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Ermanno prolungò la dimora in
campagna per una settimana e, tornando in Orvieto con Palmina, trovò
cambiamenti nella sua casa. I tappeti erano stati tolti e riposti, le
tende di felpa alle finestre sostituite con tende svolazzanti di
mussolina bianca.
In verità questo accadeva tutti
gli anni; ma più tardi, a mezzo: il giugno, perchè la
mamma protraeva ogni più piccola bisogna, odiando la polvere e
il movimento, mentre adesso la mamm aveva fatto quasi tutto da sè,
con l'aiuto del tappezziere, e non ristava dall'andare e venire per
le stanze, cambiando posto agli oggetti, rimovendoli senza necessità,
per puro esercizio di moto e la mattina, invece di farsi spingere
fuori del letto dagli ossequiosi rimproveri di Palmina, balzava agile
in piedi al primo scherzare dei raggi e, spalancando le finestre,
respirava forte e diceva:
– Come si respira bene! Com'è
buona l'aria!
– Allora sei guarita, mamma, non
hai più il tuo male? Ermanno le chiese, ed essa lo strinse a
sè, lo baciò più volte sui capelli.
– Non temere, piccolo cherubino
– gli disse – io ti adoro sempre. Tu sarai sempre l'anima
dell'anima mia.
Il bimbo, che toccava i suoi dieci
anni ed era eccezionalmente riflessivo, si domandò perchè
la mamma gli diceva questo e perchè non avrebbe dovuto
adorarlo più; anche gli parve che la mamma lo abbracciasse
troppe volte al giorno, con troppa furia, quasi con paura, come se
qualcuno volesse trascinarla via ed ella si aggrappasse a lui per
tenersi ferma.
Intanto la piccola testa piatta di
Palmina guizzava instancabile e gli occhietti avrebbero voluto
frugare in petto alla signora e sapere con precisione come regolarsi
meglio a vantaggio proprio. Nell'asciugarla, dopo il bagno, le sue
esclamazioni ammirative si moltiplicavano, diventavano inni, e nel
rialzarle i capelli, studiava il volto della signora dentro lo
specchio; ma la signora guardava lontano, e il sorriso, a cui ella
talora schiudeva le labbra, era vago, non dava nessuna indicazione.
Una volta Palmina le disse,
raddoppiando di umiltà:
– Signora, in guardaroba ci sono
alcuni fazzoletti indegni di toccar le sue nobili dita, ma troppo
belli per me, meschina.
La signora, invece di alzare le spalle
con indifferenza, le rispose decisa:
– Sta bene, scenderò io
in guardaroba a vedere.
Palmina allibì. Come? La
signora sarebbe discesa in guardaroba? Il fatto le sembrava
inverosimile, sopratutto pericoloso, e stabilì di ricorrere
alle carte per allontanare da sè ogni minaccia di verifica;
ma, quando si presentò nella saletta da pranzo, ed a bassa
voce asserì alla signora che circostanze terribili si andavano
maturando e che bisognava scongiurarle, fu respinta con parole brevi.
La signora non discese in guardaroba,
distratta da nuovi pensieri, ma, certo, ella appariva tutt'altra
persona, più alacre, più sicura, di una più
attiva bontà, più altera negli occhi, più dolce
nel sorriso, come se ella avesse interamente ritrovata se stessa e le
sbarre della gabbia fabbricata dalle sue piccole mani si fossero
allargate, lasciandola libera al volo.
Fritz Langen glielo ripeteva,
insaziabilmente, fra i baci:
– Sei più bella, ogni
giorno più bella. Tu mi aspettavi, senza saperlo. Guai se io
non fossi arrivato a salvarti dal maleficio! Saresti morta, povera
monna Vanna!
Ed ella rispondeva che veramente si
era sentita morire durante lunghi mesi e, ricordando le tristezze
passate a confronto delle gioie presenti, provava per Fritz Langen
una inesauribile gratitudine amorosa, che la rendeva più
molle, più rosea, più soave di abbandono.
Si vedevano di sera, nelle stanzette
di lui, quando faceva bel tempo.
L'ex-maresciallo andava
invariabilmente a giuocare la partita in una fiaschetteria, la
signora andava al Duomo, poi a passeggio, poi in visita da sua madre.
Rimaneva in casa la domestica, una donnetta silenziosa, che Fritz
Langen chiamava «Madama Polifema», avendo ella un occhio
solo. Allora il signor professore le affidava bizzarre commissioni.
– Comperami un cannello di
liquerizia, ma voglio che la liquerizia sia verde; comperami dieci
grammi di bicarbonato, ma bada che il bicarbonato sia turchino –
e le buttava sul tavolo alcune monete d'argento.
La domestica usciva, non si faceva più
rivedere, e l'indomani accennava a restituire il danaro al signor
professore, non essendole riuscito di trovare gli oggetti richiesti.
Il signor professore andava in collera
e le diceva con cipiglio fiero:
– Madama Polifema, madama
Polifema, verrà giorno che voi incontrerete il vostro Ulisse,
e vi caverà l'altro occhio con la punta d'un bastone
infuocato.
Madama Polifema lo guardava,
impaurita, e riponeva in tasca le monete.
Era eccessivamente stupida? Era
eccessivamente astuta? Per Fritz Langen faceva lo stesso, a patto che
monna Vanna potesse entrare non vista.
