|
CAPITOLO I.
Madamigella Serena portava con allegra
spensieratezza il peso lieve de' suoi quindici anni compiuti, ed era
istruita, avendo da tutti e da tutto imparato qualche cosa: da Bindo
Ranieri a disporre con eleganza le figurine di alabastro sopra le
tavolette degli scaffali; da Villa a cucirsi originalissimi vestiti;
da zia Domitilla Rosa a ricamare sul velluto ed a riconoscere i vari
personaggi biblici nelle figure dei libri sacri; dal vecchio Titta a
odiare con l'anima la brutta faccia di don Vitale ed a venerare con
molto ossequio la bella mente di monsignore; da Ermanno a piangere
disperatamente in secreto ed a ridere poi di sè stessa
allorchè, dopo aver pianto, voleva ricercare la ragione delle
sue lacrime; dal sole a ripararsi di estate il capo sotto un ampio
cappellone di paglia; dal freddo a ripararsi le spalle d'inverno
sotto una mantellina di taglio fantastico; dalle rondini la
irrequietezza ed il canto; dalle figure della facciata del Duomo la
varietà degli atteggiamenti e dei colori; dalle estasi
ininterrotte di zia Domirò la necessità di tenere in
assetto la casa e provvedere con ardite invenzioni all'allestimento
dei pasti quotidiani.
Ma le più sagge e pertinaci
maestre di Serena erano state le cose, ora amiche, ora nemiche, ora
disposte a secondarla quando ella sapeva prenderle per il loro verso,
ora di una implacabile ostilità quando ella si ostinava ad
opporre la sua logica ragionatrice alla loro logica muta.
In tali casi madamigella Serena non
cedeva facilmente, e diventava violenta; batteva sul tavolo con ira
una vecchissima tazzina, la quale non voleva tenersi in piedi, e la
tazzina malvagia andava in frantumi, ferendole una mano; dava calci
al gomitolo di fil di seta, rotolante dal panierino, ed il gomitolo
invece di ubbidire correva a rimpiattarsi sotto i mobili e il filo si
aggrovigliava intorno alle gambe delle seggiole; sbatteva forte in
terra, nei giorni di cattivo tempo, l'ombrello che non si voleva
aprire, e l'ombrello dispettoso si apriva di scatto e poi di scatto
si richiudeva per il gusto d'impigliarsele intorno al cappello,
ond'essa, piangendo di rabbia, doveva camminare così per le
vie di Orvieto, dove anche i muri la conoscevano e dove anche i muri
dicevano, parlando di lei con ironica affettuosità: «Che
originale ragazzina!»
A poco a poco peraltro, Serena,
ammaestrata dalle proprie sventure, ad essere più giudiziosa e
paziente delle cose irragionevoli e colleriche, imparò a
cedere e tutto le cedette, imparò a dominarsi e riuscì
a dominare gli oggetti, che le divennero amici e che solo,
scherzosamente, si divertivano talora a farle qualche innocuo
dispettuccio, come quando ella, avendo l'abitudine di collocare alla
rinfusa i vasetti delle sue conserve ed i vasetti de' suoi colori,
condì di vernice rossa la minestra, e ciò fu di gravi
conseguenze per Domitilla Rosa, che ne ebbe violenti conati, o come
quando, per la stessa abitudine, spennellò di concentrato al
pomodoro il cartone di un suo acquerello, e ciò fu poco male,
perchè gli acquerelli di Serena non erano capolavori,
quantunque avessero un loro sapore di originalità, per cui le
rose andavano ornate di petali occhiuti, simili a visi di piccoli
mostri, e le figure, riprodotte di fronte o di profilo, avevano il
naso a uncino e le orecchie aperte a ventola.
Quella mattina, era una domenica di
mezzo novembre e faceva caldo come se l'estate imperasse ancora,
madamigella Serena marciava impettita vicino alla torre del Moro, e
nessuno si stupiva ch'ella andasse sola, contrariamente al costume
del paese. Non era ella forse arrivata sola dall'America dodici anni
prima, a guisa di un uccellino migratore? Non aveva ella forse,
durante l'infanzia, percorso instancabile al galoppo, con la sua
andatura di cavallino imbizzito, le strade e le piazze sotto l'unica
egida di un cuffiotto bianco o di un cappuccio rosso, a seconda delle
stagioni?
E poi, in quella mattina domenicale,
madamigella appariva singolarmente seria, e faceva anzi un bel
contrasto il vederla con le sopracciglia inarcate e il nasino pronto
al fiuto, all'ombra di un allegro cappelletto di sua invenzione,
breve di falda, ornato in giro di un nastro azzurro, che svolazzava a
una sola coda e che si divertiva a stuzzicarle il roseo padiglione
dell'orecchia.
Pericle Ardenzi la fece avvertita di
ciò, senza, riguardi, incontrandola per via del Duomo:
– Stia attenta, signorina
Domirò, il cappelletto le è andato di traverso.
Serena aveva ben altro pel capo.
– Ha sentito? tutti dieci.
– Sì, sì, un vero
sistema decimale – Pericle Ardenzi esclamò, fregandosi
le mani; ma tornò subito all'idea del cappello comèta.
– Stia attenta, signorina. La
coda del cappello le svolazza sul naso. È forse presagio di
sventura?
Serena, spazientita, dette col pugno
un urto all'indietro al cappello e molti riccioli bruni sbucarono
furbescamente.
– Ha letto il telegramma? È
di trenta parole.
– Vuole che glielo declami? –
chiese Pericle Ardenzi, e s'inchinò. – L'ho imparato a
memoria per farle piacere. Vuole che glielo reciti?
Madamigella rispose con sussiego che
non ce n'era bisogno: lo sapeva a memoria anche lei.
– Va alla stazione?
– Naturalmente; vado a
rappresentare il popolo e il comune. Andiamo, signorina, facciamo
corteo.
