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Trascorso appena un mese, Vanna
avrebbe desiderato accostarsi ancora al tribunale della penitenza,
giacchè mai come in quell'inverno umidiccio e fosco la sua
anima si era invischiata così fra dubbi e tristezze. Tutto era
opaco; la piazzetta Gualterio somigliava a un piccolo stagno dalle
acque cenerognole; da via Luca Signorelli la musica di don Vitale
sembrava l'ululato furioso di lupi famelici nella notte e, sotto
l'arcata, il calzolaio gobbo tirava lo spago con celerità
automatica, allargava le braccia, chinava la testa, mentre Vanna lo
contemplava attraverso il velo della pioggia, provando una
sospensione al respiro se il gobbetto per poco allentasse il moto
delle lunghe zampe. Pareva un brutto ragno, eppure doveva essere
allegro, perchè zuffolava da mattina a sera e, battendo il
martello, s'intratteneva con i chiodi e le suole fraternamente.
– No, chiodo mio, tu devi
entrare; e tu, suola mia, tu non ti devi muovere! Ecco, chiodo, un
colpo per te e abbiamo finito; ecco, suola, una girativa della lesina
e siamo d'accordo.
Rideva allora il gobbo sonoramente,
deponendo la scarpa sul deschetto, e Vanna si allontanava dalla
finestra e si domandava a che cosa vale essere agiati, se quel gobbo
miserabile possedeva la serenità a lei mancante.
– Vorrebbe ascoltarmi domani in
confessione? – ella disse a monsignore, incontrandolo dopo
vespro sulla gradinata del Duomo.
Egli si scusò con parole molto
cortesi e addusse i suoi già gravissimi impegni, che gli
vietavano di proseguire con la dovuta ponderazione nell'incarico
delicato di guidarla spiritualmente. Le avrebbe suggerito egli stesso
il nome di un sacerdote di maturo senno e provato zelo. Si tolse con
ossequio il tricorno e si allontanò col suo passo elegante di
gran signore.
Vanna, stordita, scese lentamente i
bassi gradini di marmo e, sollevato in alto l'ombrello, vide sulla
facciata le schiere dei santi personaggi come intristiti per la
melanconia lacrimosa del cielo, come impiccioliti fra l'umidore
dell'ombra gelida, privi di vita e di espressione, perocchè
gli ori, spenti, non vivificavano i volti, non luccicavano sui manti.
Erano dunque tristi anche i beati? E perchè monsignore la
privava del suo appoggio? E se le togliesse la sua amicizia, se
interrompesse le sue visite, che cosa accadrebbe di lei? A chi
rivolgersi? A chi confidarsi? Rimase perplessa, domandandosi mille
volte di che cosa fosse colpevole verso monsignore, sempre indulgente
con tutti e così equo. Ma la domenica egli si recò da
lei a desinare, come di consueto, e le parlò dell'avvenire di
Ermanno con la solita affettuosità protettrice, e con l'acume
solito intrattenne di affari Bindo Ranieri, sollecitandolo a
realizzare un credito, di cui le garanzie non gli fornivano assoluta
sicurezza. Sul punto di licenziarsi le disse:
– Mi sono occupato di lei,
signora, e spero di averle trovato una buona guida spirituale;
sopratutto zelante. Forse lei giudicherà quel sacerdote un
poco severo, ma la severità non nuoce quando è
indirizzata a fin di bene. Ne ascolti i consigli con sommessione, e
se lo troverà aspro, pensi che anche i profeti erano aspri per
la salvezza delle genti fuorviate. Vada lei stessa in Duomo. La
maestà di una grande chiesa è più confacente di
una cappella privata al sacramento della Confessione.
Vanna accettò con fede cieca e
pavida la nuova guida e fu per lei grande sventura.
Il sacerdote, un canonico del Duomo,
predicatore e teologo, si appoggiava a ogni parola sopra le citazioni
dei Santi padri, e poichè monsignore gli aveva raccomandata in
modo particolarissimo la nobile penitente, egli la inquisiva sui
dogmi, le rivolgeva interrogazioni capziose, le citava con voce di
minaccia le sentenze di sapienti filosofi cristiani, ed opponeva alle
timide risposte di lei, balbettate con tremore, le risposte
trionfanti dei terribili maestri della Chiesa, tantochè ella,
con sua indicibile meraviglia e inebetimento, si accorgeva di
trovarsi in contraddizione con San Giustino, San Grisostomo,
Sant'Anselmo, Tertulliano, i quali, con le labbra del confessore,
dicevano per lei, misera, motti oscuri, gravi di maledizioni, e
ch'ella, nello smarrimento del suo spirito, immaginava accaniti a suo
danno, superbamente gioiosi di coglierla in fallo.
– Io credo, io credo –
ella ripeteva con fervore umile.
– Non basta. Bisogna credere
come la Chiesa impone. Molti eretici avevano l'illusione di credere
bene ed erano invece ludibrio nelle mani di Satana.
Non si trattava più di peccare
o non peccare, di essere mite, osservante, umile, benefica, com'era
stato sufficiente con monsignore, il quale, aperto di mente, di larga
coltura, elevato di animo, socievole di costumi, portava nel
sacerdozio la probità scrupolosa di un galantuomo a cui altri
ha fatto assumere un rude impegno ch'egli vuol mantenere, la
intransigenza verso di sè di un gentiluomo, che, spesa
inconsapevolmente la propria parola, ad essa vuol tener fede; la
tolleranza di un intelletto superiore, che, misurate le forze di
ciascuno, a ciascuno domanda solo quel tanto che è ragionevole
domandare.
Il predicatore teologo era ben altra
cosa, eVanna, dopo sedute interminabili al confessionale, tornava a
casa con una ridda nella testa di nomi, di frasi latine, di casi di
coscienza proposti e non risolti. Non osava formulare il più
semplice pensiero nello sgomento che i Santi Padri le si collocassero
irosi di fronte e l'annientassero sotto il flagello dei loro detti
tenebrosi.
Il canonico insisteva in modo speciale
sulla virtù del sacrificio, e le spiegava prolissamente in che
cosa il sacrificio consiste, di quante parti si compone, come può
diventare dannoso e di quali cautele bisogna circondarlo acciocchè
riesca proficuo.