Ella non era puntuale. Doveva
aspettare che facesse quasi buio, doveva mandare Ermanno con Palmina
da Domitilla Rosa e confinare Titta a pianterreno, doveva aspettare
che i seminaristi avessero sfilato nella piazzetta, per essere certa
che monsignore non le avrebbe fatto visita, e doveva assicurarsi che
nessuno fosse a prendere il fresco davanti la botteguccia di Bindo
Ranieri. Se poi incontrava qualche persona lungo il breve tragitto,
le veniva meno il coraggio e mancava all'appuntamento. Ma che gioia,
mio Dio! quando la porticina, difesa dal muro, si apriva pian
pianino, richiudendosi subito, ed ella, trascinata per mano da Fritz
Langen, attraversava a passi lievi il giardinetta odoroso e si
trovava nel salottino pieno di fiori. Egli, ansando forte, se la
raccoglieva sul cuore e non parlavano tranne che coi sospiri. La
prima sete calmata, Vanna gli raccontava in lunghi bisbigli le sue
ansie, le sue esultanze, i suoi terrori, le minuscole vicende della
sua esistenza quotidiana, ed egli l'ascoltava gravemente, come si
ascolta un caro bambino che si adora, che si accarezza e non si vuole
che vada in collera. Le rivolgeva, nel suo idioma, una quantità
di nomignoli vezzeggiativi. La chiamava: Schatz (tesoro), Mein
Herz (cuor mio), Mein Liebling (diletta mia).
Ma il nomignolo che più di
frequente gli saliva dal cuore e che meglio esprimeva il carattere
del suo sentimento, era: Süsses Dummerchen, dolce
sciocchina. Or accadde che la dolce sciocchina gli si rivelò
terribile un giorno nell'ira e lo impaurì.
Era un pomeriggio domenicale di giugno
e il mondo pareva ad essi tutto una vasta solitudine popolata solo
dai fantasmi del loro amore.
I seminaristi erano andati a
festeggiare l'ottavario di San Luigi a Settecamini e monsignore aveva
pregato Vanna di affidargli il piccolo Monaldeschi; Palmina aveva
ottenuto licenza di andare a merendare in un orto con alcune amiche:
la padrona di casa di Fritz Langen si trovava dal mattino in brigata
fuori di Orvieto col marito e la parentela; insomma gl'innamorati
passeggiavano dall'una all'altra stanza dell'appartamentino, allegri
come farfalle, ebbri nel sentirsi liberi di ridere ad alta voce e
chiacchierare senza mistero. Mai una simile felicità aveva
allargato i loro petti, giacchè mai l'intimità per loro
era stata altrettanto completa. Il sole cadeva, una luce rossa faceva
apparire vermiglie le bianche cortine, le due guglie superiori del
Duomo fiammeggiavano nell'inquadratura della finestrella a sinistra,
i canarini sembravano impazzire per gioia nell'immensa gabbia e Fritz
Langen si teneva monna Vanna seduta sulle ginocchia, cingendole con
le braccia la vita. Erano placidi, erano felici, senza timori nè
desideri, come quando in una barchetta si scende alla deriva di un
piccolo fiume e il cielo è benigno, l'acqua senza una crespa,
la riva, stellante di fiori, a portata di mano.
Parlavano tra loro, amichevolmente, di
mille inezie intime e dolci. Egli le narrava episodi burleschi della
sua scapigliata giovinezza; ella rievocava per lui gli anni della sua
adolescenza, quando si trovava in collegio a Siena e la madre
superiora, incontrandola lungo i corridoi, alzava la mano a
benedirla, e le diceva invariabilmente:
– Gesù Redentore sia con
voi.
Vennero a parlare anche di monsignore,
e Vanna faceva di lui elogi smisurati.
– Monsignore è buono, è
istruitissimo, è il padre di tutti i suoi allievi. È
nobile di nascita, nobile di cuore. Giurerei che hanno forzata la sua
vocazione; forse non era nato per fare il prete, eppure la sua
condotta è di esempio. Si può cercare nella sua vita
senza trovare un granellino di polvere – e, così
parlando, si divertiva a fasciarsi l'indice con le ciocche odorose
dei capelli di Fritz Langen.
Egli sollevava, abbassava adagio il
ginocchio per vederle oscillar il busto sottile. A un tratto le
chiese, riunendo con malizia le sopracciglia:
– Non c'è mai stato
nulla, proprio nulla?
Vanna seguitava a divertirsi coi
capelli di lui e domandò, lontana le mille miglia dal
comprendere:
– Nulla di che?
– Non ti ha mai fatto così?
– e la baciò sulla bocca.
Vanna balzò in piedi, poi
barcollò, cercando appoggio con le mani. Egli le aveva dato un
colpo di pugnale in pieno cuore. Fritz Langen la chiamò per
nome, spaventato.
– Vanna, Vanna.
Ma il sangue doveva farle gran ressa
intorno al cuore, perchè la faccia era come senza vita:
finalmente ella si riebbe, s'imporporò, gli occhi, diventati
scuri, dardeggiavano per ira, e le labbra tremavano all'urto delle
parole di sdegno ch'ella gli rivolse in una ribellione violenta di
tutto il suo orgoglio offeso di patrizia, di tutta la sua profanata
fede di cattolica, di tutta la sua dignità contaminata di
donna amante.
Egli credè perfino che Vanna
volesse batterlo, e restava inebetito, addolorato profondamente di
averla offesa, e quando vide ch'ella fuggiva, l'afferrò, la
tenne ferma, le si buttò davanti in ginocchio e, supplice,
l'abbracciò ai fianchi.
– No, no, non fuggirmi, Vanna, e
perdonami. Guarda, sono qui in ginocchio davanti a te, come tu stai
in ginocchio davanti all'altare. Perdona. Io sono un barbaro, non ho
le tue squisitezze. Perdona.
Vanna si lasciò placare e si
mise a piangere. Fritz Langen, desolato, le suggeva delicatamente, a
una a una, le lacrime dal ciglio, chiamandola con voce di rimprovero
affettuoso:
– Dolce sciocchina, dolce
sciocchina.
Da quel pomeriggio domenicale egli
l'amò forsennatamente, e Vanna si lasciò travolgere,
perdendo ogni scorta di prudenza, trascurando oramai, nel recarsi
dall'amante, le cautele infinite dei primi tempi. Ella sentiva in
confuso qualche cosa d'insolito attorno a sè, come uno
svolazzìo di mosche, un brulicare di formiche; ma non ci
badava, sempre in affanno, sospinta sempre da una impazienza
tormentosa, alla ricerca disperata di pretesti nuovi per allontanare
Ermanno, per evitare incontri con monsignore, per essere libera ogni
giorno più a lungo, fino ad assentarsi di casa per ore ed ore.