Serena, pronta, stava per voltare
strada, ma ci ripensò. Ermanno si sarebbe irritato senza
dubbio, vedendola. alla funicolare; Ermanno non annetteva gran pregio
alle affettuosità di madamigella; valeva dunque meglio andare
in Duomo a prendere zia Domirò e recarsi poscia con lei in
casa della signora Vanna, dove c'era pranzo. Si rimise frettolosa in
via, mentre il giovane Pericle, fregandosi più forte le mani,
la guardava e rideva con indicibile irriverenza.
– Oh! che strana ragazzina –
anch'egli disse, crollando il capo, e si fece largo a gomitate fra
una schiera di villani per non trovarsi in ritardo alla funicolare.
Vi giunse che Ermanno aveva già consegnato a un servo la
valigia.
– Volevamo innalzarti un arco di
trionfo – Pericle gridò di lontano, agitando il
cappello. – Ma il Sangallo è morto e non ha voluto
uscire dalla sua tomba.
– Ah! – rispose Ermanno,
stringendo la mano dell'amico. – Potevate rivolgervi a Ippolito
Scalza. Per me sarebbe stato ugualmente un bell'onore.
– È morto anche lui da
qualche secolo.
– Ma siete morti tutti in questo
paese?
– Già, già, morti
tutti; ma, in compenso, tu sei diventato immortale.
La diligenza si era frattanto empita
di viaggiatori e di bagaglio; due automobili prendevano ansando il
volo per opposte direzioni.
– Ecco, la signora Vanna ti ha
mandato incontro la tua biga. Io avrei voluto un carro con quattro
cavalli bianchi; ma i cavalli orvietani sono tutti neri e devi
contentarti della biga.
– Anche gli eroi di Omero si
contentavano delle bighe; ma io preferisco andare a piedi.
E si avviarono, camminando, verso
l'interno della città.
– Dunque una licenza liceale da
fare epoca negli annali dei Monaldeschi? – Pericle domandò,
squadrando l'amico col rispetto canzonatorio dei vispi occhi grigi.
Dal giorno oramai lontano in cui,
durante la cerimonia della vestizione, Ermanno aveva ricevuto da
Pericle Ardenzi il gradito preavviso di un dolce per il pranzo, i due
giovanetti erano diventati amici, e durante i cinque anni trascorsi
insieme nel seminario, l'amicizia non aveva subìto
alterazioni, nemmeno durante il fosco periodo del fanatismo di
Ermanno adolescente, e nemmeno quando Pericle, di un anno più
avanti del compagno nell'età e negli studi, era uscito dal
seminario per iscriversi come studente di lettere all'Università
di Roma.
– Che si dice in paese
dell'avvenimento? – Ermanno interrogò, schiudendo al
riso la bella bocca giovanile, di solito atteggiata in austerità.
– I pareri sono discordi –
asserì Pericle con gioiosa preoccupazione. – La
maggioranza biasima il viaggio a Roma. È savia cosa avere
lanciato un chierico innocente fra i pericoli di una moderna
Babilonia? Questo dice la maggioranza, e don Vitale scaglia anatemi
sopra il tuo capo; ma a sostegno di monsignore sta una minoranza
compatta, la quale approva che tu sia uscito dal guscio per tre
settimane e conta sopra le unghie della signorina Serena, disposta,
per quanto mi sembra, a graffiare gli occhi di chiunque non ti esalti
e non ti magnifichi.
Ermanno sorrideva distrattamente.
Egli provava gioia nel camminare al
sole, nell'ascoltare le volubili parole dell'amico, e frattanto una
tristezza inesplicabile gli si ammassava intorno al pensiero; gli
pareva che il sole, pure così fulgente, gli si oscurasse.
Quanta ampiezza nelle vie di Roma! Quanta vastità nelle
piazze, quanta storia di morte vicende fra i ruderi dei fôri e
quanta storia viva nella gente che corre e si affanna, che s'incrocia
e dilegua, nei ponti balzanti dall'una all'altra riva, nel tumulto
delle voci, nel gesticolare di braccia che si tendono per allacciare
o che si agitano per respingere! Quanta luce di cielo al disopra dei
giardini durante gli affaccendati pomeriggi e quanta luce di lampade
elettriche lungo i marciapiedi durante le sere affollate! E come il
treno volava, poc'anzi, attraverso pianure senza confini.
– Chi rimane impassibile,
nell'austerità delle bende vedovili, è Palmina –
disse Pericle, non sospettando i pensieri confusi dell'amico.
Ermanno si arrestò con dolente
stupore.
– Dunque il mio buon Titta è
morto?
– Sì, quasi
all'improvviso, per colpa della sua fede di nascita. La signora Vanna
mi ha detto che Palmina, dando allo sposo morente i medicinali
ordinati dal medico, era agitata dalla doppia preoccupazione che i
medicinali gli facessero bene e che costassero troppo. Pare che il
vecchio Sem, in un momento , di lucidità, abbia maledetta la
sposa dal suo letto di morte; comunque l'ha diseredata in favore di
certi pronipoti abitanti in Sicilia.
Ermanno rise. Il matrimonio di Palmina
col decrepito Titta era stato un piccolo dramma misterioso ed atroce,
ordito da Palmina con profonda sapienza di femminile scelleratezza, e
tutti ne ridevano, ignorando le trame intessute pazientemente dalla
donna intorno alla volontà del vecchio accanito nella difesa,
sino a che ombra di ragione lo aveva sorretto, poi debole e irretito
quando la decrepitezza era discesa ad annebbiargli lo spirito; ma il
vecchio Sem fratello di Cam prendeva, dopo la sua morte, vendetta
allegra, e forse esultava nel grembo della madre terra, udendo i
gemiti e le imprecazioni scagliate dalla vedova contro il suo
testamento.
– Oh! il bravo Titta! –
esclamò Ermanno. – La storia del testamento mi consola
quasi della sua morte.
Parlarono d'altro, e sul punto di
arrivare in piazza Corsica, dov'era adesso l'abitazione di Vanna, il
discorso cadde sulle ricerche archeologiche di Pericle Ardenzi, il
quale con ogni sasso della sua città avrebbe voluto
ricostruire una pagina di storia etrusca.
