LIBRO
SECONDO
IL CASTELLO
DI STEFANAGO.
Ivi
l'un l'altro
Beremci
il sangue, e giurerem sovr'esso
Anco
oltre morte di abborrirci noi.
Alfieri.
I.
Desto
a quell'invito il veglio, movendo intorno le appannate pupille, quasi
pur cercasse di fruire la cara luce del sole, inchinava alle loro
preci. - Fiera storia e crudele, mio dolce amico, m'inviti a narrare,
e non quale si convenga a rallegrare un convito di gioja. Dolorosa in
me si ridesta l'orma delle passate cose, perchè pur mi ricorda
la luce alma che bevea cogli occhi ora ottenebrati e muti, e mi
richiama i lieti giorni della mia fuggita gioventù. Ma poichè
tanto desìo vi prende, pur nella mia fantasia si risvegliano i
racconti che per lungo ordine di tradizione si tramandavano dai
nostri avi ai giovinetti di questo casale.
Già
il passato splende nella mia mente come raggio di sole; già
maggiore di me stesso parmi nel richiamare la storia dei padri nostri
di essere rapito in altri luoghi; già in me si destano le vive
immagini che dopo tanti anni per me sono quiete: mi si pinge
nell'animo questo cielo sempre sereno, mi piovono nell'agitata mente
queste roccie e queste valli: vi veggio, o colli circostanti vestiti
di chiomate piante, rendere bello e vago questo seno di natura, e vi
veggo quali già foste nei secoli che fuggirono.
II.
Erano
piene di guerra queste convalli in cui ora s'ode l'umile belato delle
agnelle; dove ora s'asside lo stanco agricoltore all'ombra, onde
ristorar le forze vinte dagli agresti lavori, già si posò
cruento e grondante di sudore il feroce eroe della battaglia. Qui
nembi s'adunarono di guerra e i procellosi sdegni, qui muggirono le
civili discordie e il fasto de' potenti, e la Copia e il Carvenzolo,
travolsero nelle loro acque sangue ed eroi.
E
tu, patrio nostro colle, ove poveri ma innocenti sediamo, già
andasti altero per inespugnabile Castello, per temute armi e pel nome
di valorosi. Passarono su te l'ire delle guerre e i secoli fuggitivi,
e cadesti; nè più una pietra ricorda l'antico tuo
splendore: fumano pochi focolari ove prima bollivano ira ed orgoglio.
Non
era allora Nebiolo asilo di semplici agricoltori, nè dirupato
calle conduceva all'altera sua cima; ancora sono le tracce della
agiata strada che dal torrente metteva alla formidabile rocca armi ed
armati. Fu questa innalzata nelle prime ire civili d'Italia, allorchè
orde di barbari vennero dai servili loro solchi, come addensate
tempeste, a distruggere la messe de' nostri fertili campi. Vide per
lungo ordine succedersi or miti or turbolenti Signori i Cavalieri di
Nebiolo: da questa sede ricevevano leggi e l'opposto Costiolo, e la
sorgente Codevilla, e l'amena Torrazza in cui ergevasi la torre delle
carceri, e talora vi prestò omaggio anche il delizioso
Montebello.
Su
quest'erta infieriva il feudalismo: al suono di sue catene invano
fremea la morta libertà latina, invano la patria gemea nel
vedersi, opera de' barbari, serva de' proprj figli, tiranni dei loro
fratelli, e invano innalzava al cielo il sospiro della speranza. Qui
sorgeva il tribunale e il patibolo, qui portavano gli schiavi di
queste valli la primizia delle loro messi, e tremavano prostrati
innanzi al fasto de' loro oppressori. Invano si spargeano i gemiti
de' conservi, e mordeano i vassalli fremendo le proprie catene:
l'ambizione de' vicini potenti facea loro sovente cangiare
oppressore, non fortuna.
III.
Era
antica nimistà fra i signori di Nebiolo e quelli del non
lontano Stefanago. Aveano seguìte sempre contrarie fazioni,
adescavano ognor la discordia fra' loro alleati, e trassero sovente
gli abitatori di questi colli a portare le armi contro i loro
fratelli. Spesso aveano spinta la guerra fin sotto le loro rocche,
posta in dubbio la lor sorte, sparso il comune sangue: se ebbero
talora deposti i brandi, li costrinse necessità, non pensiero
di pace: la tregua era richiesta a rinnovellare le forze; era calma
di bufera che più feroce ridesta l'ira sterminatrice.
Mentre
stringeano l'itale contrade le tenebre del secolo undecimo, a
Stefanago regnava Stefano II, il più fiero della famiglia e il
più valoroso. Era detto il Rosso pel colore della sua bandiera
e de' suoi ricciati capelli. Era uomo rabido, feroce, d'animo ardito,
intraprenditore, fosco: ruotava lo sguardo qual sinistra cometa, e
pari a suono d'acqua cadente, rauca e fiera mandava la voce. Niuno
sentìa più di lui l'altezza de' suoi natali, niuno avea
maggior sete d'onori e di gloria, niuno più fermo nell'odio e
nell'ira: avea portate l'armi nella Crociata, ed era salito illustre
fra più valorosi cavalieri.
Guidone
era allora signor di Nebiolo: sdegnò seguire la Croce, chè
disprezzava uomini e cielo. Si leggevano sulle agrottate sue ciglia
cupi pensieri, quasi costrette nubi piene di tempesta: il facile
muoversi dell'aggrinzata spaziosa fronte annunziava il succedersi
nella sua mente di sempre nuove idee: orgoglioso aveva a schifo
abbassare lo sguardo sul verme che gli strisciava al piede; niun
lamento giungeva fino al ferreo suo cuore: spirava dall'occhio
inquieto tosco, e vendetta, idolo a cui sagrificava anche i proprj
affetti. Non conosceva altro dritto che la propria spada, altra legge
che il proprio volere, altro consiglio od ajuto che i suoi pensieri e
il valore dell'indomabile suo braccio.
IV.
Stefano
e Guidone aveansi giurato odio eterno fin dall'infanzia: mentre i
loro padri erano uniti per comporre una pace, i figli per puerile
giuoco discordi, destati all'ira vennero alle mani, e in sè
mostrarono trasfusi l'odio e la fierezza degli avi. Invano i Signori
di Malaspina si sforzarono più volte di conciliar gli animi
loro, nè solo ottennero di ridurli per pochi momenti in tregua
a respirar l'aura stessa: essi non si videro che nella mischia delle
battaglie, non s'incontrarono che per macchiarsi del vicendevole
sangue.
Non
davano mai posa ai loro turbolenti affetti, e spargeano di tanto
l'odio proprio ne' loro vassalli, che que' di Nebiolo e di Stefanago
non si scontravano mai senza venire alle mani, e le feste di questi
colli eran ognora turbate dai loro ratti e dalle loro risse. Si
spingeano sempre audaci gli uni sul confine degli altri a rapire le
caccie, a calpestare le messi, ad insidiare i coloni, ed ove non
potea il valore scendeva lo stile del tradimento. La diffidenza e lo
spavento passeggiavano sempre queste valli, e stringevano i cuori, da
cui era volta in fuga la gioja della calma.
Era
a Stefano una figlia cui sorridea trilustre giovinezza, di cuor
gentile e dalle chiome bionde, siccome raggio di sol cadente: a
Guidone un Antelmo, ardito, generoso cuore, cui spuntava scarso
ancora il primo onor del mento. V'ebbe chi ardì proporre a
compor tante liti le loro nozze: Stefano giurò che avrebbe
prima strappato di sua mano il cuore dal seno palpitante di Bianca
anzichè vederla congiunta ad un Nebiolo; Guidone non rispose
che con un amaro sorriso. Non v'era fra i due rivali altra pace che
la tomba.
Anselmo
era men fiero del padre: talora si dolea di sì pazze
inimicizie, ma si dolea con sè stesso, chè fora stato
alto delitto sulle sue labbra il profano accento nella casa di
Guidone; però ispirato dal furore degli avi e degl'insulti
presenti, si procacciava pur sempre di vendicare i suoi e portar
nocumento al Rosso. Nè questi si avviliva per ciò, nè
tenea il nemico più possente: chè se il Nebiolo avea
due spade in campo, era la sua troppo formidabile nella temuta
destra, era morte certa ai nemici, folgore sterminatrice di guerra.
Pure si dolea sempre al cielo che non concedeva anche ad esso un
figlio, per infondergli in petto il suo foco e l'odio suo, invido
quindi ordiva sempre insidie alla giovanile imprudenza d'Anselmo, che
sebbene valoroso alfine vi cadde.
V.
Taluno
di voi ben vide il Castello di Stefanago: egli è tuttora
intatto quale s'innalzò nelle passate età. Ben mi
ricorda che ancor giovanetto, mentre poteano fisarsi al sole queste
luci or chiuse in perpetua notte, errai sovente intorno a quelle
solitudini riguardando l'altera mole, e narravano i coloni come
s'udivano ivi ancora di notte lunghi ululati di compianto e di
lamenti, e gridi di vendetta e fragore di guerra.
Nel
cuor di questi dirupi, non lunge dal seno ove la Copia trascina dal
monte arene e sassi, in mezzo a minori eminenze, sorge a piramide il
poggio solitario su cui torreggia la superba Rocca. Ivi la innalzava
uno Stefano perchè gli parve difficile il loco a pigliarsi,
mentre potea dominare sovra gli altri e quasi avere l'ossequio de'
circostanti colli: così gli lusingava il suo orgoglio, e la
chiamò dal suo nome. Meravigliano tuttora i riguardanti come
siensi colà ammucchiati tanti massi e tante pietre: i più
canuti di quelle valli favoleggiano ancora, che quel Castello si
ergesse in tre notti per opera d'incanto. La prepotenza del
feudalismo e le fatiche degli schiavi grondanti di sudore, operarono
ne' tempi più oscuri queste malìe.
Bella
è la vista di Stefanago, o ti diletti contemplarlo da lungi, o
ti aggiri al piè della rupe su cui maestoso siede. Gli corre
all'intorno quasi alla metà del colle lungo giro di mura, che
per le guardie e le vedette accennano, quasi bastite, chiudessero le
prime fortificazioni, le quali in varia foggia sorgevano sul pendìo,
e dove ora si abbarbica la tortuosa vite. Sulla cima torreggia il
maestoso castello procinto di densi baluardi, di propugnacoli e di
guerresche difese, d'ogni parte ben serrato, presentando all'oste che
ardisse accostarsegli orride bocche di spavento e di sterminio.