Così non poteva durare; essa aveva il presentimento di un
crollo, eppure non ristava, rispondeva sollecita a ogni richiamo di
Fritz Langen, ed i richiami di Langen erano divenuti giornalieri.
Bevevano fiamma l'uno dalla bocca dell'altro e si slacciavano più
anelanti, più assetati, avidi ancora di ribaciarsi.
In mezzo a tale ubbriacatura, il primo
sassolino le fu buttato contro dalla mano inconsapevole di Mamsell'
Pfefferkorn.
– I confetti io li voglio –
Serena le disse una sera arditamente, entrandole inaspettata nella
stanza.
Ermanno, che si disperava sopra due
righe di una favola di Fedro, alzò il capo dal libro e chiese:
– Dove li tieni i confetti,
mamma? Perchè non me li hai dati?
Vanna non ci capiva nulla, e disse a
Serena:
– Ma di quali confetti vai
parlando? Io non ho confetti.
– Sì, sì, lo ha
detto oggi una signora a zia Domitilla Rosa. La signora ha detto che
tu ci farai mangiare i confetti.
Ermanno ripetè:
– Dove li tieni, mamma? Perchè
non me li hai dati?
Vanna finse di andare in collera;
spinse Serena fuori dell'uscio e minacciò Ermanno di gravi
castighi se don Vitale si fosse lamentato di lui come faceva sempre.
Ma al cospetto di sè rimase
sconvolta.
Dunque si vociferava sopra il suo
conto? Dunque il secreto che, nella sua cecità d'innamorata,
credeva sepolto fra il suo cuore e il cuore di Fritz Langen, correva
le piazze e le vie di Orvieto, bruttando il nome dei Monaldeschi?
Sposare Fritz? Quale assurdità! Egli era protestante, era
straniero, già fidanzato da anni a una signorina di Colonia,
nè Vanna d'altronde avrebbe voluto dare al suo bimbo un
secondo padre, nè espatriare, nè cambiare il nome suo
nobile con un nome esotico, che non riusciva nemmeno a ben
pronunziare. Mai tra loro, sia pure nei momenti di più
fervoroso entusiasmo, l'idea di un possibile matrimonio era sorta.
Vanna ripensava a ciò
l'indomani mattina, allorchè Titta le portò il caffè.
Di solito egli deponeva il vassoio
sopra un tavolinetto rotondo davanti alla signora, le augurava il
buon giorno con ossequio, s'indugiava mezzo minuto a contemplarla con
occhio colmo di sconfinata devozione, poi se ne andava, facendo
scricchiolare tra le pieghe dei pantaloni troppo larghi le tibie
delle sue gambe spolpate. Ma, evidentemente, quella mattina egli
voleva dirle qualche cosa e non osava, rimanendo immobile, con la
persona curva e la faccia incartapecorita, resa viva in quel momento
dall'agitarsi in lui di una forte passione.
Vanna, che sorseggiava il caffè,
gli disse con molta dolcezza:
– Che cosa volete, buon Titta?
Parlate, parlate pure.
Titta non poteva parlare, quantunque
dalla sera innanzi tenesse pronte mille parole da rivolgerle in nome
del nobile Gentile Monaldeschi, il padrone morto, che egli
trentacinque anni prima aveva cullato; in nome del nobile Ermanno
Monaldeschi, il padroncino, ch'egli si prendeva ancora nelle braccia
e che spogliava, rivestiva con le sue vecchie mani amorose.
– Non abbiate soggezione, buon
Titta – Vanna ripetè, deponendo nel vassoio la tazza.
Voi sapete che farei di tutto per contentarvi. Foste un secondo padre
per il mio povero Gentile e ne raccoglieste l'ultimo respiro. Dunque
io vi considero persona di famiglia.
Nel sentirle pronunziare con tanta
soavità il nome dello sposo morto, il buon Titta rimase
annichilito. No, no, egli preferiva rinnegare la luce de' suoi propri
occhi, la veridicità delle sue proprie orecchie, anzichè
accusare di tradimento, contro lo splendore del nome Monaldeschi, la
sua bella e nobile signora, ch'egli aveva veduto entrare in casa
immacolata più di un giglio e che egli aveva veduto così
desolatamente afflitta nelle bende vedovili! Il vecchio servo
raccolse il vassoio, ma le mani gli tremavano, tanto ch'egli lo
depose di nuovo e si mise a piangere, di quel pianto infantile dei
vecchi, così triste.
Vanna, a occhi bassi, gli disse con
voce quasi spenta:
– Andate, andate, Titta. Mi
direte, più tardi che cosa io posso fare per voi.
Titta se ne andò, obliando il
vassoio, ed essa lo sentì che si soffiava il naso
fragorosamente nella camera attigua. Appoggiò allora i gomiti
sull'orlo del tavolinetto rotondo e cominciò a piangere,
desolata, non trovando in sè difesa alcuna da opporre alle
accuse mute e terribili del vecchio Titta, il quale aveva assunto per
lei in quell'istante il carattere augusto di un giustiziere. Ella si
rammentava adesso, ripensandoci. Titta l'aveva certo veduta uscire
dalla porticina del giardinetto e aveva udito forse lo scoccar
dell'ultimo bacio, scambiato da lei e Fritz Langen presso la soglia,
con l'audacia degli amanti felici. Dio! Dio! quanto era caduta in
basso! Tanto in basso che il giorno medesimo accorse di nuovo obliosa
al richiamo di Fritz Langen e rise d'un riso argentino di gioia alle
parole dell'amato, che le domandava, con l'estasi nelle pupille, da
quale tela di quattrocentista ella era discesa per lui, avvolta così
in una veste chiara e leggera, coi capelli fluenti fin sulla fronte e
sul collo!
Ma intervenne monsignore, e la
catastrofe precipitò. Era di sabato ai primi di agosto, e
faceva assai caldo. Vanna propose di respirare il fresco sopra il
balcone; monsignore preferì di restare nella sala, e prese
posto sull'ampio divano ricoperto di damasco a fiorami. Intorno alle
pareti i ritratti a olio dei Monaldeschi si avvolgevano di ombra
dentro il luccichìo discreto delle cornici massicce.