– Sai? – egli disse,
stropicciandosi le mani in modo affrettato e lieve, giacchè
possedeva per ogni sfumatura del sentimento una particolar maniera di
stropicciarsi le mani. – Sai? Mi convinco sempre più che
avevo ragione io. Orvieto sorge sopra le rovine di una città
sacra, destinata dagli etruschi alle grandi cerimonie religiose. Qui
convenivano le genti, in epoche fisse, per celebrare sacrifizi in
onore degli dei. Tutto me lo conferma. La grande strada che si scopre
dalle nostre alture, e ch'era indubbiamente una strada sacra, molti
altri indizi ancora vaghi e che diventeranno certezza. Vedrai,
vedrai! Forse un brano di storia sepolta potrà risorgere –
e il giovane studente non celiava più, diventava serio e si
tirava con nervosità la punta della barbetta, esponendo con
parole di entusiasmo il suo progetto di uno studio comparativo dei
miti, da cui risultasse che lo spirito umano è legato,
attraverso il tempo da fili indistruttibili, e che le religioni,
sotto varie forme e con diversi riti, rispondono tutte a un
sentimento stesso di terrore e speranza insito nel cuore dell'uomo.
Ermanno taceva accigliato. Quando in
sua presenza sorgevano tali problemi egli diventava ostile,
circondandosi di circospezione. Contro sè o contro gli altri?
Ermanno non avrebbe saputo dire. Egli non era più il bimbo
ingenuo, che alle tombe di Settecamini si domandava come mai, prima
di Cristo, la gente mangiasse e si scuoiassero buoi. Ermanno sapeva
misurare, adesso, la vastità del tempo; sapeva di civiltà
fiorenti e scomparse, di rovine ciclopiche sepolte sotto la terra, di
vecchi papiri tornati in luce, e la storia anche per lui aveva echi
di suoni spenti, pallidi riflessi di soli già tramontati. Ma
era avvenuto questo caso strano: il suo professore di storia antica,
un dottissimo orientalista, esponeva in classe i fatti con rigidità
di metodi, dietro la scorta di minuziose ricerche e coscienziose
ricostruzioni. I fatti si aggruppavano per virtù propria, si
cementavano tra loro in grazia della loro logica e si foggiavano in
piramide salda; poi, dopo avere così lasciato che si
edificassero, il medesimo professore riprendeva i medesimi fatti, e
con parole prolissamente oscure voleva piegarli alle esigenze della
sua filosofia di sacerdote cristiano. In genere i chierici studenti
prendevano appunti e mischiavano il tutto senza discutere; ma Ermanno
soffriva, non riuscendo a mettere d'accordo la prima e la seconda
parte della lezione, onde sovente, con orrore, sorprendeva sè
stesso a ricercare nei fatti una logica assai diversa da quella che
il professore inculcava con tanto zelo faticoso. Ermanno diventava
agitato allora, turbato da un dissidio spirituale che lo rendeva
iracondo e, per la pace del suo spirito, s'imponeva di non discutere,
di non vedere. «Io credo, io credo», mormorava
prosternato davanti all'altare della cappella, e stringeva con rabbia
le dita intrecciate e supplicava Gesù di spegnergli ogni luce
di pensiero. Oh! essere umile, essere come il cieco guidato da altri
per mano, essere come quei santi monaci del deserto, che si
menomavano, si deturpavano con gioia per deludere le insidie del
demonio. Ma la ragione di Ermanno era viva e vigile, talvolta anche
più forte della volontà ch'egli ostinatamente opponeva
all'idea come barriera.
Pericle Ardenzi seguitava a parlare
de' suoi studi con fervore e facondia; ma Ermanno lo interruppe
bruscamente e gli disse:
– Voglio riprendere il mio abito
di seminarista prima di farmi vedere da mia madre. Tu puoi tornare
più tardi per l'ora del pranzo – ed entrato nel
portoncino della nuova dimora, salì cauto per recarsi
inosservato nella sua stanza. In cima della scala, a sinistra,
sorrideva dentro la sua nicchia una statua di Psiche giovanetta, la
quale si protendeva leggiadramente in avanti, sostenendo con gesto
lieve il globo elegante di una lampada; a destra, dal vano d'una
finestrella fiorita, Serena sporgeva il visetto arguto, e ogni
ricciolo della sua fronte, ogni fossetta delle gote dicevano la
consolazione festosa del suo cuore! In fondo, per un'ampia vetrata,
il giardino mandava sul pianerottolo il grato odore degli ultimi
fiori autunnali e, sotto il bacio carezzoso del sole di novembre,
parevano d'oro le foglie morte tappezzanti il suolo dei corti viali;
dentro una piccola fontana di marmo bianco l'acqua cadeva senza
troppo rumore con voce amica e dolce di persona benevola in
confidenziali colloqui.
Ermanno non osservò
l'accoglienza amabile di Psiche e di Serena; non riconobbe la bontà
discreta degli ultimi fiori, nè il mormorio soave dell'acqua
zampillante. Di nuovo egli, come lungo la strada, ebbe l'impressione
che il sole, pur così fulgente, si oscurasse per lui, e di
nuovo sentì in petto qualche cosa di vivo che si snodava
lentamente, cautamente, senza fargli troppo male, dandogli appena un
senso di bruciore e di fastidio. Egli conosceva questo; da circa due
anni, all'improvviso, le cose belle e dolci gli si mostravano
nemiche, assumevano per lui aspetto di periglio, e dentro il cuore
gli si accendeva allora una piccola fiamma, gli si snodava, timido,
un piccolo serpe, e il cuore, che egli avrebbe voluto impietrito, gli
saliva alla gola, gli bruciava le vene, mentre un'ansietà
paurosa gli velava lo sguardo e l'anima gli si accasciava sotto il
peso dello sconforto. A tale sconforto il giovane ventenne opponeva
la violenza, sforzandosi all'odio contro le cose belle e dolci. Entrò
nella propria stanza e si spogliò furiosamente dell'abito
secolare. Ah! come si stava bene dentro le pieghe della sottana
violacea! Come, i movimenti erano liberi! Come l'animo tornava
giocondo! E fu giocondamente, nella sveltezza agile della sua snella
andatura, ch'egli attraversò il salotto per recarsi nella
veranda a cristalli, di dove giungeva un mormorio di voci.
