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Invano la primavera, scherzosa di
raggi e ricca di profumi, scioglieva dai rami le chiome in fiore;
invano l'usignolo, nella pace delle notti lunari, diffondeva sugli
orti e sui giardini il suo canto d'amore fino a morirne! Invano!
Gli animi esacerbati dei cittadini di
Orvieto, abitualmente pacifici, erano travolti dal turbine delle
passioni politiche, ed i giornalisti locali soffiavano sulle ire come
altrettanti titani dentro le fucine del Mongibello. Anzi, lo scoppio
delle ostilità fra gli avversi partiti militanti si era
iniziato appunto con una polemica acerba fra l'organo settimanale dei
giovani cattolici e l'organo quindicinale dei giovani socialisti.
Il Lavoro aveva pubblicata
nelle sue colonne una poesia di gusto satirico all'indirizzo dei
colleghi cattolici, e poichè i versi di tale poesia apparivano
alquanto più lunghetti del necessario, con una munificente
prodigalità di sillabe e una sprezzante libertà di
accenti, a irrisione della tiranna prosodia, i giovani cattolici,
freschi di latino, avevano disposti in bell'ordine, sul loro foglio
Il Carroccio, i versi capricciosi degli antagonisti, i quali,
alla loro volta, avevano infierito con pungenti sarcasmi contro la
grammatica dei chierichetti. Un episodio spiacevole era venuto a
buttar olio sul fuoco: durante il funerale di una giovanetta ricca,
accompagnata all'ultima dimora dalle figlie di Maria, vestite di
bianco, alcuni socialisti dei più focosi, si erano trovati
sulla strada percorsa dal corteo ed avevano inveito contro la
beghineria della morta, la quale, in verità, nel giro della
sua breve esistenza, non aveva dato prova di maturare in seno
nessunissima opinione di nessun colore.
La stampa cattolica del Carroccio,
rappresentata da uno studente di terza liceale, aveva con ira alzata
la voce all'indirizzo dei perturbatori, fra i quali si trovava un
apprendista calzolaio di giovane età, ma di fieri propositi,
che la sera medesima aveva cercato di ferire lo studente liceale con
un coltelluccio arrugginito.
L'attentato politico si era svolto in
piazza Vittorio Emanuele, di fronte al caffè, alla presenza di
molte notabilità cittadine e, quantunque non una stilla di
sangue fosse caduta e quantunque il ragazzo si fosse lasciato
trascinare via fra due carabinieri, a testa china, come un vero cane
bastonato, la notizia era corsa per le vie, aveva dilagato nelle
piazze, si era infiltrata nelle case, destando ovunque l'orrore e lo
sgomento. Oh! i tempi erano torbidi e i socialisti avevano di certo
tramata una congiura per mettere il piede sul collo all'intera
cittadinanza.
Naturalmente, non si conoscevano i
propositi con precisione, ma, per il giorno del primo maggio, festa
del lavoro, paurosi avvenimenti si andavano preparando.
Si vociferava di una dimostrazione,
che doveva muovere da porta Romana e percorrere le vie principali; si
giurava che i socialisti orvietani aspettavano rinforzi da Porano, da
Bagnorea, da Cortona, perfino da Perugia; si bisbigliava che le
vetrine dei negozi sarebbero mandate in frantumi, e svaligiate le
case dei signori.
La sera del trenta aprile Orvieto
mostrava dunque l'aspetto insolito di una città sopra cui la
sventura sia piombata. I negozi erano socchiusi e i proprietari,
insospettiti, si affacciavano a ogni poco, scrutando a destra e a
manca; il Corso tortuoso, affollato sempre nelle prime ore della
sera, in quel breve tratto che va dal Teatro Comunale a piazza
Vittorio Emanuele, era deserto del suo vezzoso pubblico femminile e
gli uomini o camminavano a gruppi, discutendo animati, ovvero stavano
raccolti in capannelli con aria di cospiratori. Poco dopo le nove già
tutto era silenzio e ciascuno si era appartato fra le pareti
domestiche per attendere gli eventi dell'indomani.
Fritz Langen si divertiva
inesauribilmente.