Per buona sorte, dopo alcuni mesi, il
teologo venne mandato dal vescovo a Spoleto, altrimenti Vanna sarebbe
impazzita; ma, quantunque ella riacquistasse a poco a poco il suo
equilibrio mentale, sotto la direzione di un vecchietto bonario e
fervido, confessore di Domitilla Rosa, le germogliò nel
cervello il pensiero ch'era necessario offrire in olocausto al
Signore qualche cosa di vivo, di prezioso e raro, per ottenere in
cambio la remissione dei peccati. Diventò questa la sua idea
fissa, e ricordava, tremante, una vignetta da lei osservata, quando
era piccola, nei fogli della sua Storia Sacra: il patriarca Abramo,
con una lunga barba, stava in piedi accanto a una catasta di legna,
preparata pel sacrificio, e Isacco, giovanetto, lo guardava con dolci
occhi e pareva dirgli: «Manca l'animale per l'olocausto, o
padre mio!» «Il Signore Iddio ce lo invierà»,
pareva rispondergli Abramo, fissando con occhio implacabile la faccia
ignara dell'unico figliuolo della sua vecchiezza. E Vanna ricordava
anche di aver veduto qualche cosa di simile nei larghi fogli del
volume che Gentile leggeva spesso, dimostrando ineffabile godimento:
un re scettrato in riva al mare; persone gesticolanti intorno a un
rogo e una giovanetta bellissima, rovesciato il petto, mentre il
braccio di un guerriero si alzava contro di lei, armato di corta
daga. «È il re Agamennone – Gentile le spiegava. –
Egli deve sacrificare la figliuola Ifigenia per placare l'ira degli
dei.
Vanna, ripensando a ciò, si
stringeva le tempie nelle palme. Dunque gli uomini avevano sempre
commessi molti peccati, e lassù, in cielo, non albergava
indulgenza verso di loro? Non osava ricorrere per consiglio a
monsignore, il quale, allorchè ella gli sottoponeva taluni
suoi scrupoli, si velava in volto di una tenera pietà, che
ridestava in lei spiriti di alterezza. Era gentildonna, nasceva
Montemarte, portava il nome dei Monaldeschi, non voleva pietà
da nessuno, nemmeno da monsignore. Se ne aprì invece una
domenica con Domitilla Rosa; ma Domitilla Rosa, attonita, non
comprendeva.
Di che cosa fare olocausto
all'Onnipotente?
E come mai la signora Vanna, tanto
nobile e pia, poteva sragionare così? Di che cosa fare
olocausto? Di ogni pensiero, di ogni affetto, di ogni minuto, di ogni
impercettibile azione, di ogni ricordo, ogni speranza, ogni
desiderio! Non c'era atto, il più insignificante, della vita
di Domitilla Rosa ch'ella compisse senza sentirsi compenetrata dallo
spirito di Dio; in ogni più lieve gesto era incluso un
olocausto, in ogni più umile occupazione un ardore di
perfettibilità religiosa! E in cambio non chiedeva nulla al
suo Signore! Non la felicità in questa vita, non il paradiso
nell'altra!
Vanna ammirava Domitilla Rosa, la
riguardava già come una santa; ma esse non potevano
intendersi. Domitilla Rosa adorava e onorava il Signore in lui, per
lui; Vanna lo pregava e voleva placarlo per sè, per la sua
beatitudine futura!
Se ella fosse stata sola, avrebbe con
gioia sacrificate le sue ricchezze e i restanti anni della sua vita
fuggitiva per assicurarsi l'eterno tripudio; avrebbe donate ai poveri
le sue cartelle di rendita, avrebbe fatto un ospizio per vecchi
infermi della sua villetta e sarebbe scomparsa dal mondo, celandosi
tra le mura di un chiostro e coprendosi di saio le membra delicate.
Invano il demonio, sotto le spoglie di uno straniero ardente, avrebbe
allora picchiato alla porta della sua cella. Vanna, in perpetue
orazioni, invocherebbe il soccorso della Vergine e un angiolo
scenderebbe a fasciarle il cuore di gelida indifferenza.
Ma c'era Ermanno, il piccolo
cherubino, che essa doveva proteggere, di cui essa doveva allietare
l'infanzia e tutelare gl'interessi.
– Oh, Ermanno, caro figliuolo
mio – gli diceva, abbracciandolo, nelle ore di maggiore
turbamento – sei tu l'unico mio conforto, e io, amandoti come
ti amo, non posso offendere il Signore – e gli baciava le
anella dei lucidi capelli.
Da alcuni giorni peraltro essa lo
guardava con sorrisi di stupore e, seduta, gli appoggiava le mani
sopra le spalle per contemplarlo in volto da vicino. Lo aveva fatto
rasare, le sembrava un altro ragazzetto, più serio, più
ardito nella espressione degli occhi, più deciso nella
fisonomia e più disinvolto nell'andatura. Vanna si stupiva,
intenerita, ch'egli le arrivasse adesso fin quasi all'omero. Santo
Iddio, come Ermanno era cresciuto, com'era alto per i suo undici
anni! Alto, slanciato, robusto, il vero frutto di due floride
giovinezze esultanti nell'amore! Egli, docilmente, si lasciava
contemplare a lungo dalla mamma e le passava pensoso la punta delle
dita sui fini sopraccigli. Il bimbo era ancora di tale innocenza che
gli sciocchi potevano ridere di lui, credendolo sciocco; ma invece
rifletteva su tutto, tormentato dal desiderio di conoscere il fondo e
la ragione di ciascuna cosa. Molte delle parole che ascoltava gli
tornavano poi sul labbro, in forma di domanda, lavorate,
bucherellate, simili alla cera di un alveare. Una volta don Vitale,
durante le vicende irrequiete di una lezione burrascosa, lo chiamò
gambero.
– Sei un gambero, un vero
gambero perfetto! Non ti riesce mai di andare avanti; vai sempre
indietro, gambero.
Ermanno tacque, avendo stabilito fra
sè, per principio, di opporre un ostinato silenzio alle frasi
sconvenienti del maestro, che lo nauseava con le sue violenze; ma,
finito il supplizio della lezione, si recò appositamente al
negozietto di Bindo Ranieri a domandargli perchè don Vitale lo
aveva chiamato gambero.
La faccia rotonda di Bindo Ranieri era
un libro aperto, dove tutti potevano leggere, ed Ermanno vi lesse con
facilità una commiserazione profonda per il maestro di latino.
Il bimbo rise e ripetè la domanda:
– Perchè don Vitale mi ha
chiamato gambero?
– Perchè i gamberi sono
animali che abitano il mare e camminano a rovescio.
– Cosa significa camminare a
rovescio?
– Significa andare all'indietro.