– Eccomi, mamma – egli
disse, avanzandosi verso di lei, che gli si affrettava incontro col
viso ridente e le mani protese.
– Ben tornato, Ermanno! Bravo!
Bravo! Tutti sono orgogliosi di te. Io non so che dirti! Io sono
felice.
Ermanno le prese con gesto affettuoso
la mano bianca e se la portò alle labbra.
– Come stai, mamma? – e
nella voce una tenerezza protettrice palpitava lievemente, la
tenerezza protettrice del figlio che, fatto uomo, vuol difendere
colei da cui, bambino, è stato difeso.
– Bene, Ermanno, sto bene e sono
contenta di vederti.
E una contentezza limpida le brillava
per tutta la persona, vezzosissima ancora; la contentezza di vedersi
accanto il figliuolo più alto di lei, simile al caro Gentile
mai obliato, nell'alterezza nobile dello sguardo, nell'ampiezza
libera della fronte; la contentezza di vederselo nuovamente fiducioso
e tenero come quando, bambino, egli non aveva un moto dell'animo, che
non volasse a lei con sicuro abbandono. Ella aveva molto sofferto
durante gli anni torbidi, allorchè il figliuolo si mostrava
ribelle alle sollecitazioni quasi umili della sua tenerezza, e ne
aveva pianto con monsignore, il quale si era mostrato, anche in
quell'occasione, pieno di saggia bontà e previdenza. – È
il lavoro faticoso dell'adolescenza, che distrugge per riedificare.
Lasciamo in pace il nostro fanciullo. Il suo nobile temperamento non
può tradirci. Noi lo ritroveremo il nostro caro Ermanno –
così aveva detto monsignore e, presso i diciotto anni, il caro
giovane aveva ripreso nel viso e nell'anima la fisonomia schietta
della sua infanzia; una fisonomia più sicura, di più
ferme linee; ma in cui era facile riconoscere la saldezza orgogliosa
e semplice del bimbo che, in altri tempi, offriva nelle sue parole la
pura essenza di ogni suo pensiero. Vanna era contenta, oh! molto
contenta, e se non abbracciava il figliuolo già ventenne, già
presso alla soglia augusta del sacerdozio, in ogni inflessione della
voce di lei c'era il fremito di una carezza e in ogni sorriso il
desiderio tenero di posargli la bocca sopra la fronte.
Gl'invitati, in piedi, facevano
rispettosamente cerchio guardando, ammirando, e Bindo Ranieri
manifestò la generale impressione.
– Guardi, signor professore, non
le sembrano fratello e sorella nel vederli tutti e due così
giovani e somiglianti?
Una voce dal timbro infantile
confermò:
– Questo veramente pensavo
anch'io. La signora pare sorella di suo figlio.
Vanna arrossì un poco e, tutta
grazia nel trionfo del suo orgoglio materno, si appoggiò al
braccio di Ermanno, e incedettero uniti dentro un solco ampio di
sole, fino alla estremità della veranda, simili anche nel
colore delle vesti, perchè la gonna di velluto che Vanna
indossava era violacea come la sottana di Ermanno.
– Ecco, signor professore, io le
presento il mio unico figliuolo – Vanna disse con signorile
affabilità, mentre il signor professore chinava in fretta, con
ossequio, la persona mingherlina e illuminava di un sorriso la rosea
faccia imberbe.
Vanna si rivolse al figlio e spiegò:
– Il signor Corrado Gigli,
nominato da pochi giorni professore al nostro ginnasio. Viene da
Bologna e si allontana per la prima volta dalla famiglia. Credo che
sia nostro lontano parente e sua madre, mia antica compagna di
educandato, me lo raccomanda, me lo affida. Nella lunga lettera di
sua madre il professore qui presente è chiamato sempre bébé.
Ermanno salutò con cordialità
semplice.
– Mia madre sarà lieta,
professore, di farle accoglienza nella nostra casa – ma le
parole cortesi furono interrotte da una risata impertinente.
– Scusi, non rido per
offenderla, signor professore – disse «madamigela grano
di pepe» agitando nella sua irrefrenata ilarità la testa
riccioluta e capricciosa. – No, no, davvero non rido per
offenderla. Ma un professore che si chiama bébé, mi
pare lo scolaro di se stesso e non riesco a restare seria, pensandoci
– e poichè Bindo Ranieri gonfiava le gote e le faceva
due occhiacci spiritati, madamigella si arrabbiò:
– Perchè vorresti
divorarmi cogli occhi, Bindo? Se non si deve più nemmeno
ridere, allora... – e s'interruppe a metà della sua
frase ardita e si cosparse in volto di rossore nel vedere che Ermanno
la guardava, aggrottando le ciglia.
Domitilla Rosa, quasi diafana nella
veste tradizionale di seta nera, onusti il petto e le orecchie di
gioielli secolari, di cui le ave degli avi si erano ornate, parlò
dolcemente con la sua voce lontana in favore della nepote.
– È una piccola
farfallina del buon Dio! Vola per volare! Dove si posa non sa –
e guardava teneramente in giro, come destata da un sogno, come remota
dalla terra, dove passava, sfiorando appena il suolo, tanto ella
appariva incorporea nella sua magrezza, tanto il suo ardore
inestinguibile verso Gesù dolce, Gesù amore, la teneva
sollevata in alto a guisa di quelle sante che, pregando nell'estasi,
furon viste dai devoti attoniti, ascendere e rimanere lungamente in
orazioni, sospese fra il cielo e la terra. Ma Serena si sentiva
umiliata di non essere a quindici anni e otto mesi che una piccola
farfallina del buon Dio, e pretendeva agli onori dovuti a una
signorina grande e seria; anzi, per questo aveva allungato di propria
iniziativa la balza della gonna turchina, alquanto sbiadituccia, che
appariva abbellita così di una striscia a zig-zag di colore
più acceso.