Amico dei giovani socialisti, amico
dei giovani cattolici, anelava dagli uni agli altri rinfocolando le
ire e seminando zizzania per amore di erudizione, per concedersi lo
spettacolo di vedere le vie di Orvieto turbolente di uomini in armi,
come ai tempi felici dei Monaldeschi e dei Filippeschi, dei muffati e
dei mercorini, allorchè dall'alto delle torri pioveva la
bollente pece, mentre in basso le torcie destavano incendi e gli
uomini si azzannavano a guisa di mastini, e le donne, scarmigliate, o
correvano nelle chiese ad abbracciare gli altari o incitavano con
urli i vinti alla riscossa. Il vescovo, rivestito de' suoi paramenti,
seguìto da tutto il clero, scendeva per le strade e invocava
pace, pace, tra il clamore delle armi cozzanti e delle bestemmie!
Questo Fritz Langen avrebbe voluto
rivedere, ed a tale scopo s'industriava del suo meglio.
– Vi scherniscono, vi chiamano
conigli, lepri, montoni, castrati – egli diceva ai partigiani
del Carroccio.
– Vi paragonano all'animaluccio
di Sant'Antonio. Dicono che con le vostre orecchie di asino dovreste
ripulir le vie che insudiciate coi vostri grifi – diceva ai
partigiani del Lavoro.
Le parole di collera, suonavano
smisurate da ambo le parti, ma di venire alle mani ancora non si
vedeva il principio.
In mancanza di meglio, Fritz Langen,
quella sera del trenta aprile, aveva invitato alla fiaschetteria di
piazza del Cornelio, il Paterino, arrabbiato socialista, e Bindo
Ranieri, cattolico per la pelle.
Sulle prime i due non volevano saperne
di bisticciarsi e Fritz Langen ci rimetteva i suoi fiaschetti di vino
d'Orvieto. Perchè riscaldarsi la bile? La serata era così
tepida e la giornata era trascorsa in tanti affanni che si gustava un
vero sollievo nel restarsene lì, tranquilli, a parlare di
altro, molto più che il vino era squisito e non costava nulla,
per la generosità del signor professore. E poi Bindo Ranieri e
il Paterino si erano conosciuti al fonte battesimale e si stimavano
di comune accordo. Il Paterino sapeva Bindo Ranieri un galantuomo di
stoffa antica, allegro, pronto alla barzelletta, disposto a favorire
in secreto gli amici nell'occasione di qualche momentaneo imbarazzo
finanziario; Bindo Ranieri sapeva che il Paterino non avrebbe torto
un capello nemmeno al più crudele nemico e che si sarebbe
tagliato la gola col più affilato rasoio della sua bottega
prima di venir meno a un impegno. Perchè arrabbiarsi dunque?
– Creda, signor professore –
disse Bindo Ranieri tentando fiaccamente di scansare il bicchiere,
che Fritz Langen colmava. – Creda, tutto finirà in una
bolla di sapone. Io li conosco i miei orvietani! Gente pacifica,
gente onesta! Basterebbe il pennacchio rosso di un carabiniere, in
cima a un bastone, per tenerli in freno. Di' tu, non è vero
che siamo impastati così? – egli domandò, rivolto
al Paterino, che fissava tetro il fondo del suo bicchiere.
– Impastati così!
Impastati così! –il Paterino brontolò –
Allora siamo impastati male. Il popolo, tu devi sapere, il popolo...
Basta, rideremo in ultimo – e si succhiava i baffi avidamente,
battendo sul marmo il dorso della mano, quasi per invitare i signori
a mettere carte in tavola.
– Andrà a finire in una
bolla di sapone, te l'ho già detto – Bindo Ranieri di
nuovo ripetè nel suo placido ottimismo.
Fritz Langen strizzò l'occhio
sinistro e disse:
– Se così è,
questo significa che le vostre signore arcibisnonne ne hanno fatte di
cotte e di crude, ai tempi quando Berta filava.
– Ah! ah! signor professore cosa
dice lei? – Bindo Ranieri esclamò col suo riso bonario,
mentre il Paterino dava un forte pugno sul tavolo in segno di
allegria.