Prova – e gli fece percorrere la botteguccia da una parte
all'altra, sospingendolo adagio per il petto.
– Hai capito adesso?
Ermanno non rispose e impiegò
il resto della giornata, solo nella sua stanza, andando dalla porta
alla finestra, ora con passo in avanti, ora con passo all'indietro.
Allorchè don Vitale tornò,
lo scolaretto gli disse ironico:
– I gamberi camminano a
rovescio, questo è vero; ma possono andare avanti lo stesso.
Il pedagogo aguzzò gli occhi
miopi e disse irritato:
– Come fanno per andare avanti
lo stesso? Spiegamelo, giacchè sei diventato più
sapiente di Salomone.
Ermanno dilucidò il suo
concetto con molta pacatezza:
– Se io fossi un gambero e la
nostra piazza fosse acqua, io volendo andare avanti fino al Duomo, ci
andrei ugualmente o comminando per diritto o camminando per rovescio;
e quando si arriva dove si vuole arrivare, poco importa come si
cammina.
Don Vitale si soffiò il naso e
cominciò a battere sul pavimento la punta della grossa scarpa,
gonfiando le gote.
Avrebbe voluto rispondere, inveire
contro lo scolaro impertinente, e non sapeva quali ragioni opporre
alle sconclusionate fantasticherie di quella testa balzana.
– Allora va benone; allora va
benissimo – il maestro ripeteva, somigliando davvero a un
gambero cotto, tanto la collera gli arrossava la faccia.
Serena, lì presente, volle
subito correre all'indietro e non mancò di urtare in una
seggiola, ruzzolando.
– Ecco, ecco – esclamò
don Vitale trionfante – eccoli i risultati del tuo bel metodo.
Inciamperai, ruzzolerai, ti romperai la dura testa.
Ma Ermanno che evidentemente aveva
studiata a fondo la questione sotto i diversi punti di vista, disse
pronto, convinto:
– Serena è ruzzolata,
perchè non è un gambero, è una scimietta, e poi
questa è una camera, non è il mare. Ogni animale deve
camminare come è creato e i gamberi fanno bene.
Vanna, curva sulla batista del ricamo,
simulava di tossire per non soffocare dalle risa, poichè essa,
nella sua candida malizia, si spassava incomparabilmente quando il
cherubino metteva al muro le tonde spalle del maestro, il quale, nel
suo furore concentrato, dette a Ermanno della talpa, invitandolo con
parole amare a dimostrargli che le talpe a buon diritto dovrebbero
menar vanto della loro stupidità e della loro ignoranza.
– Questo disgraziato ragazzo
finirà male – egli sentenziò, e alzò in
segno di minacciosa profezia il regolo di ferro, che avrebbe
volentieri lasciato cadere sulla cervice del nobile e infingardo
signorino.
L'unica a non lasciarsi imbarazzare
affatto dalle complicate riflessioni di Ermanno, era «madamigella
grano di pepe». Al cospetto della sua logica adamantina le
obiezioni del bimbo si arrestavano come i sassolini rimbalzanti si
arrestano al cospetto di una grossa pietra.
– Perchè quando arriva
l'ombra il sole va via? – Ermanno diceva, passeggiando con
Serena in compagnia di Titta e mirando i raggi ritrarsi dalle colline
e le ombre salire dalla pianura.
– Non vedi? È sera –
madamigella rispondeva, senza la minima esitazione.
Ermanno si spazientiva.
– È sera? Mi racconti una
bella novità. Ma perchè è sera?
– Perchè il giorno è
finito.
– E perchè il giorno
finisce?
– Perchè zia Domitilla
Rosa vuole andare a cena, poi vuole far le preghiere e andar a letto.
Ermanno la chiamava stupida, eppure le
risposte di Serena, così limpide, gli sospendevano il lavorio
della mente, facendogli supporre che non in tutte le cose ci fosse un
perchè, e non riuscendo bene a decidere se aveva ragione lui
o, avesse ragione la stupidella, come quando il vecchio Titta, portò,
una sera nel salottino da pranzo, in trionfo sopra una spalla,
Marcantonio, il gattone grigio, che si leccava ancora i lunghi baffi
e inarcava il dorso ancora fremente.
– Lo ha preso, lo ha preso e lo
ha divorato – esclamava il servo con esultanza.
Tutti fecero allegre feste a
Marcantonio.
– Oh! il bravo micio, il bravo
guardiano della casa! – Esso fiutava i topi e li snidava,
capacissimo di trascorrere anche un giorno in agguato, col ventre a
terra, pur di non lasciarsi sfuggire la buona preda!
Ermanno domandò:
– Perchè il topo non
riflette prima di uscire dal suo buco? – Perchè è
una bestia sciocca. – Serena rispose, in estasi davanti a
Marcantonio.
– Il topo dovrebbe almeno
cercare di difendersi – Ermanno disse.
– Il topo è piccolo, ha
paura – e Serena esprimeva nella voce incomparabile disprezzo
verso la povera bestiolina inetta, che aveva la colpa di lasciarsi
divorare.
– Già, il topo è
piccolo, il gatto è grosso; per questo Marcantonio non avrebbe
dovuto mangiarlo – Ermanno osservò gravemente.
Serena si mise a ridere, e cominciò
a ballare, manifestando con grida il suo entusiasmo per l'astuzia e
la forza di Marcantonio, lo scherno suo per la stupida inferiorità
del topolino.
Ermanno la guardava iroso, pensando
ch'ella era di cattivo cuore a insultare così i più
piccoli ed i più deboli, ma pur provando in sè la
smania di cimentarsi in difesa dei miseri, nutriva orgoglio nel
sentirsi forte, e molto gli sarebbe doluto di sentirsi debole. Chi
dunque aveva ragione? Serena di celebrare con le sue danze la
vittoria di Marcantonio o egli stesso di biasimarne la crudeltà?
Frattanto l'inverno una volta ancora
era passato e le chiome degli alberi per una volta ancora si ornavano
di ciocche aulenti, la facciata del Duomo riviveva, i volti degli
apostoli si riaccendevano di fervore, i volti dei profeti ardevano di
sdegno, i volti dei patriarchi si adornavano di austerità
meditativa, e i Santi, le Sante, la Vergine Beata ascoltavano con
dolcezza il gridìo delle rondini loquaci e si lasciavano
accarezzare con mansuetudine le vesti aurate dal frullìo
turbinoso delle brune ali.
