con questi incolpabili strumenti,
ultima mia speranza, e in vero più certa di quella che talor
risplende fra il sorriso della volubile opinione, io riederò a
voi, ingenui mortali: niuno mercè la festività di que'
giuochi negherà lo schietto pane del suo campo alla purità
del mio cuore.
VIII.
I
vicini premeano il padre di Marcellina perchè colla
famigliuola volesse seguirli al Monte, che è forse a tre corte
miglia lungi da Nebiolo. Giovanni era restìo, ma le
importunità della moglie, i vezzi della figlia cui già
da gran tempo pungea curiosità d'andarvi, senza molto il
piegarono.
Messo
quindi in capaci panieri chi il formaggio delle pecore, chi qualche
pollo, chi alcun pezzo di porco arrostito o salato, s'avviò al
Monte il dì della festa, la brigata di Nebiolo. Fra la
famiglia di Marcellina e gli altri a cui permisero le proprie cure di
andarvi, essa constava di dodici a quattordici persone, cui seguiva
indivisa compagna una schietta allegrìa.
Poichè
giunsero al divisato loco e confortarono alquanto lo spirito lasso
pel cammino, si misero a discorrere il colle, e i varj boschetti ove
più li tirava o la frequenza delle genti, o la curiosità,
o la brama di recare Marcellina a piacevoli trattenimenti. Essa nuova
ai tumulti, spesso seguiva i compagni quasi pecorella che tien dietro
al gregge senza che la tocchi altro desìo fuorchè
l'esempio: sovente da' parenti o dagli amici richiamata su qualche
oggetto, riguardava con piacere, dimandava a vicenda quanto le
ricercava la curiosa vaghezza, e siccome la allettava ora un suono,
ora una meraviglia, ora un giuoco, era rapita alla gioja ed al riso.
Così que' di Nebiolo passarono in vario modo quelle ore prime
della lieta giornata, altri cogli amici, altri a parte degli altrui
racconti, altri colla Marcellina, finchè li chiamarono nella
chiesa la cerimonia e i cantici della mattina.
Poichè
il sole incominciava a declinare dalla metà dell'arco suo
diurno e tacquero i pii uffizj su quel Monte, nuova scena ivi seguì
assai aggradevole a riguardarsi. Si riunirono in varj gruppi e
brigate i congiunti e gli amici, quali in un praticello verdeggiante,
quali al rezzo di un'antica pianta, chi nel seno di qualche dirupo o
fra le macchie del bosco, si assisero sul terreno a grata mensa, che
in breve sorse a rallegrare i loro palati.
Dove
prima sul Monte era un tumulto di persone che scendevano e salivano
quasi arena in cui spira il vento, un rumore diverso di suoni, di
parole e di grida, e un premersi a vicenda, che ti affaticava; allora
la scena cangiò. Al continuo moto è succeduta la
quiete, son vuote le vie, vuoto il tempio: d'ogni intorno ove pria
non vedevi che scoglio ed erba, l'occhio si riposa sur un gruppo
atteggiato d'allegria che intende al cibo ed a ricercare l'animo con
nuova e pura gioja.
Rompe
solo l'apparente silenzio un bisbiglio di voci, che sommesso da
prima, col proceder del pranzo cresce e sovrabbonda, finchè
s'innalzano grida di giubilo cui rispondono gli opposti drappelli e
le percosse valli. Si ridestano gli strumenti, si sparge la campestre
armonia, la volubile follìa rapisce gli animi, e in breve vedi
ove innanzi festeggiava la mensa, risplendere la danza, scopri d'ogni
intorno in nuovo commovimento il colle, e ti pare che un delirio
agiti quelle genti, cui volano le ore stando a diletto fra sì
innocenti piaceri.
Anche
la breve colonia di Nebiolo dopo i sacri uffizj si pose a dar opera
al lauto pranzo, sotto una pianta non lungi dalla Chiesa. Il Parroco,
uomo assai pio e di molta santità, recavasi in tanto a piacere
di diportarsi fra i festeggianti, trattenersi or con questa, or con
quella brigata, dare loro dolci parole, richiederli del natìo
paese e confortarli a starsi di buon animo. Allorchè fu a quei
di Nebiolo ed ebbe i loro ossequi, e saputo d'onde erano, e come un
paesetto ivi si unisse in amorosa famiglia, e commendò il loro
proponimento; gli venne veduto il pane di che si cibavano, e dimandò
di qual sorta si fosse. Giovanni prestamente gli espose come si
cuocesse ne' loro focolari, sicchè assai ne fu meravigliato il
venerabile Sacerdote, e sentendolo lodare siccome saporito, ne lo
richiese di uno, proponendo di cambiarlo con del proprio.
Appena
manifestò egli questo desiderio, la Marcellina fu in piedi, e
preso un pane che era ancora intatto, con modesto inchino glie
l'offrì, dipingendosi d'innocente rossore ed abbassando gli
occhi. Fu il Solitario assai lieto del gentile presente, e presa per
mano la Marcellina la ricercò del suo nome, e lodata la sua
prontezza e modestia, gliene seppe cortesia: essa ritraendo da lui la
mano tremante si restituì al suo posto. Il savio Pastore
corrispose con alcuni suoi pani e del vino alla brigata, e fè'
sentire alla Marcellina come desiderava che al vespro fosse fra
quelle che accompagnavano col torchio l'effigie della Vergine in
processione.
IX.
La
madre fu oltremodo contenta dell'onore compartito a Marcellina, e
venuta l'ora divisata, la timida fanciulla, roseo per verecondia
l'angelico viso, fra le elette ancelle della Chiesa, seguì la
sacra pompa.
Questa
si aggirò per le vie meno anguste che corrono intorno al
Monte, ed era pure incantevole a riguardarsi, in obliquo calle, con
leggiadra ordinanza alternando inni di pietà, muoversi il
devoto corteggio. Siccome discese fino a metà del colle, ed
era numeroso perchè il seguivano tutti i vicini coloni, mentre
da una parte era bello vederlo tortuoso scendere, piaceva dall'altra
osservarlo nel salire. Ognuno facea riverenti le ginocchia e il
ciglio, allorchè passava la sacra effigie, e la seguitava al
tempio: ognuno intendeva alla straniera figlia a parte de' sacri riti
nell'altrui parrocchia, e chi ne applaudiva le fattezze leggiadre,
chi il fior di giovinezza, chi la semplicità del vestire,
tutti la cara modestia del volto.