Fu Pericle Ardenzi, entrato in quel
punto, che mise in rilievo tale inosservata particolarità
nell'abbigliamento di madamigella Domirò:
– Signorina – egli le
disse, stropicciandosi le mani con allegra violenza – lei deve
avere complottato per ottenere di nascosto una laurea in astronomia.
Poco fa inalberava un cappello comèta; adesso sfoggia una
gonnellina arcobaleno. Troppa scienza, troppa boria, signorina.
– Lei è stupido –
Serena gli rispose a bruciapelo, ma l'idea di portare in testa una
comèta e nell'estremità della gonna l'arcobaleno, le
parve geniale e la fece ridere com'ella rideva, agitando il capo,
scrollando i riccioli.
Don Vitale si presentò e, da
vero corvo, fu messaggero di sventura: una improvvisa chiamata al
palazzo vescovile impediva a monsignore di trovarsi cogli altri
invitati in casa Monaldeschi; presentava a tutti vive scuse, e
aspettava il giovane licenziato dopo il pranzo, in seminario, dove
Ermanno doveva compiere ancora l'intero corso di teologia.
L'inaspettata assenza di monsignore
provocò rimpianti unanimi, poichè in quella domenica
Vanna, per eccezione, aveva ammesso alla sua tavola gli sposi Ranieri
con Domitilla Rosa. Bindo Ranieri, diventato più rubicondo e
tondo, di cui la faccia sfavillava di gioia placida, simile in tutto
alla luna estiva nel suo pieno splendore, ingoiava la minestra
bruciante con beatitudine espansiva, accarezzandosi il palato col
cucchiaio di argento, forbendosi ossequioso le labbra ad ogni breve
istante, avanzando la mano verso la fila dei bicchieri, poi
ritraendola in fretta, incerto se durante la minestra fosse lecito
sorseggiare. Egli vide bensì che Serena beveva tranquilla, ma
questo non poteva valergli di norma, giacchè Serena,
sventuratamente, seguìva più volentieri il suo buon
piacere che le regole della creanza.
Il signor professore mangiava poco,
impacciato, timido, volgendosi con sorrisi fugaci e improvvisi
rossori a mirare la bella persona di Vanna, che gli sedeva accanto,
tra lui ed Ermanno, e che gli dimostrava amabilmente una materna
sollecitudine.
In principio i discorsi furono
generici: Pericle Ardenzi scherzava; Bindo Ranieri perorava enfatico;
Villa, bruna al pari di Sulamite fra l'aureola dei capelli
bianchissimi, sorvegliava lo sposo, e con movimenti impercettibili
delle labbra, lo faceva avvertito quando egli stava per commettere
infrazioni all'etichetta; Domitilla Rosa assaporava i cibi con
voluttuosa religiosità, accettando il male o il bene, le cose
cattive o buone, a seconda che a Gesù piacesse di mandare. In
placida e dolce testardaggine opponeva la sua passiva fiducia nel
Signore allo svolgersi delle circostanze, e ingoiava con sorridente
rassegnazione le orribili vivande preparate dalla nepote, poichè,
certo, era stato Gesù ad ottenebrare davanti ai fornelli il
volubile intelletto di Serena; si deliziava nelle vivande squisite,
odoranti, intorno alla tavola della signora Vanna, poichè Gesù
aveva, certo, illuminato il cuoco del suo spirito divino, mentre il
cuoco dispensava con sagacia i tartufi ed arrostiva con sapienza le
pernici.
Il professore Corrado Gigli, il quale,
forse per prepararsi alle esigenze del suo magistero, preferiva
interrogare molto e rispondere poco, domandò a Ermanno se Roma
gli fosse piaciuta.
– Infinitamente: – Ermanno
disse – e anche più nella sua parte viva. Le piazze,
dove la gente brulica, mi hanno impressionato più dei fôri,
dove le colonne giacciono mezzo sepolte.
– Rinnegheresti forse il
Colosseo? – Pericle gli gridò, con esasperazione
giocosa.
– No, non rinnego il Colosseo e
nemmeno le Terme di Caracalla, ma il presente mi ha indotto a
riflettere più del passato. Quello che gli antichi hanno fatto
lo so; quello che faranno i futuri io debbo presupporlo.
– Più o meno facciamo
sempre le stesse cose – Pericle disse, ridendo; ma Bindo
Ranieri si scandolezzò, con molte scuse e gentilezze, di tale
asserzione esposta dal colto giovane signor Pericle; si scandolezzò,
perchè gli antichi hanno creato la storia e di essi va parlato
con riverenza. Ecco, Bindo Ranieri lo confessava in vanitosa umiltà,
succhiando un'ala di pernice, egli nutriva in sè il culto
della storia, e non poteva capacitarsi, ad esempio, che l'incognito,
bravo uomo qualsiasi, il quale aveva dimorato nella sua casetta
cinquecento anni avanti, non fosse superiore a lui di tutta l'altezza
di cinque secoli.
– Loro signori mi devono capire
– egli diceva – io non posso paragonare a me un uomo
vissuto nel milletrecento; peccherei di sconvenienza, mancherei di
riguardo a un uomo dei tempi andati. Lor signori mi devono capire.
– Molto probabilmente il suo
qualsiasi bravo uomo dei tempi andati era un facinoroso beone; molto
probabilmente rubava galline negli orti delle comari e spaccava il
cranio del suo prossimo a colpi di ascia.
Bindo Ranieri non contrastò; i
tempi andati erano feroci; ma chi uccideva allora entrava nella
storia, chi uccidesse oggi entrerebbe in galera, e la differenza,
loro signori dovevano convenirne, era sufficientemente rilevante.
Pericle Ardenzi si strinse nelle
spalle, egli la storia la trattava con disinvoltura, poichè la
studiava nelle pietre, e le pietre non si adornano di menzogna, non
si ammantano d'illusioni.
