LIBRO
TERZO
LA
FIDANZATA DI NEBIOLO.
Amor
sementa in voi d'ogni virtute,
E
d'ogni operazion che merta pene.
Dante.
I.
Il
cieco era venuto a termine della dolente istoria che il giorno se
n'andava, e raggiando l'occidente per gli estremi crepuscoli, parea
rivolgere l'ultimo addio ai solitari di Nebiolo. Tutti erario
impietositi al mesto racconto, e qualche secreta lagrima spesso fu
vista spuntare sul ciglio a Marcellina.
Girani
cui nulla era sfuggito, e mentre tutti pendevano dalle labbra del
cieco, amava schiudere il cuore a quegli affetti che vedea succedersi
sul volto della bella, ruppe il silenzio. - Fiera storia narrasti,
egregio veglio, e non poco ne fu commosso il cuore dell'amor mio. -
Avvicinandosi poscia alla rosea guancia di Marcellina, amoroso
stringendole la mano: - Sgombra i pensieri tristi che ti destò
il racconto delle passate età: brilli il sorriso sul tuo volto
e rallegri gli animi nostri.
Allora
il bardo della collina salutò con lusinghiere parole la
leggiadra sposa: disse come dopo quelle fosche tenebre sorgesse a
diradarle più propizia aurora, e come movendo per quelle valli
amica il piede la Pace, una povera famigliuola co' rottami del
diroccato castello si costruisse un tugurio sulla vetta di Nebiolo:
mano mano indi nuove aggiungendone, siccome dimandava il bisogno
della crescente colonia, si formarono i pochi casolari che sorgono su
quella cima. - Essa fra gli avvolgimenti dei secoli fuggitivi visse
nella campestre semplicità, nè mai potè la
corruzione in questi luoghi, nè i nostri padri furono
sollecitati dal desiderio di allargare i confini di quei poveri
campi, che mercè il tributo di poco grano, ebbero fin da
quelle remote età in dono dagli orgogliosi dominatori; nè
mai venne loro il talento di cambiar forma a queste capanne, e se
togli le fanciulle che sovente altrove andarono a marito, niuno de'
figli di Nebiolo abbandonò questa patria innocente. Fu il
debito solo di provvedere alla necessità della vita che menò
i nostri fratelli nelle città, o per cambiare i prodotti del
loro suolo, o per prestare altrui i proprj offici, ma ritornarono
sempre semplici e puri al loro focolare. Fu la pietà che
sempre gli inchinò alla religione degli avi, la semplicità
che educò le nostre figlie, e l'innocenza che le guidò
desiate in seno degli sposi, nè mai turbolenti affetti
offuscarono il bel sereno della pace conjugale. Essa sieda sempre
invidiata fra di voi, e da questa solitudine accompagni nei focolari
di Girani la bella Marcellina, cui il cielo è cortese di tante
grazie innocenti, e la volle a consolazione della nostra cadente età.
Ella dia a colui, che lieto le siede al fianco, bella corona di
figliuoletti che in sè rechino le virtù della madre,
fiori degni di sì gentile stelo: sia la felicità, o
figli, indivisa compagna della vostra vita. -
II.
Si
fe' la Marcellina tutta vermiglia come la rosa dell'alba, al suono di
quella lode, e vezzosamente abbassando gli occhi sfuggì gli
sguardi di coloro che l'affisavano e le davano plauso. Però
s'avvide che il suo Girani stava trepidante fiso in lei sfavillando
di gioja, e sentì corrersi al cuore un fiume di tutta
dolcezza.
Giri,
allora disse il padre, giri la tazza dell'amicizia, e ponga giulivo
fine a questo festevole giorno. Venne il rustico cratere allora terso
nell'onda, ed empiutolo di spumante vino, Marcellina lo offrì
al padre. Se ne avvide il cieco, e a lei - Sposa della Collina, a te
spetta il cominciare, noi seguiremo l'esempio: bevi e presenta la
tazza a cui più ti è dolce scerre fra noi, ma bada a
non mentire. -
La
bella timida si rifiutava, ma in fine sollecitata ne attinse qualche
sorso, indi stava dubbiosa a cui la offrisse, giacchè la
giovanile innocenza le consigliava il padre, ma il cuore le fea un
più dolce invito. Tutti stavano in attenzione del modo onde si
togliesse dal contrasto in cui la vedeano, e ne pigliavano diletto;
ma in fine raggiando di un amabile sorriso i genitori, la porse a
Girani. S'innalzarono replicate evviva, sicchè ella nascose il
suo rossore in seno della madre, finchè lo sposo la
richiamava, ed a saperle onore della grazia, le offriva il presente
di alcuni spilli con cui raffermare le treccie.
Si
alternò una rustica canzone che invitava a bere ed alla gioja,
e come ebbe fine la libazione dell'amicizia, a porre termine più
gradito alla festa, il cieco invitato sciolse il canto delle nozze.
Era l'inno che il trovatore sposando la voce al suono dell'armonica
arpa fea echeggiare nella valle Borgoratto, il dì che il
Signore di quella menò la figlia dei principi al patrio talamo
dai Liguri monti. Sentiva della religione non in tutto spenta de'
latini, sentiva della rozza favella che nuova allor tentavano le
itale Muse, ma non era oscuro a que' montanari, il cui linguaggio
talora come i costumi ricorda tempi più antichi. Destò
il bardo di Nebiolo la melodìa di una corda che era tesa ai
capi di un legno piegato in arco, e pari a Femio crinito che
rallegrava la mensa della casta Penelope, innalzò il cantico
che suona in questi accenti, mentre gli rispondeano gli amici con
gioviali evviva:
Tutto
festevole
D'un
vago riso
Che
i fiori addoppia
Del
roseo viso,
Nel
bosco Idalio
Amor
dicea
All'Acidalia
Leggiadra
Dea:
Vedi
risplendere
Tu
quella Rosa
Che
il seno schiudere
Par
vergognosa,
E
mentre amabile
Incanta
gli occhi,
Par
dir stringendosi:
Nessun
mi tocchi?
Vedi
protendere
Tutto
giulivo
A
lei le braccia
Quel
casto Ulivo,
Che
dalle foglie
Tal
calma muove,
Che
il crine cingere
Potrìa
di Giove?
Li
vo' rimovere
Da
questo lido,
E
uniti crescerli
Là
dove il nido
Pone
la tortora
Fra
fronda e fronda,
Mentre
la Copia
Bacia
la sponda.
E
incontro Venere
Serena
il ciglio,
In
sen recandosi
Il
caro figlio:
Più
bello in animo
Non
ti fu desto
Pensier,
o fecesi
Più
vago innesto.
Prosiegui;
il vivido
Cespo
gentile
Le
aurette educhino
D'eterno
aprile.
Nè
lo molestino
Le
algenti brine,
Ma
l'alba rorida
Gl'imperli
il crine.
Qui
a Imen commettere
Dei
la tua face,
E
il bacio porgergli
Di
eterna pace.
Qui
intorno versino
I
vezzi e il Riso
La
colta ambrosia
In
paradiso.
Ognor
a renderlo
Giulivo
intenti,
Lieti
vi aleggino
I
bei Momenti;
E
mentre volgono
Lungi
le cure,
Fauste
vi danzino
L'Ore
future;
Faccia
il suol ridere
Di
bei colori
Vaga
famiglia
D'erbe
e di fiori.
Disse,
e all'augurio
Dal
manco lato
Fe'
plauso il fulmine
Nunzio
del Fato:
Sparir
le nuvole
Che
al ciel fean velo,
E
un riso parvero
La
terra e il cielo.
III.
Così
giulivi si menavano i giorni dell'autunno fra le feste della
campestre innocenza. Ognuno si studiava di rendere men nojoso il
tempo che si mettea in mezzo a queste nozze con qualche nuovo
diporto. Rendeasi la gentile brigata sui vicini monti, e qualunque
fosse il luogo a cui si indirizzassero, riusciva sempre aggradevole
alla Marcellina perchè nuovo, mentre essa non avea mai veduto
che il natìo suo nido. Era l'ottobre, e siccome correva la
festa di Montalto, Girani propose di andarvi con piacevoli amici.
Sorge
Montalto in mezzo ai colli di Casteggio lungo il corso della Copia, e
come pino fra le minori piante, si innalza maestoso sovra di essi. La
natura tutto profuse, perchè quell'eminenza essere dovesse la
più deliziosa delle ville oltrepadane.