L'idea che le arcibisnonne orvietane
ne avessero fatte di cotte e di crude gli pareva insultante per i
suoi avversari.
– Sicuro, sicuro – Fritz
Langen confermò, serio, togliendosi il cappello e deponendolo,
poichè sentiva caldo. – Il sangue non è acqua,
perciò, se voi siete così pacifici, vuol dire che il
sangue dei vostri feroci arcibisnonni non corre nelle vostre vene. Si
capisce, è naturale. I mariti abbandonavano la città
per devastare le terre degli altri e far bottino di bestiame, le
mogli si consolavano. Sicuramente, è naturale!
– Un momentino, scusi. Con chi
si consolavano, se gli uomini stavano fuori? Al tempo delle
scorrerie, lei m'insegna, non restavano in città che vecchi e
bambini – disse Bindo Rarieri, soffiandosi il naso come faceva
sempre, quando doveva prepararsi a una discussione d'importanza.
Fritz Langen alzò le spalle e
rise beffardo.
– E l'Opera del Duomo? –
egli domandò, strizzando l'occhio di nuovo – L'Opera
della fabbrica costituiva da sola una popolazione maschile.
Camerlenghi, scalpellini, ripulitori, l'orologiaio, il campanaro...
Stia tranquillo, illustrissimo signor Bindo, che ce n'era da
contentare le ricche e le povere, le belle e le brutte.
Il Paterino si era gettato
all'indietro sullo schienale della seggiola e si teneva sollevato
sulla testa il cappello con tutte e due le mani. Oh! il sapientone
aveva finalmente trovato chi poteva tenergli fronte sulle faccende
della storia.
– Certo, certo, la Fabbrica del
Duomo – il Paterino esclamò. – Tutta roba di
preti.
– Insultare i preti non vale ––
redarguì Bindo Ranieri, già rosso in volto,
indirizzandosi al Paterino. – La storia va studiata, dopo si
parla. L'Opera del Duomo era formata dei più grandi maestri
d'Italia e bisognava che il Comune li mandasse a cercare con le
ambascerie, se li voleva. E sfoderavano certe pretese, quei signori
artieri. Dieci staia di grano all'anno, misure di vino pei loro
bisogni, facoltà di portare armi e di tenersi donne a spese
del Comune. Ma così il Duomo diventava sempre più
imponente, sempre più famoso, ed i mastri poi domandavano, per
onore, la cittadinanza orvietana. E fior di principi c'indirizzavano
lettere umilissime per ottenere in prestito i nostri operari.
Allorchè Bindo Ranieri
cominciava ad esprimersi con parole difficili, il Paterino andava in
bestia e diventava insolente.
– San Pier Parenzo – egli
disse con ira, stringendo i denti.
Bindo Ranieri diventò grave e
gonfiò il collo come un piccione che tuba.
– Sì, ti voglio chiamare
San Pier Parenzo. Se non ti piace, ricorri al vescovo.
Fritz Langen, soddisfattissimo, si
raschiò la gola e ordinò al garzone un altro
fiaschetto. Oramai egli non aveva da far altro che incrociare le
braccia ed aspettare. Quando l'apostrofe «San Pier Parenzo»
veniva lanciata dal Paterino contro Bindo Ranieri, era indizio che i
ferri stavano al fuoco.
Bindo Ranieri masticò male due
o tre volte, poi disse, con la freddezza dell'uomo superiore:
– Credi tu forse che San Pier
Parenzo facesse il barbiere? Allora m'insulteresti chiamandomi così.
Ma Pier di Parenzo, romano, era uomo di vaglia, uomo di polso,
mandato dal Papa in Orvieto a podestà per domare l'eresia dei
paterini, peste del comune, peste della chiesa.
– E noi gli abbiamo buttato un
laccio al collo – il Paterino disse con gioia feroce.
– Prima di tutto non fare il
gradasso, buffone! Sette secoli fa, nel millecentonovantanove, tu non
c'eri, e se anche tu ci fossi stato saresti corso a nasconderti.