X.
Ma
fra tanta religione e pietà della povera fanciulla, aveale la
fortuna nemica ordita una lieve sventura che dovea segnare il destino
della sua vita.
Erasi
restituita la processione in chiesa, e tutti si affollavano verso
l'ara; alla timorosa Marcellina mentre incerta ove porsi, abbadava
alle compagne e stava per inginocchiarsi, cadde il bianchissimo lino
che siccome velo le copriva il capo. Ne fu assai turbata, e mentre
volgeasi a raccorlo, ecco gliele viene presentato da un giovane tutto
sollecito, che avidamente in lei ponea gli sguardi: la fanciulla
volle sapergliene grado, ma alzati gli occhi verso lui e accortasi
che con tanto fuoco la rimirava, abbassò vergognoso il volto,
e si fe' tutta vermiglia: acconciatosi come meglio potè il
velo, stette inchinata attendendo che avesse termine la cerimonia.
Il
giovane era stato commosso dalla soave fisonomia di Marcellina, e
sentì in petto una insolita inquietudine che gli mettea
desiderio di rivedere la bella sconosciuta. Compiuti i religiosi
uffici ei stette ad attenderla fuori della chiesa, e mentre la
semplice raccontava alla madre l'occorsole, s'incontrò negli
occhi di lui: le morirono sulle labbra le parole, e un inusitato
palpito del cuore le richiamò il rossore sulla dilicata
guancia.
Il
giovane focoso non ristette perciò: le tenne dietro, e giacchè
il giorno era sul declinare, veduto che quella brigata s'incamminava
sulla strada che conveniagli percorrere per rendersi a casa, si mise
fra loro. Ragionando or coll'uno or coll'altro, gli accompagnò
fino al Carvenzolo, ove presero commiato dividendosi, gli uni per
salire il colle di Nebiolo, gli altri per proseguire la via.
Però
il giovane per quanti ragionamenti si muovessero non restava
dall'adocchiare la Marcellina, e benchè questa per la natural
sua modestia si tenesse a molto raccoglimento, le sue pupille sovente
senza avvedersene si giravano sopra di lui, e le inchinava
palpitando. Così ella trasse da quella festa al paterno
casolare una dolce melanconia, che le parlava al cuore un ignoto
favellìo cui non sapea comprendere. Sola fra' suoi pensieri e
i suoi dubbj, se le destava sempre in mente quel velo, quella chiesa,
e quel giovane infausto. Erano idee che pareano turbarla, ma pure non
sapea disperderle, chè aveano seco una sconosciuta dolcezza ad
un tempo piacevole e molesta.
XI.
Nè
intanto eri meno tranquillo tu pure, sfortunato Girani. Tu ti
restituisti affannato alla tua collina, tu passasti torbida la notte,
e più annebbiato il dì venturo: fra' tuoi lavori
innalzavi lo sguardo a Nebiolo e sospiravi; sollecitavi impaziente la
prossima festa onde vedere la bella dal colle solitario. Già
per te si meditava lieto fine a tanti desiderj, timore ti stringea di
non esser gradito all'avvenente fanciulla, e se non ti ratteneva il
dubbio ed il timore, saresti di presente volato ad offerirle la tua
vigna, i tuoi armenti e la tua casa, perchè volesse
corrisponderti d'amore e dividerli teco.
Non
era agiato Girani, non era l'ultimo dei coloni della montagna.
Possedeva alcune vigne, il lavoro di due buoi, abitava sopra una
placida collinetta che di poco s'innalza fra la Torrazza e Maresco,
d'un miglio lunge da Nebiolo. Sulla sommità di questa siede il
suo albergo, casetta umile cui saluta il primo raggio del sole,
saluta l'ultimo crepuscolo della sera.
Bella
è Mancapane, sebbene l'antica infecondità del terreno
vi apponesse infausto nome. Ivi io pure pel giro di lunghi anni menai
le quete ore del pampinoso autunno, in seno ai dolci piaceri
dell'agreste innocenza: fra quelle valli amene sovente col mio
Rousseau errai colle lagrime agli occhi pensando alle passioni del
burrascoso mio cuore, e più volte vi feci risuonare il caro
sospiro di Raynal sulla tomba d'Elisa. Sur uno di que' castani io
incisi il nome degli amici più diletti alla mia ricordanza; da
quella casetta io salutava l'alba nascente, rimirava la mia patria,
numerava le sue torri, e rimembrava le antiche sue glorie.
Nella
terra natia di Girani io sovente risi delle nebbie che vedeva coprire
le lontane città: ivi ideai le sventure degli amanti infelici
del Lago, ivi rinvenni nell'animo mio gli affetti che amai dipingere
in altri, e colà sentii narrarmi la dura istoria di
Marcellina, mentre io stesso era a parte d'una scena più bella
che possa offerire la semplicitade agreste.
Era
un bel mattino d'estate: sciolto d'ogni benda importuna il collo,
vestito di un breve giubbetto, con un semplice cappello di paglia,
ritornava col fido mio brik e il frate solitario ospite mio, da una
lunga passeggiata ne' dintorni di Nebiolo. Stanchi più dal
crescente caldo che dal cammino, ci soffermiamo vicini al presepe, e
sediamo all'ombra sopra un banco di terra. In questo mezzo viene la
castalda dal forno con frutti cotti, e li porge a noi che ne avevam
mestieri. Ce ne imbandiamo cibo saporito, e il cane facendone intorno
meravigliosa festa si mangiava quanto era gittato. Intanto
ritornavano all'ovile le pecorelle: era con esse il porco, si fermò
e volle esser quarto al nostro desco, sicchè io ridendo e
sovvenendomi il Pirrone, ma con un cuore diverso, distribuiva a
quegli amici innocenti e innocui parte del mio cibo.
Allora
un montanaro che passava ne fu cortese di un saluto sorridendo, per
chè io il volli a parte della brigata e della colezione. Entrò
egli meco in vari ragionamenti, e caduto discorso di Nebiolo,
appoggiato ad un bastone narrò le sventure che ripeto alle
anime sensitive.
XII.