Se
da qualche altura ti prende vaghezza di contemplare il vario
succedersi delle colline, la tua mente errando sopra uno spazio sì
esteso e diverso, si avvisa che le si stenda dinanzi un ampio
burrascoso mare: ivi mille vertici ora fregiati di grazioso palagio,
ora velati di candida nuvoletta, accrescono la tua illusione,
sembrandoti o le onde rialzate, o i vascelli affidati allo spirare
de' venti; mentre le pianure e le valli ora ti offrono un placido
tratto di acque, ora uno schiuso abisso. Fra questa immaginazione che
più ti riesce gradita e meglio ti acquista opinione d'esser
vera, quanto è più vasto lo spazio che cingi collo
sguardo, Montalto fa pompa di nuovi incanti: fra il silenzio delle
vallee e l'ondeggiar di tante cime, ti pare di ravvisare l'isola
fortunata, ove approdano i tuoi pensieri e riposano gli stanchi tuoi
occhi.
Che
se in vece meglio ti diletta da quella sede discorrere co' lumi
all'intorno, vai orgoglioso di dominare i sottoposti poggi, e ti pare
essere il re di quelle balze. Nè più vario, nè
più piacevole unqua si offriva alimento alla tua curiosità,
esca al tuo immaginare. Da un lato t'incanta la pianura di Lombardia
fiorente per popolose città, e i suoi confini sì estesi
che vincono la tua vista e si confondono in un azzurro infinito, e
come immense acque si colorano al variare delle ore del giorno:
Dall'altro ferma l'acume del tuo vedere la canuta cima delle Alpi che
nasconde le spalle fra le nubi e pare sposarsi al cielo. Che se
l'aere puro veste quelle vette di luce, miri ripercosso un doppio
sole dalle eterne nevi, e scopri dietro monti succedersi monti, e
ghiacci e monti ancora, sicchè lunge ti si desta il pensiero
di straniere terre e di lontane genti.
Commosso
fra sì opposti remoti obbietti, quasi dolente di non potere
stringere tanta mole di cose col solo girar dell'occhio, su te il
richiami e il volgi su quanto si posa al tuo piede, e mentre ne
avvisavi esausta la sorgente, ecco scaturire nuove bellezze.
Qui
trovi l'opera dell'uomo e le necessità della vita seminare
l'eminenze di case, di castelli e di paesi: vedi l'industria rompere
il seno al pendìo, ed ei grato alimentare la messe; crescere
le piante che dai piegati rami ti sporgono i frutti; la vallata
altrice di densi castagneti e di pascoli graditi all'armento. Or ti
piacciono i varj errori delle convalli, ora il biondeggiar delle
biade che allo spirare del vento s'increspano in onda, e la quiete
del maggese, e il sacro orror del bosco; ora par che inviti i tuoi
pensieri al riposo l'ordine con cui dal chino procedono all'erta i
filari della vigna, gravi di grappoli pendenti che parte
s'innostrano, parte s'indorano ai rai del sole e ministrano alla tua
mensa squisito liquore. Fra tanta varietà di poggi, piacciono
fra le opposte pendici i tortuosi meandri della Copia: scorre limpida
fra sasso e sasso, e piega i ramoscelli che le escono sopra, e muove
tacita pe' vicini prati ad innaffiare le zolle ed è cortese
all'aure delle valli di grata frescura.
Allora
seguendo i voli della agitata mente, ti senti rapito alla diletta
Tempe, e ossequi il loco sacro alle deitadi agresti, odi i canti di
Bacco, i suoni e le danze delle invase seguaci del nume, e già
ti pare di vivere in più lontane età. Se non che più
caro ti riesce all'animo richiamato dalle fantasie, ravvisare quivi
il cultore inteso o allo studio dell'aratro, o a racconciare alle
piante la chioma; altrove le mandre dilettarsi di brucare le erbette,
mentre i fanciulli che le governano intrecciano allegri balli al
suono di rozzi pifferi e rusticali carmi.
Invaghito
dell'opera dell'uomo, e della vita, che lo spirito suo diffonde dove
porta la mano, se ti volgi ove più scarso approda il sole
verso la settentrionale regione, rinvieni il riposo, anzi lo squallor
di natura. Sporge il tufo vestito di scarse glebe, vedi formarsi la
roccia primitiva, e succederle il dirupo, e spogliarsi d'ogni verde
onore, fuggire ogni pianta, e innalzarsi lo scoglio, e comparire la
montagna. Qui nello stesso mezzo trovi il bello della coltivazione e
quello della natura: l'uno ti cerca con piacere, l'altro ti solleva
la mente, l'uno ti schiude i tesori del bello, l'altro aprendoti i
misteri dell'infinito t'innalza al sublime.
IV.
L'industria
dell'uomo poi volle rendere Montalto il più dilettoso fra i
colli. Il paese è situato sur un piano vicino alla sommità,
ma sulla roccia che vi sovrasta, ardì la dovizia erigere
magnifico palagio, ed ove era maggiore l'impero della natura profuse
il più eletto dell'arte. Allo scuotere della magica verga di
questa allettatrice degli umani consorzj, apparvero sulla
inaccessibile rupe e altere mura, e torri, e portici, e tempj, e
dilettose pianure. Scomparve l'ispido della roccia e si ornò
di variopinti tappeti: si appianò il dirupo, scosse il
selvaggio del bosco e aprì il seno al sorriso de' fiori: si
compartì il pendìo in vari piani, che dolcemente l'uno
all'altro succedendo, trasformati in altrettanti gardini, vagamente
mettono dal piede della collina alla vetta: ti avvisi di vedere una
egizia piramide sopra cui s'aderga alto palagio; ti pare,
contemplandola da lunge, di rinvenire fra i monti le delizie
dell'Isola Bella che siede reina dell'ameno Verbano.
Se
vago sei di scorrere questi poggi, ora ti diporti sotto un viale
tutto coperto di frondosi pergolati e che pare protendersi innanzi al
piacevole errar de' tuoi passi; ora vai lungo un altro rallegrato da
cedri e d'aranci che fanno dolce forza al clima, e crescono ove era
loro inospite il terreno: ivi vengono ad educarli i venticelli
tiepidi del mezzodì, ivi le lascive aurette amano soffermare
le ali scherzose, e imbalsamate le piume sul margine che d'ogni
intorno olezza, volano a scuotere i più eletti odori nelle
propinque valli, ed a solleticare i sensi di que' rustici abitatori,
non ancora ottusi per le orientali essenze alle care fragranze della
natura.
Se
malinconico più ti diletta il selvaggio, varj tortuosi
sentieri ti mettono fra foschi boschetti, in cui l'arte talora non
osò turbare la natia selvatichezza, e nei quali per la densità
delle frondi nulla ponno i raggi del sole: dolce ivi t'alletta la
solitudine, e una soave quiete t'invita al riposo. Se più che
restare, ti è in grado muovere l'incerto piede fra i frondosi
labirinti, ora ti si addensa dinanzi la macchia, or bella ti si apre
alla vista la lontana pianura, or ti avventuri in una verde
capannetta che non invidia l'asilo alle ninfe, ora riesci in un seno
ove è ordinato leggiadro teatro in cui e il palco, e la
loggia, e i sedili sono di sempre verde mirto, sicchè il
reputi il tempio consacrato alla Dea d'amore.
Fra
questi piacevoli errori, fra queste selvette amene, scegliendo fior
da fiore muovea la Marcellina il piede sull'erba onde era pinta la
via. Facea col sorriso dolce invito agli amici e allo sposo, a
partecipare nella gajezza che in lei destavano le bellezze nuove, e a
quel sorriso parea si rallegrasse il poggio e nuova si diffondesse in
que' luoghi aura di vita, pareano le piante dai commossi rami
scuoterle sul grembo mille fragranze elette, e avvisavi ivi intenti a
rallegrarla tutti alternare i lor canti i pennuti abitatori del
bosco.
Ma
già il doppio giro di agili scale ecco mena la bella peregrina
alla sede de' botanici fiori, che concede l'aria del monte. Qui
l'accoglie o lungo portico in cui in varia foggia distribuì il
maestro pennello i più pregiati dipinti, o fresca grotta non
già quale si apre nella foresta alle belve, ma artifiziosa,
incantevole e dove il ciottolo minuto, involati i colori all'iride,
ne fregiò a mosaico le vôlte e le pareti. In fine
ritrova, ciò che più piace sull'alto della roccia, il
zampillo della fontana e la marina conchiglia, inviolato asilo
d'argentei pesci.
Qui
l'arte ebbe più innanzi: celò in mezzo all'arena e
dietro i marmorei sedili, che invitano al riposo, graziose insidie,
sicchè a voglia ne spiccia una fonte improvvisa. Cadde a
Girani in pensiero di farne una piacevole sorpresa alla Marcellina, e
mentre ella adescata dagli inviti sedeva, ecco si vide innanzi
spruzzare mille zampilletti, acqua le parti, acqua il seggio
insidioso ove posava: s'alza e dallo spruzzato umore le è
contrastato il passo, onde molle la succinta gonna, fra gli evviva
della brigata ed un modesto rossore s'invola e si nasconde.