Una
tortuosa via di pietre dalla valle scorge all'antemurale ed alla
uscita estrema: da questa trascorrendo fra le fortificazioni per
rapido sentiero, si giunge al secondo ingresso, da cui sassosa scala
mette all'inespugnabile Rocca. Sopra la sua ferrata porta si spinge
al cielo l'alta torre che orgogliosa per intangibili mura, insulta
agli anni ed all'età fuggitive. Essa scopre ad un tempo allo
sguardo i monti e le pianure, e piove una grandine di sassi sul
nemico che portasse tant'oltre il piede; mentre da ogni parte si
mandano per aperti artifiziosi spiragli mille strali di morte.
VI.
Un
dì Stefano diede voce ch'egli n'andasse a diporto dai
Malaspini a Pregola sul Penice. Anselmo dal padre istigato con breve
mano de' suoi valorosi, si spinse su quello del Rosso a depredarne le
mandre, a devastarne i campi; e inseguendo i fuggitivi ardito
s'inoltrò fin sotto al nemico Castello. Pose fiato alla
bellica tromba, e sfidò come altre volte solea i nemici alla
battaglia: niuno rispose, e tacile le scolte sostenevano dalle mura
il più amaro insulto.
Anselmo
diede volta al cavallo per tornarsi, reputando viltà spargere
voce di guerra innanzi a' codardi; ma taluno de' suoi più
fiero e men generoso, si scagliò ad insultare la sentinella
della porta: grida questa per soccorso, vengono pochi de' suoi, la
difendono, e in tal modo involontariamente si appicca la mischia.
Allora l'armi di Nebiolo son volte contro la porta: dopo breve
resistenza cede e sì apre. Fatto ardito il picciolo drappello
penetra il primo cortile, sparge terrore, e innalza gridi di
vittoria. Ma in quell'istante sbocca Stefano da alcuni sotterranei
che dal castello metteano nel sottoposto bosco, prende furiosamente
co' suoi i nemici alle spalle, e stretti in luogo angusto,
sconosciuto, sopraffatti da' soldati che da ogni parte come onda di
crescente fiume precipitavan su loro, in poco d'ora gli ebbe a man
salva vinti e fatti prigioni.
De'
pochi compagni d'Anselmo che restarono in vita, Stefano fece a quali
tagliare l'orecchie, a quali la destra, quindi così mutilati
li mandò al loro Signore, dicendo che in tal modo tosava le
capre che s'attentavano mozzicare nelle sue vigne; del lupo poi che
ardì portare l'avido dente nel suo ovile, avrebbe fatto quanto
richiedeagli la vendetta dei suoi cani. Indi ordinò ai suoi
sgherri, che troncata la testa ad Anselmo, la si innalzasse sulla
maggior vedetta del baluardo.
Non
si avviliva il giovane per ciò, ma già fra le mani de'
suoi sicarj, fieramente lo insultava; il tacciava di traditore e di
vile, e diceagli che se avea petto dovea seco lui discendere al
duello. - Ma troppo fiacco è il tuo braccio, perchè osi
trattare la spada del valore; tu paventi troppo i Nebiolo, e perciò
tendi loro infami insidie, tu cui il solo lampo della loro spada fa
tremare ogni vena. -
Ferìano
acerbamente Stefano quell'orgoglio e quella rampogna, e meditando più
lunga e cruda vendetta, entratogli anco speranza con quest'amo di
trarre pure il padre nella rete, richiamò quell'ordine di
morte, e fe' gittare il giovane eroe nella torre, stretto di ferri.
Ivi
spesso il caricava di tante catene che a fatica poteva reggerle;
talora legategli le mani al tergo ed annodatele ad una corda che
pendea dalla volta, il teneva sospeso dal suolo, rovesciando
miseramente col peso del corpo le braccia: sovente ordinava venisse
per giorni intieri immobilmente legato al muro in piedi o boccone sul
suolo. Ivi il misero dormendo sul terreno ignudo, pativa disagio
d'ogni nutrimento, e sovente alle arse sue labbra dopo lunga sete, si
concedevano, a spegnerla, liquori putrefatti o amari.
Fiera
è questa torre in cui per brevi spiragli penetra poca luce, e
il piano destinato alla carcere si è il primo che sovrasta
all'ingresso della Rocca. La scala che conduce ad essa passa per gli
appartamenti di Stefano: la porta ne è tutta di ferro, e
presso alle imposte di sasso è aperto un tortuoso pertugio che
appena consente il passaggio ad una mano, onde per questo ministrare
al prigione lo scarso cibo, allorchè non si vuole penetrare la
carcere. Stefano ne tenea sempre seco le chiavi, nè si apriva
quella porta fatale s'egli non era presente, nè alcuno si
accostava al prigioniere senza che esso ne spiasse i moti e gli
sguardi, perchè temea mosso a pietà non ardisse in
secreto rendere mite la sua vendetta.
VII.
Anselmo
però fra tante strettezze e in sì dolorosa vita non si
avviliva mai. Nè la scarsità del cibo, nè i
sonni interrotti dalle catene, dal duro letto e spesso dalla presenza
del truculento nemico, nè i più fieri tormenti,
poterono domare l'animo di lui. Ogni volta che udiva stridere le
ferree imposte, presago di nuove sciagure, sentìa corrersi per
le vene un gelo: però non cangiò mai di aspetto o si
atterrì al fulminar degli sguardi di Stefano, e queto sempre
udì la minaccia di nuovi tormenti: agli insulti o non
rispondeva o opponeva il disprezzo. Il Rosso il premea perchè
scrivesse a suo padre di venire in un vicino bosco, ove gli avrebbe
acconsentito di parlargli per trattare di pace. Era questo un inganno
che ordiva per indurre pure Guidone ne' suoi lacci: ben Anselmo sel
vide, nè mai per preci, promesse o minaccie volle annuirvi. Ei
non sostenne mai un solo istante che il suo cuore si mostrasse debole
innanzi al nemico, e se talora fra i patimenti pur si dolse, il facea
sommessamente e solo.
VIII.
Allorchè
Anselmo venne trascinato nella torre, Bianca sbigottita al suono
dell'armi che s'era sparso nel Castello, accorsa alle grida de'
soldati nella stanza per cui passava, vide il giovine bello e
disdegnoso fieramente insultato, e n'ebbe pietà. Fu però
gelosa che il padre non s'avvedesse di questo sentimento che le
muoveva il cuore, poichè si sarebbe tenuta persa. Pensava
sempre ai crudi modi con cui udiva opprimersi lo sventurato
straniero, e si dolea di non potergli prestare alcun soccorso; però
nè osava chiederne, nè muovere accento a svegliare
compassione per lui: ben sapea che se l'avesse tradita un sol
sospiro, in un loco ove era ignota la pietà, e avrebbe
provocata la spaventosa ira del padre, e ridestando gelosi sospetti,
accelerata a un tempo la morte dello sventurato.
Anselmo
già da molto giaceva nel duro suo carcere, e l'inumano Stefano
iroso perchè vedea tornar vano ogni suo pensiero di nuovi
tradimenti, e il giovinetto rintuzzare con indomito petto l'ira sua,
gli diminuiva ogni dì più il cibo. Quasi meditasse fra
que' ceppi lasciarlo perire di fame, già da alcuni giorni non
avea schiusa la fatale porta, nè permettea che alcuno si
attentasse avvicinarsele, paventando si concedesse al nemico maggior
vitto di quanto dall'angusto pertugio ordinava gli venisse ministrato
in sua presenza.
Mentre
volgeano sì acerbi dì, in tempo che il fiero Duca era
lunge dai Castello, tutto era quiete, e Bianca sola passeggiava sotto
il battuto della torre, e flebilmente cantava, quasi cercasse rapire
sè stessa dai cupi pensieri ove la sospingeva la vista delle
impenetrabili mura in cui crebbe; Anselmo sentendola, e come più
potè, avvicinatosi allo spiraglio da cui ritraea scarsa luce,
la dimandò. - Ah per pietà, chiunque voi siate, essere
pietoso che qui v'aggirate, giacchè non può albergare
anima fiera in cuor di donna, datemi un'arme con che io possa por
fine alla tristissima mia vita. Omai qui ho difetto di pane e di
acqua, ed è quasi un dì che son sì travagliato
dalla sete che sento struggermi le viscere. Porgetemi, e fia l'opera
più pia di questo Castello, porgetemi un ferro per pietà.
-
Que'
dolorosi accenti discesero in cuore a Bianca, e fu commossa a tanta
miseria: e sovvenendogli qual si fosse chi le parlava, parve che
un'ignota voce la richiamasse a compassione, sicchè superando
il timore di essere scoperta e dell'ira paterna, gli rispose che
attendesse.
Volò
alla carcere; colle preci e coi doni tanto si adoprò che ne
sedusse la guardia, sicchè potè da quella picciola
fessura offrire alcun sussidio al prigioniero: a ciò per
confortargli l'animo travagliato unì un biglietto, in cui
dicevagli essere figlia di Stefano bensì, ma non d'egual
cuore, l'animava a non ismarrirsi, e gli dava qualche speranza di
salute. Anselmo si ristorò alquanto, e ottenuto da Bianca con
che scrivere, potè significarle i sentimenti del grato animo
suo. Era Anselmo giovane d'alto intelletto, nè lo studio
dell'armi avealo sviato dal coltivare l'ingegno nelle discipline che
gli consentivano le tenebre della sua età: le sue lettere
cercarono il cuore di Bianca, e in lei la compassione erasi
trasformata in tale inquietudine, che ognor la pungea nuovo desìo
di sapere novelle del cavaliere oppresso.
Ogni
volta che si mutavano le scolte e veniva a guardia della torre quella
ch'essa avea resa amica, tosto volava a quella dura porta, e se il
padre era assente stava a lungo a racconsolare Anselmo con miti
accenti. Di propria mano gli sporgeva il cibo, e più d'una
volta in quell'angusto forame da cui il prigioniero traeva refrigerio
a' suoi patimenti, strinse la mano pietosa che il sovveniva, e mentre
esprimeale tremando la sua gratitudine, quella di Bianca tremando
essa pure gli accennava, insieme alla pietà, quai nuovi
affetti le si destassero in petto.
IX.
Fra
queste pie cure e il timore e il compianto, cresceva nella vergine
leggiadra ognor più compassione per le sciagure d'Anselmo.
Poichè questi più volte esprimeale il desiderio di
vederla, desiderio a cui parea dolcemente inclinare anch'essa; nè
ciò riuscendole in niun modo, fatta ardita dalla bramosìa,
un dì mentre il padre era penetrato nella torre infausta, con
mendicato pretesto vi portò audace il piede.