Girani
attendeva impaziente il dì festivo: come e' venne, avendo
saputo ove que' di Nebiolo usassero a' divini uffici, all'alba si
rese a S. Antonino, ove avea speranza di vedere la bella. Ma la madre
che già da alcuni dì la scorgeva melanconica, nè
sapeva indovinarne la cagione, a procurarle con una lunga passeggiata
qualche sollievo, pensò condurla il mattino al Costiolo, che è
un prossimo colle su cui s'innalza con un paesetto la chiesa.
Girani
quindi l'attese invano e quasi disperò di più
incontrarla. Pure non sapea dipartirsi da que' luoghi, e quasi
dimentico di sè, si adagiò verso il meriggio sotto
l'ombra di una pianta sulla via che da Nebiolo mette a S. Antonino.
L'aura tiepida e la quiete di quelle solitudini conciliarono il sonno
al conturbato garzone, sicchè lo colse colà l'ora de'
vespri.
Marcellina
e la madre, poichè ebbe fine il breve loro pranzo, s'avviarono
alla chiesa usata per la dottrina. Mentre erano poco lungi dal paese
e Rosa richiedeva la figlia della cagione di tanta melanconia, e
questa rispondeale di non saperla nè conoscere nè
esprimere, giunsero ove era coricato Girani, che da lunge videro
bensì, ma non vi posero mente, tale essendo il costume di
pressocchè tutti i montanari. A costui ruppe il sonno la voce
della Marcellina: levato il cappello con cui faceva coperchio al
volto, e alzatosi nel momento istesso che le donne passavano, fu
fortemente scosso alla inaspettata fortuna, e la povera fanciulla
diede un grido e si strinse alla madre. Questa tenendo simil
commozione procedesse perchè ivi non si fosse prima avveduta
di un uomo, sorrise e passò colla figlia.
Marcellina
andava innanzi, ma aveva addietro il cuore, teneva il capo inclinato
verso la strada percorsa, e tendeva l'orecchio desiderosa di sapere
se quello straniero la seguitasse, ma pur temeva di rivolgersi. Però
ove la strada era più erta, e dava volta sicchè con
poca difficoltà potea discorrere col rapido sguardo il
lasciato cammino, di poco piegò il capo e s'accorse che Girani
le teneva dietro, e ne fu lieta nell'animo. Era confusa e agitata, e
assai le parve lunga la via che conduceala alla chiesa, perchè
potesse togliersi alle moltiplici dimande della madre, cui il suo
labbro tremante e confuso mal sapeva rispondere.
Lo
sbigottimento e il rossore della Marcellina ispirarono conforto al
giovane, che sebbene rozzo, pure vedea trapelargli qualche speranza
a' suoi dolci desiderii, sicchè entrò in chiesa, e si
appostò in modo che agevolmente potesse vedere la bella, ed
esser da lei ravvisato.
Marcellina
confusa fra un tumulto di affetti e il terrore religioso, stava cogli
occhi al suolo, e se talor gl'innalzava vedevasi innanzi l'ardito
sconosciuto che parea cogli sguardi di fuoco le favellasse un nuovo
linguaggio; sicchè stava contrastata, desiosa di seguire ora i
doveri della sua innocenza, ora gli impulsi del cuore. Però a
malgrado della modestia in cui si tenne, potè di soppiatto
osservare meglio che altra volta Girani, sicchè e l'occhio
vivace e le forme belle, e la snellezza della persona, e il brio
della gioventù che gli sfavillava sul volto non le sfuggirono,
ma altamente s'impressero nella sua fantasia.
Il
giovane innamorato si fe' di nuovo incontro alle donne, allorchè
si misero al ritornare verso la nativa capanna, e fu loro cortese di
gentile saluto; avutane una cortese risposta, le accompagnò
coll'acume dell'occhio, finchè l'invida strada piegando, non
le rapì a' suoi rinascenti desiderj.
XIII.
Se
per lo innanzi una dolce malinconia governava l'animo di Marcellina,
dopo questo giorno fatale divenne oltremodo tristissima. Non più
brillavale negli occhi la festività dell'innocenza, non più
ridea sul suo viso la gioja come raggio di sole sui fiori di
primavera: era la pianta dell'autunno che mesta abbandona l'onor
della chioma e il sorriso della verdura.
Non
era più l'asilo del riposo il letticciuolo suo innocente; chè
rifuggiva il sonno dalle sue pupille, e se talora coll'ali lievemente
le blandiva, funeste immagini le si appresentavano in cui erano
sempre confusi quella festa, quel velo e quel giovanetto. Non più
correva gaja ad incontrare i reduci genitori, non più
rallegrava il sereno loro albergo col suo festevole umore. Erano
dimentichi i suoi polli e le altre cure predilette: invano
l'agnelletta, già sua delizia e cura, veniva a lambirle la
mano, a stropicciare il capo a lei d'intorno; invano quand'era seduta
s'innalzava coi primi piedi sulle di lei ginocchia, e con teneri
belati parea richiederle le carezze usate. L'altrui affetto le
accresceva mestizia e le richiamava forzate le lagrime sul ciglio.
Spesso
facea rampogna a sè stessa della propria miseria, nè
sapea trovarne rimedio: siccome era assai religiosa, sovente
quand'era sola si prostrava, e fisando gli occhi lagrimosi al cielo,
gli dimandava compassione se questo era un castigo, pietà se
era una follìa che la prendeva. - Oh cielo! chi, chi mi toglie
il fiero malore che mi uccide? E che cosa è mai questa nuova
inquietudine che mi turba, mi rende indifferente a quanto m'era sì
diletto in prima? Quai nuovi pensieri agitano i miei sonni? Che cosa
è che io sento qui nel mio seno, che mi preme, mi avvampa, mi
dà dolore e mi piace? -
Così
spesso fra sè si doleva la misera, ma pur temendo un qualche
gran male la prendesse, nè più sapendo patire il
dolente suo stato, pensò che assai bene le starebbe ove
pigliasse consiglio.
XIV.
Era
in Nebiolo un cieco, provetto d'anni e di mente, uomo mirabile a
conoscersi. Misero, camminava scalzo, vestiva una giubba assai lunga
che meglio di un abito nostro sentiva di una veste antica: lunghe
chiome gli scendeano sulle spalle, e ricoprivagli il capo un largo
cappello che avea rappiccata da un lato parte della grondaja: folta
barba gli ombreggiava il mento, che non radeva, nè permettea
che gli calasse in fino al petto: avea sempre ignudo il collo e il
seno, e mandava dalla lanosa bocca una monotona voce; procedeva a
passo timido e lento, e portava un lungo bastone, unico compagno con
cui traeva il travagliato fianco nei sempre eguali giorni della sua
vita.