Fritz Langen continuava a scrivere a
quando a quando, ma sempre più scarsamente, sebbene egli si
rivelasse tenacissimo nel ricordo; Vanna gli rispondeva brevi lettere
cortesi, evitando qualsiasi allusione al loro passato, che oramai
dileguava, assumeva le forme indeterminate di eventi vissuti in
sogno, e si sarebbe forse già spento in lei anche nel ricordo
se il rimorso e la paura del castigo divino non glielo avessero a
ogni istante rievocato.
Appunto verso quel tempo l'avvenire di
Ermanno fu deciso in circostanze bizzarre.
In una soffocante notte di giugno,
Vanna non riusciva a prender sonno. Di mattina s'era svolta in piazza
del Duomo la festa graziosa della bianca palombella che scioglie il
volo, e Vanna aveva trascorso buona parte del pomeriggio dentro la
Cattedrale, assistendo alle funzioni. Forse, inginocchiata nella
cappella di Maria, aveva posati gli occhi distrattamente su
l'affresco di Giovanni da Fiesole rappresentante Cristo giudice;
certo la figura del Cristo, pacata in viso tra il volume dei capelli
diffusi, composta in maestà tranquilla, con la sinistra mano
sopra la sfera del Mondo e la palma destra levata in alto, non è
tale da incutere spavento, giacchè il pennello lieve del Beato
Angelico dispensa grazia e soavità in ogni suo tocco; eppure,
quando Vanna fu nel suo letto, e le palpebre cominciarono ad
appesantirsele, ella vide sorgere sulla parete, in grandezza
smisurata, una figura simile nell'atteggiamento a quella dipinta dal
Beato Angelico; ma con fulgori di collera nello sguardo e tutta fuoco
la sfera del Mondo. Sognava? Era desta? Subiva lo scherno di un
fenomeno ottico, provocato dall'eccessiva tensione dei nervi e
dall'esaltazione del suo spirito? Non sapeva, ma soffriva atrocemente
sudava freddo per la paura, chiamò Ermanno, il quale dormiva
nella stanza attigua.
– Perchè gridi così?
– Ermanno le chiese, diritto in piedi presso la sponda del
letto, e accarezzandole con le dita la fronte. Nel vederselo accanto
ridente, avvolto nelle pieghe del lungo camice, Vanna immaginò
di scorgere in Ermanno il suo buon angelo e gli cinse intorno al
collo le braccia.
– Oh! Ermanno, figliuolo mio,
credevo di morire!
Ermanno rideva, e quel riso di bimbo,
nella penombra della stanza, dove il lumicino notturno tremava dentro
una lampada di cristallo, scese al cuore di Vanna benefico,
refrigerante come iI suono fresco di un ruscello che cada.
– Oh! il brutto sogno! Ero
sveglia e mi pare di aver sognato! – ella mormorò,
abbandonandosi sopra i guanciali, ma tenendosi stretta a sè,
tenacemente, una mano del bimbo.
– Io invece facevo un sogno
bellissimo, quando tu mi hai svegliato con i tuoi gridi. Stavo con
papà nel giardino della nostra villa; papà raccoglieva
tanti gigli e mi diceva: sono tutti per la mamma.
Vanna col petto si rizzò sui
guanciali e si rivolse a Ermanno esterrefatta:
– Questo sognavi, quando ti ho
svegliato?
– Sì, mi pareva che fosse
vero, e i gigli erano tanti.
Vanna non si saziava di contemplare il
figliuolo, e una luce sempre più viva le si faceva nel
pensiero. Oh! certo, certo! La visione di lei terribile, il sogno
buono di Ermanno erano fra loro collegati per volontà divina!
Era un avviso del Signore, il quale si compiace di rivelare, per
grazia in sogno, i suoi decreti. Per la intercessione dello sposo e
la castità sacerdotale del figlio, ella avrebbe potuto
salvarsi e deludere le insidie del nemico.
– Ho sonno, voglio dormire –
Ermanno disse con uno sbadiglio.
Vanna implorò, stringendogli
più forte la mano:
– Un momentino ancora. Aspetta e
rispondimi, poi tornerai a dormire. Dimmi, ti piacerebbe di servire
Iddio?
Ermanno rispose di sì, che
servire Iddio gli piacerebbe.
– Servirlo per tutta la vita?
Rinunciare per lui al mondo e alle gioie fallaci?
Ermanno conosceva poco il mondo e
anche meno la fallacia delle sue gioie, onde rispose di nuovo con
gravità semplice:
– Sì, mi piacerebbe
servire Iddio e rinunciare al mondo. Vanna lo abbracciò con
effusione.
– Allora dovrai entrare in
seminario e vestirti da prete. Ti piacerebbe?
Ermanno approvò l'idea di
entrare in seminario e di vestirsi da prete; ma disse che preferiva
vestirsi da prete rosso e andar a fare il missionario.
Vanna se lo strinse al cuore, in preda
a vivo sgomento.
– No, no – esclamò
ella – di questo non c'è bisogno! Il Signore non vuole
così! Basta servire Iddio qui, in Orvieto, cantando messa in
Duomo, e diventando vescovo. Forse diventerai anche cardinale, e
allora ti vestirai di rosso. Missionario no, no, non voglio.
Ermanno non aveva mai visto nessun
cardinale, ma aveva più volte veduto il vescovo in
processione, e la mitra d'oro, il piviale a ricami gli parevano cose
belle, che avrebbero suscitato nell'instabile cuore di Serena
profondo rispetto e ammirazione. In conseguenza di che la madre e il
figlio si trovarono d'intesa. Vanna, supponendo tutto appianato,
stupì d'incontrare ostacoli d'ogni sorta e contrarietà
alla realizzazione del suo progetto.
Il primo ad esserne edotto fu Sem
fratello di Cam, a cui Ermanno confidò in segretezza che egli
si sarebbe presto vestito di rosso, diventando cardinale.
Si trovavano con Serena vicino al
pozzo di S. Patrizio, e il vecchio Titta, a simile nuova, avrebbe
voluto inabissarsi nelle profondità dei duecento quarantotto
gradini. Egli si fermò, appoggiò le due mani tremanti
al grosso pomo di avorio del bastone e la faccia gli s'increspò
in ogni ruga per il cordoglio delle sue altere speranze debellate.
Oh! ma allora l'avvenire di Titta diventava scialbo, mentre egli,
credendosi forse destinato a vivere gl'innumerevoli anni di Noè,
aveva esultato al pensiero di vedersi entrare in casa la sposa di
Ermanno, bella, nobile, ricca, ed aveva vagheggiato di portarsi nelle
braccia ed accompagnare ai giardini la prole copiosa di una terza
generazione.