Monsignore parlò con naturalezza di molte cose indifferenti e
Vanna, aspettava, tenendo le mani abbandonate in grembo. No,
monsignore non era lì in visita, come sempre, per
chiacchierare di cose indifferenti. Ben altro doveva dirle, ed ella
aspettava rassegnata, già vinta, ansiosa di ascoltare dalla
voce di lui, morbida e piena, gravi parole di severità.
Monsignore invece si prese accanto
Ermanno e, tenendogli con tenerezza paterna una mano fra le mani, gli
chiese conto dei suoi studi, lo incoraggì all'ubbidienza e
all'amore verso la mamma.
– Oh! la mamma – egli
diceva al piccolino nella sua pura loquela senese – dev'essere
in cima di ogni tuo pensiero, perchè tu occupi tutto il suo
cuore. Non c'è sacrificio ch'ella non compirebbe per te, per
il decoro del tuo nome, che è nobile, illustre nella storia, e
che non va macchiato. Ricordati, Ermanno, il nome che si riceve in
custodia dagli altri è un deposito sacro; non va macchiato.
Chi non ne ha stretta cura manca ai suoi doveri di cristiano, turba
le leggi del consorzio civile e dovrà renderne poi conto agli
uomini in questa vita, al Signore nell'altra.
Il bimbo ascoltava attento; Vanna
piegava sempre di più la testa a ogni parola, e sul collo
scoperto onde larghe di rossore apparivano, scomparivano rapidamente.
Monsignore proseguì con più
meditata lentezza, sempre rivolto al bimbo:
– Io ti dico questo, Ermanno,
perchè tu e la mamma mi siete stati raccomandati al letto di
morte dal tuo ottimo papà, che, certo, vede tutto, sa tutto
quanto tu fai, quanto la mamma fa e, se quanto voi fate è
indegno, egli ne soffre. Dica lei, signora Vanna, non ho forse
ragione di parlare così al nostro caro fanciullo? Non crede
anche lei che sia dovere per ciascuno di noi, vivere incontaminati e
rispettati? Dica lei.
– Sì, sì,
monsignore – Vanna rispose, e sollevò gli occhi verso di
lui, offrendogli in olocausto tutta la sua volontà.
Poco dopo Vanna scorse dal balcone
Fritz Langen che passava e gli fece cenno di salire. Egli suppose di
non aver capito bene, avendogli monna Vanna ingiunto spesso di non
farle visita mai. La fissò con occhio interrogatore, ella
rinnovò il cenno, ed egli salì frettoloso.
– Che cosa accade? –
chiese allegramente. – Dunque hai tolto la clausura? – E,
lanciato verso i due usci uno sguardo rapido, sporse il viso per
baciarla.
Vanna si ritrasse indietro con moto di
ripulsa e, rimanendo in piedi vicino all'apertura del balcone, gli
disse con parole brevi, fra tronchi sospiri:
– È finita, è
finita! Bisogna che tu parta. Oh! Dio! È finita!
– Che cosa accade? – egli
ripetè, sgualcendo impaziente nelle mani il cappello di feltro
bigio. – Chi ti monta la testa così?
– Nessuno, ma è finita!
Si chiacchiera, si maligna. Il mio nome è di scherno. Oh! Dio!
Oh! Dio! – e nel suo smarrimento, si aggrappò con le
dita convulse alle spalle di Fritz Langen.
– Bada – egli disse –
qualcuno potrebbe entrare.
Vanna si scostò con terrore, si
lasciò cadere sopra una seggiola e si dette a singhiozzare,
premendosi alla bocca il fazzoletto per attutire il suono dei
singhiozzi.
Egli si avanzò, si chinò
verso di lei, e amorosamente le disse:
– Non posso vederti così,
mi fai male. Non piangere, Vanna. Cosa vuoi da me?
– Devi partire subito da
Orvieto.
– E non vederti mai più?
Se io parto sarà per non tornare.
– Già, per non tornare –
Vanna implorò, fissandolo con occhi lacrimosi e divenendo
eloquente nel perorare la causa del proprio martirio.
Egli si era stabilito in Orvieto per
pochi mesi e ci si trovava oramai da dieci; lassù, nel suo
paese, la famiglia lo aspettava, amici e colleghi lo incitavano al
ritorno. Niente lo tratteneva in quella piccola città a lui
straniera.
– Ah! niente mi trattiene? –
Fritz Langen esclamò con amarezza e con una espressione acuta
di sofferenza sul viso. – Allora tu non capisci come hai saputo
farti amare. Tutto il cuore mi hai preso, e adesso mi cacci via. –
Ma la vide rovesciare il capo e torcersi le mani con tale atto di
angoscia disperata, che fu vinto da pietà.
– Dolce sciocchina – egli
disse con voce che gli tremava, e, incurante di ogni pericolo, la
sollevò, se la raccolse esile sul largo petto e le posò
una mano sopra i capelli.
– Farò quello che tu
vuoi, non piangere. Sì, partirò. Forse hai ragione.
Domani saprai cosa ho deciso. – E, poichè
nell'anticamera si udì uno scricchiolìo di passi e un
battente fu sospinto, Fritz Langen s'inchinò cerimonioso ed
uscì, mentre Titta entrava, portando una lampada.
Fritz Langen si dette a riflettere
profondamente, camminando solo per le vie di Orvieto, che odoravano
di miele, forse pei molti gigli languenti nei giardini, e che
somigliavano, in quell'ombra crepuscolare, a cortili ora tortuosi e
brevi, ora larghi e fuggenti di un chiostro vastissimo, abitato da
religiosi industri nell'educar fiori e coltivare ortaglie, da
religiose insigni per silenzio e umiltà.