Costui
viveva di carità: solo col suo bastone passava dal colle alla
pianura; scorreva i villaggi e le capanne, ora accattando, sovente
inteso a cantare vecchie nenie, a improvvisare triviali rime: talora
prediceva il futuro a chi era sì semplice da tentarlo per
l'opera sua; raccontava antiche istorie e le sempre sue nuove
miserie. Per tal modo ritraeva alcun soccorso per sè e per un
fanciullo che teneva dall'estinta sua moglie. Era il cieco assai
industrioso, ed io già vidi un carretto che costrusse di
propria mano, la sua vigna che potava egli stesso: conoscea la virtù
di molte erbe, prescrivea medicina a molti mali, era in fine in
Nebiolo l'uomo più saputo, quegli da cui tutti prendevano
consiglio, l'indovino della collina.
Marcellina,
non sapendo trovare rimedio a' suoi malori, una mattina che costui
pigliava piacere di canticchiare innanzi alla propria capanna, mentre
tutti eran lungi al lavorìo, le venne in pensiero di
rivolgersi a lui per soccorso. - Cieco, gli disse, io sono la più
misera fanciulla di Nebiolo: mi fuggono e il sonno e la quiete, mi è
straniera la gioja, tutto mi spira tristezza; mi sono di peso le mie
cure usate. Sento qui al cuore un vôto di cui m'è ignota
la causa, un male di cui non so guarirmi. Ah cieco! se ti son cara,
se mai non dimenticai di usarti i servigi di cui avevi mestieri, abbi
misericordia di me: cieco, sanami per pietà. - Appena potè
pronunziare queste ultime parole pel gran pianto che le sgorgava
dagli occhi, e per l'angoscia che dal petto le traboccava sulle rose
del labbro. Stese le tenere braccia al collo del veglio, e sospirando
inchinato il capo sulle di lui spalle, attendeva ch'ei le facesse
risposta.
Il
pietoso cieco cui assai stava a petto la Marcellina, giacchè
era colei che più sovente in Nebiolo gli era cortese di
soccorso, e quando era ammalato veniva a prestargli le proprie cure e
divideva con lui il suo pane, stese la mano tremante sul capo della
cara fanciulla, la blandì dolcemente dandole parole di
speranza e di refrigerio. Poi la dimandò del tempo in cui
caduta fosse in siffatta melanconia; e ingenuamente essa gli raccontò
l'accaduto al Monte. Allora l'accorto indovino di nuovo la interrogò
se non avea più veduto quel giovane, e se le fosse noto che
non lo avesse colta alcuna sventura. Fu turbata la semplice a simile
dimanda, e con premura desiderò sapere se ciò fosse
avvenuto.
Il
buon vecchio sorridendo allora la ricercava perchè sì
fortemente le tenesse di quello sconosciuto, e rispondendogli la
Marcellina, ciò nascere dalla gratitudine che sentiva per la
premura in quel dì usatale, dolcemente presala per la mano -
Oh figlia! questi occhi pur troppo si chiusero per sempre al giorno,
ma io vedo il tuo volto innocente colorarsi di modesto rossore: mel
dicono le tue parole interrotte, e questa mano che trema nella mia.
La gratitudine è come la pietà, che negli umani petti
leggiermente si scambia in amore: questo, figlia mia, ti sparge di
nebbia la bella aurora della tua vita, questo ti rende tanto
sollecita... Oh! ma sai tu poi chi ei sia quel giovane che sì
facilmente ricevesti in cuore? sarà egli degno delle tue
virtù? ah tu non conosci, mia cara fanciulla, qual prezioso
tesoro tu ne serbi, e quanto mi dorrebbe di vederle derelitte!... Ah
per pietà non abbandonarti ciecamente a una passione che
potrebbe costarti!... tu dispereresti i tuoi amorosi genitori, il tuo
povero cieco: ah Marcellina! tu perderesti te stessa. -
Marcellina
cadde nel maggior fastidio del mondo, e poco anche intendendolo,
sbigottita disse che quel giovane non le avea detto nulla, non averlo
veduto che poche volte e per caso, e porla in forte timore il
misterioso suo favellare. Il cieco allora la esortò a starsi
di buon animo, volle che apertamente le narrasse quante volte si
fosse incontrata in quel giovane, e come ei si comportasse verso di
lei: accertatosi che fosse preso per la Marcellina, la consigliò
a studiarsi di saperne il nome, o almeno il paese di lui, prendendo
poi sopra di sè la cura di renderla felice, se lo avesse
riputato degno di possederla. Le profferì però molti
savi avvertimenti, perchè si tenesse a gran diffidenza e verso
il suo cuore e verso gli uomini, ove pur non amasse esser colta da
maggiore sventura: si fe' dar fede di raccontargli ogni cosa in ogni
evento, se voleva da lui utili consigli. Parve ciò lusingare
alla Marcellina qualche speranza, e si accommiatò da lui
coll'animo men tristo.
XV.
Nè
Girani diveniane ogni dì meno inquieto e meno amante: mille
pensieri gli si giravano nell'accesa fantasia, e studiava ogni
partito perchè gli riuscisse vedere la cara fanciulla.
Sta
a fronte di Nebiolo una verdeggiante collina, dall'un lato della
quale corre una via che conduce a S. Antonino, dall'altra ove per
breve valletta è divisa da Nebiolo, è deserta, spoglia
d'ogni gleba e d'ogni pianta. Le acque, le quali si precipitano dai
colli superiori trascinando seco la terra che era sul pendìo,
vi fecero alcuni seni e scoscesero in mille luoghi il declivo, sicchè
tra la rapidità del dirupo, tra la nuda crosta di cui si vestì
nel diseccare della frana, sembrano a riguardarli un macigno. In
questo seno poi, siccome piacque alle precipitanti acque, si vedono
mille diversi giuochi del caso, poichè la terra or s'innalza
in piramide, or si prolunga con varie eminenze quasi bastita di
guerra, ora s'incava in una grotta, or s'incurva in un seno: l'occhio
curioso volentieri ivi gode di spaziare, e divisano que' luoghi i
montanari col nome di orridi. Sulla pendice di questo vario poggio
s'innalza una pianticella solitaria di olmo, che d'ogni parte dei
contorni e anche dalla via romana sempre si vede primeggiare sugli
altri colli, pianticella che fu poi denominata dai sospiri che ivi si
sparsero per le sventure dei due amanti.