Stefano
lunge dal darle per ciò rampogna, presala per la mano con
amaro sorriso le disse - Vieni, figlia, impara anche nella docilità
del tuo sesso ad abborrire i tuoi nemici. Calpesta questo orgoglioso:
esso lotta contro la natura, contro la forza e contro il voler mio;
ma pur se io sono Stefano, cadrà. Esso è lo sparviero
che voleva dominare nei nostri boschi, volò intorno alla
nostra sede, portò l'artiglio nel nostro tetto, ma cadde nella
rete, cadde nelle mie mani, nè fia vi sfugga più mai.
Se ei non seconda il voler mio, se non chiama quel Guidone nella
nostra valle al parlamento ch'io medito, vedrai ivi rotolarsi la sua
testa, e il suo sangue renderà più belle le nostre
bandiere. -
Bianca
stava sbigottita e muta presso al padre, guardava di
soppiatto3 Anselmo cui nè lo squallor della carcere,
nè i sostenuti patimenti, per nulla aveano scemato alla nobile
fierezza del volto e all'avvenenza delle forme. Non volea applaudire
agli inauditi crudi modi del padre, chè non gliele consentiva
il cuore, ma non ardiva sciogliere accento per raddolcirne la
fierezza; ben sapea che tanto stato sarebbe il segnale di morte pel
prigioniere sventurato. Tremava la combattuta fanciulla, e riguardava
Anselmo con un misto di pietà, di conforto e di paura, che gli
apriva quali angoscie a prova le combattessero nell'animo.
Il
Nebiolo per nulla si avviliva, muovea gli occhi or sul padre or sulla
figlia, e mentre sdegnosi rifuggiano dall'uno, pareano vaghi fermarsi
a contemplare il leggiadro viso della giovane pietosa, quasi stanco
viatore cui aletta limpida fonte, e dopo petroso cammino rallegra
l'amena verdura del prato. Nel momento che Stefano altrove torceva il
fiero cipiglio, ei riguardava la bella, nelle accese luci raccoglieva
il fuoco dell'alma, e in un baleno tutti le esprimeva i sensi ascosi.
Però
anzi che punto si dileguasse la sua fermezza, o gli annebbiasse
debole tristizia il volto, con generoso ripiglio così mordea
il nemico. - Uomo dispietato e vile: a che insegni la tua malvagia
crudeltà a quest'angelo d'innocenza? Non temi che l'alito tuo
soltanto macchii il candore delle sue virtù? Assai si ravvisa
al solo leggiadro aspetto di dolcezza pieno; ben altro è il
suo cuore dal tuo, e troppo straniera debb'essere in questo Castello,
benchè il destino ve la facesse nascere tua figlia. Tu sei lo
sparviere, tu il lupo distruggitore, ma ella è la colomba
benefica che porge conforto alla solitaria tortorella del bosco, e le
è riconoscente, nè mai vorrà spiegare il volo
dalla sua macchia, senza spargerle intorno il flebile canto della
gratitudine. -
La
giovane era commossa ai cari accenti da lei sola intesi, e tremava
vedendo torvo ruotarsi qual tempestosa nube lo sguardo del padre che
impaziente spirando tosco dalle enfiate labbia proruppe - Folle, a
che vaneggi tu, a che muovi mistici detti? Ben io apprenderotti quale
tu sia, e che sorte ti attenda. Qui vuolsi sangue, e tu il verserai.
Però cessa dallo spargere ombra di lode a mia figlia: sarebbe
in lei segno dell'odio mio la lode di un Nebiolo. Fra pochi dì
o tuo padre sarà mio vassallo, o verserai colla vita questo
insano orgoglio. -
Senza
udire risposta, impone di raddoppiare i ferri al prigioniero, esce
dispettosamente dall'infausta soglia e seco trascina Bianca. Soffoca
la timida i sospiri che le van concitando il terrore e la pietà,
e traendo dietro al padre, muove fuggitive le tremule pupille
inondate4 di represso pianto sur Anselmo: mentre si avvisa
d'infondergli speranza ed ardire, ritrae in vece dal di lui volto
intrepido e sereno una straniera dolcezza che le piove in petto e lo
schiude a nuovi affetti, quasi aura mattutina che accarezza la
socchiusa rosa, finchè apra il seno a' balsami della rugiada.
X.
Il
Rosso spedì un messo a Guidone a ordinargli che cessasse dallo
spargere contro di lui le insane sue grida, e sciogliesse il turbine
di guerra che milantava volere portargli a Stefanago per vendicare il
figlio. Questi giacersi nella sua torre, e proporgli solo partito a
liberarlo, che ei si rendesse vassallo di Stefano: se il nega
manderebbe a Nebiolo la testa d'Anselmo: due soli dì
concedersi alla scelta.
Arse
di rabbia Guidone alla fiera minaccia e ordinò che si gittasse
dalla sua torre il messo. Stefano che più ritornar nol vide e
seppe da' suoi spiatori la fine di costui, si morse per dispetto le
labbia agitando vendetta. Bandì nei suoi feudi la condanna
d'Anselmo decapitato tra due dì, e mandogli nel carcere avviso
che si apparecchiasse a morire: ei nulla rispose, ma sguardò
con sì fermo ciglio chi glielo annunziava, che vergognando si
ritrasse dalla carcere in cui risplendea tanta virtù. Pure
perchè l'ira di Stefano più s'accendea a quel silenzio,
e di nuovo gli proponeva la vita a prezzo della viltà, rispose
il generoso Nebiolo che nulla temeva la morte e che da un codardo suo
pari, cui era morta in petto ogni scintilla di valore, non doveasi
attendere che tradimenti e patiboli.
XI.
Bianca
erane oltre modo dolente, e seguendo gl'impulsi del suo cuore seco
fermò di liberare il giovane prigioniero. Gli porse tenere
preghiere perchè volesse assecondare le di lei premure se
avesse schiuso il carcere, nè sdegnasse la sua virtù di
salvare una vita che non era del tutto sua ove teneva un padre, e
ricordasse che il misero morrebbe di dolore nell'udire la
dura5 e sanguinosa novella.
Persuadeano
l'austera ragione d'Anselmo le care sollecitudini di Bianca, e
sebbene d'animo forte pur gli tremava il pensiero all'immagine d'una
morte obbrobriosa ed oscura: ma l'idea che la sua salvezza
travolgesse Bianca a certa rovina, gli ridestavano nell'animo le
assopite virtù e pria scegliea cadere che vivere coll'onta di
una viltade in fronte. Rispose però a Bianca che sarebbesi
arreso, presto a secondare quanto gli richiedea la pietà di
lei, ove ella volesse seco partirsi dall'infausto castello, perchè
non pativa di abbandonarla al furore del Rosso, e confidare, libero e
a lei vicino, di porre fine alle tremende ire paterne. Alla misera di
troppo era noto Stefano, perchè potesse annidare pur lieve
speranza; ma serbava troppe virtù perchè sostenesse di
offuscarne lo splendore con una fuga, e troppo le tenea d'Anselmo
onde abbandonarlo: pensò di salvarlo, gittarsi indi ai piedi
del padre, e cadere vittima del suo implacabile sdegno.
Bianca
di continuo attendeva se il padre dimenticasse nella sua stanza le
chiavi della carcere: ma invano lo sperò, e temeva che male le
riescissero i suoi pensieri. Già premea l'ultima sera che
spargea colle tenebre l'estremo sonno sulle pupille d'Anselmo, già
s'apprestavano nella prossima valle il feral palco e la cruda
bipenne, e il misero giacea pur sempre ne' suoi ferri: non si
lagnava, non ostentava coraggio, queto aspettava il suo destino.
Ma
con quella notte scendeva il gelo di morte in seno a Bianca: le parea
ad ogni istante che sorgesse l'importuna aurora, e sentiva nell'animo
il suono del bronzo fatale e l'ultimo sospiro di Anselmo morente. Nè
più potendo reggere a sì funeste immagini, nè
parendole che dar si convenisse maggior indugio al pietoso suo
proponimento, fatta ardita, siccome la stringea necessità di
consiglio, penetrò nella stanza ove Stefano dormiva, e
chetamente avvicinatasi ove tenea le chiavi, le rapì. Prese il
serico di lui mantello adorno d'aurei fregi, e la celata ondeggiante
per molte piume, se ne ricoprì la persona, si armò
d'una spada, e tacita e franca s'avviò alla torre.
XII.
Poco
differìa Bianca dal padre in altezza, sicchè le
sentinelle non si accorsero della frode. Disserra l'uscio ferrato, e
ad Anselmo che scosso riguardava chi venisse a portargli o vita o
morte, dicea pregando e stendendo le mani tremanti ai suoi ceppi: -
Ecco ti schiudo il tuo carcere, ti sciolgo le tue catene. Quest'abito
e questo elmo ti apriranno ogni via ed ogni porta, chè tutti
ti crederanno il Signore. All'ultima uscita è già
presto un mio fido con un cavallo: t'invola, salvati e ricordati nel
furor delle tue vendette che Stefano è padre di Bianca... Non
obbliare talora quella mano che scioglie i tuoi ferri:... io già
non sarò più, ben conosco l'ira paterna, ma la
ricordanza di chi per te si dimentica d'essere figlia, ti renda meno
crudele... - Ah Bianca, ch'io parta e abbandoni te fra gli artigli
dei crudi?... ch'io viva mentre queste tue forme immortali, questo
cuore sì pietoso... questo pietoso cuore!... Ah non sia mai!
mi colgano mille morti, anzi che esser reo di tanto delitto. -
Anselmo, or sì mi strazii d'acerba doglia, or che il tuo
dubbio solo ne spinge a irreparabile rovina! Omai non ha più
speme, la sorte è gittata e noi siamo entrambi perduti, che
questa frode non può starsi ignota a Stefano... Deh! se ami
tuo padre, se non è spenta ogni favilla di gloria nel generoso
tuo cuore, se non mi sei ingrato, Anselmo, fuggi... io non posso
essere felice se non ti vedo in salvo. -
Anselmo
comprese il linguaggio della tenera fanciulla, commosso le cadde al
piede, chè eran già sciolte le sue catene, e
stringendole teneramente la destra che copriva di lagrime
riconoscenti e di baci. - Ah spirito celeste per cui mi son cari
anche questi infausti luoghi! speranza della travagliata anima mia...
Bianca, ah! no il mio cuore non può esserti ingrato, se ei
respira solo perchè tu gli ministri l'aura di vita... ma che
ei giammai non si divida da te: se lo abbandoni è nulla per me
la vita, lievi mi sono e patibolo e morte...