Il
veggente amante però avea già provveduto a porre riparo
alla lieve sciagura, sicchè nella casa di una prossima
contadina, era parato con che rasciugare la tradita curiosità
della semplice fanciulla. Sdegnosetta ella sen richiama allo sposo, e
pare col torvo sguardo presagirgli lunghi sdegni; ma ei sì
piacevolmente le usa intorno accarezzamenti, si mostra sì
dolente di esserle stato molesto, che in fine l'ira nella forosetta
si volge in un dolce riso, e sfavilla di nuovo la gioja sul volto
dell'audace amatore.
Alla
sera il Signore del loco schiuse il palagio alla danza. Ivi
convennero gli abitatori de' vicini villaggi, atteggiati anzichè
di voluttà, di un ingenuo pudore che rapiva: non vi mancarono
le belle di città, molte delle quali per gustare le
piacevolezze dell'agreste innocenza, rapirono gli abiti alle
contadine e folleggiarono con esse. Vi andarono anche que' di
Nebiolo, e la Marcellina colle proprie attrattive destò
meraviglia in chi la considerava: parea che le grazie movessero
l'agile suo piede, e le componessero di rose e di ligustri il viso, e
avvisavi ch'ella sola accogliesse quanto era di leggiadro. Non mancò
chi ardisse avvicinarsele e ferire la sua modestia colla lode, nè
si tenne l'invidia di guatar bieco il garzone che ognuno segnava
diletto alla fanciulla, cui ella spesso co' bei rai ammiccando
invitava alla gioja, e al quale per vezzi e per premure, rispondea la
bella col sorriso d'amore.
V.
In
sì fatto modo si andava sognando una prossima felicità
per quella coppia innocente, se non che l'inimica fortuna le veniva
temprando i suoi veleni: si adunavano su quelle colline nubi di
tempesta che doveano rapire loro per sempre la cara luce del sole.
Aveano
in quel mezzo le truppe francesi innondate per la prima volta le
contrade d'Italia, e vezzeggiando le sue bellezze le imponevano nuove
catene: un grido di guerra non più, come ai tempi d'Anselmo,
chiamava all'armi i figli della gloria; ma si stringeva ognuno che
aggiungesse il quarto lustro a seguire gli stendardi de' vincitori.
Era
Girani a questa età: l'avversa sorte il volle fra i primi che
dovessero accostare le labbra onde assaggiare quel nuovo calice
amaro. Si turbarono gli sposi al duro annunzio, che colle lagrime
represse sul ciglio dava a quegli atterriti montanari il pastore
dall'altare.
La
legge interdice le nozze a coloro che sono nel numero de' chiamati,
sicchè è forza differir pure quelle degli amanti di
Nebiolo. Una segreta amarezza ricerca i loro cuori, ma la speranza
non gli abbandona, chè la novità dell'ordinanza ancora
non ne appalesa tutto il rigore, sicchè nella temenza in cui
stanno, pur travedono sempre qualche raggio di fortuna. Attendevano
con impazienza e con tremore il momento della scelta, e si
confortavano gli animi contrastati con qualche dolce chimera,
allettando tuttavia nuovi affetti che la paura sollecitava e rendeva
più teneri.
Venne
il Natale, tempo temuto e segnato alla scelta fatale. Il sacro bronzo
chiama i signori e i contadini al tempio: vi accorrono gli amici e le
trepidanti madri, vi accorrono con Girani i suoi parenti e
Marcellina. Il silenzio di tutti annunzia il terrore che siede nei
loro petti, la trepidazione scuote tutti gli animi, e ognuno teme per
sè o pei suoi. Si agita la fatal urna: Girani trae il numero,
ed era il due: alla Torrazza si richiedeano sei coscritti: Girani è
fatto soldato. La povera Marcellina sentì venirsi meno alla
fatal novella; lo sposo restò immobile guardandola cogli occhi
gonfi di pianto, ma la loro ambascia andò inosservata e
confusa fra l'afflizione di altre madri e spose.
VI.
Era
irremovibile il destino de' segnati: furono vani e preci e lamenti:
si davano solo due dì al compianto delle vedovate famiglie,
poi doveano i novelli soldati seguire l'armata ad Alessandria.
Chi
potrà ricordare se fosse maggiore il dolore in Girani, o nella
povera fanciulla in questi infausti momenti? Ella non sapeva trovare
nè tregua nè riposo: contrastata fra l'amore e il
martiro di ogni perduta speranza, parea smarrirsi della ragione.
Appena spuntava l'alba, Girani era a Nebiolo e le sue confondea colle
lagrime della Marcellina. - Ah Girani, mio sposo, forse per sempre a
me rapito... Ahi dura legge, a che ne costringi?... ma io, io ti
seguirò, sarò tua compagna fra i disagi e le sventure:
dividerò teco il peso delle tue armi, le tue fatiche. Io
tergerò il sudore della tua fronte dopo i disagi del cammino,
ti concilierò il sonno nella stanchezza, e ti temprerò
l'amarezza per l'esilio dai luoghi ove sei nato. A mia madre pur
resta il marito, e a te, che dura necessità spinge ramingo in
lontane contrade, io sarò confortatrice compagna. Ch'io ti
segua, ch'io teco divida il tuo destino, e non temerò i
perigli, care mi saranno le fatiche, dolce mi sarà teco anche
la morte. -
Ma
era vano il voto, era vietato l'imeneo, nè il rigor dell'armi
compativa le dolcezze d'amore. - Ahi dunque tu solo... lunge, ed io
misera, abbandonata in questa solitudine... io gemerò e
verserò inutile pianto, mentre tu presso a nuovi oggetti forse
scorderai la povera Marcellina... - Girani cui questi lamenti erano
mortali saette, palpitante stringea per la mano la dolorosa, e le
prometteva coi cenni, col pianto e con interrotti sospiri eterno
amore e fede. - No, amor mio, il mio cuore non può essere che
tuo, io non posso vivere che per te... Se irreparabile destino or sì
ne acerba e divide,... forse non sarà per sempre, forse dopo
sì dura8 procella non fia ne debba fallire più
lieto porto: soli quattro anni ne richiedono all'armi, e sebbene
lenti, si dilegueranno finalmente innanzi al nostro desìo:
allora volerò a questi lidi, volerò al tuo seno unica
mia Marcellina, e ricordando la nostra costanza e i sostenuti
travagli, più dolce suonerà l'ora della nostra
unione... Ma e tu pure non voler poi che m'abbia a fuggire tanto
sospirato bene: tu... giurami di non esser che mia,... di non porre
in altri i tuoi invidiati affetti, giurami di attendere il mio
ritorno, nè che mai oserà alcuno vagheggiare il fiore
di questo colle... Che se poi la fortuna affatto nemica spento mi
vuole fra l'armi, lontano da te.... Marcellina! se sciolta d'ogni
promessa, d'ogni giuramento, un altro più avventurato
possedesse... deh per queste lagrime, per quegli affetti onde l'animo
nudrivi nella tua felicità, non dimenticarti del misero che ti
pose tanto amore quanto esser ne può capace un mortale, che
col solo pensiero di te alimentò la vita raminga, e fra i
tumulti della milizia non visse che per te sola... Scorrendo questi
poggi, vedendo quella pianta, ricordati che ai primi spesso appresi a
ripetere il tuo nome, e sotto quelle verdi fronde ho sovente sparse
lagrime amorose... Consacra, Marcellina, qualche segreto sospiro alla
mia memoria e vivi felice. -
Piangeva
la commossa fanciulla per duolo e per tenerezza, e con soffocati
singhiozzi il pregava perchè più non albergasse sì
tristi presentimenti, nè volesse di tanto amaro pure
esacerbare il suo affanno. Marcellina soffolti gli occhi al cielo
annebbiati di pianto, pari all'astro antelucano fra la notturna
rugiada, e indi movendoli sull'amico con tanta soavità che
davano conforto e vita, gli sporgeva le mani tremanti, gli giurava
eterna fede e amore - io sarò tua o di nessuno. -
VII.
Tali
erano i melanconici ragionamenti fra' quali volavano a que' miseri le
poche ore che loro acconsentiva la sorte che li premea. Già
eran trascorsi que' giorni luttuosi, già pendeva l'istante
segnato alla partenza, e Girani preso il dolente commiato da' suoi,
venne a dare l'ultimo addio a Marcellina.