Girani
si arrampicava su quella cima vicino a quella pianta, ed ivi a lungo
si stava a contemplare Nebiolo: spingeva l'avido sguardo a ricercare
fra quelle fronde e quei tugurj la cara luce de' suoi focosi
pensieri, e sovente la dimandò come passero solitario che va
nel bosco in traccia della compagna. Spesso dal dubbio biancheggiare
fra le fronde delle vesti, vide o veder gli parve la bella, e le
inviò mille baci e mille sospiri. Così struggeasi il
giovinetto, ed erano derelitti i suoi campi, mentre sedeva sospirando
sotto quella pianta solinga; erano derelitti gli amici invano dolenti
della sua mestizia, e che invano il provocavano con motti a
richiamargli sul labbro appassito l'antico sorriso. Era deserto il
cuore di Girani, era chiuso alla gioja: qual pianta inaridita, su cui
indarno piovono le rugiade, punto non vi poteano prieghi o conforti.
XVI.
Però
all'innamorato giovane pareva oltremodo dolorosa sì misera
vita, e fe' proponimento di aver maniera onde riuscire a più
lieto fine. Correva il tempo di raccorre le messi, e in sì
pressante cura anche coloro che tengono piccioli poderi, sogliono
ricorrere a straniere braccia per aiuto. A Girani cui nulla sfuggiva
era noto, siccome al padre di Marcellina conveniva mietere il
frumento, e gli parve venirgli in destro l'occasione favorevole a'
suoi disegni. Trovato Giovanni nel prossimo mercato a Voghera, gli
esibì l'opera propria a minor prezzo d'altri, e pattuirono che
ei verrebbe a Nebiolo di là a due giorni.
Non
è a dirsi, quanto paresse lungo al giovane innamorato il tempo
posto in mezzo a' suoi desiderj, e in tanto quali follìe gli
si girassero pel capo, e come seco stesso ponesse di aprire i suoi
affetti a Marcellina. Ma quale fu la sua maraviglia, allorchè
venuto a Nebiolo e postosi al lavoro, vide che assai lunge gli era
riuscito il suo avviso, mentre non trovò come pensava l'amata
giovanetta a formare i manipoli della messe tagliata, giacchè
a ciò sola intendeva la madre? Ne fu oltremodo dolente, e
volea pure più volte dimandarla di ciò, ma non lo
ardiva: girava intorno ognora desideroso lo sguardo, e sempre nuova
gli pungeva speranza almeno qualche momento di vederla.
Finalmente
venne il mezzodì, l'ora del pranzo, ed ecco, mentre meno
Girani se l'attendeva e stavasi pensoso, scendere la Marcellina nel
pendìo recando le minestre ed il pane pei parenti e per l'uomo
che era seco loro al lavoro. Veniva ella con abbassata e pallida la
fronte, e pensava alla sua melanconia, a' suoi affanni: giunta al
gelso, sotto la cui ombra erano assisi gli stanchi mietitori, fu
tocca da improvvisa meraviglia vedendo ivi il giovane sospirato.
A
chi che fosse fuorchè a' due buoni montanari, non sarebbe
sfuggita la confusione dell'una, e l'inquietudine dell'altro: ratto
ei si alzò, la salutò, e indarno volea dirle qualche
parola, velare lo stato ondeggiante dell'animo suo. Mentre incerti
essi si riguardavano ed atterravano gli occhi, Nebiolo a nulla
badando disse: - Brava mia figliuola, porgine il pranzo e buono,
giacchè il meritiamo, mentre questa mattina in tre si è
operato per quattro, non già da noi, ma da questo instancabile
nostro vicino che pare un folletto. - Intanto presentava a Girani la
scodella, che avuta avea dalla figlia; ma questi ringraziatolo, mosse
verso Marcellina dicendo che gli era più in grado averla dalle
di lei mani: essa arrossì, gliela porse con un sorriso di
compiacenza.
Restò
con loro la giovinetta finchè ebbero posto fine al breve
pranzo; poi alquanto si trattenne sotto colore di vedere quanto
fossero abbondanti le spiche del frumento, e dolcemente si richiamava
alla madre, perchè non la voleva a parte delle sue fatiche.
Indi, poichè ebbero ripreso il lavoro e Rosa la premea perchè
non istesse più a lungo digiuna, Marcellina partì:
dirigea ver' l'erta il passo, ma ivi lasciava i suoi pensieri, e
spesso rivolgeasi addietro e commetteva all'aura un sospiro.
Se
Girani fu per lo innanzi piacevole alla Marcellina, ora il suo cuore
ne era stato sì vivamente preso, che parea pei palpiti
frequenti volerne uscire dal petto onde volare a lui. Però
sebbene innocente, essa s'avvide non essere senza fine il venire colà
di quel giovane: non toccò cibo fra l'inquietudine e la gioja,
e meglio pensò a preparare gradita merenda all'ospite.
Richiamatesi intorno le agnelle, ne spresse il fresco latte, e
postolo in un terso lebete al fuoco, in breve ne fe' una vivandetta
piacevole e squisita. Venuta l'ora della merenda, volò verso
il campo ed ai parenti ed a Girani, che come la videro, deposti gli
strumenti, le mossero incontro; ella disse con un sorriso che avrebbe
diradate le nubi della più triste melanconia. - Caro padre,
questa mane mi imponeste di usarvi cortesìa perchè
lavoraste assai: io volli ubbidirvi, e in vece del solito formaggio
vi ho preparato col latte delle mie agnelle un cibo che v'andrà
a grado, e spero che anche il vostro ospite non vorrà darmi
troppo biasimo se non sarà riuscito quale si converrebbe. -
Fu
commosso il padre per la bella sorpresa, e stretta amorosamente al
seno la figlia la baciò in fronte. - Vedete, mio Girani,
questa è la sola nostra consolazione: colle poche terre che
lavoriamo, coll'umile nostra casa, con questa diletta fanciulla,
siamo più felici dei signori di città. Ella s'ingegna
in ogni maniera per riuscire grata a sua madre ed a me, ella è
il nostro solo e caro pensiero. Anche la picciola cura d'oggi vi
accerti di quanto vi dissi.