Egli era diventato amico di tutte le
cose umili, che tutte gli parlavano un loro linguaggio. I rami degli
alberi, sporgenti dalla cinta dei muri, gli bisbigliavano storie di
nidi in primavera; un architrave spezzato di una finestrella corrosa
gli narrava di qualche artefice scomparso nell'oblìo col
proprio nome; i grossi anelli di ferro arrugginiti, infissi al muro,
presso gli usci sgangherati, gli dicevano di uomini in armi, che
arrivavano di galoppo, infilavano negli anelli le aste, vi annodavano
dentro le briglie dei cavalli dal morso spumoso, portavano,
ricevevano messaggi di guerre o di pace e ripartivano con sonoro
scalpito. Troppo Fritz Langen amava quella città di sogno; di
troppe memorie egli si era imbevuto entro le navate delle chiese e
fra i documenti degli archivi, troppo la sua nordica anima
sentimentale si era pasciuta di poesia nella cerchia verdeggiante dei
colli umbri! Sì, monna Vanna aveva ragione, bisognava partire,
tornare alla vita, ritemprarsi nella realtà. Anche il buon
Maurizio, solerte in cima alla sua torre, glielo diceva ogni quarto,
suonando l'ora:
Da te a me, campana, fuoro pati
Tu per gridar ed io per far i fati.
Così portava scritto il buon
Maurizio intorno alla sua cinta di bronzo, e l'ammonimento era savio;
ognuno doveva far fatti, ed i fatti di Fritz Langen erano di
tornarsene a Colonia, di conquistarsi una cattedra di storia
all'Università di Bonn, di crearsi una posizione onorata e
sposare la sua brava massaia bionda, che da anni lo aspettava in
fedeltà tranquilla e che gli scriveva regolarmente, citandogli
intere strofe del Trombettiere di Säckingen, delizia e
orgoglio delle tedeschine innamorate. Questo Fritz Langen doveva
fare, e stabilì di far questo senza indugio rincasando
immediatamente e ordinando a Madama Polifema di portargli le valigie,
che apprestò la sera stessa con cura meticolosa.
L'urto violento che il cuore gli diede
in petto nel trovare fra le sue robe un fazzolettino di monna Vanna,
lo rese accorto che bisognava diffidare di sè, onde sbattè
con rabbia le finestre per non vedere in cielo lo sfolgorìo di
tante stelle che gli sembravano gli occhi ridenti di Vanna, quando
essa lo guardava inebriata di voluttà; per non aspirare le
timide fragranze dell'aria notturna, che gli rievocavano la frescura
profumata di due braccia nivee come lo spumeggiare dell'onda.
La mattina della domenica Fritz Langen
uscì vestito da viaggio e Mamsell' Pfefferkorn ricevè
prima di ogni altro la notizia inaspettata.
– Vuol partire con me, Mamsell?
– egli le disse, incontrandola.
Serena, vestita di bianco e col
cuffiotto bianco, gli chiese:
– Dove vai?
– A trovare gli alberi della
Selva Nera.
– Come sono gli alberi della
Selva Nera?
– Sono molto gentili. Danno
ombra d'estate, fuoco d'inverno, si ornano di lumi e doni la sera di
Natale. Venga, venga, Mamsell'. Un orsacchiotto la divorerà, e
così lei, dopo morta, camminerà su quattro zampe –
ma la vista gli si annebbiò, scorgendo in lontananza Ermanno,
accompagnato dal vecchio Titta. Fuggì allora a passi
precipitosi, per non cedere alla tentazione di correre incontro al
bambino forsennatamente. Oh! Monna Vanna gli era entrata in ogni
vena! Se l'avesse riveduta per un attimo solo, se appena un nastro
della sua acconciatura o una ciocca de' suoi capelli gli fossero
balenati di tra le imposte, egli non sarebbe partito più, nè
per preghiere, nè per minacce. Si licenziò da lei
lasciando il biglietto in portineria, e incaricò Bindo Ranieri
di presentarle a voce le sue scuse.
– Dunque il signor professore ci
ha abbandonati – Bindo Ranieri disse a Vanna, col suo fare
giocondo, incontrandola in piazza del Duomo, mentre ella usciva dopo
l'ultima messa.
Vanna, che teneva il figliuoletto per
mano, illividì sotto la cupola rossa dell'ombrellino di seta.
– Ah! sì? –
balbettò semplicemente, e la piazza le parve un rogo,
nell'abbagliante chiarore solare, e le parve che lingue di fuoco la
investissero dalle piante ai capelli.
Ermanno la fissava ed ella sentì
le dita di lui contrarsi impercettibilmente fra le sue dita.
Si ricompose, e domandò con
voce assai velata:
– È partito il signor
professore?
– L'ho acompagnato adesso alla
funicolare. Lascia per lei mille scuse. Mi ha parlato di un
telegramma ricevuto stamani. Forse qualcuno è ammalato nella
sua famiglia.
– Ah! sì? – Vanna
mormorò ancora con accento sempre più fievole, e si
dette a camminare in fretta per liberarsi dal supplizio che le
infliggevano i discorsi di Bindo Ranieri, il quale non aveva
osservato affatto la commozione di lei, come non aveva prestato
briciolo di fede alle atroci calunnie giuntegli all'orecchio per vie
traverse.
– Chi? – aveva egli
esclamato, rispondendo con ira alle insinuazioni degli sfaccendati. –
Chi? La signora Vanna Monaldeschi, quella nobile gentildonna? Il
signor professore Fritz Langen, quella dotta persona? La lingua è
una spada, ferisce di taglio e di punta, ma tenetevela a freno,
altrimenti, ve lo dico io, vi si rivolterà contro come la
biscia del ciarlatano – e nell'accesa faccia gli occhi
roteavano così terribili che gli accusatori cambiavano
discorso.
Durante il desinare Vanna fu messa dal
bimbo alla tortura. Egli aveva mangiata la minestra compostamente e
si era educatamente forbita la bocca col tovagliuolo senza dir
parola, ma di sottecchi guardava la mamma sollevare con disgusto dal
piatto il cucchiaio di argento e lasciarvelo ricadere colmo.
– Non ti piace la minestra,
mamma? È tanto buona – egli le disse appena Titta fu
uscito dal salottino.