Ella
volea pur essergli compagna fino a Casteggio, ma non le reggeva il
piede, e fra sì lungo dolore mal potea sostenere l'animo
affaticato. Mille volte iterarono gli amplessi ed i saluti, e
ritornarono ai giuramenti, alle lagrime. - Ah forse io non ti vedrò
più: estrania terra lungi da' miei, lungi da te mi raccorrà
semivivo, coperto di ferite e di sangue. Allora mi sarà di
qualche consolazione il tuo nome, ma in uno mi sarà di
amarezza, chè invano ti dimanderò e sperderà
l'aria i miei gemiti, invano desidererò che almeno la tua mano
pietosa mi chiuda gli occhi nel riposo. -
Il
tempo premea, i compagni già si dilungavano, ed era necessità
partire. Marcellina cadde semiviva fra le braccia della madre, e
Girani si precipitava dal colle miseramente gemendo e rivolgendo gli
occhi dolenti all'amoroso loco. Chiamava la sposa e rinnovava i
lagni, e seguiva gli altri a caso, quasi cacciato giovenco che corre
e si precipita sul cammino, senza sapere ove lo tragga l'incerto
piede e la fortuna.
VIII.
Il
novello guerriero fu inviato ad Alessandria, ed ivi coperto della
militare assisa ed adestrato all'armi. Sapeva appena scrivere, ma
amore tutto affina e insegna: ei mandava sovente sue novelle alla
Marcellina, e tracciava sulla fida carta interprete del suo cuore
parole e pianto.
La
semplice fanciulla che pur sentìa dolce ricreamento nel
ricevere quelle lettere amorose, pativa sovente dura molestia per non
sapere da sè interpretare quanto le scriveva l'amico: guardava
con impazienza la lettera quasi volesse dire: ei qui mi parla ed io
non posso sentirlo; la baciava, e la trasportava al seno e gemea
finchè le venisse di avventurarsi in chi le svolgesse le cifre
arcane. Per quanto la sua modestia le fesse dolce forza, pur non
sapea imporre silenzio al suo tripudiare sentendo gli amorosi sensi
di Girani, e per quanto fosse destro chi per lei affidava al foglio
la risposta, non pareale però mai che tutti esprimesse gli
affetti che ella sentiva.
Marcellina
che sino allora non si occupò che delle sue agnelle e del suo
casale, era desiderosa ad ogni novella che venisse di lontana terra,
non parlava che d'armi e di soldati. Traeva nei luoghi più
alti e meno ingombri di piante, per vedere nella lontana pianura il
frequente alternare delle truppe che passavano il Po e andavano o
redivano di Lombardia, e fra quell'ondeggiare d'uomini e di cavalli,
fra il lampeggiar di quell'armi e il suono degli strumenti guerreschi
non vedea che Girani, non udìa che la sua voce, e tutto le
parlava di lui, e da questo inganno ritraea sovente sollievo, più
spesso nuovo argomento al suo dolore.
Accade
che taluno de' vicini si rendesse ad Alessandria a visitare qualche
congiunto pur soldato: la Marcellina gli fu intorno e gli proferì
mille ricordi, mille cose che dovesse usare e dire al suo sposo. Il
premea ognora di nuovo perchè nulla dimenticasse, e quasi
dovesse solo occuparsi di loro, il pregava perchè mentre
dimorava colà fosse sempre con Girani e gli parlasse de' suoi
affetti, e spiasse se in lui era ancor viva la fiamma del prisco
amore e lo invitasse a venirla a ritrovare. Nè diversa era
quando il messo facea ritorno: lo affaticava con mille richieste, e
ricevendo per qualche ricordo che avea mandato a Girani, talun lieve
dono, fatta sicura della fede del suo amante, non è piacere
che soverchi quello ond'era cercato il suo cuore, che ognora si
apriva a nuove speranze, come il fiore d'estate che a temprare
l'arsura, socchiude il calice all'aura della sera perchè lo
imbalsami la notturna rugiada.
IX.
Avea
già la luna compiuto cinque volte il suo viaggio intorno alla
terra, e altrettante riflessale ora scarsa, ora intera quella luce
che beve dal sole, per rendere a noi meno tristi le tenebre della
notte, dacchè il giovine di Mancapane seguiva le marziali
bandiere. Già destro nelle militari manovre e primo fra gli
eguali, si affidava in compenso ottenere per pochi giorni di rivedere
i patrii campi, e già di questa sua speme alimentava l'amica e
confortava sè stesso; inutile fiducia che disperse il fatal
ordine per cui il reggimento di Girani prendeva la via di Francia.
Fu
improvvisa e rapida la partenza, nè l'amante ebbe modo di
mandarne novelle a Nebiolo, e ne fu oltremodo dolente. Movendo sui
monti che Italia dividono dall'estranee regioni, più viva si
destava alla vista di que' dirupi nell'animo suo melanconico la
ricordanza de' suoi colli, sentiva la potenza d'amore e il desìo
della sua Marcellina, e questo era lo strale più acerbo che
gli saettava in petto l'arco del nuovo esilio.
Appena
ebbe sosta per qualche dì il viaggio e fu sulla cima delle
Alpi, ei scrisse all'amica e diede un saluto alla patria. Fra i
sospiri onde spargea le carte, egli usciva in questi lamenti:
-
Ahi innocente colomba destinata a dividere meco il nido, invano tu
empierai di pianto la deserta campagna, invano confiderai che accorra
il tuo fido a porti sollievo! qual aura amica potrà impennare
l'ali a tanto volo e recarmi i tuoi lagni in sì lontane
contrade? qual pietosa valle farà eco alla tua voce e dividerà
in mia vece il suono della tua mestizia! -
-
Ahi deserti campi, ameni boschi ove menai vita innocente e solitaria,
io più non verrò a respirare in grembo alla vostra
quiete il balsamo dell'esistenza! Io sperava bearvi di lei che me
facea beato, mentre mi riscaldava a' suoi rai d'amore, ma ogni
speranza fuggì: sarà fosco il bel sereno de' suoi lumi
e lontano l'amico delle vostre solitudini. -
-
Mia Marcellina, ricevi con questo addio la fede del tuo sposo. Chi sa
quando mi sarà dato ancora farti pervenire, testimonii
d'amore, questi fogli impressi de' miei sensi e delle lagrime de'
miei occhi? ma ti sarà sempre fido il tuo Girani, nè
mai per volger di fortuna, gli cesserà un istante il pensiero
della sola amica, dell'anima sua. E tu pure bella de' patrii nostri
lidi, speranza de' miei dì, serbami, deh serbami l'amor tuo,
finchè il cielo ne sorrida e ricongiunga due cuori, che
siccome due foglie dello stesso stelo crebbero per riposare vicini a
bere lo stesso alimento di vita. -
X.
Pervenuto
Girani sulla Senna fu del numero dei scelti per l'impresa d'Egitto.
Innanzi partire inviò qualche lettera in Italia, e abbandonata
l'Europa, pur sempre si procacciava di trovare occasione per mandare
sue novelle: ma in breve cangiò il destino dell'armi e i
gallici stendardi diedero volta ai lidi d'Esperia. Per che non solo
fu tolta ogni corrispondenza che potea seguire fra i due amanti, ma
fu impossibile alla Marcellina avere notizia delle bandiere sotto cui
combatteva lo sposo e della fortuna che esse correano in sì
lontane regioni.
Prode
Girani intanto e coraggioso conseguiva in Egitto i primi gradi di
minore uffiziale. Scorreva quelle contrade già celebri per
antica grandezza, e sentiva pieni la mente e il petto di alte cose.
Vide Alessandria non più orgogliosa per orientale commercio,
poichè l'audace navigatore superò il capo delle
tempeste; vide volgersi al mare con incostante passo il Nilo, e
quaranta secoli parlare dalle piramidi di Menfi.
Innanzi
alle meraviglie della natura, fra lo splendore degli antichi popoli,
che in mezzo al bujo delle età fuggitive, pallido ancor si
riflettea su quelle rovine, dolce era a Girani l'idea della lontana
sua sposa. Ei sovente scoprendo fra gli immensi deserti di sabbia,
quasi isole in mare, breve seno di verdeggianti glebe, si avvisava
che ivi fosse il sorriso del divino sguardo di Marcellina. Talora nel
bujo ancor della notte destandolo raggio d'intempestiva aurora, gli
parea di vederla venire a lui dall'Oriente vestita di colore
dell'acceso cielo: spesso informò l'aura delle di lei
sembianze, e immaginava che movesse a rallegrarlo fra gl'incanti del
miragio o in seno a qualche candida nube.