Espose questo ad Ermanno con parole
dove il pianto tremava ed Ermanno lo confortò, promettendogli
di tenerselo accanto in processione, quando fosse diventato vescovo.
– Anch'io, anch'io! –
Serena gridò fieramente – anch'io voglio starti accanto
in processione – e poichè Ermanno le fece osservare con
disdegno che le donne devono contentarsi di restare affacciate alle
finestre per vedere il vescovo quando passa, madamigella, ferita sul
vivo, proclamò orgogliosamente che se Ermanno si poneva in
testa la mitria, ella avrebbe domandato un nastro d'oro a zia
Domitilla Rosa e se lo sarebbe appuntato in cima al cuffiotto.
Ma questi erano discorsi vani; i
discorsi gravi cominciarono da Bindo Ranieri, che Vanna interrogò
per avere una idea precisa circa le rette da pagare in seminario e le
spese da sostenere nei preparativi del corredo. Ella non conosceva
esattamente l'entità della propria situazione economica,
rimettendosi a Bindo Ranieri, il quale, gonfio di orgoglio, la
incitava spesso a vivere lautamente, a ordinarsi ricchi vestiti, a
procurarsi le più svariate comodità della vita,
perocchè egli era quel tale ometto capace d'impiegarle il
danaro al tasso del cinque e procacciarle così una rendita
netta assai ragguardevole, che, nella onesta città di Orvieto,
costituisce l'Eldorado per una signora senza capricci e un piccolo
cherubino. Questi e consimili discorsi magniloquenti le indirizzava
Bindo Ranieri a ogni trimestre, consegnandole biglietti di banca in
una larga busta e supplicandola, con allegro fervore, di chiedergli
altro, se di altro avesse bisogno.
– Il patrimonio accenna a
impinguarsi – Bindo Ranieri diceva con voce di gioiosa
compunzione, ed allargando le braccia, per esagerare la propria
rotondità, concludeva allegro che la pinguedine in genere
dispiace alle signore.
Fu dunque con faccia rabbuiata per le
sue disconosciute virtù amministrative, ch'egli rispose alle
interrogazioni di Vanna:
– Lei fa celia, signora mia! Se
noi possiamo sostenere per il nobile Ermanno Monaldeschi le spese di
una retta? Ecco, questa sua domanda è per me una umiliazione
inaspettata. Sappia che il patrimonio Monaldeschi sta più
saldo della torre del Moro e che noi siamo in grado di sostenere la
spesa di venti rette! Abbiamo accumulato in questi ultimi cinque
anni; comprenda bene, signora, abbiamo accumulato!
Vanna, soddisfatta, gli espose allora
i suoi piani, e Bindo Ranieri, preso da ira, fu sul punto quasi di
mancarle di rispetto. Come? Il nobile Ermanno farsi prete? Destinarsi
al celibato? E la signora Vanna, una simile gentildonna, non
rifletteva alle discendenze della casata, decideva a cuor leggero di
lasciar estinguere l'ultimo ramo di una famiglia illustre nella
storia? La Chiesa, sissignora, Bindo Ranieri avrebbe sfidato il
martirio per il decoro della Chiesa e particolarmente per l'onore del
Duomo di Orvieto! Ma la nobiltà è la spada dell'altare
e l'altare ha bisogno di buone lame per difendersi dai mille assalti.
Crescesse il nobile signorino Ermanno nel timore santo di Dio,
nell'ossequio del Sacro Soglio, e in tali principii educasse alla sua
volta i figliuoli, acciocchè il nome dei Monaldeschi
prosperasse in Orvieto nei secoli futuri, come aveva empito Orvieto
di sè nei tempi passati!
– Sentiremo cosa ne pensa
monsignore – Vanna disse irritatissima, e la sua irritazione
crebbe, insieme alla sua meraviglia, quando monsignore si schierò
decisamente contro di lei.
No, non era giusto premere sulla
volontà di un bambino dodicenne, non abbastanza maturo per
misurare la portata di una grave determinazione. E monsignore, con
equità, lodò molto i programmi delle scuole
governative, disse che dal Ginnasio di Orvieto uscivano giovani
provetti nello studio, osservò che il sacerdozio è uno
stato di eccezione e che la vita laica è anch'essa ricca di
virtù cristiane.
Inutilmente! Vanna si ostinava a
ripetere che il figliuolo aveva scelta la via del sacerdozio di
propria libera elezione, mentre Ermanno gli si aggrappava ai fianchi
chiamandolo padre e implorandolo con occhi supplici di prenderlo in
seminario.
Come opporre un deciso rifiuto?
Egli non poteva, molto più che
don Vitale, presente al dibattito, gli lanciava occhiate torbide,
piene di stupore e di riprovazione. Tutti sapevano che don Vitale
entrava spesso furtivo al vescovado, intrattenendosi, egli, il
bestione zotico, in misteriosi parlari col capo supremo della
diocesi, e dopo tali colloquii monsignore veniva generalmente
invitato a pranzo dal vescovo, e riceveva, fra parabole e
circonlocuzioni, consigli di rigidezza maggiore e di zelo più
intraprendente. Gli fu dunque forza chinare il capo, e d'altronde
l'ammissione di Ermanno in seminario iniziava una carriera, non la
rendeva irrevocabile, e il tempo è un correttore insigne di
errati propositi.
Il nobile signorino Ermanno
Monaldeschi compiva giusti dodici anni e cinque mesi allorchè,
in una rigida mattinata di novembre, all'imperversare della
tramontana e mentre il buon Maurizio batteva furiosamente undici
colpi sopra la campana della torre, venne accompagnato in seminario
da lungo e mesta corteo, a cui «madamigella grano» di
pepe serviva di araldo, precedendo con passo deciso e proclamando con
accenti fieri di volere entrare in compagnia di Ermanno in seminario;
anzi, a tale proposito, madamigella offrì di sè
pubblico e non confortevole spettacolo, giacchè presso la
soglia del pio istituto si buttò lunga distesa nella polvere,
grattando la terra con le unghie e urlando a gola spalancata che
Ermanno andava in prigione e che lo facevano morire.
Ma solo il vecchio Titta ebbe pietà
di lei e la trascinò via, tergendole il visetto bruttato di
fango e suggerendole amichevolmente di non piangere, non disperarsi.
