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La stretta rampa esteriore e il
loggiato breve, a colonne, della casetta a un sol piano, sembravano
infiorarsi dei petali porporini che l'aurora lasciava cadere da' suoi
veli fuggevoli. Una pace piena di sorrisi veniva dal cielo, un
silenzio, già solcato da impercettibili bisbigli, regnava
sull'orto, dove le cime degli alberi già fremevano per la
irrequietezza dei nidi.
Tutte le cose odoravano di santità,
e Orvieto, in quelle prime ore mattutine, richiamava al pensiero le
città dolcissime dell'Umbria, quando San Francesco le
attraversava camminando fra i popoli, predicando l'amore di Cristo, e
messer lupo lo seguiva pensoso, e le rondinelle, dolci sirocchie, gli
facevano corona intorno, sospese a volo, coi becchi spalancati, le
ali aperte, attonite al suono delle miti parole rivolte loro dal
santo poverello.
Domitilla Rosa uscì sul
loggiato e spinse lo sguardo verso destra, dalla parte della rocca, e
verso sinistra, dalla parte che mena all'interno della città;
il viso le si rischiarò di tripudio. Per tre anni consecutivi
la pioggia, forse a castigo dei molti peccati, aveva impedito la
processione del Corporale; ma in quella mattina il cielo appariva
così radioso, l'oro del sole nascente si mesceva già
con così larga promessa di luce ai rosei vapori, che la
processione avrebbe potuto svolgersi in tutta la sua magnificenza.
Era dunque giorno sacro, giorno di grazia, e Domitilla Rosa, fin
dalle tre del mattino, quando le campane in coro avevano annunziato
l'esposizione del reliquiario, si era immersa nella preghiera
mentale, interrotta da slanci di passione amorosa, che le facevano
battere il cuore, e da accessi di sconforto per la propria
insufficienza a ben comprendere e misurare gli spasimi della passione
di Cristo; sconforti che la spingevano a battersi il petto ed a
rimanere lungamente, come annicchilita, con la fronte nella polvere.
Ma ella usciva, di solito, gioconda e ringagliardita da tali ore di
prova, perocchè il demonio su di lei non prevaleva, ed ella
aveva imparato, leggendo i fioretti di San Francesco, che bisogna
amare e servire Iddio con letizia di spirito. Indossò la bella
veste di seta nera, ereditata molti anni prima dalla madre, e si ornò
degli ori, che forse avevano abbellito il seno delle ave degli avi,
quando le donne orvietane, dopo i tumulti e le ire delle fazioni, si
adunavano coi fratelli e i mariti in vista del palazzo del Capitano
di popolo e giuravano pace, abbracciandosi, pronte a ridiventare
ringhiose insieme coi loro uomini e ad eccitarli alla strage nelle
ore dei frequenti conflitti.
Domitilla Rosa, avviandosi al Duomo,
s'inoltrò per le vie traverse, a salite e discese, ampie e poi
strette all'improvviso, a rapide svolte impreviste, interrotte da
piazze disselciate, dove inaspettatamente qualche immenso palazzo
cadente o il portale superbo di qualche chiesa, serbante nelle linee
i segni del Sangallo o dello Scalza, narrano gli antichi fastigi
della città.
Ella camminava nel sole, ancora
benigno, senza incontrare anima viva, e salutava, andando, i rami
degli alberi, che si affacciavano in silenzio dai muri bassi degli
orti e dei giardini, o si arrestava un attimo per ammirare con
infantile godimento le foglie brune dell'edera tappezzante i fianchi
di qualche casupola dalle finestrelle chiuse, dalle porte alte e
strette, in cima alle scale a doppia rampa, collocate all'esterno.
Nessuna di queste leggiadrìe
della sua città sfuggiva a Domitilla Rosa, perocchè
ella possedeva una inconsapevole anima di poeta. Certo, in lei doveva
discendere, per lungo ordine di secoli, il senso d'arte di qualche
maestro dell'opera, di qualche artigiano umile giunto di Siena o di
Perugia al seguito di un maestro già esperto nei lavori della
pietra e, divenuto esperto a sua volta, incaricato dai camerlenghi di
scolpir figure bibliche o animali simbolici su qualche colonna della
facciata, ovvero di ornare in tarsia qualche seggio del coro. Forse,
nata e cresciuta in altro ambiente e in altri tempi, Domitilla Rosa
avrebbe domato, mercè l'esercizio della bellezza, la sete
inestinguibile della sua anima; forse anche avrebbe potuto largire
agli uomini tormenti e gioie con i molti vezzi della sua persona
ormai sfiorita; forse, in Atene e Roma, giovani di ricche famiglie
avrebbero appeso corone alla sua porta ed ella avrebbe danzato al
suono delle tibie, su tappeti di porpora, avvolte le membra in
tuniche di bisso, per infiammar di lascivia i signori del mondo; ma,
nata e cresciuta nell'ombra della sua casetta orvietana, ella, priva
di nozze, adorava il Signore, esaltandosi in lui.