Questi
soli erano i pensieri onde ei nudriva la calda fantasia, e rapito
nell'ideale di un oggetto celeste, nulla poteano su lui le cure
terrene, cui non desse alimento l'altissimo suo sentire. Vide le
belle Mussulmane e fu insensibile alla loro avvenenza, chè
lieve cosa le parvero innanzi alla cara immagine che serbava in
petto: ei fu insensibile alle lusinghe de' piaceri che allettavano i
suoi compagni sulle sponde del Nilo. Mentre gli altri prendeano
sollievo alle fatiche co' sollazzi, ei raccoltosi in solitaria parte
trascorrea dolcemente le ore coll'idea di Marcellina, e talor l'alma
in sì dolce quiete fatta pellegrina dai sensi, trasmutate in
sogno quelle dilette immagini, gli parea ch'ella venisse a parlargli
della sua fede e del suo duolo. Fra i tumulti e le turbolenze
militari, ei sempre non intese che amore: ogni dì salutava il
sole - e tu la vedrai, diceva, tu vedrai quell'angelo d'innocenza, ed
io?... Ah chi sa se ancor mi sarà dato contemplare da lunge il
colle che si rallegra al girare de' suoi lumi! -
XI.
La
militare baldanza e il dritto di rappresaglia devastavano i campi e
ne turbavano gli abitatori. Girani andava coi suoi soldati per viveri
fra quelle desolate campagne, ma mite non inchinava che alla
necessità. Mentre stretto dal dovere operava la forza,
impediva a' suoi ogni violenza, li richiamava dalle crudeltà,
nè mai lasciava di spirare ne' loro petti sentimenti di
commiserazione. Racconsolava lo sciagurato cui coglieva il disastro
di guerra e a cui la digiuna fatica de' soldati invadea le case e ne
dividea gli averi, e gli raddolcia la fortuna col diminuirne i danni:
si studiava ognor che il potea, perchè il turbine dell'armi
mentre fremea negli alti palagi, mite passasse sul povero tugurio.
Girani non venìa meno nè al suo debito nè alle
necessità di guerra, ma ad un tempo non venìa meno al
suo cuore, e bella era la pietà da lui richiamata ove spesso
tace ogni generoso sentimento.
Penetrò
il suo drappello un'abitazione ove era sola e abbandonata una
fanciulla: piangeva la misera tremante e presaga di un triste
avvenire, nè osava alzare gli occhi, nè osava
raccomandarsi. Già il soldato la sogguardava con malizioso
sogghigno, e indurato fra le sventure, anzichè compassionare
alla sfortunata, pareva insultarne il pianto.
Fu
tratta al campo colle spoglie della sua casa. Girani osservando la
mesta prigioniera si sovvenne di Marcellina, e gli cadde in pensiero,
che fra il destino dell'armi potrebbe anch'essa venire colta dalla
stessa sciagura. Lo ferì quell'immagine, e mentre si divideva
la preda, ei rinunziò alla propria parte a patto che non si
molestasse la bella fanciulla e la si ponesse in sua mano. L'ottenne,
e fatto il Colonnello partecipe di quanto l'animo gli capìa,
guidò la prigioniera al vicino villaggio e la restituì
palpitante e timorosa ai parenti che omai nè disperavano della
salute. A tanta cortesìa furono vivamente commossi e la figlia
e i genitori, sicchè quegli proposero al generoso guerriero di
restarsi colà e dividere colla bella le loro dovizie.
Ricusò
l'eroe l'offerta accennando come l'onore e le sue affezioni gli
togliessero di abbandonare le proprie insegne, e di disporre del suo
cuore già occupato. Allora gli si proffersero donativi e
tesori, e tutti li rifiutò, e solo alle iterate preghiere,
prese un vezzo di perle onde farne presente alla sua sposa: si
restituì quindi al campo godendogli l'animo non già
perchè altri gli andasse in qualche modo obbligato, ma per
avere operata una bella azione che al certo confidava riuscire
dovesse gradita alla sua Marcellina.
XII.
Nè
meno foschi giorni si volgevano intorno alla figlia derelitta. Più
non fioria sulla sua guancia il fior di giovinezza, più non le
lampeggiava sul volto il sorriso già apportatore d'allegrezza,
nè più s'udìa la sua voce dolce come il canto di
capinera solitaria! Allorchè era sola più affannata la
stringeva la melanconia: volgea nell'animo la fuggita felicità
e la condizion presente, e vestìa di nuova tristezza il suo
duolo: ogni piaggia ed ogni macchia ricordavale il suo Girani ed ogni
speco e ogni valle faceva eco a' suoi lamenti. Stringeva al seno i
colombi e l'agnelletta, e pareano quegli innocenti partecipare nelle
sue pene; l'una con querulo belato le lambiva la mano, gli altri le
svolazzavano sul petto e raccoglieano dalla sua bocca i baci. Mentre
con essi confondea queste ingenue affezioni, le sembrava temperare
alquanto le proprie amarezze, e ritrovare alcun refrigerio
all'immenso fuoco che la ardeva.
Andava
spesso sul colle della pianta ove Girani avea sparsi tanti sospiri ed
ivi versava essa pure i suoi: ivi stava a lungo fisa nella via che
doveva ricondurle l'amor suo. Sovente sporgendo le mani al cielo gli
chiedeva il ritorno dello sposo: teneva sì in quello ferme le
devote pupille, e pregava con sì dolorosi lamenti che parea ne
sentissero pietà consci gli augelli della valle, e flebilmente
alternassero a lei d'intorno i loro canti.
Allorchè
era nel bosco e svolgea le sue querele il solitario usignuolo, quasi
venisse l'augello pietoso compagno alla sua mestizia, stava
Marcellina ad udirlo con placida quiete, come cara si ascolta la voce
dell'amicizia. Spesso fra questo silenzio sentiva fischiare fra le
fronde l'aura leggiera, e avvisandosi in pria che fosse l'orma del
reduce amante, tendeva fiammeggiando l'orecchio, ma gli morìa
tosto sul volto l'improvvisa gioja e la speranza, fatta accorta del
suo errore. Talora si richiamava a quell'aura ingannatrice, talora se
era più dolce la tristizia che la governava, cantando in voce
lamentevole, rivolgevale nel proprio accento l'inno che soleano
cantare le abitatrici del monte.
Aura
soave e queta
Che
intorno a me t'aggiri
E
i flebili sospiri
Ascolti
del mio cor;
Amica
deh! li reca
In
sen del caro bene,
Narragli
le mie pene,
Narragli
il mio dolor.
E
se pietà gli desta
La
lagrima amorosa,
Nel
seno mio pietosa
Deh
vienila a versar;
E
un cesto ogni mattina
Avrai
d'eletti fiori,
Ove
sui primi albori
Le
penne riposar.
Così
a lungo giacea la sconsolata e sola, e spesso ivi dimentica delle sue
cure usate, dimorò molte ore fra le preci ed il pianto, finchè
non la richiamava al mesto focolare, o la voce de' reduci genitori, o
il cadente raggio del giorno.
XIII.
Restava
a Marcellina il sollazzio della tenera madre, ma il cielo pur di
questa la volle rendere dolente. Pochi mesi dopo che Girani partì
dall'Italia, la pia fu presa da malore sì fiero che in breve
la trasse al sepolcro. La Marcellina non si rimovea mai dal mesto
letto, nè dimenticava la più lieve cura; e se queste
valevano, certo Rosa avrebbe racquistata la salute. Ma i guai della
disgraziata fanciulla spuntavano allora, ed era segnato dovesse assai
combattere fra dure procelle, nè mai raggiungere il sospirato
lito.
Rosa
era presso a morire, e doleasi non già di dipartirsi da questa
vita, ma di lasciare sola e vedova d'ogni conforto la figlia già
per sì crescenti affanni ridotta a tanto stremo. - Marcellina,
ecco omai a sè mi chiama il cielo: è forza dividerci,
ma pur mi duole il lasciarti, e il lasciarli, o figlia, fra tanto
squallore. Se almeno ti sapessi felice col tuo sposo, unica meta cui
solo miravano i miei pensieri, io morirei tranquilla,... ma così
povera orfanella, smarrita, ti abbandono fra i travagli della vita, e
lontana, ahi troppo! è la speranza di migliore sorte. Tuo
padre ti ama, ma ei non può averti quelle sollecitudini ch'io
usava teco, e abbisognevole di chi gli faccia consolazione, mal potrà
sovvenire all'ammalato tuo spirito. Però il duolo mai non ti
tragga a disperare, nè chiudere l'animo alla speranza. Non
traviare giammai dal sentiero su cui per buona ventura ti mettesti,
paventa le vie tortuose in cui si celano i serpi con mille insidie,
ed abbi sempre in mente che ti ho cresciuta nella povertà e
nella innocenza. -
La
pia donna ben conosceva quanto tenero per la figlia fosse il marito,
pure gliela accomandò con ogni istanza, e volle che le facesse
promessa di non adoprare mai violenza nella volontà di lei. -
Se torna Girani, arrida il cielo alla vostra unione, se più
non torna.... sia libero al tuo cuore scegliere la vita che più
ti è in grado. Però guardati dalle attrattive e dalla
fallacia delle nostre passioni, consigliati con tuo padre come avevi
costume adoperare con me, ed ei sia scorta all'incerto tuo piede: una
figlia sola è come una viola che metta all'impeto di tutti i
venti. Non ti adeschino le lusinghe di coloro che di dolcezza ti
vestiranno la frode; sono come la brina di primavera che scende per
innaffiare i malaccorti fiori e li disecca. Sii cauta e schietta, nè
mai la sete dell'oro o il desiderio di fortuna migliore ti seducano,
o trascinino lungi dalla tua semplicità. In questa, tua madre
gustò i piaceri più cari della vita, ti crebbe delizia
di un marito amoroso, e passa senza che niuna trista ricordanza venga
a funestare l'ore sue estreme. Possano a te pure questi monti ove
sortisti la culla schiudere l'asilo innocente del riposo, possa il
tuo cuore, come crebbe, serbarsi puro e virtuoso, sicchè come
ritornerai all'amplesso che ora ultimo ti porgo, io pur ti ritrovi
quale ti lascio,... Ah sì, Marcellina, quel tuo sguardo
affettuoso mi acqueta, quel tuo pianto mi affida... Vieni al mio seno
e ricevi dalla madre che sì divide da te, il pegno più
dolce d'amore. -
XIV.