O Sem fratello di Cam, consigliere a
Serena di rassegnazione, guardatevi in cortesia per un attimo dentro
uno specchio e poi dite se non sono lacrime quelle che stillano
adesso dai vostri occhi arrossati! Il vecchio e la signorina furono
peraltro adeguatamente puniti della loro comune pervicacia, giacchè,
quando tornarono sui loro passi con ciglio asciutto, trovarono chiuso
il verde portone e si allontanarono sconfitti, in quella appunto che,
dentro la cappella del seminario, si andava compiendo, al cospetto
dei chierichetti e di pochi invitati, la bella cerimonia della
vestizione.
Vanna, abbigliata di velluto nero, in
ginocchio dietro la quadruplice fila dei giovinetti, provava un misto
di gioia e di rammarico, un rimpianto acuto come di una parte viva in
lei che morisse, una speranza trepida come di qualche cosa in lei
morto che rivivesse. Risentì una gioia sacrilega all'idea che
Ermanno poteva a ogni ora spezzare i vincoli nuovi e ridonarsi a lei
unicamente, poi si disperò per la sua gioia e fece con più
fervida tenacia olocausto al Signore di quella sua diletta creatura,
e seguì con l'anima nello sguardo i gesti di monsignore, il
quale, solenne fra i merletti della sua cotta, tenendo piegata in
avanti la snella persona elegante, suggeriva ad Ermanno con tenerezza
austera la professione della fede e ne benediceva la nuova veste con
le parole del rito:
– Adiutorium nostrum in
Nomine Domine!
Non erano le mani servili del vecchio
Titta; ma le stesse bianche mani di monsignore che rivestivano il
nuovo seminarista, mentre i presenti intonavano il salmo:
– Ecce
quam bonum et quam jucundum habitare fratres in unum.
Vanna singhiozzava appassionatamente e
Bindo Ranieri si soffiava ininterrottamente il naso con fragore;
intanto Ermanno, pallido, grave, più alto, più
slanciato nella sottana violacea a bottoni rossi, faceva il giro dei
banchi e dava la pace ai seminaristi.
– Pax tecum – egli
diceva a ciascuno, largendo l'amplesso della cristiana fratellanza, e
ciascuno rispondeva:
– Et cum spiritu tuo.
L'ultimo seminarista, un giovanetto
dai furbi occhi, gli mormorò invece all'orecchio con rapidità:
– Oggi a tavola avremo il dolce;
l'ho saputo da don Eliseo.
Ermanno rise un poco, anch'egli
contento che ci fosse il dolce, tanto più quando seppe in
refettorio che il timballo di crema si offriva per solennizzare il
suo ingresso in seminario, e che monsignore dispensava, per quel
giorno, i seminaristi dall'obbligo della lettura e del silenzio
durante il pasto.
Ermanno si trovò bene subito in
quell'ambiente, dove tutto era quiete e regolarità, dove un
quadretto appeso al muro precisava, in tanti minuscoli casellari, le
diverse occupazioni della giornata e dove l'economo don Eliseo, di
cui i seminaristi grandi, quelli del corso di teologia, schernivano
l'avarizia, lo prendeva sovente per mano e lo conduceva in dispensa,
dicendogli benignamente:
– Scegliete, Monaldeschi,
scegliete quanto può farvi piacere e non ascoltate i vostri
compagni se vi dicono che sono avaro.
Ermanno sceglieva con modestia un
frutto o una ciambella e si domandava perchè adesso tutti gli
davano del voi, chiamandolo Monaldeschi, compreso monsignore, che non
lo trattava più con l'affettuosità confidenziale di un
tempo e che pure Ermanno riconosceva anche più amoroso e
vigile intorno a sè.
– Tenete alta la fronte,
Monaldeschi – il rettore gli diceva, incontrandolo pensoso e
quando lo vedeva appartato durante la ricreazione, presso un angolo
del vasto cortile, gli si accostava in fretta e lo rimproverava
teneramente:
– Perchè non giuocate,
Monaldeschi? Andate a correre coi vostri compagni, esercitatevi al
trapezio; siate forte per essere allegro; siate allegro per essere
buono. Domenica vi condurrò con me a pranzo da vostra madre.
Le prime volte che Ermanno tornò
in famiglia credè impazzire per la gioia e mischiò le
sue alle lacrime di Vanna nel dipartirsi; poi, con impercettibile
lentezza, cominciò a trovarsi come estraneo nella sua casa, e
se Vanna lo stringeva amorosamente a sè, chiamandolo piccolo
cherubino, egli volgeva il capo con senso di fastidio e rispondeva
ch'era grande, non piccolo, e che i cherubini stanno in Paradiso.
Cure di ogni sorta lo assorbivano; le
preghiere, la meditazione, lo studio, le ore di classe, la scelta del
santo protettore, sotto cui collocarsi in dipendenza durante un
intiero mese, gli atti speciali di riparazione e consacrazione al
Sacro Cuore di Gesù, la nettezza della cappella a lui affidata
dal prefetto generale in segno di particolarissima fiducia.
Il lavorìo del pensiero in lui
era arrestato; egli non tormentava più le parole allo scopo di
scrutarne il fondo, perchè il prefetto degli studi e il
prefetto della disciplina gl'inculcavano instancabilmente che le
parole dei superiori vanno accettate con umiltà passiva, non
già discusse con folle orgoglio. E che bisogno c'era di
scrutare, di riflettere, se i libri sacri avevano per ogni domanda
pronta una risposta e se ciascun sacerdote professore seduto in
cattedra possedeva un cervello bastevole alle teste di una intiera
classe? Il pascolo della mente gli veniva offerto già
apprestato, già condito, come le vivande in refettorio, onde
riusciva superfluo, anzi pernicioso, discutere e meditare.
Non si muove foglia che Dio non
voglia; e il professore di storia gli aveva spiegato che se Troia era
stata distrutta dai Greci, se Enea si era salvato dalle fiamme,
portando in ispalla il padre Anchise e aveva toccato le rive di
Ausonia, se Roma aveva conquistate provincie e debellati popoli,
tutta questa serie d'immensi fatti si era svolta per savia
predisposizione della Divina Provvidenza, la quale aveva sospinto il
volo dell'aquila romana, perchè la religione di Cristo potesse
imperare e il verbo degli apostoli potesse con più rapido
solco d'incendio illuminare gl'intelletti, divorare i cuori. Ogni
sensazione esteriore suscitava adesso in Ermanno una idea che gli si
classificava tranquillamente, già matura e completa, nella
scatola cranica. Perchè dal seme nasce il fiore? Perchè
Iddio disse alla terra: Tu, terra, ti coprirai di minute erbe e
fruttificherai. Perchè si nasce? Per onorare e servire Iddio,
amandolo più di sè stessi. Perchè si muore? Per
essere puniti o premiati dal Signore Iddio giudice. Perchè il
vecchio Titta non aveva più denti nè capelli? Perchè
la carne è caduca, la vita terrena transitoria, l'anima sola è
immortale. Perchè quando il giorno finisce viene la sera?