Questo per tua norma. Poi, se i paterini gettarono un laccio al collo
a quel nobile signore, insediato qui dal Pontefice per il nostro
bene, vuol dire che gli eretici di tutt'i tempi non hanno amor
proprio, nè coscienza.
Fritz Langen gridò
gioiosamente:
– Grazioso; grazioso!
Maledettamente grazioso! – e si rimise in ascolto, con la
massima attenzione, perchè, nel calore del discorso, gli altri
precipitavano le parole ed egli non comprendeva ancora perfettamente
l'italiano.
– Gli abbiamo gettato un laccio
al collo e gli abbiamo fatto la festa – insistè il
Paterino, con la ostinazione orgogliosa di chi abbia compita una
prodezza e se ne vanti.
– A tradimento! La sai tutta la
storia di San Pier Parenzo? – domandò Bindo Ranieri, già
in piedi, sfidando col gesto della mano grassoccia l'altro a
proseguire.
– Sissignore, la so!
– Da quanto tempo hai imparato a
leggere? – Bindo Ranieri chiese sprezzantemente, ergendosi
maestoso sulla persona tonda.
Il Paterino buttò indietro la
seggiola e fece l'atto di afferrare un bicchiere e di scagliarlo.
– Ferma, o succedono guai –
gridò Bindo Ranieri, agitando in aria il suo bastone.
Fritz Langen roteò intorno a sè
stesso, puntando in terra il tacco destro, e mandò un lungo
fischio, la quale azione simultanea denotava in lui l'espressione
massima del godimento.
– Perchè trascendere? Non
basta ragionare? – Bindo Ranieri interrogò, già
calmato. – Rispondimi a tono. In che libro hai letto la storia
di San Pier Parenzo, tu che non leggi mai nemmeno le scritte dei
negozi?
– Me l'ha raccontata don
Alceste. È stato lui a dirmi che se tu mi chiami Paterino, io
devo chiamarti San Pier Parenzo.
Una risata di giubilo schernitore
sollevò le spalle quadre di Bindo Ranieri.
– Bravo, don Alceste! Si è
burlato di te! Mentre tu credevi di farmi oltraggio, nella tua
ignoranza, mi davi gran vanto di persona coraggiosa e nobile.
Sissignore, eccomi qui, San Pier Parenzo – egli gridava,
eccitato di nuovo, così eccitato che il pizzo del mento si
alzava e si abbassava con volubilità estrema nei moti
irrequieti della testa.
– Buttatemi un laccio al collo,
trascinatemi al macello, paterini! Son quà. Ma dovete farlo a
tradimento, dovete sborsare a un servo il prezzo di Giuda e pigliarmi
di sera, scalzo, perchè se mi lasci le scarpe nei piedi,
Paterino, io te ne farò provar nella schiena la consistenza
della suola.
– A chi? – urlò il
Paterino, saltando indietro di tre passi per mettersi sulla difesa.
– È storia, domandalo al
professore se questa non è storia. Dica lei, signor
professore, San Pier Parenzo era o non era spoglio di calzari, quando
il servo Rodolfo gli buttò un laccio al collo?
– Sicuro, sicuro, ma il servo
gli prestò i suoi.
Bindo Ranieri rimase interdetto, e il
Paterino si riaccostò, canzonatorio, tenendo le mani in tasca
e zuffolando un'arietta.
– Sta bene, il servo Rodolfo gli
prestò i suoi calzari. La storia lo dice e sta bene. Ma i
paterini si condussero da eretici sleali ammazzando quel degno
signore. Anche le pietre se ne commossero. È noto infatti che
il palazzo dove si trova adesso l'albergo delle Belle Arti e che
apparteneva in antico a uno dei congiurati paterini, un Bisenzi,
trema ancora quando la processione in onore del santo attraversa il
Corso.
E fu tutto. Il Paterino, il quale non
era eccessivamente ben educato, cominciò a sbadigliare e Bindo
Ranieri si mise a ridere, dicendo che, in fine dei conti, gli amici
rimangono amici, e, dopo molte sberrettate al signor professore, se
ne andò pei fatti suoi.
Fritz Langen, rimasto solo, accese una
sigaretta e passò per piazza Gualterio.