Ma
l'innocente mossa da' suoi pensieri ascosi, mal sapendo dissimulare,
e nella sua semplicità dubitando che altri non le leggesse
nell'animo, offrendogli il cibo vezzosamente gli soggiungeva - Sì,
caro padre, per voi e anche pel nostro commensale, giacchè
questa mane mi diceste che gli dobbiamo assai buon merito per la
sollecitudine che ne mostra. - In così dire mentre abbassava
que' suoi begli occhi neri che pareano due stelle nell'azzurro del
cielo, volse uno sguardo fuggitivo a Girani. Ma questi, che la avea
già ben compresa, ne fu lietissimo, e dalle parole di lei
messo nell'occasione di parlare, le proferì le grazie con
tanto fuoco, e sì lusinghiere parole, ch'ella ne fu confusa. -
Io non avrò mai toccato cibo che mi sia riuscito più
gradito di questo: lo terrò come una manna, giacchè ha
certo qualche cosa di cielo la mano onde viene. -
Si
assisero in giro: Marcellina si pose vicino alla madre, e il desco
semplice sull'erba fu assai più grato a que' puri mortali,
dell'aurea mensa su cui fumano le straniere vivande. Ognuno applaudì
alla Marcellina per lo squisito suo presente, ma il suo cuore non
sentendo che quelle laudi le quali venianle da Girani, trepidava
dolcemente. Si offrì la capace tazza del vino al giovane di
Mancapane; ma volle che prima bevessero i due vecchi, indi empiutala
di nuovo ne fe' attingere parte alla Marcellina, e con un lieto
evviva la vuotò.
Trascorsa
in così cari trattenimenti l'ora vespertina, si posero di
nuovo all'opera i lavoratori, e perchè rimaneano pure alcuni
manipoli da legarsi, e il sole era sul declinare, Rosa permise alla
figlia di starsi ad ajutarla. Girani in breve pose a terra quanto
ancor restava della messe, onde venire di sussidio alle donne, e fu
sì destro che si mise vicino alla Marcellina e le preparava i
legacci, e le dava mano nell'ordinare le spiche. Intanto tenea
fisamente gli occhi in lei, e le gittò qualche detto or di
lode or della propria presente fortuna; e la poverella tutto
bevendone il dolce non sapeva rispondergli, e si affaccendava al
lavoro tenendo inchinato il capo. Finalmente Girani nell'ajutarla a
legare un manipolo, nel serrare il salice corse colla mano a
stringere l'estremità di quella di Marcellina: ella la ritirò
prestamente, sicchè l'altro sorridendo le disse, di non avere
le mani di fuoco, a cui con tronchi accenti, fiammeggiando la bella
rispose, che le metteano più timore.
XVI.
Già
il nostro emisfero volgea l'estremo orizzonte a' rai del sole, e
l'amorosa stella brillava sulle ultime rose occidentali foriera della
vicina notte, allorchè posto fine ai lavori, Girani prese
commiato dalla innocente famigliuola. Innanzi di partire posto piede
nella loro casetta fu commosso nel vedere la Marcellina intesa alle
domestiche bisogne, dare di propria mano il cibo alle sue pecore, e
spargere amorosa le proprie cure su tutti gli esseri che la
circondavano. Accrebbe ciò esca al suo fuoco, che verace amore
meglio s'accendo per le belle virtù che spargono dall'animo
una soavità di cari affetti.
Però
fra questi nuovi avvenimenti, anzi che scemare si accrescevano le
trepidazioni nell'amorosa vergine: non sapeva a qual partito
appigliarsi, fra la passione che la premeva e gli avvertimenti del
cieco sui perigli d'amore. Alla dimane come ognuno fu nei campi, e
questi tornò dalle sue peregrinazioni, Marcellina gli offrì
il latte della sua capra e gli narrò quanto era accaduto, e di
nuovo gli chiese consiglio. Ma il veglio sentendo il nome del giovane
a lui ben noto, la rassicurò, perchè il tenea per assai
onesto, ed animandola a confidare nella premura ch'ei volea
pigliarsene, le cosparse il cuore delle più lusinghevoli
speranze.
Si
rendeva intanto Girani ogni dì alla pianta de' sospiri, e sì
adoprò che la Marcellina il vide e ne fu oltremodo lieta. Il
cieco venne a ritrovare il giovane ne' suoi campi, gli favellò
della figlia di Nebiolo, scandagliò l'animo di lui, e sentendo
ove mirassero i suoi desiderj, lo inanimò a proporre alla
fanciulla la propria mano, pigliando sopra di sè il pensiero
di condurre ogni cosa a fausto termine. Ne fu lietissimo l'amante e
sospirò il momento di manifetare l'amor suo alla bella.
XVII.
Era
l'ora in cui più fervono i raggi del sole che già oltre
al meriggio volge all'occaso, e Marcellina stava tutta sola assisa
sotto i castani dietro la sua capanna. Girava sovente le desiose
pupille alla pianta presso cui vide talora il giovane che vivea nella
sua mente: pettinava la sua agnella, e quasi stretta dal bisogno di
spargere i proprj affetti che mal le capìano nell'animo,
teneramente la accarezzava e baciava: allora la scuote un calpestìo,
s'alza e scopre Girani. Ei veniva tutto festevole, e vedendola
confusa, intimorita, le disse che accortosi come fra la famiglia
delle sue bestiuole ne mancavano pur alcune, le portava due colombi a
lui carissimi, e che a lungo erano stati i soli suoi compagni, e
gliele presentò.
Marcellina
ne fu imbarazzata, nè sapea se li pigliasse o no; ma quegli
augelli innocenti, siccome erano assai dimesticati, le volarono sul
petto e per le spalle, e pareano ora scuotendo le ali, or avvicinando
le piccole lor teste al di lei viso, invitarla ad accarezzarli. Ella
volea pur consigliarsi innanzi colla madre, perchè temeva
gliene avesse a dar biasimo se gli accettasse, e disse a Girani che
non avrebbe patito si privasse di quanto gli era più caro. -
Ah no, Marcellina, io non saprei meglio collocare questi esseri che
vicini a voi, a cui solo cedono in candore ed innocenza: essi son
vostri, e omai più nulla, no più nulla ho che possa
creder mio, neppur il mio cuore. Possano questi colombi farvi almeno
qualche volta sovvenire di me. -
La
giovane, che nella sua schietta innocenza mal sapea celare gli
affetti ascosi, gli ripose che cari al certo le sarebbero riusciti,
ma che ad ogni modo si sovveniva di lui anche di troppo - Dunque,
Marcellina, io non vi sono indifferente! mi potreste voi amare? voi?