Ma
la giovane accorta avendo l'animo a doversi affrettare, pur lo pungea
a fuggire, mentre ne avea ancor tempo: ei si arrendeva purchè
ella non rimanesse in sua vece nella torre. Volea schiudersi la
strada col ferro, volea,... ma un lampo loro scioglie la confusion
della niente: Bianca fa cenno alla sentinella più prossima di
entrare: la assalgono, la disarmano; Anselmo prende quelle armi e
quella divisa, la minaccia di trafiggerla se chiama per aiuto: la
chiudono nella torre e s'involano.
Ogni
servo cede al loro passaggio, ogni porta si apre, chè ognuno
crede con un soldato il Duca. Bianca segue Anselmo, perchè
l'aspetto di un semplice uom d'armi potrebbe destar sospetto, nè
gli sarebbe permesso in quell'ora l'andar fuori. Già solleciti
hanno corsi gli appartamenti, lasciate addietro le ascolte, passate
le due prime porte: già trepidando di gioja si appresentano
all'estrema, e Bianca dà il cenno perchè si schiuda.
In
tanto il soldato dalla torre innalza disperate grida, accorre la
vicina guardia, si sente la frode, si dà il segno di soccorso.
Il custode dell'ultima uscita che stava per ischiudere, vedendo il
contrasto de' due guerrieri, perchè Anselmo premea Bianca a
seguirla, e questa si rifiutava, sospetta dell'inganno, a quel
clamore ne ha certezza, e vuole opporsi al loro passaggio; ma la
spada d'Anselmo vince ogni ostacolo. Già il grido d'allarme
scorre per tutto il Castello, suona la campana, si desta la milizia,
accorrono i servi, tutto è scoperto. Anselmo non si perde
d'animo, apre la porta, sale il pronto cavallo, si leva a forza
Bianca sugli arcioni e si dilegua in un istante. Racconsola la
vergine tremante, le ripete che non avrebbe mai patito di lasciarla
vittima della sua pietà, la preme al petto, la inanima, la
pasce di nuove speranze e fugge.
XIII.
Precipita
il cavallo fra le distorte vie: sprona timore chi il caccia e preme,
ei vola e pare non senta il doppio peso, appena liba coll'agil piede
e balze e valli e passa, e in breve è sotto le mura di
Nebiolo. Anselmo diede il solito suo segno e fu riconosciuto dalle
veglie: si schiusero le porte, e fu uno stupore, una gioia di tutti
nel vederlo di ritorno, mentre ognuno piangeva la sua morte: chi
accorreva a riguardarlo, chi se gli faceva incontro e gli baciava le
mani e lo stringeva al seno, mentre a tanto amore spuntava sul ciglio
al reduce il pianto della riconoscenza. Guidone che gemea sulla sorte
del figlio e ne fremea orribilmente in suono di pietà e di
rabbia, vedendolo improvvisamente libero, e stringendolo fra le sue
braccia, pianse di paterno affetto: però fieri i suoi lumi
aggirandosi fra quelle lagrime, quasi raggio di sole fra fosca nube,
annunciavano le sue risorte speranze e la vendetta che gli suonava
intorno al cuore.
Udì
severo e muto il fiero veglio i patimenti del figlio, e il suo
silenzio parea la calma che precede la tempesta; ma quando seppe che
seco traeva la figlia di Stefano, sorrise di barbara gioja, credendo
che rapita l'avesse alla vendetta. Anselmo allora radolcìa
quell'antica rabbia col racconto di quanto la virtuosa adoperasse per
lui, e aprendogli i suoi affetti ascosi, gli asseverava com'ei non
avrebbe mai con viltà corrisposto ove lo stringea gratitudine.
Gli
addusse innanzi la tremante donzella, che stava contrastata nell'idea
dell'altrui sdegno, del luogo nemico ov'era, e di un incerto
avvenire. La confortò il giovinetto vestendo d'amorosa
dolcezza le sue parole, sciolse i di lei timori, e ispirolle
coraggio; le propose tutti i teneri sensi del proprio cuore omai non
più libero, non più suo. - Tu, generosa Bianca, mi
salvasti la vita, tu restituisci un figlio, tu perdesti un padre, io
darotti uno sposo. Tu forse richiamerai la pace su questi contrastati
colli, sarai l'angelo di salute a questi abitatori ognor turbati da
ire nemiche. Tu splenderai raggio di gioja in Nebiolo, e l'anima mia
accesa d'inesausti affetti attingerà dai tuoi occhi una soave
e nuova vita: tu sarai la speranza de' miei giorni, tu l'elemento del
valor mio, e mentre io ti stringerò al petto amante e sposo,
grato in te mio padre ravviserà l'angelica mano che gli
rendeva un figlio e gli ricovrò le perdute speranze. Fra tanta
soavità di affezioni, tu ancora farai riflettere ne' nostri
cuori il lampo della gioja, e su queste mura il sorriso della calma.
-
Pioveano
siccome rugiada ristoratrice di primavera sulle erbe appassite gli
accenti d'Anselmo in cuore della vergine pudibonda, e a sì
teneri affetti stranieri nel luogo inospito ove sortì la
culla, ella beveva una nuova dolcezza che componeva le tempeste
dell'animo suo. Tripudiava ei di vederla commossa, e tanto si ingegnò
che le rasciugò il ciglio, e porgendole nel proprio un nuovo
padre, potè richiamare in lei alquanto lo spirito smarrito.
Guidone istesso rattemprando i vetusti sdegni che gli capìano
nell'animo, reso per amor del figlio di più umana natura, con
dolci blandizie la allettò a nuovi pensieri, e insieme ad
Anselmo la strinse al petto.
Col
giorno nascente, perchè aura di nemica fama non turbasse il
candore della bella innocenza di Bianca, fu nel castello ove sorgea
il tempio celebrato l'imeneo: si sparse d'ogni intorno la letizia, e
giuliva brillò la festa per la liberazione d'Anselmo. Trassero
da queste valli e i vassalli e le scalze contadine alla Rocca, onde
offerire presenti, quali de' loro greggi, quai di frutti o di fiori
ai nuovi sposi, e lieti ne ritornarono per doviziosi doni. Sparse la
fama l'inaspettato evento, e tutti sperando di raggiungere la invano
da lunga età sospirata concordia, aprivano l'animo a nuovo
gaudio, sicchè le conscie valli ripeterono gli evviva e i
cantici di pace.
XIV.
Come
ricordare il furore di Stefano allorchè conobbe la frode?
Morse per dolore le mani, squassò la scompigliata chioma, e
con un grido di rabbia destò all'armi i suoi: corse il
Castello, nè ritrovandoli fece inseguire i fuggitivi. Però
il cammino era breve, e il timore aggiungea lena al loro corso;
sentivano da lungi ferirli sull'ali de' venti il suono della
suscitatrice squilla e gli urli dei soldati: ad ogni fischio d'aura,
ad ogni sasso smosso dal veloce corsiero, si credeano preda degli
irosi nemici, ma sperarono e ottennero salute. Poco dopo che si
furono rifugiati in Nebiolo giunsero fino alle falde del colle armi
ed armati, ma dipinti d'onta e di dispetto tornarono digiuni di preda
e di vendetta al loro Signore.
Stefano
ponendo sull'irta testa il cimiero di guerra, proclama ribelle la
figlia: giura di vendicarsi traendo dalla vagina il formidato brando,
che agitato nella sua destra sparse sinistro lampo, sicchè ne
furono atterriti i circostanti. - Vendetta e morte siano la sola
nostra insegna. Io non ho altri figli che questa spada: essa non
tornerà al mio fianco se non grondante del sangue dei
traditori: allora esultante tergerolla colle mie labbra e la riporrò.
Giurate vendetta o morte. - I vassalli palpitando toccavano col
proprio quel brando fatale, e pronunziavano il terribile sacramento.
Si spargeva a quei terribili accenti un cupo mormorìo, che
ripeteano le mura del palagio; parea che fino l'aura ne tremasse: un
brividìo, un gelo cercava tutti i cuori; tutti i volti erano
smarriti, fuorchè quello del tremendo Signore.
Sventola
sulla Torre di Stefanago la sanguinosa insegna; si diffonde in tutti
i petti, scorre per tutte le valli fiero commovimento di guerra. E i
Signori di Fortunago, e que' di Rocca Susella e i Malaspina del
Penice son richiesti da Stefano alleati contro il Nebiolo. Il
Castello manomesso, le scolte trafitte, la figlia involata, sono
crucciosi argomenti sulle labbra de' suoi messi: preme e da tutti
ottiene soccorso. Il grido di guerra mugge di monte in monte,
l'indegnazione unisce arme ed armati, l'insegna di distruzione sparge
il terrore, come spaventosa cometa.
XV.
Anselmo
manda lettere a Stefano, che gli portano novella dell'imeneo di sua
figlia, e gli propone una pace stretta da' nodi di sangue. A
quell'annunzio più freme il Rosso, risponde che si restituisca
la giovane involata e il prigioniero, sdegnare ogni altro partito, e
se più si tarda a ubbidirlo, sterminerà i nemici,
sterminerà Nebiolo; e il sangue de' vinti segnerà
soltanto dopo la loro rovina, la pace. Bianca volea pur sola correre
a rintuzzare l'ira del padre, a offerirgli il petto ignudo, ma
Anselmo nol sostenne, sapendo che ne andava a certa morte: quanto
meglio poteva, studiavasi di porre in calma l'inconsolabile
fanciulla, cui quindi movea tenerezza pe' luoghi ove nacque e timore
pel periglio del padre, quindi sollecitudine pel nuovo asilo e amore
per lo sposo: era la deserta sempre atterrita dal pensiero, che
apportavale irreparabile doglia qualunque fosse o il vincitore o il
vinto, che era delitto in lei per qualunque porgesse voti; era sempre
turbata dall'immagine che per sè si destassero tanto furore e
tante armi.
Però
mal sostenendo che crescesse il turbine senza che in nulla si fosse
provata di scioglierlo, volle scrivere al padre accenti di filiale
ossequio ed amore, volle cercargli per quanto avea di più caro
la pace. Mandò un messo che gli deponesse a' piedi il proprio
pentimento e l'ulivo, ma di questi più non si ebbe notizia, e
invano ogni dì la profuga di Stefanago rinnovava la speranza
di udire annunziarsi men fiera la volontà del padre.
Guidone
però rivolto l'animo da ogni vano pensiero di pace, non istava
neghittoso, perchè a lui sprovvisto e inerme sovrastasse poi
sul capo la nemica spada. Rampognava talora il mite cuore d'Anselmo e
rideva di Bianca occupata nel suo dolersi al cielo per le proprie
sventure.