Egli non l'aveva veduta da tre giorni.
Perchè non usciva a passeggio?
Aveva paura della rivoluzione la
nobile figlia dei Montemarte?
No! No! Troppe volte egli le aveva
sorpresi lampi di fierezza negli occhi e con troppo impeto il buon
sangue le montava alla faccia per una parola che non le piacesse o
per uno scherzo che le paresse ardito. Chi l'aveva dunque domata così
la bellissima creatura di forza e di salute? Perchè aveva
quell'andatura di mollezza stanca e perchè il capo le si
chinava spesso come sotto il peso di una volontà estranea, che
la spaurisse, mentre gli occhi alteri e dolci le si velavano
all'improvviso per l'ombra di uno sgomento? E perchè
l'intelligenza di lei, di cui Fritz Langen ammirava talvolta
l'agilità schietta e pronta, appariva abitualmente pigra,
ritrosa all'esercizio, costretta nei lacci di una servitù
perenne?
Fritz Langen sentiva monna Vanna
ripetere a ogni momento: «Questo non si può dire, è
peccato; questo non si può fare, è vietato; la chiesa
non permette di pensare così; Iddio mi punirebbe se io facessi
questa cosa. Noi dobbiamo diffidare di noi; la natura umana è
fallace; la nostra volontà è la nostra nemica».
Fritz Langen, ascoltando tali
discorsi, le diceva, ridendo, che ella si fabbricava intorno una
gabbia con le sue stesse piccole mani: una gabbia di terrori e di
pregiudizi, dove sarebbe rimasta prigioniera e che le si sarebbe
stretta addosso ogni giorno di più, impedendole di muoversi e
di godere.
– La terra è vasta –
egli la incitava. – Il mondo è bello! Cammini, monna
Vanna, e colga fiori! Lei dovrebbe star bene inghirlandata!
Vanna a simili parole affrettava il
passo, come se davvero volesse cimentarsi alla conquista del mondo!
Egli gioiva nell'ammirarla tutta
fremente, cogli sguardi verso il sole. Stava per trasformarsi in
aquila audace la timida colombella? Ma subito Vanna si ripiegava in
sè, smarritamente.
– Troppo io pecco nell'orgoglio
– ella diceva contrita. – Io voglio essere umile e
rassegnata, perchè l'umiltà e la rassegnazione sono le
due più nobili virtù cristiane.
– Sicuro, sicuro – egli
pensava quella sera, fumando affacciato alla finestra della propria
stanza – Avrei voluto conoscerla in altri secoli monna Vanna.
Allora non sarebbero riusciti a impacciarla nei centomila fili delle
loro pratiche superstiziose. Allora il buon sangue avrebbe avuto
ragione in lei sui terrori dell'Inferno. Quando non avrà più
la bellezza, quando non avrà più la giovinezza sarà
una povera cosa floscia! E se la immaginava, dopo una ventina di
anni, pallida, vestita dimessamente, chiusa nell'egoismo della sua
devozione minuta di avara spirituale, che si preoccupi solo di
accumular tesori per la vita di oltretomba. A contrasto gli balzò
di fronte, nel pensiero, monna Vanna, quale ella sarebbe stata se le
magnifiche energie del suo temperamento avessero potuto svolgersi
nella loro interezza. Fritz Langen si lasciava sfuggire
voluttuosamente dalla bocca e dalle nari le spire del fumo odoroso e,
seguendone coll'occhio le volute leggere, immaginava monna. Vanna col
busto sottile chiuso in un giaco brunito, su cui la seta vermiglia di
un giubbotto a ricami sarebbe ricaduto in pieghe massicce.
Ardita, in arcioni sopra un cavallo
bardato, monna Vanna si precipitava, incuorando i suoi alla conquista
della rocca ardua, e i capelli le svolazzavano liberi, a foggia di
stendardo luminoso, e nella mossa violenta ch'ella faceva
all'indietro col corpo, per chiamarsi intorno i suoi fedeli, il puro
profilo spiccava nitido.