Dopo
simili ricordi abbracciò teneramente il marito e la figlia, e
invocò sul capo di questa la benedizione del Signore. Indi si
pose in calma e diede tregua ai vaghi pensieri, quasi li rivolgesse
sopra sè stessa e ne fosse contenta: accoglieva sul viso tanta
quiete che parea vi si diffondesse un raggio della pace celeste. Di
nuovo dopo alquanto, riscossa girò più volte i tremoli
lumi su que' mesti intesi a soccorrerla, e quasi salisse al cielo,
passò fra le loro braccia, e parve chiudesse gli occhi nel
sonno, chè dolce è la morte del giusto e fra i vizj
della società, e nella semplicità dei campi.
Marcellina
non si dilungò mai dal letto ove Rosa giaceva. Lontana dal
seguire il costume de' cittadini, e fuggire come stranieri coloro che
or dianzi ne fur cari perchè più non gli alimenta
l'animatrice favilla, essa col superstite parente ebbe le più
sollecite cure dell'emunta spoglia della madre che vestì colle
stole del sepolcro, e la adagiò nel feretro. Come giunse il
cruccioso momento che dovea per sempre rapire la cara estinta alla
magione dell'incolpato viver suo, la sconsolata figlia in negra veste
la seguì alla chiesa, ed ivi prostrata sul suolo presso alla
funerea bara, con gemiti repressi per angoscia e per religioso
terrore, pregava la pace all'anima benedetta.
Indi
la accompagnò al cimitero e abbenchè sentisse
soffocarsi dall'affanno, mai di là non si rimosse finchè
l'invide zolle la rapirono a' suoi occhi. Innalzò di sua mano
su quel terreno la croce, e poichè il gelo che le si era
ristretto intorno al cuore, sciogliendosi, le permise libera uscita
al suo dolore, la bagnò di lagrime, e accese l'aura di sì
dirotti sospiri, che uscirono in mesti gemiti i dolorosi amici che le
feano corona.
XV.
Dopo
tanta sventura Marcellina non portò più nè
serena la fronte, nè vivaci i lumi, ove fosca nebbia di pianto
non gli appannasse. Ogni volta che il padre ritornava al vedovo
casolare, ella vedendolo solo se gli stringeva al petto, e il
guardava fiso quasi volesse chiedergli ove era la sua compagna. Il
mesto veglio abbracciava amorosamente la figlia e muti confondeano i
loro omei, e condivano d'amare ricordanze il desco e il silenzio del
riposo.
Invano
Giovanni pur temendo forte alla figlia per tale mestizia, consigliato
dagli amici, si provò più volte di trarla lungi dalla
natìa capanna, e addurla ne' vicini paesi a passare meno mesti
alcuni giorni. Invano le conoscenti di lei si studiavano inescarla
con vezzi a ripigliare l'animo dimesso: le era di peso la loro
serenità, trovava unicamente sollievo nella propria
melanconìa, e solo in questa amava rivolgere tutti i suoi
pensieri.
Mentre
i vicini ne' dì festivi correano a diporto le valli, ella
solitaria penetrava nel cimitero ed ivi carica di dolore il volto,
dimessa e velata di nero zendado, atterrava la fronte, e sulle zolle
che ricoprivano la madre spargeva preghiere e lamenti. Sovente
intrecciava su quella croce una corona d'erbe sempre verdi, evocava
la pia estinta perchè la sovvenisse nelle proprie sciagure, le
chiedeva che almeno le rendesse lo sposo per averlo a compagno nel
distribuire devoti fiori su quella fossa.
Siccome
però quel sacro recinto non era schiuso alla pietà de'
fedeli che nei dì festivi, e sovente il pastore dava qualche
dolce rampogna alla Marcellina, perchè di troppo ivi si
struggesse in doglianze, ella negli altri giorni in ora che non
potesse spiarla importuno sguardo, si trascinava sul poggio dei
sospiri, da cui guardava nel cimitero. Ivi appoggiato il travagliato
fianco alla pianta amica, or chiamava la madre, ora Girani,
indirizzava al cielo preci e voti, e spargeva di lamenti la collina e
il bosco.
Queste
erano le sole cure che le occupassero la mente e il cuore, e se
stretta non l'avesse amore del vecchio padre, ella giammai non si
sarebbe prestata a preparare le vivande, a richiamare l'ora di
quiete, chè interamente avea perduti e il cibo e il riposo.
Erravano sparse le sue pecore nel bosco, lorda dal limo e dagli
sterpi l'intonsa lana, e invano coll'umile belato pareano pregarla
perchè ne prendesse maggior pensiero: erano derelitti i suoi
colombi, muta la sua casa, e tutto a lei d'intorno sembrava vestirsi
del suo squallore.
XVI.
Si
avvisarono alcuni che volesse procedere a mal fine questo dolore
della Marcellina, sicchè persuasero al padre che per avventura
converrebbe trovar modo a procurarle nuovo partito di nozze. Ognuno
compiangeva la figlia di Nebiolo: omai le sue belle virtù eran
note, correvano le sue sventure su la bocca di tutti, ed ognuno ne
sentiva pietà: Marcellina era il compianto delle figlie,
l'amore dei padri, era il secreto sospiro di tutti i giovani del
colle.
Fu
quindi agevole trovare chi desiderasse alle nozze di lei, e il padre
sempre di nuovo sollecitato, dolcemente un dì accarezzandola,
cercava d'insinuarle nell'animo il nuovo consiglio. - Mia cara, tu
vedi che già io m'incurvo sotto il peso degli anni e delle
fatiche, sì che solo oggimai non basto a queste poche terre.
Tu prostrata dalla tristezza e non avvezza agli stenti, male ti
adoperi ond'essermi di ajuto, e sovente mi si spezza il cuore
vedendoti indurar fra lavori che tua madre ti impediva. Omai volge il
terzo anno da che Girani è in istrane contrade e non ne manda
sue nuove: forse mentre tu gemi, ei dimentica... Deh, Marcellina cedi
alla necessità, unisci la tua destra a qualche altro che
accolga animo eguale, che te compensi della perduta madre, a me sia
di sollievo, a entrambi di secura speranza. Vuoi che io pianga ogni
dì sull'incertezza del tuo destino? ch'io cada col dolore di
lasciarti orfana e sola su questa rupe? vuoi?... no, Marcellina, sii
più mite e vinci te stessa, un giovane di Codevilla....
La
sconsolata fanciulla a maniera che suo padre favellava, dolcemente il
cingeva colle braccia e gli scaldava di baci le lanose gote; ma come
sentì la fatale proposta quasi le fuggissero le forze, si
abbandonò sul di lui petto, e in vece di risposta le veniano
sulle labbra i singhiozzi, sugli occhi le lagrime. Nebiolo ne era
intenerito, volea inanimarla, la accarezzava, la invitava a
rispondergli e ad annuire al suo consiglio.