Nella via del Duomo, presso la bottega
di Bindo Ranieri, si rammentò che Serena non le era comparsa
in casa dal giorno avanti; ma di ciò non risentì alcuna
preoccupazione.
Chi avrebbe potuto far del male a una
simile farfallina del buon Dio? Quasi a conferma di tale fiducia,
dallo scosceso viottolo, a destra, un piccolo involto di mussolina
bianca rotolò, rimbalzando fin sotto la torre di Maurizio. Era
Serena, con le gambe nude, le braccia nude, il capo nascosto dentro
un candido cuffiotto a ricami e, fra tutta quella bianchezza, un
fiocco d'oro splendeva: la treccia bionda, legata da un nastro
azzurro.
Domitilla Rosa non alzò la voce
per chiamare la nipotina; affrettò invece il passo per
raggiungerla e le tirò piano la treccia, schiudendo al riso
nell'atto le labbra pallide.
La bimba si volse, imbizzita, pronta
alla collera: ma, veduta la zia, l'abbracciò ai fianchi e
mandò esclamazioni di gioia.
– Dove hai dormito questa notte,
farfallina? – Domitilla Rosa interrogò.
– Ho dormito da Villa, che mi ha
regalato il vestito bianco e anche le scarpe. Guarda – e nella
furia di mostrare a un tempo i due piedini calzati a nuovo, la bimba
cadde seduta in terra, ma senza nemmeno toccar la polvere tanto fu
presta a rialzarsi.
Villa Ranieri accorse dall'uscio della
sua bottega per dare un bacio a Serena e fornire spiegazioni a
Domitilla Rosa.
– La piccola ieri sera mi si è
addormentata qui, in negozio, e l'ho tenuta con me.
Domitilla Rosa approvò con
gesto del capo e Villa soggiunse:
– Bisognava sentirla, poco fa,
quando l'ho vestita. Gridava più forte de' miei canarini ed ha
voluto mirarsi in tutti gli specchi.
– Una farfallina del buon Dio! –
disse Domitilla Rosa, crollando la testa dolcemente e guardando
Serena, la quale, diritta nell'ombra della torre, scherniva Maurizio,
lo stupidone, che in quel momento batteva il martello sulla campana e
segnava otto ore.
Villa Ranieri, donna ancor giovane dai
capelli ricciuti e bianchi, dagli occhi vividi e scuri, tornò
presso l'uscio de suo negozietto, dov'ella e il marito facevano
commercio di tante cose gentili: immagini sacre, cartoline
finissimamente illustrate, fotografie del Duomo, minuscoli vasetti di
stile etrusco, figurine in alabastro. Quivi Bindo e Villa Ranieri
trascorrevano in contentezza placida e in modesta agiatezza la loro
vita, e, poichè non avevano figliuoli, adoravano i bimbi degli
altri. Ermanno e Serena erano i due piccoli despoti della loro casa e
dei loro cuori.
Domitilla Rosa, presa per mano la
nipotina, si avviò al Duomo, di cui già apparivano i
robusti fianchi di pietra bianca e nera e di cui la croce splendente
fiammeggiava come librata fra cielo e terra, quasi immota nell'aria
per virtù di miracolo; ma subito la cuspide centrale, portante
la croce, si dispiegò all'occhio a guisa di vela aerea, e poi
si videro le due guglie fiorite di ricami marmorei, poi le due
cuspidi laterali, poi ancora le altre due guglie ai due punti estremi
della facciata, che sotto il bacio della luce viveva tutta nello
sfolgorìo degli ori, nel palpito dei musaici, nella varietà
delle figurazioni, nelle tonalità innumerevoli dei colori, che
si affratellavano e mescevano le loro tinte digradando in perfetta
armonia.
Domitilla Rosa abbassò un
istante le palpebre e adunò forza per sostenere il bagliore di
tanta bellezza; ella strinse la mano di Serena e disse:
– Vedi? Quanti santi, quanti
angeli e arcangeli, quanti dottori della legge divina, quanti
profeti, quanti patriarchi! Pare che il cielo si apra e ci mostri una
parte di Paradiso!
Serena non l'ascoltava, intenta a
guardar le rondini salire e ridiscendere, sfiorando con l'ombra
dell'ala le faccie gravi dei giudici d'Israele e le tuniche ricadenti
dei cherubini. Due rondini s’incrociarono e confusero il
frullio delle loro penne intorno al capo della Vergine, sotto il
padiglione, nel portale di mezzo.
Serena domandò:
– Perchè gli uccelli
gridano quando volano? Zia Domitilla Rosa, dimmi perchè?
– Perchè sono contenti,
perchè esaltano anche essi la gloria del Signore.