Non
pensò a far voti o ad innalzare preghiere; sollecitò
gli alleati persuadendo altrui e il suo dritto di difendere chi avea
presso di sè preso ospitalità, e vendicare gli oltraggi
fatti nel figlio. Dava agli uni donativi, agli altri speranze;
trasfuse in tutti l'odio ch'egli avea nel Rosso, sicchè già
conveniano numerosi soldati intorno ai suoi vessilli. Benchè
mitigasse il suo fuoco a non esacerbare il dolore dei figli, pure
sentiasi ruggire in petto l'ira antica, e l'odio degli avi gli
ridestava la sete atra di sangue. Così mentre l'uno fea velo
dell'onte novelle alla brama che avea di prostrare il rivale, Guidone
ridea nel pensiero di spegnere nel petto del nemico l'ognor
rinascente livore.
XVI.
Lo
strepito de' bellici strumenti, il clangor delle trombe, e il suono
dei sacri bronzi, annunziavano la fatal milizia che sotto gli
stendardi del Rosso s'avviava lungo il Carvenzolo verso le nemiche
torri. Il cigolìo delle ruote, il grave e lento stropicciare
dei fanti, lo scalpitar de' cavalli, faceano un misto d'un cupo
rimbombo che si ripeteva di speco in ispeco, e avvisavi al grave
pondo tremarne il dirupo. Era ingombra la tortuosa via dal piano al
colle d'armi e di combattenti, e i raggi del sole ripercossi dagli
scudi, dai brandi e dai cimieri, pareano spargere nell'aure un
torrente di scintille di fuoco.
Fugge
sbigottito il montano abitatore, e sì impetra per paura, che
nè si lagna nè piange per le calpestate messi e per le
violate capanne: fuggono l'inerme veglio, le vergini pudibonde nelle
macchie e negli spechi, e le madri tremanti si stringono i figli al
seno. Il terrore precorre l'evento, si annunzia a Nebiolo la
formidabile armata, si annunzia la sanguinosa bandiera, lo spaventoso
motto, e sopra di essa orribile a vedersi il capo troncato del messo
infelice.
S'inaspriscono
gli animi a tanta crudeltà, e già Guidone, non men
fiero dell'abborrito rivale, anela vendetta. Già in suo
pensiero la vede compiuta e tutta ne pregusta il dolce, già
tende più fili onde se più cruenta la raggiunge, gli
riesca più cara.
Mentre
la militar baldanza si sparge pe' suoi campi a depredare gli abituri
e gli armenti, mentre l'audace nemico lo insulta sotto le sue Rocche,
il Nebiolo prepara loro per mille modi la morte. In que' tempi di
barbarie tutto concedea la dura6 legge di guerra, nè
l'animo feroce di Guidone rifuggìa da crudeltà. Ei
sparse veleni nelle fonti, veleni nei vini, nei cibi de' coloni,
veleni sulle micidiali spade: così i seguaci di Stefano or a
tradimento, or côlti da improvvisa sventura, or con acerbi e
lunghi dolori, e di giorno e di notte, e nelle capanne e nelle valli
in diversi modi oscuri morivano. Il valore si affievoliva, giacevano
le spade, la paura e il terrore cominciavano a cercare tutti i petti,
mentre il nemico atrocemente ne esultava.
XVII.
Fremea
il Rosso a questa nuova maniera di guerra che si opponeva al suo
sdegno, e tarpava i suoi facinorosi disegni: fremeva nel vedersi
tendere tanti agguati7, patire tanti disagi il suo campo, e
ostinato il nemico rifiutarsi alla battaglia. Gli parve dopo alcuni
dì che più non potessero starsi senza taccia di viltà,
divise le alleate schiere sui circostanti poggi, e ordinò che
con trabocchi e balestre s'investisse da una parte la Rocca, mentre
egli co' più arditi vi avrebbe dall'altra portato il ferro e
il combattimento. Squillano d'ogni parte i guerreschi oricalchi che
sfidano il nemico alla pugna, e mandano grida di confuse voci che
tacciano di timore e di codardi gli assediati: s'innalza il canto di
guerra, l'inno della vittoria; Stefano s'innalza invitto nell'armi,
domatore dei possenti, e signor degli Irii colli; Stefano che se
muove il passo tremano i forti, e paurosi fuggono ad appiattarsi come
cervi ne' loro covili; se snuda il ferro china ogni orgogliosa testa:
ei folgore sperditrice della battaglia, sterminatore de' nemici,
oppugnator di Nebiolo.
Erano
mortali saette al cuore di Guidone gli acerbissimi accenti: lo stare
chiuso ancora gli parrebbe viltà. Sente che gli giungono i
soccorsi richiesti da Montebello, sguajnando l'invitta spada dà
il segno di guerra e si dispone a discendere nell'aperta campagna.
Fremono intorno a lui i suoi prodi, e si diffonde fra loro un cupo
suono di ripercossi scudi che pare il mesto lamento di rovina e di
morte. Alzano alcuni dal chiuso cimiero in segreto gli occhi di preci
al cielo, altri agghiacciano stretti da sinistri presentimenti. Ride
Guidone e disprezza i loro voti, e scuote il brando che sparge
sanguigni lampi, muove su loro uno sguardo di compassione, e pare
rampognarli di viltà, e accennare che in quell'arme sua
soltanto sia riposto il volere della terra e del cielo.
Anche
Anselmo cigne l'acciaro malgrado la sposa che dolcemente lo prega a
restarsi, o a condurla seco. - No, non seguire tant'ira, dolce amor
mio, nè abbandonare questa misera a cui tu solo sei vita.
Lascia al padre il peso di tanta guerra, e tu resta a difendere
queste torri: ten prego pei primi nostri affetti, non allontanarti da
me: sento che questo dì può riuscirti fatale, sento che
noi non dobbiamo dividerci. Deh vorrai opporti all'amore della tua
sposa la prima volta che trema sul tuo periglio? Che se tanta è
in te sete di gloria e di sangue, che si chiuda il tuo cuore alle mie
preghiere, consenti che io pure combatta al tuo fianco e teco divida
il destino dell'armi: io mi porrò fra te e il ferro nemico, nè
vi avrà soldato di Stefanago, per quanta fierezza accolga, che
ardisca per questa via cercarti il petto. - Anselmo la confortava di
lusinghevoli parole, e dolcemente se le richiamava perchè sì
poco confidasse nel suo braccio.
Però
non cessava dalle preci l'esule timorosa; e se tacea, era il suo
silenzio più eloquente degli accenti, era un sospirare
dolente, un riguardare pieno d'affetto, una mestizia che annebbiava i
suoi vezzi e li rendea più vaghi, come lo spruzzo della
rugiada sulla rosa del mattino; le bagnavano le lagrime copiose il
viso e risplendea più bello come estivo sole dietro il velo di
una minuta pioggia. Ma qual robusta quercia allo spirare d'aura
leggiera, piega i mobili rami e non si commove nella radice, era
intenerito l'eroe, ma non cedeva alle molli blandizie di Bianca: il
chiamavano le trombe e l'impero del padre, e già in punto di
volare al campo raccomandava alla sposa i propri affetti.
Com'ella
vide che vani tornavano e preci e pianti, di nuovo il pregava: - Deh
almeno, mio Anselmo, giacchè pur corri alla battaglia, fuggi,
ah fuggi l'incontro di mio padre. Volgi per pietà su altri
eroi la generosa spada; ah si torcerebbe al mio seno! io non potrei
sostenerne l'atroce vista, nè patire la mano che mi lusinga,
fosse macchiata di sangue... e di qual sangue!... Il vostro incontro
sarebbe troppo fatale... Anselmo, egli è mio padre. - In così
dire avvolgeva vezzosa le braccia intorno al ferrato usbergo dello
sposo, e dolcemente alzandogli la già calata visiera, gli
careggiava colla tremola mano il volto e baciava l'amata bocca. Ei
rispondea parole e vezzi per sospiri e baci, e già molli
affetti gli addormentavano i bellici sdegni, se nol scuoteano le
grida delle ordinate schiere. La voce di guerra impera su quella
d'amore, tornano gli amanti agli amplessi, e con un loquace sospiro
Anselmo a lei s'invola. Mentre ella lo seguita colle rugiadose
pupille, l'altro talor si rivolge e dai chiuso elmetto pur le vibra
gli ultimi accesi sguardi d'amore.
Bianca
abbandonata e sola anelava flebili singhiozzi, e quasi l'animo le
fuggisse cadeva sul seggio abbandonato: indi sporgeva le braccia al
guerriero e vuote le ritraeva al vedovo seno, chiedeva dell'amante
all'aure, alle squallide pareti, ma ei già era lunge, e al
nome d'Anselmo rispondeano solo le cave vôlte del Castello e il
fiero muggito della battaglia.
Già
l'accesa fantasia le dipinge nuove sventure, delibera seguire lo
sposo, veste guerriera maglia e s'avvia verso la porta: se le oppone
dolce violenza, per che delibera attendere finchè meglio
s'inviluppi la mischia, e fra maggiori cure non s'abbia mente a' suoi
passi. Sta intanto dalla vedetta ad osservare la pugna nè sa
per cui preghi: palpita se piega l'una o l'altra schiera: or figlia,
ora sposa, or fuggitiva, or serva, non sa far voti, spesso ondeggia,
e trema sempre.
XVIII.
Torrenti
che scendono furiosi da opposti monti e si mischiano frementi nella
valle, nubi che s'incontrano e confuse ululando spargono lampi e
tempeste, sono lievi immagini della crudele battaglia. Ondeggia il
terrore sugli irti cimieri, morte splende negli sguardi dei
combattenti, morte scaglia il declinare d'ogni spada. Nessun brando è
digiuno di sangue, tace in ogni petto la pietà, è più
lieto chi dissetò il suo sdegno nelle viscere di più
nemici, e fin dalle chiuse visiere, come lampo da nube, trapela il
livore e l'ira: accende un sol desiderio e il superbo cor del Signore
e il tremante petto dell'ultimo schiavo.
Stefano,
purchè ognor versi sangue, non risparmia la punta dell'acciaro
nè al vincitore nè al vinto: è bufera che
abbatte e l'alta pianta e l'ultimo virgulto: ogni volta che si gira
la temuta destra cadono mietute teste, e le calpesta col piede che
imprime orme di sangue e passa. Incoraggia i soldati col grido della
vendetta e chiede del giovine Nebiolo. Questi, fido al suo
giuramento, prode nel cruento certame, coglie mille palme sugli
alleati e sfugge il fiero Sir di Stefanago.