Come
potè appena Marcellina riprendere lena e ardire, perchè
la tenerezza del padre le dava animo ad aprirgli i propri pensieri,
atteggiata di dolore e di innocenza, a lui volgea tai detti: - Ah
padre! padre mio! perchè avete fermo di perdermi, perchè
spingermi alla disperazione? io mi adoprerò per alleviare le
vostre fatiche, il cielo pietoso raddoppierà le mie forze, se
mia madre non si dimentica di me... Io vi sarò sempre vicina
finchè mi sia dato dividere con voi la vita: lasciate alla
fortuna la cura del resto. Ma non parlatemi di nuove nozze, è
una spina che m'infiggete in petto; sarebbe un lento veleno che pria
di condurmi all'altare, mi trascinerebbe all'invidiato riposo della
perduta vostra compagna... Io non credo che Girani siasi dimenticato
di me, ei nol può, e in lontane contrade forse inutilmente
desidera di mandarne sue nuove. Che se pure in guerra... se ei più
non fosse,... nessun altro, no mai... io vivrò finchè
l'amor vostro abbisogna delle mie cure, poi lo seguiterò in
cielo... Per pietà, padre mio, se vi fui cara, se affatto non
mi ha dimenticata l'amor vostro, per questa mia mestizia, non mi
parlate giammai d'altro... Ve ne prego per lo stesso dolor mio,...
per questo pianto,... per la promessa che ne deste alla mia povera
madre innanzi che si dividesse da noi... -
Il
buon vecchio fatto assai pietoso della Marcellina, piangeva al pianto
di lei: un bacio, un eloquente amplesso, la rassicurarono e tutto le
promisero.
Dopo
quell'istante ei più non parlò a lei di nozze, neppure
la interrogava del suo dolore, ma cercava cogli accarezzamenti e
colle sollecitudini sempre nuove, di toglierla per qualche istante
alla melanconia: la figlia anche essa poneva ogni opera perchè
alleviasse le fatiche del padre; allorchè ei ritornava,
componeva come meglio le riusciva a serenità il volto, e si
procurava sempre più colle cure e cogli affetti di rendersegli
cara e di piacergli.
XVII.
Erano
solo volte dodici lune da che aveasi innalzato l'ulivo di pace, e
l'incendio di guerra destava di nuovo il terrore negli italici petti.
Già i gallici stendardi risalivano le alpi, e Girani reduce
dall'Egitto, conseguito pel suo coraggio il grado d'uffiziale, era
fra i primi che moveano verso l'Italia.
Gli
godeva l'animo nell'idea di rivedere la vergine di Nebiolo dopo il
volgere di sì lunghi giorni, e sì diversa fortuna. Nè
le fatiche di lungo viaggio, nè i sudori sparsi in una via che
ancora intentata schiudevasi fra le nevi, le balze e gli
scoscendimenti del S. Bernardo all'ardito passaggio del guerriero; nè
le veglie, nè il gelo, nè il digiuno poterono domare
l'animo suo speranzoso, che vedea acquistandosi merito presso il
generale, più agevole gli sarebbe ottenere lo sposare
Marcellina. Era primo a destare i suoi compagni all'opra, primo ad
arrampicarsi fra le rocce per iscerre la men difficile strada, primo
a scomporre carri, a calar cannoni dagli scogli, a ridurre i dispersi
commilitoni sotto le bandiere. Era caro ai soldati, agli eguali ed a'
suoi superiori, che gli promettevano in Italia larga messe di premj.
Ma nulla ei curava di questi, era un solo il pensiero che il movea, e
dalla cima dell'Alpi salutava la terra natale della sua amica,
alternava canzoni di guerra e d'amore.
Calate
le Alpi corsero l'armi galliche con diversa fortuna l'insubriche
contrade, e Girani in molti eventi potè col suo coraggioso
adoperare, fare palese di qual valore armasse l'animo intraprendente.
Un'ala dell'esercito era indiretta verso il Po, e in questa era il
reggimento di Girani. Perchè siccome l'assetato che cerca una
fonte amica, egli ardeva di baciare pel primo la natìa sua
terra, bramò ed ottenne di appartenere al picchetto che
precedeva la divisione la quale inviavasi a Casteggio.
Precedeva
festivo in mezzo a' suoi sentendo l'aura nativa, e scoprendo da lunge
i dolci colli, salutò l'Iria e i paesi che il videro povero
contadino e da cui passava valente soldato, e inoltrando verso
Casteggio, dilungandosi sulla romana strada, in breve gli occhi suoi
desiderosi, poterono riposarsi scoprendo la pianta dei sospiri e
dietro questa l'amoroso Nebiolo. Accennava palpitando agli amici
l'invidiato poggio, e quasi la vedesse, inviava saluti alla sua
Marcellina, e ad ogni istante avvisava ch'ella volare dovesse ad
incontrarlo, quasi ogni suono di tromba potesse annunziarle il suo
ritorno. L'inimico era a Casteggio, quindi fu pigliato il partito di
porre il campo nella pianura di Montebello. L'antiguardia ivi prese i
suoi quartieri, si inviarono messi al reggimento, si disposero le
scolte, e si mandò a spiare il paese.
XVIII.
Girani
attendeva sollecito a quanto gli richiedeva il dover suo, ma il
pungeva impaziente brama di vedere Marcellina. - Le sono sì di
poco lungi, diceva fra sè, vedo il suo casale, annovero le
piante che s'infiorano al di lei sorriso, e forse or mi piange
lontano! forse ora geme, ed io non volo a consolarla? forse in questo
momento disperando del mio ritorno, cede all'importunità che
la preme e dà la mano ad un altro.... Ed io avrò invano
sì a lungo amato e formati tanti desiderj?... e così si
sperderanno le mie speranze, mentre un momento solo può
recarmi alla sospirata felicità? e starò più a
lungo inerte e pensoso?... - Tai cose volgeva nella mente il
contrastato guerriero, e ognor più s'accendeva in lui il
desiderio di Marcellina. Restava ancora a un'ancella del mattino il
menare la danza della terra intorno al sole, perchè questa
toccasse a metà del suo viaggio, e le truppe non raggiungeano
il drappello spiatore che verso sera; e in due ore Girani aveva agio
volare a Nebiolo, vedere la bella ed essere di ritorno. Adescato da
idea cotanto seducente, più non vede ostacoli, affida il suo
picchetto al minor uffiziale, e sotto colore di riconoscere il colle
e ritornare in breve, si mette precipitoso in cammino.
A
misura ch'ei percorrea que' poggi mille care rimembranze se gli
ridestavano nell'animo, e sentìa crescere la fiamma
dell'antico affetto: alcuni montanari accorrevano tirati dalla
curiosità a vedere quel soldato, e forse lo avrebbero
ravvisato, s'ei in nulla ponendo mente al loro meravigliare, con ogni
pensiero inteso al vedere l'amante, non si fosse involato ai loro
sguardi colla rapidità del lampo. Era Nebiolo cui cercavano i
suoi occhi, era la bella solitaria cui intendevano i suoi voti: già
col desìo precorreva l'evento e favellava con lei, già
per nuove affezioni era tolto il pensiero d'ogni passata amarezza, e
come raggio di sole dopo lunghe tenebre, più bella gli
rinasceva nell'animo la speranza.
XIX.
La
vergine di Nebiolo, cui la vaga fama avea annunziato il rumore della
novella guerra e il ritorno delle galliche insegne, sempre pronta
come suole l'amante a prestare facile credenza a quanto brama, già
accogliea fidanza di rivedere in breve lo sposo. Traeva sovente sul
colle dei sospiri, per iscoccare di là più lungi lo
sguardo, e spiare se sulla romulea strada o lungo il Po vedevasi
commovimento d'armi e d'armati, e spesso siccome la consigliava
l'amorosa vaghezza, avea fra strane illusioni attinto nuovo
ricreamento, onde più amara poi sentire l'acerbità del
proprio inganno.
Quella
stessa mattina l'avevano ivi pure attirata il romore de' tamburi e il
clangore delle trombe, e fra un continuo aggirarsi di carri e di
soldati, un luccicare d'armi e un fragore confuso di suoni e di voci,
era sovente trascorsa dalla trepidazione della paura al tripudio
della speme. Volgeasi indi al cimitero, ed alla madre addimandava per
pietà il ritorno dello sposo, e come nave all'onde cui rapisce
ora propizio, ora contrario vento, occupata da diversi affetti or
disserrava le palpebre al pianto, ora accogliea la gioja. Reduce al
suo colle raccontava ansiosa al padre quanto erale occorso alla
vista, e spesso usciva dall'abituro, onde per poco che da Nebiolo
raggiungere potesse coll'occhio, pur cercare qualche nuovo
allettamento alla sua immaginazione.
XX.
Dimorava
appunto in questi pensieri incerta intendendo alle domestiche cure,
allorchè con lena affannata la raggiunse Girani. Marcellina si
scosse al calpestìo de' suoi passi, si videro, e da loro fu
detto appena: - oh mia Marcellina! oh mio Girani! - e l'una si
confuse nel seno dell'altro.