Perchè Iddio ha disposto con ordine immutabile tutte le cose e
ha detto alla terra di girare intorno a sè, intorno al sole.
Questo spiegava il professore una
mattina, impartendo la sua lezione di geografia astronomica, ed
Ermanno, desideroso di maggiormente istruirsi, domandò:
– Allora perchè prima di
Galileo Galilei Iddio faceva girare il sole e stare ferma la terra?
Il maestro, supponendo maliziosa la
ingenua osservazione, rispose con acerba severità:
– Perchè la nostra mente
limitata erra di continuo nell'interpretare la mente imperscrutabile
del Signore.
Ermanno, in piedi al suo posto, preso
da un ritorno subitaneo di audacia intellettuale e vedendo dalla
finestra il sole scherzare sugli alberi del cortile, di nuovo
interrogò:
– Ma allora come ci regoleremo
noi? Come sapremo quando il Signore ci rivela o ci nasconde i suoi
decreti?
– In virtù della grazia –
il maestro rispose, ergendosi col busto, sprizzando collera dai vetri
degli occhiali.
Ermanno tolse di sopra il banco il
volume della geografia e non apparve convinto.
– Dunque – egli disse –
i padri della chiesa, vissuti prima di Galileo Galilei, e che
credevano alla immobilità della terra, erano anche essi
nell'errore. Ed errando in una cosa perchè non potevano errare
in altre cose?
Il professore dette un balzo sulla
cattedra.
– Disgraziato, disgraziato,
umiliatevi, annichilitevi, supplicate il Signore di assistervi con la
sua grazia. Voi state per avviarvi sulla strada dell'eresia.
Un soffio di terrore circolò
nella stanza, e parve che il Cristo, appeso alla parete, si
accasciasse con ambascia rinnovata sulla croce. Il professore si
raccolse, congiunse le mani, assorbendosi in rapida preghiera
mentale; i chierichetti, al colmo dell'orrore, ne seguirono
l'esempio, ed Ermanno pentito, sconvolto per il suo peccato
d'orgoglio intellettuale, che gli sembrava incommensurabile, si dette
a piangere, implorando perdono dal maestro, il quale gl'inflisse il
castigo di tre ore di meditazione in cappella e riferì
l'episodio al rettore con parole di sgomento.
Monsignore consigliò di non
dare troppo peso alle domande di un ragazzo assolutamente spoglio di
malizia e, chiamato in direzione il Monaldeschi, lo sollecitò
con mitezza a non disturbare in classe i professori con frequenti
interrogazioni; si rivolgesse di preferenza a lui, al suo rettore,
che lo aveva conosciuto in fasce e ch'era anche il suo padre
spirituale.
Ermanno, a fronte china e con le mani
intrecciate, non rispondeva, accigliato e cupo, giacchè in
quel giorno appunto don Vitale gli aveva lasciato intendere, senza
troppo spiegarsi, che bisogna diffidare dei superiori indulgenti e
che gli amici delle nostre persone possono diventare i nemici delle
nostre anime. Don Vitale non gli inspirava più nausea con le
sue violenze; don Vitale era un sacerdote ardente di zelo come San
Domenico, affezionato con passione al discepolo Monaldeschi, pronto a
sospingerlo col filo della spada sulle vie della salute. E quale
alacre cammino il giovanetto Monaldeschi avesse compiuto su tale via,
si potè misurare in occasione del settimo Centenario della
morte di San Pier Parenzo, assassinato sette secoli prima per la
iniqua opera degli eretici paterini.
Il giorno precedente quello della
processione in onore di San Pier Parenzo, Ermanno si trovava per
qualche ora in famiglia a visitare la mamma, convalescente di lunga
malattia. Pioveva a dirotto; stavano entrambi nel vano di una
finestra, ella con la fronte pallida appoggiata ai vetri e la bella
persona stanca ancor più esile tra le pieghe della vestaglia
di flanella, abbandonata verso il davanzale; Ermanno, taciturno e
immobile, con le mani immerse nelle tasche della sottana, lo sguardo
indifferente e distratto.
– Piove – disse Vanna
dolcemente. – Vedi, Ermanno, quanto piove?
Il chierichetto giudicò in sè
che la constatazione era superflua, e rispose laconico:
– Già.
Quell'arido monosillabo cadde fredda
pietra, sul cuore intenerito di Vanna.
– Perchè mi rispondi
così? – ella gli disse con rimprovero di tenerezza nella
voce, passandogli le dita in mezzo ai capelli.
Il ragazzo sottrasse vivamente il capo
alla carezza materna:
– Come dovrei risponderti? Non
so.
Vanna rise indulgente.
– Sì, è vero; come
dovresti rispondermi? Riflettè un istante, poi soggiunse:
– Sono stata ammalatissima.
– Già; il signor rettore
mi dava tue notizie tutt'i giorni.
– Ti sarebbe dispiaciuto se io
fossi morta?
– Naturalmente.
– Oh! piccolo Ermanno, piccolo
cherubino – ella esclamò in uno slancio amoroso di tutto
il suo essere e fece l'atto di abbracciarlo con la scherzosità
soave di altri tempi.
Egli non riuscì a dominare un
senso d'irritazione e la respinse da sè con moto istintivo
della mano aperta.
Vanna appoggiò di nuovo la
fronte pallida alla finestra e tacque. Che tristezza! Il cherubino
non aveva assolutamente più nulla da dirle!
All'improvviso di sotto l'arcata
Serena sbucò, vestita di grigio, senza ombrello, con un
cappellone di paglia tanto largo che la faceva somigliare a un
sorcetto nascosto sotto un fungo. Accorreva, nonostante la pioggia,
avendo saputo da Bindo Ranieri la presenza di Ermanno in famiglia,
ma, quando ella stava per valicare l'arcata e attraversare la
piazzetta, lo scroscio del temporale raddoppiò di furore e la
piccolina dovette far sosta, acciecata, sferzata, con le ali del
cappellone agitate dal vento, la corta gonnellina grondante e
aderente.