Ma
il Rosso dal colle mentre gioisce fra le uccisioni, vede in basso
consumarsi miseranda strage de' suoi, vede piegar l'armi, e un
terribile guerriero, quasi turbo in campo di biade, spargere lo
sterminio e la morte. Alle insegne, al portamento ravvisa Anselmo, e
barbaramente esultando precipitandosi a valle, lo chiama alla
tenzone. - Cessino l'armi, soldati: lascia, vituperato rapitor di
fanciulle, di mostrarti prode sul volgo: il bastone e non la spada si
conviene all'imbelle tuo braccio. Qui, qui ti rivolgi, è la
mia che ti attende e vuole insegnarti quanto valga un Nebiolo, eroe
da tradimenti. -
Anselmo
punto sì aspramente il riguardò e con disdegnoso
ripiglio: - Uomo crudele, perchè il cielo ti diede una figlia,
e tu non puoi imitare le sue virtù! Ammansa il tuo furore,
omai Bianca è mia sposa: benedisci a questo nodo, dà la
pace a' nostri cuori, a questi popoli. - Ah codardo! la pace al tuo
cuore, daralla la punta della mia spada. Difenditi, nè colla
pietà far velo alla tua paura. -
Seguì
l'assalto agli acerbi detti, che non permise Stefano all'altro di
rispondergli, ma lo investì furiosamente col ferro. Anselmo
così costretto, chiamando in testimonio il cielo perchè
non avea rotti i suoi giuramenti, difendendosi si pose nell'infausto
duello. L'una e l'altr'oste immobile ristà, nè osa
innalzare un solo accento pe' due combattenti, pende dai loro moti, e
corrono gli sguardi dietro al fulminar de' ferri.
Qui
ognuno trema, nè osa col pensiero tentare il futuro, mentre
Guidone spargendo strage nell'oste, iva affannoso in traccia del
figlio.
XIX.
Bianca,
che palpitante considerava la pugna, e a cui nulla sfuggiva, vide dal
poggio il padre a provocare Anselmo, e un gelo di morte tutta la
cercò. Presentì inevitabile la zuffa, e anziosa di
dividerli, paventando per entrambi, volò dal Castello nel
campo. Sopravvenne agli sdegnosi mentre aveano dato principio al
fiero assalto, e siccome la consigliava amore, osò, perchè
cessassero dall'armi, interporre la sua spada in mezzo alle loro
destre. Stefano il crede un tradimento, e mentre grida al rivale: -
Vile, il mio braccio vale per te e pe' tuoi - il suo ferro è
disceso nel petto dell'infelice Bianca. Essa dà un grido - Ah
padre - cadde, e l'elmetto rovesciato lascia sprigionare il tesoro
delle bionde chiome.
I
due guerrieri la ravvisano, il Nebiolo ne resta stordito pel dolore:
Stefano trae partito dalla sorpresa di lui per ordinare a' suoi
soldati che si prendano la ferita e la trasportino a Stefanago.
Anselmo s'avvede che gli è rapita la sposa, cerca invano di
soccorrerla, chè il Rosso gli è sopra col ferro e il
provoca di nuovo alla battaglia.
In
tanto la mischia cresce e si fa generale; coloro che videro il
miserando caso di Bianca alzano grida di orrore: vola d'ogni parte la
ferale novella, accorrono guerrieri nell'angusta valle, e in suo
sdegno terribile Guidone scende anch'esso anelante di pugnare col
nimico. L'odio antico fa dimenticare lo sdegno novello; Stefano
lascia Anselmo e si batte con lui, e tanto eran lieti que' fieri
d'incontrarsi, che avresti detto scendessero al ballo e non al
conflitto.
Mentre
fremono intorno armi ed armati, e si oppongono scudo a scudo, elmo a
elmo, spada a spada, Anselmo palpitante e addolorato, siccome gli
persuade amore, silenzioso si ritira dal campo e segue la sposa.
XX.
Venivano
intanto furiosi i due rivali alla lotta, e forse la morte d'un d'essi
poneva breve termine alla guerra, se la pugna che d'ogni parte premea
non turbava il duello. Allora sitibondi di sangue volgono il
formidabile acciaro fra l'oste più folta, e piove ove scende
irreparabile morte: striscia di sangue allaga i lor passi, e mietono
mille vite fra il volgo e fra gli eroi.
Stefano
instancabile rinnova ognora e gli assalti e la strage, scorre le
file, raccoglie i fuggitivi e oppone il suo valore ove vien meno
quello de' soldati. Guidone mentre incoraggia i suoi, gli spinge sul
nemico con impeto irresistibile come sasso che si rotola dal monte, e
li preme e li fuga e gli uccide: invano chiede a tutti del figlio.
Poderoso era Guidone, ma in breve s'avvide che aveva una sola spada
in campo, poichè ove non folgoreggiava il suo brando piegavano
i suoi, mentre dove non ruggiva l'ira del Rosso oprava la temuta
destra di Fortunato Malaspina.
Come
generoso leone che si vede circuito nella foresta, fieramente si
aggira fra le nemiche insidie, arruffa la bionda criniera e pone con
un sol ruggito il gelo in petto de' cacciatori; così Guidone
or sul colle, or nel chino dava procelloso co' suoi ne' nemici, e la
sola sua presenza era loro terrore e indubitata fuga. Ma il suo
coraggio non potea soccorrere ogni drappello ed ogni mischia, nè
opporre lo scudo al Malaspina mentre frenava la baldanza del Rosso.
Destro raccolse le sue schiere, le ordinò in ben serrata
coorte sulla via che mena alla Rocca, e vedendone scemato il numero,
perchè molti vilmente s'erano dati per vinti, sostenne da
prode ritraendosi dubbia la battaglia, finchè la notte pose
termine alle ire ed al conflitto.
Ritiratosi
nel Castello fu dolente senza modo di non trovarvi il figlio, e
scoprire venuta meno la fede di qualche alleato. Pure confidando
nella prudenza d'Anselmo, colla speranza ei meditasse qualche audace
impresa, divisò tenersi chiuso nella Rocca finchè
spirasse aura più propizia.
Passò
la notte nell'ordinare i suoi militi, applaudire a' valorosi,
rinfrancare i meno audaci e dare ordini per la difesa. Intanto l'oste
avversa destando d'ogni parte i fuochi e vegliando nel riordinare i
battaglioni e repristinare le armi, accennava anzichè riposare
sulla vittoria, di prepararsi a nuove imprese.
XXI.
Appena
sorgeva quasi a gramaglia, vestito d'infausta luce il dì
novello, Stefano siccome famelico lupo che s'aggira intorno all'ovile
ove è la greggia, inoltrato sino sotto le mura di Nebiolo,
alteramente sfidava Guidone e il chiamava a nuova pugna, e perchè
vedea serrate le porte e niuno rispondere alle sue minacce, il
tacciava di paura e di codardia. Fremeva il Nebiolo alla nuova
rampogna, e malgrado il parere de' suoi, destò i soldati
all'armi, e uscì con essi dal chiuso. Retrocedono all'impeto
novello le schiere del Rosso, gli altri le inseguono e porta il
combattimento nella pianura: la fortuna or all'uno sorride, ora
l'altro abbandona; a vicenda i due campi o vincitori o vinti
innalzano il grido di fuga o di vittoria, e per lunghe ore si
combatte or sull'alto or nel declivo con dubbio marte.
Ma
disperate grida de' talacimanni, un confuso suono di trombe, di
squille e di timballi, un cupo rimbombo d'armi ed armati, annunziano
che il forte è preso d'assalto. Avvampa Guidone di dolore e di
rabbia; e pur vorrebbe volare a soccorrerlo, ma invano cerca di
abbandonare il conflitto in cui si trova avviluppato. Si batte con
deliberato coraggio, fere, rovescia, uccide e stermina, ma se qui il
nemico piega, invadono altre schiere vincitrici il Castello.
Allora
ode tuonare la voce di Stefano: - Sia preso, ma niuno osi vestirsi
dell'ira mia, in quel petto fere solo il mio brando, beve sola la mia
vendetta. - Guidone si volge a mandar pentito quell'orgoglio, ma
d'ogni parte è furiosamente assalito, e mentre abbatte chi gli
viene incontro, preso a tradimento alle spalle è disarmato, e
prostrato fra mille ferri che gli pendono sul capo. Gli si annunzia
le truppe disperse, presa la Rocca, dileguato il potere: s'insulta al
vinto, e s'innalza il plauso della vittoria.
Freme
il Nebiolo stretto dalla turba che l'opprime e spaventa solo che ei
giri la sanguinea vista: ei si scuote e palpitano mille petti,
fremono mille spade, chè ognuno teme non riprenda l'armi e il
furore, di tanto gli atterrì sul campo; pari a cignale fra
lacci, che se rabuffa l'ispido pelo o arruota la zanna, ne
agghiacciano gli assalitori cui trema ancora la mente per la passata
ferità della belva.
Ma
altiero in sua possanza il Rosso è sopra al vinto e il
garrisce amaramente. - Vedi, orgoglioso, il tuo Castello è in
mio potere: mira, già divampa la fiamma divoratrice ove
passeggiava il tuo orgoglio. Omai se' mio vassallo, mio schiavo,
inchina la fronte al tuo Signore e siagli sgabello nel salire il suo
destrero. - Cui il Nebiolo oppresso dal numero, ma non prostrato -
Prode solo di parole: vile mi costringi per un tradimento: è
questo il valor tuo... A che ti rifuggi in mezzo a' tuoi agnelli che
non osano alzare gli occhi paurosi sulla mia fronte? A che non ti
provi meco come pur dinanzi mi provocasti, nè io stetti chiuso
tremando fra le mie mura? Oh! ma folle, che cerco? tu torci il guardo
al solo lampo della mia spada. Perdei tutto, ma mi resta l'onor mio,
tu codardo trionfi colla viltà, tu prode solo nel trucidar le
fanciulle.
XXII.
Pungono
acerbamente Stefano queste rampogne, ordina di rendere al nemico la
libertà e l'armi, e giura di dar morte al primo che attenterà
frapporsi al loro duello. Ossequiosi si ritraggono i soldati, e si
sparge nel campo un cupo silenzio, che solo è rotto dalla
stridente fiamma che divora il Castello, e dallo scroscio delle mura
cadenti. Allora Guidone impugnando il libero brando, volto in pria
uno sguardo alla sua Rocca, senza mostrarsi nè atterrito nè
dolente: - Rosso, ricordati che il mio petto non è di debile
donzella. - E l'altro a lui: - Servo di Nebiolo, troppo ho sete del
tuo sangue perchè fallisca il colpo. -
Sono
questi detti il segno d'una lotta che più fiera non seguì
fra eroi: è lo scontro di due nembi che frammischiano le
procelle, è il fremito di due belve che pugnano nella foresta.