Solo
dopo alcuni istanti ricuperarono gli smarriti sentimenti,
rinnovellarono quelle prime eloquenti parole, stettero a riguardarsi
quasi ammutoliti, e quindi l'una premendo la mano dell'altro, si
dimandavano s'erano pur dessi, quasi sospettando non li prendesse
qualche illusione. Indi più securi e lieti, a vicenda si
chiesero della loro fede, si narrarono le proprie sventure, i
perigli, i timori, e vagheggiarono l'idea della presente fortuna. -
Oh mia Marcellina! pur ti trovo dopo tanti guai ed affanni, e sei pur
bella come il primo dì che ti vidi e ne fui preso, e quale ne
serbo l'immagine nel cuore, sola compagna ch'io m'avessi nel vario
cammino della varia sorte. Avvicinandomi all'Italia, il sorriso di
questo cielo sempre sereno, parea che mi annunziasse che qui
risplende la virtù de' tuoi occhi: parea che le Alpi monti
aggiungessero a monti per allungare il mio cammino: oh! ma che son
mai quelle rocce eterne innanzi all'immenso amor mio? fuggivano sotto
l'instancabile mio piede, e parea che col rumore i torrenti mi
chiamassero in tua voce e dicessero, affretta; parea che al mio
passaggio vedendo i miei tormenti si sciogliessero i ghiacci, e vola
mi ripetessero, vola in seno ad amore: le stesse campane della sera
che spargevano un queto suono di vetta in vetta, sembravano dirmi in
loro flebile metro: noi siamo figlie della pace e a te l'annunziamo.
Ah sì, Marcellina! breve omai sia il sospirar nostro: la tua
mano fu il premio che io desiderava alle mie fatiche: omai il mio
grado mi consente di menarti per isposa, e il sarai, e noi vivremo
felici. Dimmi, e tu anima dell'anima mia, lo desiderasti questo
istante che sempre fuggiva innanzi alla tormentosa mia brama? avevi
ogni giorno presente il tuo Girani, come tu Marcellina eri a me, tu
solo pensiero di gioja? mi ami tu sempre del pari, m'ami, Marcellina;
e sarai tu felice di ristorarti alfin da tanti travagli in questo
seno amoroso?...
Mentre
l'acceso amante le favellava, or le stringeva, ora le baciava le
mani, or cogli occhi accesi di amoroso fuoco pareva invitarla a
rispondere alle proprie richieste. Stava la Marcellina intanto
confusa fra il piacere ed un misto di vergogna e di pudore che
destavano in lei il marziale aspetto di Girani, e quelle innocenti
virtù che sebbene travagliate, eransi sempre serbate pure nel
suo cuore. Mal sapea la semplice corrispondere ai modi ingentiliti ed
animati dello sposo, e solo accarezzandolo e accennando col capo e
colla mano, gli rispondevano i suoi occhi col linguaggio più
eloquente della natura, e a chi bene intende amore, caro e certo
pegno degli affetti ascosi.
XXI.
Intanto
in ogni casa era corso il nome di Girani, e quasi ad ognuno
succedesse favorevole avventura, erano tutti festanti per gioja, di
tanto andavano dolenti nella mestizia di Marcellina.
La
curiosità movea giovani e vecchi, donne e fanciulli: traevano
dalle loro soglie e si affollavano intorno al soldato; chi gli
sporgea le braccia, chi lo premeva al petto e applaudiagli il ritorno
e la prossima felicità, chi stava muto a guardarlo intimidito
dalla guerresca presenza. Questi gli dimandava della salute, quegli
de' viaggi e delle guerre, l'uno il tirava per la mano, l'altro lo
scuoteva per l'abito, tutti chiedevano e voleano soli risposta: una
domanda succedeva all'altra, e a queste ne seguivano mille, quasi
onde che vengono a sferzare il lido e si succedono senza posa, sì
che egli confuso, angustiato li riguardava tutti e non sapea
rispondere ad alcuno. Il cieco intanto compiaceasi di richiamare alla
Marcellina come ei sempre l'avesse incorata a buona speranza, e sì
di ciò ne andava giojoso, quasi l'evento fosse stato costretto
dai suoi presagi.
In
questo mezzo le donne che meno audaci non ardiano porsi fra la calca
che premea Girani, e i fanciulli, che o si sovvenivano appena
d'averlo veduto, o aveanlo sentito nominare, come sogliono ad ogni
nuova cosa rallegrarsi, gli facevano con gridi festevole allegrìa.
Le une più curiose minutamente spiavano gli abiti onde ad esse
compariva sì dovizioso, ed amavano coll'ardita mano trattare
la morbidezza de' panni; gli altri andavano leggiermente a toccargli
la spada, indi ritraevano la mano quasi da un ferro rovente, e
ritornavano scherzosi allo stesso giuoco. Questi intendeva
maravigliato all'auree insegne che gli ornavano le spalle, quegli
pigliava il cappello di lui, e compiacevasi o di scuotere o di
solleticarsi al mento le variopinte piume. Ognuno diversamente
cercava di soddisfare al natural talento, e chi non potea parlargli o
interrogarlo, si metteva nel ragionare di lui col vicino, e in tutti
era eguale il tripudio.
Tratto
dalle grida e da confuse voci che il richiamavano, giungeva in quella
dai campi il vecchio Nebiolo, ed accertatosi dell'arrivo del giovane,
anelante, bagnati per consolazione gli occhi, mosso da nuovo
entusiasmo9, prima abbracciò Marcellina, indi Girani.
Poichè la gioja gli permise gli accenti, e in lui fu spenta la
bramosìa di accarezzare que' diletti, prorompeva - Oh mio
Girani! caro figlio, solo pensiero della mia Marcellina, tu rasciughi
il mio pianto, tu porti la salute a mia figlia, la pace ai nostri
cuori, tu sarai il bastone della mia vecchiezza, formerai la nostra
felicità. -
Scendevano
care queste parole in seno a Marcellina: riconoscente, compunta, non
sapendo trovare accenti alla sua letizia, si stringeva fra il padre e
l'amante e versava lagrime di gioja. Così si alternavano le
dolcezze dell'amore e dell'amicizia, ed era piacevole anche la
ricordanza delle passate sciagure, chè suole con piacere il
marinajo ricordare in porto la burrasca. Furono sacri alcuni sospiri
alla memoria dell'estinta madre; fu dato merito alla serbata fede, e
si cosparse di dolce obblìo ogni sinistro di nemica fortuna
fra le più care affezioni che ministrano al cuore l'energia di
vita.
XXII.
Per
tal modo trascorrevano rapide le ore, e Girani, intento a disbramare
la dolce sete che sì da lungo il travagliava, spente in lui
tutte le altre cure, dimenticava imprudente i suoi doveri: adescato
dall'idea di un'apparente felicità, non sentiva quai fiere
procelle già gli ruggissero sul capo.
Il
Comandante della Divisione seppe la vicinanza dell'inimico, e temendo
non fosse in periglio la guardia avanzata, le tenne tosto dietro;
sicchè giunse nelle pianure di Montebello, poche ore dopo che
vi aveano preso campo i compagni di Girani. Pose i quartieri, e
mentre scorreva i luoghi, visitava le sentinelle, gli venne
annunziata la mancanza di un uffiziale.
Non
fu ira cui eguagliasse quella di lui al pensiero, che un soldato
innanzi all'inimico abbandonasse il suo posto, e disertasse dalle
bandiere. Tutti meravigliavano come a ciò si fosse condotto
Girani, esso da tutti tenuto valoroso ed onorato; ma alcuni montanari
che asserivano aver veduto un soldato fuggire a suo potere verso il
colle, diedero maggiori argomenti al dubitare, sicchè il
Generale ordinò che ad ogni modo venisse inseguíto. Si
mandò una mano di cacciatori sulle tracce del fuggitivo, e
siccome era stato da tutti osservato, fu facile scoprire il suo
cammino e raggiungerlo fino a Nebiolo.
Stavano
nel ragionare ancora intorno al reduce parenti ed amici, quando
scoprirono che alcuni soldati salivano il colle. Girani fatto di ciò
accorto, e avvisando fossero nemici che si attentassero di farlo
prigione, sguainata la spada, giurò di non perderla che
estinto, e inanimava i circostanti a difendere l'onor suo. Ma fra sì
generosa gara qual meraviglia fu la tua, giovane imprudente e
sfortunato, allorchè in essi ravvisasti i compagni, e ti ferì
rampogna di traditore e vile, ed annunziato l'arrivo del Generale
fremente per gli abbandonati posti, ti venne ordinato di deporre la
spada? Mille diversi affetti si succederono sul tuo volto, ed un
tristo presagio ti occupò quasi tetra nube il cuore. Incitato
alla partenza ti dividevi con represso dolore dalla Marcellina,
prendesti mesto commiato dagli amici, e pieno di tristi pensieri
ricalcasti con orma incerta quella strada su cui ti condussero
l'amore e la speranza.
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