- Girani, io non so che cosa vi diciate, ma... - e qui tutta
verecondia il ferìa con un modesto e loquace lampeggiar degli
occhi che abbassava tremanti e incerti, e si strinse al seno uno di
que' colombi. - Oh me fortunato, se a me pur compartiste sì
teneri accarezzamenti! - Ma questa colomba resta ognor meco... - E se
io pure dovessi esservi sempre vicino, dividere con voi le vostre
cure, le vostre fatiche, la vita? - Sento che allora sarei felice. -
Intanto
il focoso giovane l'avea stretta per una mano, e mentre essa
pronunziando le ultime parole, dolcemente riguardandolo parea
invitarlo a meglio aprirle i suoi sensi, Girani dicendole - Ah
sì sarai mia, - ratto volle scoccarle un bacio sull'amato
volto: ella sbigottita si ritrasse, e sarebbe fuggita se non la
riteneva a forza. Ma mentre l'uno le profferiva i propri affetti e le
dicea tenarissime parole, e l'altra inquieta, confusa, si sforzava,
quasi colle lagrime agli occhi, di divincolarsi dalle sue mani, ecco
loro sopravvenne la madre.
Diè
la Marcellina un grido, e sciolta volò a nascondere la
vergogna che le si pinse sul viso nel seno di lei, chiedendole pietà.
La buona vecchia, che sebbene rozza pur nudriva alti sentimenti, si
lagnò fieramente a Girani perchè abusasse
dell'accordatagli amicizia e turbasse l'innocenza di sua figlia; ma
il giovane pieno di un generoso sdegno le rispose, sè essere
bene straniero alle basse mire de' seduttori: - Io vidi vostra
figlia, e ne fui preso: la sua innocenza tutto mi ha preso, io l'amo
e desidero di formare la felicità di entrambi, se voi vi
assentite, e se ella non isdegna di dividere meco la vita. Io sarò
lieto se vivrò con lei, ella sarà la speranza della mia
fortuna: coltiverà i miei campi, sarà a parte della mia
messe e dividerà il mio letto. -
Rosa
si compiacque a questi accenti, e di troppo amava la figlia perchè
non l'allettasse l'idea della di lei felicità. Baciò
l'innocente che ancor si avvinghiava al suo petto, e in cui le parole
di Girani cresceano la trepidazione, e rialzandola le diceva: -
Marcellina, pur troppo è destino del nostro sesso, di non
sedere sempre a quei focolari ove abbiamo mandati i primi vagiti. Lo
sa il cielo quanto mi pesi la sola idea di dovermi dividere da te, ma
converrà seguire il nostro destino. Però non sia mai
ch'io voglia far forza a' tuoi affetti. Girani coltiva molti campi,
tiene molti greggi, e raccoglie maggior messe di noi; ma se Girani
non è pel tuo cuore, io non vorrò giammai consigliarti
ad assentire alla sue richieste. Finchè io viva e tuo padre,
starai con noi; quando ti abbandoneremo, è tua questa capanna
e questa valle, e qui sola ma libera, povera ma non infelice,
condurrai la tua vita nell'innocenza. -
Intanto
l'agitata giovanetta teneasi pur vicina alla cara parente, la
stringeva e talvolta le dava caldi baci. Girani la premea perchè
pure rispondesse un accento, ed in fine pur sollecitata dalla madre,
tutta vergognosa rispose - Ei mostra tanta premura per me, ei mi dona
i suoi colombi, gli oggetti suoi più teneri, ei dice di
amarmi, potrei essergli ingrata? -
Ma
Rosa perchè meglio e più liberamente potesse spiare i
pensieri della figlia, ricordò come non le conveniva parlarne
più oltre se prima non erasi consigliata col marito, e
licenziò Girani. Ei profferse in affettuosi accenti di nuovo
l'amor suo a Marcellina, e partì giulivo e pieno di speranze,
mentre l'amorosa fanciulla cogli occhi tremolanti di un fuoco
novello, lo seguiva finchè la lontananza e gli opposti colli
non l'involarono.
Giovanni
fu contento della novella, poichè piacevagli in Girani la
gentil persona, la semplicità de' costumi, la florida
giovinezza, e l'animo indomito alle fatiche. Il Cieco pose in assetto
le opinioni, e la Marcelina venne promessa a Girani: fu divisato il
prossimo autunno dopo il raccolto delle uve a stringere il felice
imeneo.
XVIII.
Chi
potrà ricordare la gioja de' due amanti mentre pur li premea
l'angoscia della lontana unione? Girani veniva ogni dì a
Nebiolo, ei volava come la rondinella al nido: sovveniva nel lor
lavorìo a' vecchi genitori della fidanzata, e mentre questa
allestiva il cibo, ei facea la frasca a' buoi, e raccogliea le
agnelle che si sbrancavano sul colle. La Marcellina festevole cantava
la canzone della montagna, accarezzava i bei colombi e appena sorgeva
l'aurora, le pungeva desio di vedere lo sposo.
Questi
però per volgere di fortuna non lasciava le sue antiche
abitudini: innanzi di andare a Nebiolo spesso allungava la via e
veniva alla pianta de' sospiri; di là considerava il casale
umile ove si racchiudeva il caro sogno delle sue notti, il primo
oggetto dei suoi pensieri; e la ricordanza delle passate angoscie,
gli condiva di nuovo diletto l'idea del bene presente. Spiava nella
valle se mai qualche agnella della cara fanciulla si fosse di troppo
dilungata dall'ovile, e volava a richiamarla, indi festante rendevasi
al tetto desiderato, ove lo accoglieva il gentile sorriso dell'amor
suo.