Dal portale un'onda impetuosa di suono
irruppe, simile al grido esultante di mille cuori, e Domitilla Rosa,
già turbata dal fremito precursore dell'estasi, entrò
nella chiesa, trascinandosi dietro Serena. Una esaltazione di gioia
la travolgeva verso il fondo della navata, dove le spire odoranti
dell'incenso s'innalzavano lentamente, in volute grevi, e dove i lumi
segnavano liste di fiamma. Dal coro le voci dei cantori, alcune tonde
e piene, talune acute e squillanti, modulavano le strofe dei salmi
sopra l'accompagnamento dell'orchestra.
Domitilla Rosa andò prima a
genuflettersi nella cappella di sinistra, innanzi al reliquiario del
Corporale, e si recò poscia a destra, nella cappella della
Madonna, dov'ella era sicura che il Beato Angelico aveva dipinto,
tenendo aperti per grazia divina gli occhi mortali sulle magnificenze
del Paradiso, tanto la gloria di Cristo le appariva in quelle pitture
circonfusa di verità e di grandezza. Ma, a poco a poco, ella
distolse l'occhio da quella soavità di colori per assorbirsi
interrorita nelle figurazioni terribili del Signorelli.
La predicazione dell'Anticristo non le
incuteva paura, ed ella guardava con occhio beffardo uscir dal tempio
a colonne le turbe sedotte, per affollarsi intorno a colui che è
mandato sulla terra a predicare parole di menzogna. L'Anticristo
poteva ben somigliare nelle vesti, nella chioma, nella barba al
divino Maestro, poteva benissimo esporre parabole, ammantandosi di
falsità. Domitilla Rosa lo avrebbe riconosciuto subito con la
chiaroveggenza del suo cuore amante e lo avrebbe irriso, proclamando
al suo cospetto la verità unica dell'unico Figliuolo di Dio.
Ma la figurazione dell'Inferno
l'annichiliva, ed ella sentiva nelle proprie membra lo scottar di
quel fuoco inestinguibile; sentiva le braccia paralizzate dalle corde
con le quali i demoni avvincono i dannati, e la cute le si arricciava
pel bruciore dell'alito di un demonio scarmigliato, che lacera e
squarta un peccatore urlante, in quella che un altro peccatore prono
abbassa la cervice sotto la pressura di un altro demonio. Quale
spavento! Quale ambascia! Quanto implacabile è la giustizia di
Dio! Domitilla Rosa celò il viso tra le pieghe del velo per
sottrarre l'occhio allo scempio di quelle membra mutilate, contorte a
guisa di serpi, abbarbicate in abbracciamenti osceni ai corpi villosi
dei demoni tormentatori; ma tornò ben presto a riguardare
affascinata, mentre le voci dei cantori osannavano e dalla cappella
del Corporale si diffondevano le nubi dell'incenso bruciante nei
turiboli d'oro; tornò a riguardare e fissò il gruppo
isolato della bellissima donna nuda, cavalcioni sul dorso d'un
demonio lascivo, che si volge cupido a rimirar la sua preda,
spingendole dentro i capelli la punta del corno adunco e tenendo
aperte orizzontalmente le ali a membrana per isprofondarsi nel
baratro e quivi martoriare per l'eternità la bella creatura.
Un pensiero si confisse come pugnale
nel cervello di Domitilla Rosa: quella donna le somigliava, ed a lei
sarebbe toccata la sorte medesima. Il cuore le battè
precipitoso, perchè ella si ricordò che, a sedici anni,
rimaneva spesso di notte, in primavera, a noverare le stelle,
canticchiando strofette d'amore. Cantava della povera inglesina:
La povera inglesina, tradita nell'amor
Che va girando il mondo, cercando il
traditor.
E Domitilla Rosa, a sedici anni, si
figurava il traditore come un essere amabile, desiderabile e,
pensando a lui, si baciava le braccia, felice di sentire il calore
della sua bocca ardente sulla frescura della sua pelle nuda! Ahimè!
Ahimè! Il Signore aveva certo scritto ciò nel libro di
diamante, ove sillaba non si cancella! La misera creatura, nata per
la bontà e per la gioia, divenne tra quel fasto, quei canti,
quelle pitture, malvagia contro sè stessa, e la fantasia, in
lei così gioconda e schietta, si ottenebrò di terrori,
ond'ella, abbandonata in ginocchio sui gradini marmorei dell'altare,
imprecò alla vita, chiamandola insidiosa, imprecò alla
carne, chiamandola abietta; alla carne, contro cui i santi del
deserto avevano battagliato e che essi avevano domato con cilici e
astinenze.
Un fruscìo leggero di vesti e
l'effluvio sottilissimo di un profumo, l'avvertirono che la signora,
così era chiamata di solito Vanna Monaldeschi, entrava nella
cappella. Alzò il viso, già riconfortata, e sorrise a
Vanna, che, dopo averle sorriso, prese posto sopra il suo
inginocchiatoio gentilizio e si raccolse nella preghiera con
signorile compostezza. La gonna di seta chiara si drappeggiava
intorno all'inginocchiatoio e i due fermagli gemmati del libriccino
d'avorio splendevano traverso le dita lunghe, guantate di bianco.