Trema sotto a' lor piedi la valle, spirano fuoco gli irosi volti,
lampi i brandi che scendono tempesta sull'elmo, sulla corazza e sullo
scudo. Ma prodi erano entrambi e maestri di guerra, eran destri e
micidiali i colpi, ma erano riparati.
Arrabbia
Guidone a sì lunga resistenza, e impaziente apporta alla gola
dell'altro la spada, ma mentre scaglia il colpo, Stefano percuote a
lui sì fieramente la mano, che è forzato abbandonare
l'arme. Però ei stesso non evitò, abbenchè lieve
la ferita, e sentendosi scorrere il sangue, fu sopra all'avversario,
il rovesciò, e brandendogli il ferro sul viso gli intimò
con terribil voce di darsi vinto.
Guidone
per nulla si arrende o mostra timore: rovesciato sbuffa come leone
piagato a morte: freme, ma nè parla, nè si lagna, gira
foschi gli occhi e mentre l'altro l'insulta, in un lampo coll'una
mano procura di deviare la pendente spada, coll'altra tratta un
pugnale, e lo avventa al petto del nemico. Ma il ferreo usbergo è
scudo al Rosso, che scosso a tanto ardire gl'immerge nella gola il
provocato acciaro: e mentre quei versa il sangue e la vita, gli calca
il petto coll'orgoglioso piede e l'insulta. - Così il Rosso ti
calpesta: così qui fosse teco tuo figlio, e andasse ogni tuo
congiunto come te e la tua Rocca, fuoco ed ombra. -
Levato
il cruento elmo dell'ucciso, e innalzatolo con barbare grida sulla
bandiera, fu la spoglia di Guidone gittata nella fiamma divoratrice
che distruggeva l'oppugnata fortezza. Si fe' libero alla militar
baldanza di depredare i poderi del vinto, e ordinò l'inesausto
odio di Stefano di rovesciare fino alle fondamenta la formidabile
Rocca, sicchè non ne restasse pietra sopra pietra, e si
disperdesse pur la memoria di un orgoglio che fu.
Fra
tanta strage e sangue allora pensò a' suoi ed alla pace:
credendo Anselmo o estinto oscuramente o fuggito, depose la spada
micidiale, e disse che perdonava alla figlia i commessi errori,
perchè aveagli aperta la strada alla vendetta.
XXIII.
Ma
era vano il perdono di Stefano. L'ira e l'insano livore non gli
permisero di veder qual piaga avesse il suo ferro aperta nel petto di
Bianca; la vittoria gli aveva tratto di mente di chiederne novelle,
pago di saperle in Stefanago.
Giovane
sventurata e in mal punto pietosa, ondeggiante fra gli affetti di
sposa e di figlia, amore la trasse fra le battaglie, e ambizione la
trascinava al natìo suo tetto. Anselmo anelante la raggiunse
lungo la via che conduce a Stefanago, recata sur un letto di frondi
da una mano di fidi soldati. Come questi videro giungere il
guerriero, dubitando non gli inseguisse onde loro involare Bianca, si
disponevano alla difesa, ma il dolente alzando la destra ignuda
gridava - Pace: io non porto guerra, voglio vedere la mia Bianca, la
sposa mia, colei che per me si avventurò fra l'armi, voglio
soccorrere a' suoi mali e caderle vicino. -
Scese
in cuore a Bianca la voce di Anselmo, e n'ebbe soave refrigerio;
pregò i soldati perchè libero lasciassero a lui il
passo al suo letto. Come il vide, quasi amore le richiamasse sulle
erranti pupille il fuoco di vita, teneramente riguardandolo, - ah
Anselmo mio, diletto sposo sì per poco a me concesso!... vedi,
omai è segnato il mio destino, e mi abbandonava anche la
speranza, se non che desìo di pur vederti mi nudriva in seno
amor di vita. Or lieta inchino alla necessità che mi appella,
irreparabile necessità, poichè la mano, ahi qual
mano!... che trafisse questo mio seno, troppo seppe cercare le vie di
morte.... Almeno colla mia vita si ponesse termine a tanto furore.
Anselmo
fattosele vicino, e presa la destra che Bianca avea a stento levata
allorchè il vide, teneramente la baciava e bagnava di pianto,
e i suoi occhi stringendo agli occhi della sposa: - Ah Bianca, lungi
per pietà questi sinistri presagi che mi straziano.... Lascia
al tuo Anselmo, all'amor del tuo sposo il pensiero di sanare la tua
ferita: amore per me ti trasse al duro passo, amore deve prestarti
salute. - Oh che di' tu mal accorto! quali pensieri aduni? a che pure
stai? Non vedi i perigli che ti circondano? non senti il suono delle
inimiche catene che ancor ti si apprestano? Ah va, fuggi, finchè
n'hai tempo! Soave in vero mi è il vederti, e sento che la tua
voce mi piove un balsamo sull'anima che mi asperge e disacerba fino
le mie ferite;... ma tu sei in periglio, e a me sarà bastante
sollievo nelle ore estreme l'averti ancora abbracciato, e il sapere
che quel ferro fatale fu sazio di una vittima sola... Ah se m'ami, se
non vuoi contristare con terribili presentimenti l'anima mia
fuggitiva, ricevi questo ultimo addio e involati sempre dalla
sventurata tua sposa. -
Accompagnava
la misera le meste parole con una soavità d'affetti che se le
pingeano sul pallido viso e i sensi schiudeano dell'anima; stringeva
a sè Anselmo, e ancora tacendo il pregava in vista a salvarsi
colla fuga. Ma questi ricusò di lasciarla, depose lo scudo
nelle mani de' soldati, e li sollecitò perchè la
trasportassero ove erano indirizzati. Non si dipartì mai lungo
la via dal suo fianco, e d'amorose parole s'ingegnava lenire alla
sfortunata il doppio affanno.
Come
furono al fatale Castello si adoprarono ragioni e preci perchè
Anselmo non vi ponesse il piede, presagendogli sinistri e sventure,
ma tornarono a vôto, quasi parole commesse al vento. Ei depose
Bianca sul letto del riposo, e giurò che niuno nol rimoverebbe
mai finchè era in vita. Ognuno sentivasi commosso da terrore
discorrendo col pensiero i guai della giovinetta, ognuno era preso da
meraviglia vedendo Anselmo con tanta fermezza riedere fra quelle
mura; tutti rispettavano e compiangevano lo sposo di Bianca.
XXIV.
Le
cure dell'arte indarno furono poste in opera, invano si accolsero
labili speranze, chè non vi avea rimedio alla piaga fatale.
Fuggiva alla misera col sangue la vita, che sentiva ognor più
venirsi meno: e il celeste suo spirito dolente di abbandonare il
leggiadro velo con cui fu pellegrino in questo mortale viaggio,
pareva ora fuggire dalle annebbiate pupille di Bianca, ora riedere ad
esse non già per fruire ancora la luce fuggitiva, ma per
pascerle in quelle innamorate dello sposo, e ancor gustare la soavità
dell'amoroso desìo. Nulla sapevano quegli affannati, nè
curavansi chiedere di quanto accadeva a Nebiolo: Anselmo solo avea
pensiero di soccorrere alla trafitta, mentre la nemica fortuna gli
toglieva il patrio tetto, la libertà e il padre.
Fuggiva
la notte funesta per Bianca, e ognor più scemavano in lei le
forze, e s'avvicinava l'ora del misero suo fine. Ordinò che
convenissero al suo letto il pio sacerdote, il custode del Castello,
ed alcuni servi, e prendendo da loro gli estremi congedi, li pregava
perchè consentissero ad Anselmo suo torsi liberamente da
quelle infauste mura. - Ei qui non pose inimico il piede, ei non
apportò sterminio e guerra ai vostri figli. Fu la pietà
che il trasse in queste soglie, la pietà libera gliene dia
l'uscita. Questo sia l'estremo favore che accordate alla povera
vostra Bianca, questa l'ultima opera pia e giusta che vi consiglia
l'amor mio: ve ne prego per quell'affetto che pur m'aveste, per
quelle cure onde sovente raddolcìa per voi l'ira paterna, e vi
resi men duro il suo rigore. Ei non ve ne farà rimprovero;
ditegli che il concedeste alla morente sua figlia, e che era crudeltà
negare l'estrema grazia alla figlia di Stefano. -
Erano
tutti commossi intorno a lei, pieni di lagrime gli occhi, le
risposero che Anselmo potea a suo piacere partirsi, ma ad un tempo
che conveniva il facesse tosto, giacchè giungeano dal campo
sinistre novelle per lui. Si succedeva sulle squallide gote a Bianca
un misto di pietà e di dolore, pietà che la stringea
per le sventure che presagìa dell'amico, dolore che la premeva
perchè dovesse dividersi innanzi di morire; ma vinse la pietà
e a lui dal labbro agitato dagli aneliti di morte volava la tenera
preghiera. - Mio sposo, mio unico amico, va, ti salva, nè
volere ostinarti a perire vilmente fra questi ceppi, mentre
t'attendono forse altrove gli allori della gloria e il periglio de'
tuoi congiunti. Omai io sono presso al mio fine, inutili omai mi sono
le tue cure. Lascia che sola io componga questi occhi al sonno di
morte... Ti prometto che il tuo nome sarà l'ultimo mio
sospiro... tu sarai l'ultimo pensiero di Bianca... se tu solo fosti
quello onde io gustai qualche dolce in questa travagliata vita... -
Ah, Bianca, ch'io ti abbandoni? disperi dunque affatto di tua
salute?... E dovrò lasciarti sola contro l'ira d'un uomo sì
fiero? Ei venga, ei la spenga nel mio petto, e almeno vedendomi
ancora ne' suoi ceppi, sia men duro con te... Ei sia feroce, ma non
padre snaturato... ei ti dia l'estremo abbraccio e tu possa dividerti
da lui obbliando un involontario... - Anselmo, e tanto ti stringe
pensiero degli altrui filiali affetti, mentre nulla hai cura de'
tuoi? forse in questo istante tuo padre oppresso dai nemici, invano
sospira il braccio di suo figlio perchè gli presti soccorso...