Oh! essere allora un nobile guerriero
al seguito della podestà imperiale di Arrigo Settimo e
ottenerla per vittoria la magnifica signora guelfa, farsene preda e
portarsela in uno de' suoi castelli, in vista del Reno, e ammirarla
galoppar nelle selve, tra il fragore delle cacce, o, tornando da
qualche impresa guerresca, scorgerla superba e pensosa nel vano di
una finestra gotica, teso il piccolo pugno a sostenere un falco, e il
falco avrebbe empito l'aria di stridi rauchi, snodando il collo
pennuto, mentre la signora, sdegnosamente, lo avrebbe fissato negli
occhi grifagni.
Fritz Langen sintetizzò i suoi
pensieri, dicendo a voce alta con riso di tenerezza:
– Süsses Dummerchen
che in italiano significa «dolce sciocchina» e se ne andò
a dormire.
All'indomani gli avvenimenti
profetizzati accaddero in parte appunto perchè i troppi
discorsi li avevano fatti maturare.
La mattinata passò tranquilla,
sommersa nel silenzio. Quella piccola città sembrava
disabitata e i santi, le sante, gli angeli e arcangeli, i profeti, i
dottori, i patriarchi, avrebbero potuto discendere dalla facciata del
Duomo e percorrere in meravigliosa teoria le strade e le piazze,
ammantandosi dei raggi che il sole di maggio largiva e ponendo le
piante sui petali che i rami degli alberi lasciavano piovere!
Avrebbero potuto far questo e ricollocarsi poi sulla facciata., in
apoteosi, nell'usato ordine, a contemplare nel centro l'incoronazione
di Maria, senza che occhio mortale si fosse posato a profanarli.
Tutto era muto, tutto pareva morto. Il
negozio del Paterino, nelle vicinanze della torre del Moro, rimaneva
chiuso, sbarrato all'esterno, per confermare ostentamente le opinioni
ribelli del proprietario, e solo il negozietto di Bindo Ranieri era
spalancato al pubblico, che non si presentava, onde le statuine di
alabastro, vezzose, pudiche nella grazia dei loro atteggiamenti, si
domandavano con meraviglia discreta, chi mai dovevano allettare,
disposte così, in elegante simmetria sul davanti delle
vetrine; ma nessuno rispondeva loro, giacchè Bindo con la
sposa rimaneva invisibile e la finestrella di fronte stava in
silenzio, velata all'interno di bianche cortine.
Verso mezzogiorno la città
pareva riscuotersi, qualche passante affaccendato svoltava già
sul corso; qualche massaia audace si avventurava per qualche
provvista, allorchè dieci militi, guidati da un brigadiere,
furono veduti attraversare il Corso a passo celere, avviati dalla
parte della funicolare.
Certo, cose gravi succedevano, senza
che nessuno riuscisse a precisare il carattere o l'entità
delle circostanze.
Forse era giunto inaspettato, col
direttissimo, un caporione socialista da Ronfa o una bandiera
anarchica, rossa e nera, aveva spiegato forse i suoi foschi colori al
sole gaio di maggio? Non si sapeva bene. I socialisti, che dovevano
essersi raccolti alla spicciolata, perchè la sede loro in
piazza del Cornelio era rimasta silenziosissima, entrarono in città
dalla funicolare, a drappello serrato, preceduti da una fanfara,
tenendosi in mezzo un giovanotto allegro, che si scalmanava a
gesticolare. Nei pressi del Teatro, il drappello si arrestò e
un tumulto di voci, gridanti «abbasso, evviva» si diffuse
per Orvieto. Le finestre furono chiuse con furia, quasichè una
raffica di vento passasse, facendo sbatacchiare le imposte, e i
portoni delle case vennero assicurati con grosse sbarre.
Che cosa stava succedendo, Signore
Iddio?
Cose enormi, sicuramente, cose mai
viste in Orvieto a memoria di uomo.
Due colpi di moschetto rimbombarono in
aria, due squilli si udirono a intervalli lunghissimi, e l'echeggiare
degli spari, l'echeggiare degli squilli passarono sopra i tetti delle
case come il volo di arcangeli sterminatori.