– Sì, sì, è
buona – Vanna rispose, e abbandonò il polso sull'orlo
della tavola, desolatamente.
– Io so perchè la
minestra oggi non ti piace – il bimbo disse, alzando il capo
con risolutezza. – Perchè oggi è partito il
signor Frì – e gli occhi limpidi, trasparenti di
candore, si approfondirono pel riflesso di una idea lungamente
meditata.
Vanna ebbe paura del figlio e
ammutolì; poi, comprendendo che qualche cosa bisognava
rispondere, crollò il capo con dolcezza e disse, forzandosi al
sorriso:
– Tu sei sciocchino.
– Io sono molto contento che è
partito il signor Frì... – cominciò Ermanno, ma
cambiò discorso all'improvviso, vedendo Titta che rientrava.
Appena il servo fu uscito di nuovo, Ermanno riprese il filo della sua
idea al punto preciso in cui l'aveva troncata.
– Così tu non uscirai più
sola e resterai con me, quando viene don Vitale. È maligno don
Vitale quando tu non ci sei.
Vanna non era accorta, sopratutto era
ignara di psicologia infantile. Credè riportare vittoria sulle
innocenti accuse ed i sospetti vaghi del piccolino, andando in
collera e minacciandolo di castighi. Forse anche, abbandonandosi
all'ira, avrebbe alleviato il peso immane del suo cordoglio; e, per
la prima volta, si mostrò ingiusta contro il figliuolo.
– Don Vitale ha ragione! Tu sei
un bambino cattivissimo. Sei ciarliero, inventi cose false, dici
bugie.
Ermanno diventò rosso, ma tenne
immote le ciglia senza abbassarle. Perchè la mamma lo accusava
a torto? Ermanno non diceva mai bugie. Egli rifuggiva dalla menzogna
come l'oro dalle macchie. Rispose audacemente:
– Il signor Frì era
bugiardo. Una volta mi disse che quel giorno non ti aveva veduta e tu
invece mi dicesti che ti aveva dato per me la cioccolata.
Vanna credeva d'impazzire. Un abisso
nuovo le si spalancava davanti: la coscienza di suo figlio, ch'ella
sino a quel punto aveva supposto buia e muta, e che le appariva
adesso illuminata da mille ricordi, serbante l'eco di mille
impressioni.
– Immediatamente nel cantuccio,
col viso contro il muro – essa gl'impose, ed Ermanno ubbidì,
avviandosi verso un angolo del salottino, col passo deciso e la
fronte altera di un martire che vada al supplizio, forte della sua
innocenza, superbo della sua idea. E si ostinò tanto, che
rimase a contemplare la parete per oltre un'ora, odiando sempre di
più il signor Frì; orgoglioso per la sua improvvisa
partenza, come per un trionfo riportato, frugandosi nella memoria per
trarne fuori tutte le bugie del signor Frì e ricordandosi che
il vecchio Titta alzava in alto il bastone, dietro le spalle del
signor professore, quando lo vedeva attraversare la piazzetta.
Serena gli tirò forte una
ciocca di capelli e gli disse allegra:
– Vieni, la mamma ti vuol
perdonare.
– No, voglio restare sempre qui
– il bimbo rispose, e si accostò di più alla
parete, quasi volesse sprofondarvisi.
Allora «madamigella grano di
pepe» gli si collocò al fianco e gli propose di fare il
giuoco del povero cieco, che domanda l'elemosina presso i gradini
della chiesa.
– Un soldo, per carità,
al povero cieco – diceva Ermanno, ingrossando la voce.
– Anch'io sono cieca –
Serena rispondeva, e poi entrambi gridavano, pestando i piedi:
– Che buio! Che buio! – e
si volgevano con allegre risa dalla parte della finestra per
assicurarsi di non essere diventati orbi davvero.
Così li sorprese Vanna, quando,
pentita, intenerita, andò ella stessa a cercare il bambino per
mandarlo a spasso con Titta e Serena. Era forse colpa del suo
cherubino se ella si sentiva disperatamente infelice, se il cuore le
pesava come la pietra di una macina? Ella sola era in peccato, ella
sola doveva soffrire.
– Il mondo è orribile –
Vanna disse, rivolgendosi a Domitilla Rosa, la quale stava seduta
presso il balcone e dolcemente rideva a qualche suo tenue pensiero.
Il mondo? Ma che cosa era il mondo per
Domitilla Rosa se non illusione e menzogna? Ella disse, intrecciando
le dita ceree, fra le maglie nere dei mezzi guanti di seta:
– Il mondo è una falsità.
Polvere siamo, polvere torneremo. L'anima sola vive, ed all'anima
dobbiamo rivolgere le nostre cure.
Vanna sospirò e guardò
la piazzetta ancora tutta lieta di sole, ma già l'ombra
s'inoltrava di sotto l'arcata. L'ombra camminava lentamente, e
frattanto un treno fuggiva, volava per campagne e su ponti.
Ieri, mentre l'ombra lambiva quello
stesso punto dell'arcata, Vanna era felice; oggi avrebbe voluto
morire, nè più assistere dal suo balcone all'eterna
vicenda, sulla piazzetta, del sole che arriva e parte, sospinto via
dall'ombra, che giunge furtiva e diventa signora. Così nella
sua vita. Ogni luce era scomparsa ed ella si trovava fasciata per
sempre di solitudine e di melanconia.
– Oh! Domitilla Rosa, Domitilla
Rosa – ella mormorò – orribile il mondo è,
e io sono tanto sconsolata.
Domitilla Rosa le prese una mano e,
senza guardarla, l'intrattenne a lungo in discorsi di pace e di
soavità. Era eloquente, trattando di cose divine, Domitilla
Rosa!