Vanna desiderò che anche il
professore Corrado Gigli interloquisse.
– E lei, signor professore, è
stato a Roma? – ella chiese, volgendosi a lui.
Certo, il signor professore era stato
una volta a Roma, con mammà, non vedendo molte cose peraltro.
Era di estate, il sole bruciava e mammà temeva per lui le
brutte sorprese d'una meningite.
– Povero bébé –
Vanna gli disse affettuosamente scherzosa, ed egli la guardò
felice, le rivolse cogli occhi un ringraziamento di sommessione.
Ermanno frattanto esponeva un suo
concetto. A lui, fin dai primissimi studi, piaceva immaginare la
storia attraverso l'opera della cazzuola che edifica e del piccone
che abbatte. Un popolo antichissimo fabbricò una tomba; sopra
le rovine della tomba un altro popolo antico edificò più
tardi un tempio grandioso; più tardi ancora un altro popolo
antico vi costruì sopra un palazzo e al disopra delle vôlte
di tale palazzo sorsero umili casette abitate nelle tristissime
epoche delle decadenze, da umili creature; poi si comincia il cammino
inverso: il piccone abbatte le casupole, una torre del palazzo
s'indovina, e allora si scava, finchè appaiono le colonne del
tempio; si scava ancora e la tomba viene al sole coi mucchietti delle
bianche ossa, coi rozzi utensili arrugginiti. Questo dava a Ermanno
il senso della continuità della razza, gli trasfondeva in
cuore consapevolezza di non sentirsi transitorio e isolato. A
distanza d'infinite generazioni, gli umani potevano ritrovarsi e
riconoscersi.
Serena ascoltava attonita, intenta.
– Come le formiche nelle loro
buche – ella disse con peritanza insolita e arrossì di
piacere quando Ermanno, che non badava a lei, confermò:
– Precisamente come le formiche;
una fila monta, una fila scende.
Pericle Ardenzi fece osservare che a
Roma questo doppio lavoro appariva evidente, non solo in senso
materiale per monumenti e scavi, ma anche in senso morale per il
sovrapporsi dei riti cristiani nei luoghi stessi, nei medesimi
recinti dove i riti pagani si erano svolti. Spesso il sacerdote di
oggi compie il sacrificio incruento della messa sopra un altare, che
si eleva dove in antico stava un'ara pagana, su cui il sacerdote dei
sacrifizi aveva immerso il coltello dentro le gole delle vittime
belanti o muggenti.
Don Vitale non seguìva bene il
nesso di tali discorsi, ma fiutava l'eresia e stava in guardia,
pronto ad abbaiare e mordere.
Quando sentì parlare della
Santa Messa, alzò il viso dal piatto e fissò torvo il
giovane Pericle, poi, quando il giovane ebbe l'audacia di asserire
che un altare cristiano sorge sopra una immonda ara pagana, don
Vitale ruppe il silenzio e parlò rabbiosamente.
– Il sacrificio santo della
messa è verità; i sozzi sacrifizî dei pagani
erano menzogna. Per questo il Signore ha maledetto quelle genti,
facendole scomparire dalla faccia della terra – e don Vitale,
nella foga del suo zelo, inveì contro le brutte divinità
pagane, false e bugiarde, scagliò parole di oscura minaccia
contro Giove e Giunone, Marte e Venere, di cui il nome dovrebbe
essere bruciato nelle carte dei poeti pagani, mandato in frantumi
nelle statue, che ancora deturpano i musei.
Pericle, che beveva assai volentieri
discutendo, non misurò più le sue parole:
– Ah! sì? Abbruciare i
poemi di Omero e di Virgilio? Distruggere le statue di Fidia e
Prassitele? Starebbe fresco lei, don Vitale! Giunone scomparirebbe
abbracciata a Sant'Anna, Marte trascinerebbe nella sua rovina San
Giorgio, e il Paradiso si spopolerebbe, perchè ogni Santo è
sorto dal piedestallo di una sopraffatta divinità dell'Olimpo.
Non tutti i commensali dettero uguale
peso alle parole demolitrici del giovane Pericle. Domitilla Rosa levò
gli occhi al cielo e sorrise, alzando in cuor suo inni a Gesù
che aveva fatto fiorire di santità empie colonne e profani
obelischi; Vanna sorrise anche ella, crollando il capo indulgente, e
limitandosi a moderare con gesto garbato la foga soverchia di
Pericle; don Vitale ammutolì e scorse nei sacrileghi paradossi
di Pericle la conferma delle proprie opinioni: bisognava adoperare
ferro e fuoco nei seminari, e la tolleranza, la così detta
superiorità di monsignore portavano i loro frutti: il
venerabile Seminario di Orvieto si riscaldava le biscie in seno, ed i
chierici, spogliata la sottana, entrati appena nel secolo, si
facevano banditori di eresie; era doveroso informare di ciò il
capo della diocesi.
Ma Ermanno, pallido, rifletteva con
vivo sgomento: non era dunque lecito iniziare la più innocua
discussione? Egli aveva enunciato una umile idea, ed ecco l'idea
diventare orgogliosa, tortuosa, svolgersi in meandri, giungere a
conclusioni inaspettate e malvagie.
– Tu asserisci l'assurdo –
egli disse, rivolgendosi a Pericle, ma parlando per rassicurarsi e
convincersi. – Tu consideri la religione come un fenomeno
puramente storico e questo è assurdo.
– Perchè dici la
religione e non dici le religioni? – gli domandò
Pericle, e lo fissava negli occhi acutamente.
Ermanno distolse lo sguardo e rispose:
– Perchè di religione non
ne conosco che una, non ne ammetto che una.
– Tu non pensi quello che dici –
Pericle esclamò. –Tu hai la mente troppo alacre, troppo
abituata a scrutare per limitar la storia dello spirito umano a due
millenni. No tu non pensi a quello che dici!