Alle due tutto era quieto; nessuno
era. morto, nessuno era ferito, tre o quattro furibondi socialisti
erano stati condotti alla caserma dei carabinieri, ma poi rilasciati
subito. Le case di Orvieto non erano dunque precipitate nel fondo del
fiume Paglia dalle vette della roccia; il buon Maurizio non aveva
interrotto la regolarità del suo martellare, in cima della sua
torre, e non una delle statuine di alabastro, nel negozietto di Bindo
Ranieri, si era scomposta dalla grazia pudica dei suoi atteggiamenti:
eppure la città appariva devastata come da un flagello, e il
Paterino, furtivo, guardandosi attorno, era sguisciato dalla via del
Duomo nel viottolo scosceso, per domandare asilo a Bindo Ranieri. Non
si fidava di tornare nella sua casa. I carabinieri avevano forse
avuto l'ordine di caricarlo di catene e buttarlo nel fondo di una
prigione.
Fritz Langen, il quale non si era
negata nemmeno la particolarità più insignificante del
tafferuglio, e che restava adesso unico signore delle vie di Orvieto,
si recò a tirare il campanello al portone di piazza Gualterio.
Titta apparve cauto a una finestra del pianterreno, dietro
l'inferriata, e disse che il signorino, per consiglio di monsignore,
era stato mandato in campagna la sera innanzi con Domitilla Rosa,
Palmina e Serena, e che la signora, fin dal mattino, si trovava sola,
nascosta nella casetta di Domitilla Rosa.
– E perchè? –
domandò meravigliato Fritz Langen. Titta rispose in tono
evasivo che, nei momenti di rivoluzione, i personaggi più in
vista sono i più esposti al pericolo, e che la prudenza è
una virtù cristiana.
D'altronde la signora sarebbe
rientrata verso l'imbrunire, e allora il signor professore avrebbe
potuto interrogarla da sè.
Fritz Langen passò a due
riprese, inutilmente, davanti alla casetta di Domitilla Rosa e,
vedendo chiuse le finestre, chiuso l'usciolo in cima alla rampa
esterna, sotto il breve portico, si domandava che cosa potesse mai
fare monna Vanna, isolata per tante ore dentro quello stanzone, dove
il letto di Domitilla Rosa pareva un trono, con la sua coperta di
damasco, giallo e dove immagini innumerevoli di santi si allineavano
intorno alle pareti. Pensò di picchiare all'usciolo e non
ardì, poichè monna Vanna era squisitissima e dolce, ma
niente affatto confidenziale. Si allontanò dunque, si spinse
giù, verso la rocca, passeggiando senza scopo, impaziente,
turbato, ossessionato dal pensiero di monna Vanna, ch'egli supponeva
distratta e annoiata fra le sete e i ricami di Domitilla Rosa.
Forse ella, in quel momento, stava
abbandonata sul letto di giallo damasco, col gomito appoggiato sopra
i cuscini, la gota appoggiata sopra la palma, simile in atto a una
patrizia romana, voluttuosa e ardente, nell'attesa di un console
vincitore o di un poeta innamorato.
Un brivido lo percorse ed affrettò
il passo, fermandosi poi all'improvviso, immoto per lo stupore. Egli
si trovava nel centro della via, che si apre di faccia alla casetta
secolare abitata da Domitilla Rosa, e uno spettacolo nuovo di
vaghezza lo teneva affascinato. Dove, in quale miniatura di quale
codice aveva egli già veduto qualche cosa di simile? Un
piccolo portico a sottili colonne, di poco elevato dal suolo; nel
fondo, verso il muro, una luce tenue, chiazzata appena di ombre quasi
fuggevoli e in piedi, sul davanti, fra le colonne, una donna bella in
veste color di viola, con le braccia prosciolte lungo i fianchi, il
viso levato in alto, la bocca suggellata come per un mistero. In
quale codice miniato aveva egli già veduto qualche cosa di
simile?
Disse gioiosamente, agitando il
cappello:
– Buona sera, monna Vanna.
Ella forse pensava in quel momento a
Fritz Langen, perchè la voce di lui non la turbò nè
la stupì.