Un
dì venuto verso il meriggio alla pianticella, di là
vide la Marcellina assisa all'ombra tutta sola coi colombi e
coll'agnelletta: ei ne fu allegro chè pochi momenti gli era
riuscito di vederla sola. Si precipitò da quell'eminenza, e
leggiermente arrampicatosi in mezzo al boschetto, fu sul colle e
dietro la Marcellina senza ch'ella se ne avvedesse. Giunse mentre
essa occupata al solo suo dilettarsi, careggiava gl'innocenti suoi
amici, e finiva di cantare una rustica canzone che così suona:
Perchè
su questo margine
Non
è il mio caro ben?
Un'amorosa
lagrima
Vorrei
versargli in sen?
Girani
udendola non potè più starsi, e improvvisamente
avvicinatosele, presentatole un mazzetto di fiori che per lei recava,
esclamò: - Non è lungi l'amor tuo, agnelletta solitaria
di questo colle, fiore vezzoso di questi boschi, splendore di
Nebiolo: nè l'amorosa tua lagrima fia che raccolgano queste
invide zolle, ma bensì le labbra accese del tuo sposo. -
Restò
intimorita la bella, come giovinetta capriola cui improvviso
calpestìo turbò il pasco innocente. Girani dolcemente
la piglia per la mano. - A che dunque, mia cara Marcellina, non versi
nel mio seno questa amorosa lagrima? a che ti stai sì timida e
non vieni fra queste mie braccia? perchè que' baci che pur
confusa comparti all'agnelletta a me non li dai, a me che ten sarei
ben più grato? non vedi come queste colombe affettuose
c'insegnano ad amarci? Segui, Marcellina, il loro esempio e accogli
me pure al tuo seno, lascia che io pure su quella cara bocca.....
Ma
essa respingendo dolcemente lui che già erasele sì
avvicinato che beveva l'alito soave de' di lei sospiri, disse che a
niuno patto volea che più se le accostasse. Sdegnoso allora
l'amante minacciava di fuggirsene, ella il richiamava soavemente,
semplicetta scuotendosi nelle spalle, e il tratteneva con un loquace
favellare degli occhi da cui piovea un'aura celeste che il rapiva a
ignota voluttà.
Or
mentre mal contende col focoso amatore, ecco s'accorge d'un suo
colombo ch'era fuggito, di che fu assai turbata: e sebbene Girani la
rampognasse, quasi più di quella bestiuola le tenesse che di
lui, ella più sempre diveniane inquieta, perchè già
erasi rifuggito sur un'alta pianta, temendo non prendesse più
lontano volo. Il destro amante prestamente s'arrampicò fra
que' rami, ed ebbe preso il colombo, ma disceso premendolo con ambe
le mani, giurava a lei che il richiedeva, di non volerlo rendere se
non n'avea in compenso un bacio. Mancellina gli rispose con un
vezzoso sorriso, sicchè lusingato ei gliele porse, ma la
furbetta sen fuggì ridendo. Si sdegnò l'amante, le
tenne presso, e raggiuntala, con tanti sospiri la stringeva, e sì
dolorosi lamenti, che la bella fatta pietosa abbandonò il capo
dipinto di caro pudore sulle di lui spalle: trepidando ei raccolse su
quella bocca di rose la più soave rugiada.
Marcellina
dopo quell'istante fu più affettuosa; ma disse che le si era
destato in petto un fuoco che la distruggeva, e omai di troppo
intendeva che cosa fosse amore. Parea che un delirio commuovesse
l'innamorato Girani, che dopo quel bacio sentiva avere attinta
novella vita: quindi sebbene Rosa non abbandonasse mai la figlia,
amore industrioso sapea pur additargli qualche istante in cui potesse
vezzeggiare la bella, e fra sì teneri affetti spuntava ognor
novello sugli animi loro il desìo delle nozze,
XIX.
Sedeva
nei campi il pampinoso autunno, e tripudiava la vendemmia sul colle:
Girani propose che que' di Nebiolo scendessero pel ricolto dell'uve a
Mancapane, onde egli poi co' suoi parenti convenire nella stessa
occasione su quel poggio, siccome in fatto seguì.
Venne
la Marcellina co' genitori al tetto di Girani: ivi si festeggiò
la vendemmia e poi si menò sull'aja la carola della campestre
innocenza. La figlia di Nebiolo per la seconda volta vide splendere
la festa, e sebbene non avesse mai ballato che co' fanciulli della
natale collina, nella rozza sua danza fu sì seducente che
riscosse gli applausi e piacque.
Alla
dimane vennero que' di Mancapane a Nebiolo, e quel giorno parve
destinato a far parte ai congiunti ed agli amici che Marcellina era
fidanzata a Girani. Mentre racimolavano gli altri, la fanciulla
preparava il semplice pranzo e s'imbandì il desco sotto
l'ombroso castagneto vicino. Eranvi tutti i provetti di Nebiolo
d'ambo i sessi, e i congiunti dello sposo: ricordava quella mensa fra
le frescure del bosco la festa del Monte, e fra gli applausi e gli
evviva suonarono ognora i nomi degli amanti.
Poichè
fu spento il desio del cibo, chi ragionava delle cose vedute nelle
città, chi la lor vita con quella dei signori paragonando,
esaltava la semplicità della propria; chi richiamava le cose
passate, e d'uno in altro ragionamento trapassando, si ricordò
qual fosse un dì l'umile colle ove sedevano. Allora Marcellina
ricercò il padre, perchè sempre si fosse rifiutato a
narrarle per qual maniera il loro eremitaggio da dovizioso e rinomato
si trasformasse in poche capanne: affermando gli altri, che il
racconto esser dovea bello e fiero, anche Girani venne nel desiderio
di sentirlo.
Giovanni
le rispose ciò seguire, perchè mal si conveniva
all'innocenza di una fanciulla; ma omai che era sposa esserle lecito
di udirlo. - È acerba al certo e dolente la storia de' nostri
maggiori; ma giacchè questo dì è pur consacrato
al riposo, finchè più alte s'innalzino l'ombre, mentre
il calore del giorno è vinto dalla freschezza della vicina
sera, e grato è qui pur lo starsi; a voi la narri il cieco,
cui se tace la luce del sole, chiara è la ricordanza delle
passate età. Noi qui assisi sull'erba, silenziosi beremo il
suono delle sue parole, come si ode sull'alba il canto dell'usignuolo
fra l'ombre del bosco. -
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