Domitilla Rosa cercò di Serena
per dirle che poteva uscire, se era annoiata di rimanersene quieta,
ma Serena era già uscita da molto tempo e si era messa alla
ricerca di Ermanno, che aveva incontrato subito nella piazza, in
compagnia di Titta, e adesso girellavano per la città, senza
scopo, Ermanno abbigliato di velluto nero, col collare di pizzi
antichi, simile a un duca del Rinascimento; Titta, in abito di
parata, con un bizzarro cappello a staio, largo e piatto, con un
panciotto sgargiante di seta a rabeschi e una grossa canna, a pomo
d'avorio, ch'egli batteva sopra il selciato, facendo largo tra la
folla ai due piccolini, quasi fosse un mazziere incaricato di
preannunziare il sopraggiungere delle loro maestà.
Era bello vedere al sole i due bimbi;
Ermanno, più alto, col braccio buttato intorno al collo di
Serena, la quale camminava ardita, incurante degli urti, dimenando la
personcina, spingendo avanti le gambette col moto deciso di un
soldatino automatico quando fa, sopra un tavolo, le evoluzioni.
Attraversarono così la piazza del Popolo, costeggiando il
grandioso palazzo, dove la città ha scritto tante pagine della
sua storia, s'inoltrarono, luminosi, per l'ombra fosca delle arcate
antiche; vollero fermarsi in piazza Vittorio Emanuele per ammirare
sul balcone del Palazzo Municipale gli ombrellini variopinti delle
signore disposte in fila davanti alla balaustrata e, poichè
uno scampanìo festoso annunziava l'uscita della processione,
si dettero a correre verso, il Duomo, tenendosi per mano e
lasciandosi indietro Titta, il quale inutilmente allungava il passo
per raggiungerli.
– Signorino, signorino –
egli invocava con accento supplice – ferma, ferma, attento,
ferma – gridava, quasichè chiamasse aiuto, per arrestare
nel corso due cavalli sbrigliati e, presso la torre del Moro, Bindo
Ranieri, ridendo forte agli urli disperati di Sua Eminenza, si pose
nel centro della via, allargò le gambe, allargò le
braccia, e i due bimbi, ciechi per la furia, inciamparono in lui e
gli caddero addosso, aggrappandoglisi alle maniche della giacca.
– Dove si corre? Dove si corre?
– Bindo chiese, continuando a ridere e tenendo fermi in una
mano i due polsi uniti di Ermanno e nell'altra i due polsi uniti di
Serena.
Ermanno ubbidì alla stretta, ma
Serena si divincolava, menando calci all'aria con le scarpettine
bianche.
– Eh! Eh! quanti capricci ha
oggi la miss di Nuova York! – Bindo Ranieri esclamò,
sollevando la bimba e tenendola sospesa. – Guarda, che ti butto
in cima alla torre del Moro!
– Vogliamo vedere la
processione! – Ermanno disse, scuotendo i polsi, eccitato anche
lui dall'esempio ribelle di Serena.
– Sta bene, ma per vedere la
processione non c'è bisogno di cacciarsi tra la folla dei
villani. Si resta qui, all'ombra, e si aspetta che la processione
passi. Un pochino di pazienza; che diamine!
– Brutta la pazienza! –
Serena gridò, rossa per la collera, e le sue mani sguisciarono
dalla mano grande di Bindo, ed ella fuggì al galoppo serrato,
piegando nel corso le gambe sottili, mentre le ali bianche del
cuffiotto si gonfiavano e svolazzavano i nastri della bionda treccia.
Ermanno, con uno strattone, si liberò
anche lui, raggiunse Serena, e i bimbi scomparvero in via del Duomo,
inseguiti dal povero Titta, di cui le vecchie gambe sembravano un
compasso spalancato e che brandiva in alto la mazza agitandola con
gesti di desolazione.
I bimbi, sempre di corsa, arrivarono
nella piazza e s'inerpicarono sopra i sedili di pietra, collocati di
fronte all'ingresso del Duomo.
Il portale di mezzo, ampio e a tutto
sesto, si apriva magnifico di fregi e mosaici, formando cornice alla
processione, che, svolgendosi lentamente dall'interno della navata,
usciva nel sole come per un'apoteosi, discendeva adagio la gradinata,
passava sotto i balconi drappeggiati del palazzo dell'Opera, si
snodava per via Soliana, oggi disabitata, una volta forte di torri
filippesche, altera di filippesche dimore.
Serena non era contenta. I fratelloni
delle confraternite camminavano troppo adagio! Essa avrebbe voluto
che le loro cappe rosse, azzurre, bianche, fossero volate via in un
turbine, ed altre cappe di altri colori fossero sopraggiunte
interminabilmente. Chiese ad Ermanno:
– Perchè gli uomini
turchini non corrono? Perchè gli uomini rossi non li spingono
per fare più presto?