– Buona sera, signor professore
– e si affacciò al muricciuolo fra due vasi fioriti di
geranio.
– Che cosa fa lì sola?
– Aspetto che Bindo Ranieri mi
venga a prendere, quando sarà buio.
– Intanto io farò il cane
fedele a guardia della sua porta. Vuole? – E, incrociate le
braccia, si addossò all'angolo della viuzza di fronte.
Ella crollò il capo con una
sfumatura d'imbarazzo e chiese:
– Sono accadute disgrazie gravi
oggi?
– Sissignora, due casi terribili
– egli rispose molto serio. – Un povero topolino è
morto di paura dentro il palazzo del Cornelio ed i canarini della mia
padrona sono rimasti senza miglio.
Vanna rise, tranquillizzata.
– Meglio così. Dal rumore
mi pareva che dovesse essere accaduto il finimondo.
– Scenda – disse Fritz
Langen – l'accompagnerò io a casa. Le mostrerò i
luoghi dell'eccidio.
– Grazie, non ho fretta.
Preferisco aspettare Bindo Ranieri.
– Mi butti allora una scala di
seta.
Vanna non era spiritosa, nè
pronta allo scherzo; le parole di lui la turbarono, e rispose con
semplicità:
– Perchè la scala di
seta? Non c'è la scala di pietra? – ma provò
subito grave sgomento nel vedere Fritz Langen staccarsi rapido
dall'angolo e girare intorno al muricciuolo. Smarrita ella corse a
rifugiarsi dentro la stanza, dove Fritz Langen, superati di un salto
i pochi gradini, la seguì, chiudendo la porta.
Vanna, tremante, faceva di tutto per
apparire disinvolta. Prese un gomitolo di filo d'oro dal panierino di
Domitilla Rosa, poi disse a testa china:
– Riapra, signor professore.
– Sicuro, sicuro, naturalmente –
egli balbettò in fretta, inghiottendo la saliva, e non si
moveva.
Allora Vanna si avviò verso
l'uscio; ma Fritz Langen scomposto in viso per la commozione, le
prese una mano, ch'ella ritrasse con gesto vivo, come dal fuoco, e,
tornata al posto di prima, si dette a contemplare con fissità
i ricami di Domitilla Rosa.
– Ermanno arriverà fra
poco – balbettò ella.
– No, no, non dica bugie –
egli supplicò. – Ermanno non deve arrivare questa sera –
e buttò sul tavolo il cappello che, nella sua straordinaria
agitazione, aveva tenuto in testa fino a quel punto.
Ella intrecciò le mani e disse
con accento di preghiera:
– Vada via, vada via.
Fritz Langen intrecciò le mani
anche lui e chiese anche lui pregando:
– Ma perchè, monna Vanna?
Perchè?
Il gomitolo del filo d'oro scivolò
in terra e una trama aurata li unì. Entrambi seguivano con
occhi accesi quel filo rilucente e tremavano entrambi in modo tanto
visibile che il tremito e lo sbigottimento dell'uno faceva aumentare
lo sbigottimento e il tremito dell'altra.
– Gott! Gott! Dio! Dio! –
Fritz Langen ripeteva, e non osava avanzare, perchè a ogni suo
moto Vanna indietreggiava di un passo, protendendo le mani in atto di
supplichevole difesa.
Era giunta così presso il letto
coperto di damasco, e grosse lacrime, tonde come perle, cadevano
dalle ciglie ricurve, grondavano sull'orlo della veste violacea.
– Süsses Dummerchen!
Dolce sciocchina – egli mormorò in uno struggimento di
tenerezza, incerto ancora fra la violenza del suo desiderio e
l'abitudine del suo rispetto.
Ma Vanna, esausta, non si difendeva
più.
Ella aspettava adesso, tutta bianca,
fin sulle labbra, e umile; aspettava, e poichè egli,
pallidissimo, la guardava con affanno, ella si curvò in avanti
e la veste di seta ebbe un fruscìo.
Fritz Langen, col petto sollevato
dall'ansito, ripetè smarritamente:
– Gott Gott, e un gemito
fievole di colomba ghermita, si udì nella stanza già
quasi buia.
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