Le parlò di Gesù
Redentore, che aveva cercato nella passione la sua gioia, immolandosi
lui, agnello immacolato, per i molti peccati degli uomini, e le parlò
delle donne pietose, avvolgenti il corpo santo dentro un sudario di
lino, mentre le ferite di lancia, al costato, mandavano odori, i
segni dei chiodi nei piedi mandavano raggi. E nonpertanto il mondo
perverso si ostinava nelle sue iniquità, e ad ogni ora, a ogni
minuto, le piaghe odorose di Cristo tornavano a sanguinare, ed egli,
inesauribile di misericordia, offriva quel sangue preziosissimo per
placare il padre adirato! Così parlava Domitilla Rosa, e il
viso estatico, soffuso di bianchezza diafana tra la doppia lista dei
capelli, si trasfigurava per la fiamma interiore dell'amor suo verso
Gesù.
Vanna, sopraffatta da una tristezza
senza conforto, piangeva silenziosamente, così misera, così
abbandonata, che le parole di Domitilla Rosa le si avvolgevano sul
capo, simili alle onde di un fiume.
Eppure la mattina dopo, svegliandosi,
provò un senso nuovo di riposo e mirò innanzi a sè
con mente attonita le ore della propria giornata. Non avrebbe
palpitato più, non sarebbe più corsa alla finestra,
spiando, a ogni suonar di passi, non avrebbe più interrogato
l'orologio con occhio ansioso, non si sarebbe torturata più a
inventar pretesti per allontanare Palmina, per eludere le domande
ingenue di Ermanno! Ella poteva oramai lasciarsi, priva di pensieri,
priva di volontà, in balìa delle circostanze;
l'orologio poteva affrettarsi o ritardare, gli altri potevano uscire
o tornare, tutto oramai le diventava indifferente, e tale
indifferenza la teneva in una beatitudine greve, quasi in letargo. Il
ricordo di Fritz Langen, tanto recente, le appariva lontano,
inafferrabile, come un fazzoletto agitato da mano invisibile sulla
tolda di un vapore che salpa. Il mare è vasto, il cielo è
vasto e il bianco lembo che si agita è piccolo, fuggente tra
quella immensità.
Fritz Langen telegrafò da
Firenze, telegrafò da Milano, scrisse, riscrisse, mandò
lettere, mandò cartoline, riviste, giornali, tutto in pochi
giorni. Era la sua voce disperata, che implorava il soccorso di una
parola, che invocava forse un cenno d'invito a tornare. Vanna
strappava i telegrammi, strappava le lettere e tremava ch'egli
tornasse, odiandolo per il male che le faceva. Ma la successiva
domenica, uscendo di casa per la prima volta dopo la partenza di
Fritz Langen e recandosi al Duomo, vide socchiusa la porticina dei
loro convegni, scorse fulgente nel sole un'aiuola del giardinetto
fiorito, uno squillar trionfante di trilli giunse al suo orecchio, e
le due stanzette, ora deserte, si abbellirono per lei, nel rimpianto,
di tutte le delizie sparite.
Dalla soglia del giardinetto suonò
precisa la cara voce ben cognita:
– Monna Vanna, monna Vanna!
Ahimè! Ahimè! la cara
voce le saliva dall'anima, e sull'anima le ricadde col peso e il
fragore di tutto un passato che crolla. Le mancava il respiro, le
mancava la vita! Nell'istinto bruto di chi si annega e vuole
salvarsi, ella si aggrappò alla decisione di telegrafare a
Fritz Langen. Oh! rivederlo ancora fra le aiuole di quel giardino,
udirsi ancora chiamar da lui «Monna Vanna, monna Vanna» e
poi l'universo andasse in cenere! Interrogò l'orologio, era
tardi.
Recandosi al telegrafo subito avrebbe
perduta la santa messa: telegraferebbe uscendo di chiesa, e il cuore
le martellava per la gioia al pensiero del breve appello, che
rivolgerebbe fra poco all'adorato. Poi, nell'uscir di chiesa, la
volontà era già schiava di mille timori, e Vanna
rientrò nella sua casa emettendo un respiro di sollievo. Se
avesse telegrafato, se ne troverebbe già imbarazzata e
dolente.
Giorno per giorno tornò quella
di prima; l'abitudine riprese a intesserle attorno i suoi fili e
l'indolenza ad ammassarle attorno strati di ovatta; si dedicò
con più scrupolosa minuzia all'osservanza delle pratiche
religiose, e poichè il fervore di Domitilla Rosa in lei non
c'era, ella, facendosene acerba colpa, si affannava di compensare la
mancanza di ardore con la esattezza, e la prolissità delle
preghiere, con la severità delle astinenze. Dedicava a tutt'i
santi del calendario gli stessi omaggi spirituali, assillata dallo
sgomento di averli nemici, quasichè ogni santo personificasse
una forza occulta da placare Voleva tenerseli alleati, ritrovarseli
benigni dopo la morte, acciocchè essi facessero traboccare la
bilancia in suo favore, quando, nel giorno spaventevole del Giudizio,
il Signore avrebbe misurato il pondo dei suoi peccati amorosi e il
demonio, in agguato, avrebbe atteso con turpi ghigni di afferrarla
pei capelli e trascinarla fra mostri e tormenti.
Dall'altro canto Palmina, esperta in
esercizii di stregoneria, mischiava olio con acqua e vi spegneva
dentro la fiammella di un moccolo di cera, brontolando le parole
inintelligibili dello scongiuro; e Vanna, senza esprimerlo, senza
lasciarlo capire, si sentiva ghiacciar la cute se la fiammella,
spegnendosi, mandava un troppo lungo cigolìo, se le stile
dell'olio, invece di salire a galla tutte a un tempo, s'indugiavano
pigre entro il volume dell'acqua.
– Oh! lo stregone, lo stregone!
– diceva Palmina, come fra sè – egli ha fatto il
malocchio alla mia signora e adesso ride in una città lontana.
Tali parole misteriose di Palmina
evocavano davanti agli occhi di Vanna la visione di strani uccelli
dai lunghi becchi, dalle zampe sottili, gravi, a somiglianza di
filosofi gravi, allineati sulle sporgenze marmoree di una chiesa, che
forse era un tempio d'eresia.