Ermanno non le rispose; egli
rifletteva profondamente al racconto di Domitilla Rosa, udito quasi
in sogno la sera prima. Egli si domandava perchè tutt'i fatti
meravigliosi accadono sempre in tempi antichissimi e perchè,
quando gli si narrava la storia di un miracolo, tutti dicevano di
averla sentita raccontare, di averla letta in qualche libro, di
averla osservata dipinta in qualche quadro, e nessuno diceva mai di
aver visto il miracolo cogli occhi della sua fronte?
– C'era una volta un devoto
servo di Dio – cominciava invariabilmente Domitilla Rosa, nel
narrargli le gesta miracolose di santi e di sante.
– C'era una volta la figlia di
un re – cominciava invariabilmente Palmina, nel narrargli le
avventure meravigliose di maghi e fate. E allora perchè egli
commetteva peccato, dubitando dei racconti di Domitilla Rosa e gli si
diceva ch'era sciocco se prendeva per vere le favole di Palmina?
Perchè il sangue era grondato una volta sola dall'ostia, nelle
mani del prete tedesco, e perchè non grondava ogni giorno
nelle mani di monsignore, quando monsignore diceva la messa?
A sua volta interrogò Serena:
– Sai tu perchè non c'è
nessun altro Corporale macchiato di sangue in tutto il mondo?
Ma Serena non gli dava ascolto,
protesa in avanti, con le labbra aguzze, le ciglia inarcate, colma di
stupore nel vedere il vescovo, imponente nella sua mitra d'oro,
immenso e abbagliante nel suo piviale gemmato, procedere solenne, a
mani giunte. Che il vescovo potesse camminare così diritto,
così immobile, tenendo il collo eretto, le palpebre ferme,
proprio come se fosse di pietra e avesse due rotelle sotto le piante,
pareva a Serena una cosa inverosimile e la colmava di meraviglia
ammirativa.
A un tratto la folla ammassata
ondeggiò, le teste si scoprirono, i ginocchi si piegarono:
sorretto da quattro uomini sudanti e barcollanti sotto l'enorme peso,
apparve il tabernacolo illustre, dove la ricchezza del metallo è
vinta dall'opera insigne di bulino e di smalto dell'orafo senese, e
dove si offre, da secoli, al culto dei credenti, il breve lembo di
tela portante le traccie del preziosissimo sangue.
Anche Serena volle inginocchiarsi; ma
il sedile di pietra su cui ella stava in piedi era stretto e la bimba
ruzzolò in terra tra le scarpe ferrate dei villani.
Ermanno si precipitò a
sollevarla e il velluto nero della giacca di lui, la mussolina bianca
del cuffiotto di lei formarono un unico viluppo, travolto dall'impeto
della gente adunata, che adesso irrompeva verso l'altra parte della
città per assistere di nuovo alla sfilata del sacro corteo.
Sarebbero inevitabilmente rimasti
schiacciati, se monsignore, che precedeva le camerate dei
seminaristi, non si fosse chinato a raccogliere i bimbi e non avesse
fatto cenno a Titta di venirseli a ripigliare.
Ermanno e Serena, malconci nelle
vesti, eppure felici di tutto quel chiasso, tutto quel moto, si
recarono con Titta presso la torre del Moro, dove Bindo Ranieri li
accolse distrattamente, essendo egli alle prese col Paterino, un
eretico socialista, libero pensatore, schernitore della religione
cattolica, al punto che avrebbe voluto insediare nel Duomo la Camera
del lavoro e servirsi del reliquiario per custodirvi dentro gli
opuscoli di propaganda socialista.
Bindo rideva, tenendosi fermo il
ventre con le mani incrociate, e il Paterino, di cui le gote
apparivano anche più accese dei rossi baffi, si andava
slacciando dalla vita la cintura di cuoio, sentendosi soffocare per
la bile.
– Ridi, ridi – egli diceva
a Bindo nel suo cadenzato accento orvietano – fai bene a
stringerti il ventre. Il tempo della cuccagna sta per finire. Dentro
il Duomo ci metteremo la Camera del lavoro.
– E sopra gli stalli intarsiati
del coro vi metterete a cantare l'inno dei rivoluzionari? Farete un
bel vedere.
– Sissignore, ci metteremo al
posto dei canonici. Il Duomo non è stato fabbricato forse coi
quattrini del comune? Da tanti secoli la città non si
dissangua forse per mettere oro e pitture sulla facciata e statue
sopra gli altari? Ebbene, vogliamo godercela la roba nostra. L'epoca
della inquisizione è finita da un pezzo!
– E i papi non hanno fatto
niente per Orvieto? Chi ha messo la prima pietra del Duomo? Sei stato
tu oppure è stato Bonifacio VIII? Chi ha fatto scavare il
pozzo di San Patrizio? Sei stato tu oppure è stato Clemente
VII?
– Io me ne rido de' tuoi papi!