Ermanno, che portava nelle vene il
buon sangue della sua razza dominatrice, fu sul punto di balzare in
piedi e ricacciare in gola all'amico le parole di smentita; ma dal
recesso più oscuro della coscienza un lampo fugacissimo sorse,
ed egli intravide confusamente che l'amico aveva ragione; intravide
un baratro da cui bagliori luminosi sprizzavano, ne ebbe sdegno, ne
ebbe paura, e divagò simile ai bimbi quando si bendano per
giuocare a mosca cieca e brancolano volontariamente nel buio, pure
sapendo che la luce esiste e li circonda.
– Io divido il mondo e la storia
in due parti nettissime, egli disse con iracondia. – Prima di
Cristo l'errore e la dannazione; dopo Cristo la verità e la
salvezza; prima anche i buoni si perdevano irrimediabilmente, dopo
anche i malvagi possono riscattarsi e beatificarsi in virtù
della grazia e del pentimento.
Allora parlò «madamigella
grano di pepe»:
– Senti, Ermanno, questa mi pare
una ingiustizia. Sarebbe come se, allorchè io ero tanto
piccolina e stupida, zia Domirò avesse rivestito delle sue
vesti un brutto fantoccio e, nascosta dietro una cortina, mi avesse
lasciato credere che quel fantoccio era lei. Che colpa avrei avuto io
se, nell'errore, avessi onorato ed amato il fantoccio, immaginando
che fosse zia Domitilla Rosa? Perchè ella non mi si rivelava?
Perchè mi lasciava nell'errore e perchè mi avrebbe
buttata poi dentro un braciere allo scopo di punirmi di un inganno
ordito da lei stessa contro di me?
Bindo, Villa, Vanna, il professore,
zia Domirò, perfino don Vitale, si dettero di gusto a ridere,
essendo cosa stabilita che ciascuna parola di Serena doveva provocare
l'allegria; ma Perile contemplava la signorina con muta ammirazione.
Anche Ermanno la guardava irritato, e
ricordava la storia della loro infanzia, quando passeggiavano col
vecchio Titta e il sole fuggiva e l'ombra si avanzava.
Serena, allora come oggi,
s'impadroniva spensieratamente delle idee, volgeva loro un'occhiata
alla sfuggita, le porgeva scherzosa al compagno, ed egli non sapeva
come fare per polverizzarle. S'irritava, giudicava privo di senso il
cicaleccio di Serena; ma non sapeva cosa rispondere.
– E lei, professore? Esprima
anche lei i suoi concetti – Vanna sollecitò, dopo avere
sufficientemente riso delle amenità di Serena, ch'ella si era
abituata a considerare come una bestiola assai utile nei momenti di
noia. – Questi miei ragazzi si divertono in chiacchiere; parli
anche lei professore.
Ecco, il professore, durante i quattro
anni di facoltà, aveva concentrata la sua attenzione
esclusivamente sopra lo studio dei poemi cavallereschi, prediligendo
fin dall'età più tenera, le avventure di Guerrin
Meschino, dimodochè la sua tesi di laurea si era naturalmente
aggirata su Orlando, paladino di Francia, nella letteratura
drammatica per marionette. Egli dunque, rispondendo all'invito di
Vanna, non volle uscire dall'ambito delle sue competenze:
– I paladini erano, per
principio e dovere, difensori della fede, e Orlando fece della sua
croce una spada a Roncisvalle. Anche l'imperatore Carlomagno combattè
le sue più grandi battaglie contro i Saraceni – e, non
avendo altro da aggiungere, tornò a sorridere, felice di
sentirsi vivere in quell'ambiente signorile, felice che Vanna,
tenendo fra le dita gemmate un coltellino dal manico d'oro, togliesse
per lui dal trionfo centrale una bella pesca candita.
Prima di rientrare in seminario,
Ermanno doveva intrattenersi con Bindo Ranieri, giacchè
monsignore desiderava che il giovane si addestrasse negli affari e si
rendesse conto esatto della sua posizione finanziaria. Molte cose
monsignore desiderava di cui Ermanno non riusciva ancora a misurare
la portata: desiderava che l'allievo Monaldeschi si recasse in
famiglia ogniqualvolta i regolamenti non si opponevano, raccomandando
a Vanna di adunare in quelle circostanze degni invitati per far
corona e tener desto lo spirito del bravo Ermanno; aveva desiderato,
quasi imposto, che il giovane si recasse a Roma per licenziarsi,
quantunque ciò non fosse strettamente necessario. Pareva che
monsignore, senza pronunciare sillaba, senza fare il menomo gesto,
s'industriasse di avviar pian piano il chierico Monaldeschi verso il
portone di uscita del seminario; ma nessuno avrebbe potuto dire se
questo era veramente nelle secrete intenzioni di monsignore, ed
Ermanno di nulla sospettava, preferendo anzi, nei momenti di dubbio,
chiudersi in sè o confidare in vaghi accenni e sconfortati
monosillabi, le sue ansie penose alla dolce madre che lo adorava.
Ella si copriva in volto di pallore a
tali incertezze del figliuolo, e, giungendo le mani, gli rivolgeva
suppliche ardenti di non lasciarsi traviare dal demonio sempre in
agguato, di non renderle amara la vita disertando ignominiosamente;
e, con tutta la forza del suo mite cuore, spingeva l'unico figlio,
l'erede unico del nome, l'unico sostegno della sua casa, l'unico
fiore della sua anima, a rinnegare la vita, a cingersi di tristezza e
solitudine.
Questo voleva il signore Iddio nella
sua giustizia implacabile, perchè i peccati le fossero
rimessi, perchè la redenzione finale non le venisse negata; ma
questo dispiaceva enormemente a «madamigella grano di pepe»,
la quale, nella sua inconcepibile ignoranza profana dei supremi
decreti, si ostinava a riguardare il seminario come una prigione e il
brutto don Vitale come un animalaccio grottesco dalle orecchie di
asino e il cervello di pulcino.