Non osava parlare di tutto ciò
a monsignore; egli, certo, l'avrebbe redarguita, dicendole che non
bisogna confondere la religione con la superstizione, mentre Vanna,
per quanto ci riflettesse, non riusciva a stabilire dove finisce la
prima, dove l'altra comincia. E intanto non si accostava da mesi al
tribunale della penitenza. Come trovare il coraggio di esporre a
monsignore, in confessione, la storia del suo peccato? Egli, il padre
spirituale, avrebbe dovuto sollecitarla a riconciliarsi con Dio,
avrebbe dovuto obbligarla con la sua autorità a rendersi
monda, leggera, dopo avere deposto il fardello delle sue colpe!
Monsignore invece non parlava,
attendendo forse che la grazia le toccasse il cuore, e difatti in un
pomeriggio piovoso della fine di autunno, Vanna mandò Titta
per monsignore in seminario, sollecitandolo di favorirla.
– Monsignore – ella gli
disse a occhi bassi, appena lo vide entrare nella sala. –
Vorrei aprirle il mio cuore in confessione.
Egli chinò la testa in atto di
assentimento.
– Il mio cuore trabocca di
amarezza; ho bisogno di guida, bisogno di conforto.
– Sta bene – rispose
monsignore – domani, finite le mie occupazioni, tornerò
qui. Intanto lei si raccolga e mediti.
Vanna meditò, si raccolse,
richiamandosi al pensiero le ore delle sue dolcezze, a una a una,
odiando in sè la peccatrice, accusandosi, vilipendendosi con
tanta maggiore indignazione quanto più il suo peccato le
appariva tuttavia, nel ricordo, screziato di colori smaglianti.
Dio! Dio! Il Signore non avrebbe
dunque avuto mai misericordia di lei? Stava di nuovo facendo l'esame
di coscienza, inginocchiata al confessionale della sua cappella,
quando monsignore entrò con passo lieve, si rivestì di
una stola, togliendola dalla vetrina degli arredi e, dopo una piccola
genuflessione, prese posto dietro l'inginocchiatoio collocato a
sinistra dell'altare, e fatto in modo che una parete di legno
s'innalzava a dividere la penitente genuflessa dal padre spirituale
seduto.
Monsignore aprì il piccolo
sportello infisso all'altezza del suo viso, e Vanna, che teneva la
fronte celata nelle palme, sentì, attraverso la lamina di
ferro bucherellata, un odore gradevole di tabacco di avana. Forse
monsignore aveva fumato dopo il pranzo.
– Ah! padre, padre – ella
disse, e ruppe in singhiozzi, picchiandosi il petto col piccolo pugno
chiuso. – Io sono colpevole, e il Signore non potrà
perdonarmi!
–Il Signore perdona volentieri
chi si rivolge a lui con anima contrita. Egli ci ha creati fragili,
ed è pietoso verso la nostra fragilità. Ma non bisogna
attendere tutto da lui. Egli ci ha largito un raziocinio e una
volontà, dobbiamo servircene a nostro sostegno. Lei esige
troppo dalla bontà divina e dimentica che il cristiano deve
essere attivo nel bene, alacre in opere di pietà.
La penitente non lo ascoltava,
inabissata nel suo cordoglio. Di dove cominciare? Come spiegare a
monsignore di quali inestricabili lusinghe il demonio si era valso
per irretirla?
– Oh! padre, padre – ella
ripetè, singhiozzando – io ho peccato senza che il
peccato mi inspirasse orrore. – E parole confuse, affannose
dapprima, poi ordinate ed eloquenti, le fluirono dal labbro. Narrò
tutto: i palpiti incerti, le insidie della primavera a Settecamini,
l'avventura inaspettata nella casetta di Domitilla Rosa, i convegni,
le menzogne, le cupidigie, le gioie, gli affanni, e si esaltava,
narrando, coloriva di seduzioni la colpa per iscagionarsi di avere
ceduto.
La cappella ottagonale risuonava di
accenti sommessi e dolenti sospiri.
Monsignore taceva, e Vanna avrebbe
potuto dubitare perfino della presenza di lui, se un piede
aristocratico, stretto in una scarpetta lucente, non si fosse
affacciato dalla parete sottile di legno, sfiorandole quasi le pieghe
della veste di seta scura.
A un tratto la scarpetta lucente ebbe
un guizzo, come di serpentello ferito, e si ritrasse con rapidità.
Allora monsignore disse aspro:
– Lei troppo si compiace nella
rievocazione delle sue colpe Ne allontani da sè il ricordo con
orrore e disgusto.
Poi, dopo un attimo di silenzio, le
parlò autorevolmente persuasivo, nella sua limpida loquela
senese:
– Si occupi del suo caro
bambino, sorvegli l'andamento della sua casa, rifugga dall'ozio e
serva il Signore con pacata allegrezza.
Vanna supplicò, gemendo:
– Non mi abbandoni, padre mio –
e appoggiò sconsolatamente la fronte sopra la bucherellata
lamina di ferro per modo che le ciocche de' suoi capelli odorosi
sfioravano quasi le gote di monsignore.
Egli le impartì l'assoluzione
con gesto affrettato, si spogliò della stola con furia non
solita in lui e sparì, come inseguito, chiudendo dietro di sè
la porta della cappella.
Vanna, rimasta sola, alzò le
braccia verso l'altare, di dove Gesù crocifisso chinava
misericordioso verso di lei il capo coronato di spine, e implorò
con voce di desolazione:
– Gesù, Gesù,
pietà di me peccatrice – abbandonandosi bocconi sulla
fredda pietra, poichè la cappella le pareva popolata di alati
spiriti malefici, che tutti bisbigliavano fra loro ardenti parole e
poichè nella fiamma oscillante della lampada di argento, ella
vedeva con gioia e paura guizzare l'arguzia gaia degli occhi azzurri
di Fritz Langen, passare la tristezza piena di rimpianto degli occhi
pensosi di monsignore.
Ruppe allora in più alto suono
di pianto e, sollevando il viso cosparso di lagrime verso il
Crocifisso, di nuovo singhiozzò picchiandosi il petto:
– Gesù, Gesù,
pietà di me peccatrice.
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