Io voglio il trionfo della classe proletaria! Il Duomo è della
città, la città è dei lavoratori, e dentro il
Duomo ci faremo baldoria! Ecco qua. E adesso ridi!
Bindo Ranieri si buttò indietro
il cappello di paglia, e sprofondate le mani nelle tasche dei
pantaloni, cominciò a dondolarsi. Il lungo pizzo, già
brizzolato, gli si ripiegava all'insù, dando alla faccia
simpatica un'aria di beffa mefistofelica.
– Ah! Paterino, dimmi un po',
conosci la storia?
Il Paterino rimase interdetto e si
riallacciò la cinta di cuoio sotto la giacca.
Era noto urbi et orbi che Bindo
Ranieri conosceva la storia di Orvieto come le dieci dita delle sue
mani.
– La storia? – egli
borbottò tra i denti. – La storia, per tua regola,
l'hanno fatta i preti e io non ci credo.
– No, no, rispondi – Bindo
Ranieri insistè, allargando il viso in una risata di
contentezza. – Hai letto i libri delle riformanze? Hai letto i
registri dell'Opera del Duomo? Sai chi erano i camerlenghi? Sai cosa
facevano i soprastanti? Credi tu che il Maitani sia venuto qui a
disegnare la facciata per i tuoi begli occhi? E credi che Ippolito
Scalza abbia trascorsa qui la sua vita per soddisfare alle prepotenze
dei socialisti? Rispondi, le sai tutte queste cose?
Il Paterino, evidentemente, rimaneva
annichilito sotto la valanga di una simile erudizione; ma non volle
darsi per vinto, e rispose con arroganza, sgranando gli occhi e
arruffando i baffi:
– Io faccio il barbiere e non ho
tempo da perdere sulle bugie de' tuoi registri. Sarebbe graziosa che,
quando tu vieni a raderti, io ti squadernassi un foglio di carta
invece di un asciugatoio e prendessi in mano una penna invece del
rasoio. A ciascuno il mestiere suo.
– Ben detto – confermò
Bindo sentenziosamente – Tu fa il barbiere dunque e lascia il
Duomo come si trova.
Ermanno aveva ascoltato il dialogo con
attenzione, girando lo sguardo, di una trasparenza limpidissima, dal
viso collerico del Paterino al viso canzonatorio di Bindo Ranieri.
Monsignore aveva ragione; ogni parola
diventava germe nel pensiero di quel piccolino.
La processione passava adesso per il
corso, procedendo col medesimo ordine e la medesima lentezza. Le
figlie di Maria, in leggiadra schiera e vestite di bianco, chinavano
il capo sotto il fluttuare dei lunghi veli, confuse e liete per
l'ammirazione maschile ch'esse capivano di suscitare; i colori della
basilica trionfavano, spiegati al vento; le grosse torcie, tenute in
bilico da uomini in abito di cerimonia, lasciavano cadere al suolo
grosse lacrime di cera, mentre le loro fiammelle, guizzanti in
piccoli, pallidi lampi nel torrente luminoso della via soleggiata,
facevano pensare alle anime degli eletti, gioiose dentro la luce
fluida del miro gurge dantesco.
Per tre ore la processione si aggirò
così, lungo le strade e attraverso le piazze, per tre ore il
vescovo procedè immoto e jeratico nel bagliore della sua mitra
e i broccati del suo piviale, arrestandosi impavido sotto la sferza
dei raggi, a mani giunte, quando i portatori del tabernacolo si
davano il cambio.
La cittadinanza era pienamente
soddisfatta, e perfino i socialisti si fregavano le mani, giacchè
la processione del Corporale non è per gli orvietani questione
di principio; è questione di amor proprio e allorchè si
tratta di amor proprio cittadino, gli orvietani sono sempre tutti
d'accordo.
Le signore poi avevano, a rendere più
ricca la festa di quell'anno, un argomento eccezionale degno di
attenzione e di conversazione: il nuovo ingresso nella vita mondana
di Vanna Monaldeschi, che, per venti mesi, esse avevano scorto appena
di mattina presto in chiesa, o di sera tardi a respirare aria, sempre
tacita e isolata, sempre al riparo delle sue bende vedovili, così
bianca e affranta, così impenetrabile nel suo cordoglio, che
le signore conoscenti si limitavano a farle cenno di saluto e le
pochissime signore amiche ardivano appena di scambiare con lei
qualche parola. In principio il compianto era stato universale,
chiassoso, e tutte avevano esaltato le virtù di Gentile
Monaldeschi, narrando mille piccoli episodi per illustrare la
tenerezza appassionata dei giovani sposi; ma, coll'andar del tempo,
le opinioni si erano divise. Talune signore citavano ad esempio il
dolore incurabile di Vanna e la fedeltà di lei alla memoria
del marito; altre la tacciavano di ostentazione e nei loro convegni
si domandavano, ridendo, perchè mai Vanna Monaldeschi non
avesse acceso un bel rogo e non si fosse abbruciata viva con i suoi
ornamenti sul corpo del marito; ma quella mattina, nel rivederla alle
Funzioni del Duomo, stellante di bellezza, con la massa dei capelli
bronzini striati di mobili pagliuzze d'oro e ondulati mollemente
sotto la falda del cappellino fiorito, con le pupille azzurrine
limpide più delle grosse turchesi che le ornavano le orecchie,
tutte le varie opinioni delle signore si erano livellate e avevano
assunto un colore solo: il colore della riprovazione unanime per il
brusco passaggio di Vanna Monaldeschi dalle gramaglie più
strette allo sfoggio delle vesti chiare e dei gioielli appariscenti.