Serena, irosa della sua impotenza,
cominciò a menar pugni alla pioggia, dimenando con furia un
braccio dopo l'altro e accanendosi nell'insana bisogna.
– Ma cosa fa? – Vanna
chiese, ridendo.
– Non vedi? – rispose
Ermanno con disprezzo. – Tira pugni all'acqua che cade. Si può
essere più stupidi?
– È ancora piccola. Non
ricordi quanto eri sciocchino tu a dieci anni?
No, il chierichetto non ricordava;
egli ne aveva adesso quattordici fra un mese, era studente di terza
ginnasiale, insegnava ai semimaristi di preparatoria la dottrinella,
leggeva correntemente in refettorio il latino dei libri devoti,
serviva messa con riverenze e genuflessioni, salmodiava secondo le
regole del cantofermo, era il chierico non plus ultra, citato
a esempio dal prefetto della disciplina, caro all'economo don Eliseo,
portato in palma di mano da don Vitale.
– Eccomi, eccomi! – Serena
gridò allegra, affannosa, scrollandosi l'acqua dalle vesti
zuppe, come fa un canarino quando esce dal bagno.
Volle buttarsi addosso a Ermanno per
abbracciarlo; ma Ermanno indietreggiò:
– Sei tutta bagnata; scansati.
Vanna le tolse il cappellone, le
asciugò il viso col fazzoletto e si allontanò dalla
finestra. Quell'acqua che grondava dal cielo interminabilmente, le
stringeva il cuore e le irritava i nervi. Dio! quanto era sola,
quanto era misera! Nemmeno Ermanno oramai le apparteneva più.
Sedè in una poltrona e avrebbe voluto piangere; ma perfino la
sua tristezza era fiacca, incapace di ribellione, incapace di
lacrime.
– Dormi a casa questa notte? –
Serena chiese, accostandosi di nuovo a Ermanno, senza lasciarsi
affatto intimidire dal suo cipiglio.
– No, aspetto che mi vengano a
prendere e tornerò in seminario.
– È brutto il seminario –
ella disse con fare stizzoso.
Il ragazzo non si degnò di
risponderle.
Guardava la pioggia e rimaneva
immobile, sempre con le mani nelle tasche della sottana e intanto,
madamigella «grano di pepe» lo fissava con curiosità
poco benevola.
– Mi seccherebbe piovesse domani
– Ermanno disse con accento breve.
– Perchè ti seccherebbe?
La pioggia è buona; fa crescere i fiori.
– Già, ma bisognerebbe
rimandare la processione in onore di San Pier Parenzo. L'albergo
delle belle Arti tremerà e vedremo il miracolo.
Serena si mise a ridere.
– Sì, me lo ha detto zia
Domitilla Rosa: ma io non ci credo.
– A che cosa non credi? –
Ermanno le domandò in tono aspro.
– All'albergo che trema.
– Sì, trema; ci devi
credere. Ogni cento anni trema durante la processione in onore di San
Pier Parenzo.
Ella rise più allegramente e
disse con malizia schernitrice:
– Portava nelle tasche il
terremoto San Pier Parenzo?
Minaccioso, il chierico si avanzò
di un passo e, alzando il braccio, quasi volesse batterla, esclamò
con ira.
– Stupida, sei stupida – e
attendeva che Serena si ribellasse, restituendogli l'insulto; Serena
invece cominciò a singhiozzare.
– Perchè piangi adesso? –
egli le domandò, e sul viso, indurito dall'adolescenza ruvida
e angolosa, un velo di gentilezza gli si diffuse fugacemente.
Serena singhiozzava sempre più
forte.
– Piango perchè sei
diventato brutto e somigli a don Vitale.
Ermanno avrebbe voluto consolare
quella che era stata la compagna de' suoi giuochi e rivolgerle teneri
detti; ma si ricordò che la donna aveva indotto Adamo alla
disubbidienza verso il Signore, ascoltando i consigli insidiosi del
serpente; si ricordò che la donna è un essere
d'impurità, nido di malizia, ricettacolo di tentazione, e si
allontanò da Serena con dispetto.
Forse per questa sua colpa, per la sua
debolezza pietosa verso «madamigella grano di pepe»,
piccola, ignara tentatrice, Ermanno non fu degno che il miracolo del
palazzo che trema si rivelasse a lui.
Dopo la processione, Domitilla Rosa
giurava con voce di appassionata riconoscenza che l'albergo aveva
tremato dalle fondamenta, ed essa giurava il vero, poichè
tutto l'essere suo si era scosso al passaggio della santa reliquia e
Domitilla Rosa aveva veduto tremare i muri cogli occhi della sua
fede; anche don Vitale giurava con rabbia, protendendo i pugni, di
aver sentito la terra tremargli sotto i piedi; ma egli mentiva,
consapevole della menzogna; mentiva e spergiurava per l'onore della
Chiesa.
– Dimmi che hai veduto; pensaci,
ricordati e ti convincerai di aver veduto – don Vitale diceva
al Monaldeschi la sera stessa.
– No, no, non ho veduto niente –
Ermanno ripeteva desolato, incapace di asserire il falso, rifuggente
per indole dalla menzogna.
– Allora vuol dire che tu sei in
istato di perdizione. Confessati – e don Vitale scomparve a
gran passi, incollerito al pensiero che i regolamenti del seminario
vietassero d'imporre il cilicio ai chierici tepidi e dubbiosi.
Ermanno si presentò contrito a
monsignore.
– Vorrei confessarmi –
egli disse. – Ho paura di essere in peccato mortale.
Monsignore lo guardò con occhio
di tenerezza dolente.
– Non vi mettete in capo vani
timori! La nostra religione dev'essere dispensiera di serenità,
non di paure.
– Non ho veduto oggi tremare la
casa dei Bisenzi. Forse Dio mi ha reso cieco al miracolo, perchè
non mi trovo nella sua grazia.
– I miracoli non costituiscono
articoli di fede – rispose monsignore evasivamente –
tranquillizzatevi dunque, figliuolo mio! Siate studioso e zelante;
vivete in pace con voi stesso. Per ora non v'incombono altri doveri.
Ma Ermanno, testardo, ripetè
che temeva di essere in peccato mortale e voleva confessarsi.
– Domani, figliuolo; adesso
andate coi vostri compagni a ricrearvi – e monsignore,
licenziando col gesto della mano l'allievo a lui caro sopra ogni
altro, pensò quello che Serena aveva detto con franca loquela:
Ermanno Monaldeschi era diventato brutto e somigliava a don Vitale.
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