forse ei cadde e non ha una mano amica che gli ministri l'ultimo
uffizio di religiosa cura... Ah questa idea pur mi pesa! va, mio
pietoso amico, per l'amore che mi ponesti in questi brevi giorni di
nostra unione, va, ti prema sollecitudine pel padre, cedi al desìo
della tua Bianca che ten prega e ti vuol compassionevole, nè
si acqueta che in questo pensiero... -
Erano
inutili le preci di lei, e i consigli di quelli che il circondavano:
Anselmo rispose siccome conosceva il valor di Guidone, e che ove
fortuna men propizia gli mostrasse la fronte, chiuso nella Rocca
poteva sostenere lunga difesa: allora migliorata la salute della
sposa, sarebbe volato a soccorrerlo. Soggiunse come solo ei seguendo
i consigli del cuore, mai non si sbigottiva all'incostanza della
sorte o al rumor de' perigli: - Sempre io gli ebbi al tergo, e per
quanto fieri mi minacciassero, non giunsero a prostrarmi giammai, e
sì che il mio cuore era unicamente acceso da sentimenti
d'onore: potranno ora atterrirmi, ora che dovere, gratitudine, amore,
amore che per te mia liberatrice e sposa sì altamente intendo,
a te mi stringono, nè fia che umana forza mentre io viva
giunga a dividermi giammai... Se pur te move come innanzi, eguale
affetto per me, cessa dall'inutile preghiera: mi cruccia, m'irrita, e
quasi mi desta l'acerbissimo dubbio che poco t'importi di avermi
vicino,... o ti pesino le mie cure. -
Si
acquetò Bianca a quel deliberato favellare, e gli rispose con
uno sguardo in cui tutti sfavillavano i sentimenti dell'anima
amorosa. Poichè alquanto racconsolò l'amico sul destino
che la premeva, presentendo brevi i momenti di vita che ancor le
rimaneano, gli profferiva mille ricordi, perchè sottrarre si
potesse allo sdegno di Stefano, ma ad un tempo accorta il raddolciva
con pietosi sensi che il richiamassero dalla vendetta. - Ti sia la
ricordanza di Bianca tua infelice, siccome un'aura che temperi il
rigore de' tuoi pensieri... Deh abbiano fine queste discordie, e
sulla mia sciagura s'innalzi la pace di questi poveri coloni. Che se
l'onta di una non tua colpa... agognasse in mio padre a spargere
nuovo sangue alla mia memoria, Anselmo perdonagli l'ira, e forse
qualche rimorso... che destar gli potesse la ricordanza di una figlia
perduta... Egli è mio padre, Anselmo, ed io morrei desolata,
se sapessi che nella sua canizie privo dell'antico valore, privo del
conforto de' filiali affetti... dovesse sostenere i furori del tuo
sdegno.
Anselmo
tutto le prometteva, e le giurava che più presto avrebbe
rinunziato alla sua fortuna, alla vita, di portare la spada di guerra
nell'asilo che ella col nascervi aveva per lui santificato. Anselmo
abborrìa dai pensieri di vendetta e si proponea di offrire, se
occorreva per la pace di que' paesi, anche in olocausto la propria
vita.
XXV.
Allorchè
la calma dell'amoroso foco consentiva a Bianca il pensiero di cose
meno affannose, spargeva i suoi accenti a sollievo degli altri che le
stavano intorno.
Prese
l'estremo commiato dalla sua nutrice, e raccomandatale la propria
memoria, la pregò perchè talora la richiamasse al
padre. - Allorchè dorma in lui lo sdegno, e il dolore lo
cerchi della perduta figlia, allora te le avvicina, e digli che
Bianca morì invocando il suo nome;... che solo mi dolse di non
potergli chiedere compatimento di un pietoso errore, pietoso perchè
forse il suo cuore istesso ove sia più mite, mi applaudirà
di aver salvata una vittima di acciecato furore... Digli ch'io muojo
per giovanile imprudenza e amore;... che que' ferri m'erano del pari
mortali, e volea dividerli, ma il destino... Se però egli a sè
rivolgesse qualche rimprovero,... tu il solleva dalla crucciosa idea,
e lo accerta che sua figlia non ebbe mai quel pensiero, ma riconobbe
la spada del cielo che punì le proprie colpe... Se mai
l'ostinazione d'Anselmo a non allontanarsi... se... deh tu che
m'avesti in luogo di madre, tu che vedi quanto ei mi ami, chiedi a
Stefano in compenso di tante cure per me sparse, in espiazione della
mia sventura... chiedigli... nè qualche atroce scena... Gli
ricorda che io abborro il sangue, e che perdonando... morii... oh
Anselmo... Anselmo...
Allora
Bianca fu presa da convulso improvviso commovimento, che le troncò
la voce e le tolse ogni lena. Madida di freddo sudore la fronte, era
combattuta da un fiero anelito che quasi le impediva di spirare le
fuggitive aure di vita: si smarrirono le ultime rose delle appassite
labbia, nè più, sebbene agitate sembrassero tentarlo,
potevano formare accento. Parve che una nube se le diffondesse sullo
squallido volto, se le innondarono di pianto gli occhi, e avvisavi
che un velo ne appannasse il lume. Come face cui viene meno
l'alimento, ora è pallida e presso ad estinguersi, ora divampa
di subita luce, indi ricade; così nelle pupille alla morente,
or quasi si spegneva la vitale scintilla, ora ritornava a sfavillare,
e mentre di nuovo animate pareano erranti cercare quegli che più
loro incresceva abbandonare, tornavano di nuovo ad offuscarsi.
Così
per molte ore accolse la misera debile fuoco di vita, e a lungo lottò
fra l'ansia di una penosa agonìa. Anselmo sentiva a prova
tutte le angosce che la stringevano, e a maniera ch'ella
ripigliavasi, sorgeva a ristorarlo la speranza, per cader tosto in
una miserrima disperazione: la sua anima era un deserto di arena in
cui spira la bufera, dove invano piove la rugiada, dove invano
un'erba pone radice.
Però
avea cura di sostenere i singhiozzi che pel gran duolo ognora gli
prorompeano dal petto, per non contristare colle sue doglie alla
moribonda. Stava inchinato sul letto ferale, intendeva a soccorrerla,
a porgerle qualche refrigerio, e sovente le bagnò l'aride
labbra colle lagrime de' suoi occhi. La dimandava pietosamente, la
blandiva con affetto, le dava qualche tenero amplesso, e raccoglieva
colla bocca tremante gli estremi sospiri, che pareano con un confuso
susurro fuggendo, gli parlassero ancora del suo amore.
XXVI.
Già
un alto clangor di trombe si propaga di vetta in vetta, già
ripetono le valli le grida confuse degli evviva e i clamori della
vittoria, e a questi si rispondono da Stefanago suoni d'esultanza e
di gioja. Tutto intorno è un frastuono, un affaccendarsi di
soldati e di conservi, tutto annunzia Stefano che giunge vincitore.
Si
scuote, se ne avverte Anselmo, e se gli propone la fuga, perigliosa
in chi la permette, ma sacra a chi serba i giuramenti. Solleva lo
sfortunato cavaliere il capo dal letto di morte, e nè agitato
nè stretto da meraviglia, interrompe - Vincitore, e in qual
modo? dunque mio padre?... fuggire!... Bianca or rende gli spiriti
estremi ed io?... Anselmo non fugge, non commette bassezza. Se mio
padre... se... io cadrò senza avvilirmi. - Niuno osa
rispondergli, nè tôrre a' suoi occhi il velo che ancor
gli ricopre il destino della sua casa: ammutolisce ognuno e
dall'occorso più fiero scopre l'avvenire, e trema.
Stefano
irato aveva dimenticati i privati affetti, Stefano trionfante chiese
di Bianca, non vedendola muovergli in contro, e dividere seco
l'esultanza della vittoria. Udì che era presso a morte, e
parve turbato commoversi, e volle vederla, ma come inoltrò il
piede in quella stanza di pianto, e scoprì Anselmo a canto a
quel letto, ripigliando la natìa fierezza stette, lo sguardò
con un amaro sorriso che annunziava il tripudio della crudeltà:
- Tu qui, tu cagione che io sia orbato dell'unica mia figlia? Ah
sapevi al certo ch'io richiedea qualche gran vittima sulla sua tomba:
non aspettato m'è il dono e più gradito. -
E
a lui Anselmo con disdegno, mentre colla destra faceva velo agli
occhi di Bianca: - Uomo crudele, e osi insultarmi a questo letto, ove
manda l'ultimo sospiro quella figlia che tu trafiggesti? Ah ch'io la
tolga a' tuoi sguardi! nè son degni di fermarsi in tanta
virtù; certo quest'alma immortale nel suo partire da spoglia
sì pura ne sarebbe macchiata... Vedi, ella moriva spargendo
sentimento di pace, e tu vieni a insultare l'asilo della sua quiete
col veleno della tua inaudita ferità! Credi forse atterrirmi?
vittima sulla tomba di quest'angelo? io ne sarò ben lieto,
poichè con lei mi rapisti quanto m'era di più dolce e
di più caro: io che brevi e foschi giorni vissi con lei,
volonteroso divido seco il riposo della morte. Sappia ognuno però
ch'io non t'abborro, sappia mio padre... - Tuo padre?... bevette il
suo sangue questa mia spada: la sua spoglia abbruciò fra le
ruine del vostro castello; Nebiolo non è più. -
Fe'
gittare innanzi ad Anselmo gli abiti insanguinati e l'elmo di
Guidone, e gli fe' balenar sugli occhi la spada ancor rosseggiante
che gli uccise il padre: il riguardava con orgoglio e disprezzo quasi
anelasse che l'avvilimento del figlio rendesse più bello il
suo trionfo. Ma l'eroe muto guatò quegli oggetti d'orrore, non
profferì accento, impetrò. Raccolto indi al cuore lo
spirito inorridito, e tratto un profondo gemito, cadde sul letto di
Bianca e spirò.
XXVII.
Dopo
tante lagrimose vicende fu cercato a qualche pietà l'animo di
Stefano, e venne dolente per la morte della figlia. Il Malaspina
parlò allora sensi di pace almeno cogli estinti, e il Rosso
ebbe per legittime le nozze di que' miseri nel cui amoroso sangue
erasi macchiate le mani, e acconsentì avessero eguale
sepoltura.
Anselmo
coll'onore delle armi, e colle insegne di cavaliere levato sulle
spalle de' Signori confederati, Bianca portata dalle spose, furono
posti a sepoltura presso alla seconda porta che esce dal Castello, ed
ivi s'innalzò una chiesetta ed un'ara. Stefano reso dalla
canizie più mite, moveva sovente a visitare quella tomba, e a
spargerla di qualche fiore, e solo negli estremi giorni di sua vita,
spesso con amarezza ricordò ove il traesse l'ira ultrice e lo
spirito di vendetta.
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