Nonpertanto ciascuna le fece onore, rallegrandosi con lei come se
fosse uscita incolume da malattia mortale, e allorchè, per
assistere allo spettacolo della tombola, ella entrò nei saloni
affollati del palazzo dell'Opera e procedè oltre, fra occhiate
ed inchini, senz'annettere importanza alla tinta insolita delle sue
vesti, troppo sincera nell'ambascia sofferta per darsi il fastidio di
simularla ora che l'ambascia andava cedendo, il presidente
dell'Opera, un bel vecchio amabile e decorativo, le mosse incontro, a
capo scoperto, e l'accompagnò egli stesso al balcone, dove le
signore presenti le si affollarono intorno con visi di giubilo.
La piazza sottostante brulicava di
teste, le cartelle della tombola palpitavano in tutte le mani, simili
ed ali di farfalle bianche, le note del concerto cittadino si
confondevano con gli stridi tumultuanti delle rondini innumerevoli,
la facciata del Duomo pareva umanarsi nella luminosità blanda
del tramonto, e le figure dipinte, le figure scolpite contemplavano,
propiziando, la gioia di quelle genti adunate come si erano mostrate
benigne, in quella stessa ora, in quelle stesse pose, alla gioia di
tante altre generazioni scomparse.
Bindo Ranieri troneggiava nel mezzo
del balcone e, al suono di una trombetta, annunziava la estrazione di
ciascun numero.
Egli era confidenziale con la folla,
quasichè fosse l'amico personale della gente adunata nella
piazza, e andava tessendo burlescamente la psicologia dei numeri:
– Settantasette! Bel numero.
Attenti laggiù, non fate sbagli, ragazzi! Ventidue! I numeri
vanno a sbalzi; ma ci sono tutti, non dubitate! Ottantanove! L'età
di mia nonna! Numero d'oro! – e, nella sua giovialità,
girava il capo verso l'interno della sala, acciocchè i signori
invitati si facessero buon sangue.
Un urlo formidabile di trionfo salì
da un gruppo e, menando pugni per farsi largo, spingendosi in avanti
a testa bassa, il calzolaio gobbo si precipitò per le scale
del palazzo dell'Opera e invase i saloni circondato da molti uomini
gesticolanti.
– Cinquina! Ha fatto cinquina!
Lasciatemi passare, io sono il cognato – gridava un tipo
nerboruto, rosso per l'emozione.
Il calzolaio, con la gobba aguzza e il
viso affilato, si asciugava il sudore della fronte e non trovava la
forza di esprimersi.
Trecento lire! Trecento lire di
vincita! Era un sogno, e il gobbetto ne rimaneva inebetito.
Ahimè! era un sogno davvero! Si
verificò che c'era sbaglio e al gobbetto toccò una
solenne fischiata invece della somma.
Si estrassero ancora due numeri, e
Vanna disse:
– Credo di aver fatto cinquina
io.
Era proprio così, ed a tale
annunzio il gobbetto, ch'era rimasto buttato sopra una seggiola,
esclamò ad alta voce con amarezza:
– L'acqua va al mare e io posso
anche crepar di sete.
Vanna già molto impietosita
alla disillusione crudele del pover'uomo, udì le parole di
lui, e con cenno lieve lo chiamò a sè. Essa lo
conosceva da anni, lo vedeva ogni giorno, sotto l'arcata della sua
piazzetta, tirar lo spago e adoperare la lesina, e si ricordò
ch'egli salutava sempre Gentile con rispetto, quando Gentile gli
passava davanti.
– Hai ragione tu, è una
ingiustizia della sorte. Ma il giuoco, si sa, è capriccioso.
Eccoti la mia cartella con la cinquina vinta. Te la regalo.
Il gobbetto guardò la signora,
incerto, pauroso di un brutto scherzo; ma Vanna gli sorrideva
dolcemente, ripetendo:
– Eccoti la mia cartella, io te
la regalo.
Egli ghermì il foglio con le
dita ossute e fuggì via, seguìto dal cognato, che già
almanaccava di vincere con la cartella fortunata anche la tombola, la
quale toccò invece a una maestra elementare.
Dell'atto generoso di Vanna
Monaldeschi si ebbe per la città notizia immediata, e il
Paterino, reso anche più zelante nel suo ardore proletario dal
vino pastoso di molti fiaschetti, si mise alla ricerca del gobbo,
incitandolo con parole magnanime a rifiutare le trecento lire; ma
poichè l'altro, indignato, gli dette del pazzo senza metafore,
si fece allora invitare a cena e mangiò per quattro a scherno
dell'esecrato capitale.
Vanna si trovò sola, a
mezzanotte, nel silenzio del talamo vedovato, dopo aver lasciato
cadere una pioggia di baci leggeri sui capelli sparsi di Ermanno, che
nel suo lettuccio dormiva profondamente. Le finestre erano aperte,
l'aria notturna strisciava sui mobili con volo pigro e, ad ogni poco,
un foglio di carta svolazzava con timido fruscìo, i veli
dell'alcova si gonfiavano appena e ricadevano flosci, mentre un
soffio tepido passava fuggevole intorno al collo di Vanna, che
sentiva mancarsi il respiro. Allontanò da sè, con moto
impaziente, i merletti della coltre e tese l'orecchio, mettendosi a
sedere sul letto.
La porta della stanza di Ermanno aveva
scricchiolato. Senza dubbio era il vento, il vento cauto della notte,
che, entrato maliziosamente silenzioso per la finestra, si divertiva
a spingere piano i battenti delle porte, andando e venendo dall'una
all'altra stanza. Nessun dubbio, era il vento. Ma se fosse stato
Gentile?
Egli aveva l'abitudine, rincasando
talvolta a tarda sera, di spingere la porta assai leggero. Non voleva
destare Vanna, si chinava furtivo a guardarla, e ridevano insieme,
estasiati, quando Gentile vedeva brillar nell'ombra i cari occhi
desiosi.
– Non dormi? – egli le
diceva.
– Ti aspettavo – ella
susurrava tra i sospiri, e lo stringeva a sè, inebriandosi
nello squisito aroma di tabacco Avana ch'egli esalava. E non sarebbe
tornato mai più! Forse, chissà, ella non lo avrebbe
nemmeno riconosciuto. Taluni impercettibili segni del volto adorato
le tornavano spesso alla memoria isolatamente; ma l'insieme della
fisonomia le sfuggiva, e, dopo averlo tanto disperatamente chiamato,
tanto appassionatamente invocato durante le prime settimane della
vedovanza, Vanna sentiva che se Gentile fosse tornato ad occupare
all'improvviso il suo letto, ella ne avrebbe avuto ribrezzo e
terrore.
Si accusava di ciò come di un
tradimento, e ne rimaneva turbata, senz'arrivare a comprendersi.
Certo, ella attendeva qualcuno a cui offrire in dono la sua
giovinezza e, durante le notti di febbrile attesa, la pelle bianca le
s'increspava pei lunghi brividi, ed essa allora, sollevando con le
dita il peso enorme dei capelli, chiamava a voce sommessa Gentile:
ma, senza saperlo, invocava un altro Gentile sconosciuto, non
deturpato dall'umidore della tomba, un Gentile che arrivasse ignoto
da luoghi ignoti, apportandole il sapore di nuovi baci.
Scese di letto, vinta dall'ansia
insostenibile.
Il movimento della giornata, il
chiasso, le parole, i volti, il brulichìo della gente, le
musiche, il fruscìo delle sue vesti chiare, il riflesso della
propria bellezza riprodotta nelle pupille attonite di chi le passava
accanto, tutto la turbava in quella sera e le impediva di prender
sonno. Dentro l'animo, stagnante da mesi e mesi nell'accidia
verdognola di un dolore senza conforto, mille sensazioni nuove erano
cadute in quel giorno, simili a pietruzze, e la superficie dell'anima
ondeggiava, e dal fondo i ricordi brulicavano, le speranze, ch'ella
aveva creduto morte, si snodavano, venivano a galla, facevano ressa
impetuose, imperiose, onde Vanna tremava per l'impeto dell'emozione.
Era una fresca notte lunare. Il disco,
celato dai tetti, non si vedeva; ma la piazzetta era lucente, rorida,
come sommersa dentro le onde cristalline di un lago, e, di sotto
l'arcata, pareva che l'acqua di un fiume argenteo scaturisse.
Quanta pace! Quanta dolcezza! Vanna,
piegata in avanti sul davanzale, socchiudeva le palpebre per la
delizia del marmo freddo al contatto delle piante nude e, quasi in
sogno, contemplava le proprie mani simili alle mani di un fantasma
bianco nel biancore luminoso della notte lunare.
Da via Luca Signorelli un passante
invisibile si avvicinò, si allontanò cantando con voce
piena di melodia:
Il segreto per esser felici...
Vanna guardò il cielo, mandando
un sospiro che pareva un gemito.
Essa lo aveva posseduto il segreto per
esser felici! Ma il segreto era disceso nella tomba con Gentile.
Sarebbe tornato? Quando? Di dove? Ella non sapeva e tutte le cose
intorno erano mute.
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