Essa odiava don Vitale
appassionatamente e coltivava in sè il malefico vizio di
prendersi dal capo i suoi inconsistenti pensieri e di esporli al
biasimo altrui senza veli, senza ordine; così fu che, mentre
Ermanno scendeva la scaletta del giardino per recarsi nella sala a
pianterreno, in cui aveva convegno d'affari con Bindo, madamigella
gli si parò contro e gli disse, continuando un discorso
iniziato già tra sè, in forma di soliliquio:
– Mi pareva una bestiaccia nel
mangiare e un bestione nel discorrere.
– Di chi parli? – Ermanno
domandò, ridendo schiettamente nel vederla, giacchè
ella si era già immerso il cappello comèta nel viluppo
dei riccioli e il cappello comèta le era già andato di
traverso.
Madamigella non rispose alla
interrogazione di Ermanno e seguendo il corso celere de' suoi
pensieri, gli chiese invece:
– Perchè non sei venuto a
tavola vestito da uomo?
– Si dice vestito da secolare –
egli corresse e, nella giocondità impulsiva de' suoi
vent'anni, provava una grande tentazione di tirarle la coda del
cappellino comèta.
– Allora perchè non sei
venuto a tavola vestito da secolare? Ti ho visto lì, da quella
finestra, vestito da secolare, quando sei arrivato, mi piacevi di
più, eri più bello.
– Che bisogno c'è di
essere belli? Non basta essere buoni? – Ermanno disse, ridendo
sempre e ipnotizzato dalla coda mobile del cappellino.
– Sì, c'è bisogno
di essere belli per essere buoni. La gente brutta è maligna.
– E tu? Cosa sei tu?
Ella agitò il capo e si mise a
ridere.
Mio Dio! quale domanda! Serena era
Serena «madamigella grano di pepe», la signorina Domirò,
la farfallina del buon Dio, era tante persone in una persona sola; ma
non era don Vitale e lo proclamò con orgoglio.
– Lascialo in pace –
Ermanno esclamò, e poichè l'azzurro del cielo sorrideva
tra i veli rosei del tramonto e la statua bianca di Psiche faceva
capolino dalla nicchia, amorosamente, e le foglie morte, ammassate
ne' viali, bisbigliavan tra loro, forse scherzando, poichè le
cose intorno si mostravano tutte semplici e gaie, i vent'anni del
chierico presero ardire, insorsero, si sparpagliarono e lo indussero
ad allungar la mano, ad afferrare la coda della comèta ed a
fuggire pel giardino, agitando nell'aria il trofeo.
Serena lo rincorreva con alti gridi, e
il tripudio le dava ali. Che bellezza, Ermanno giuocava, Ermanno
correva!
– Stupido, stupidone! –
essa gli gridava – fermati, ridammi il mio cappello.
Ermanno glielo buttò in faccia
allo svolto di un viale.
Sull'ingresso della saletta a
pianterreno, Vanna guardava il giuoco, commossa per l'allegrezza del
caro figliuolo, che le si abbattè sul cuore, e che ella baciò
in fronte al cospetto delle rosee nubi e degli alberi.
Che bellezza, Ermanno le tornava
piccolo, Ermanno era proprio il suo figliuolo e l'abbracciava e si
lasciava baciare!
Bindo Ranieri, più indietro,
batteva le mani, ed era così felice che la sua larga faccia
appariva più larga, più lustra; ma la felicità è
imprudente.
Egli disse:
– Senza la sottana il signor
Ermanno potrebbe correre meglio!
Furono parole di gelo: Vanna si
rivolse per istinto al figlio con terrore ed il chierico assunse una
fisonomia chiusa e rigida, per dire a Bindo Ranieri:
– Andiamo; è tardi –
ed entrarono nella saletta, chiudendo senza riguardi la porta sul
nasino ardito e scontento di madamigella, che, a passi tardi, si recò
a prendere zia Domirò.
Nell'interno della saletta, Bindo
Ranieri in piedi e a capo scoperto di fronte a Ermanno, che stava
seduto vicino al tavolo, rendeva conto trionfante della sua gestione.
Vanna, con la fronte appoggiata ai
cristalli della finestra, non ascoltava nemmeno, lieta che il
figliuolo dirigesse i comuni interessi, e, ripensando con ironia
benevola alla boccuccia infantile del professore bébé,
una tumida boccuccia di bimbo ghiotto, ma insinuante, suadente nel
sorriso e nella parola.
Bindo Ranieri esponeva con ampiezza la
situazione, in bene costrutte frasi e meditati gesti.
– Ecco, signorino Ermanno, noi
nel bilancio della nostra azienda abbiamo avuto l'attivo
invariabilmente superiore al passivo e, per conseguenza, il capitale
si è impinguato.
Dentro la saletta non faceva caldo, nè
Bindo Ranieri soffriva di corizza; ma egli sentì nonpertanto
il bisogno di soffiarsi il naso, quantunque secco e di asciugarsi il
volto, quantunque asciutto. Compiva tali atti di disinvoltura per
senso di modestia, per non darsi l'aria di mendicare elogi dal nobile
Ermanno Monaldeschi, il quale non pensava a largirgliene, trovando
naturalissimo che, quando le spese rimangono inferiori all'entrata,
il capitale s'impingui.
Bindo Ranieri proseguì:
– Io, e ambirei che in questo
lei fosse del mio parere, non ho tenute inoperose le eccedenze; ma le
ho investite e rese fruttifere. Spero che di questo lei non mi
disapproverà.
Il nobile signorino infatti annuì
con moto del capo e, francamente, nessuno al suo posto avrebbe potuto
esprimere segni di malcontento o disapprovazione.
– Ma, per queste eccedenze e
relativi frutti, ho tenuto a parte una contabilità, nella
previsione di circostanze straordinarie, quali sarebbero
ingrandimento o cambiamento di abitazione, rinnovamento di arredi,
viaggi, festeggiamenti, battesimi o altre consimili circostanze –
e si raschiò la voce e rise un poco, senza volerlo, giacchè
matrimonii, battesimi o altre consimili bazzecole gli prudevan la
gola di continuo e, se talora riuscivano ad aprirsi il varco con la
parola, Bindo Ranieri ne provava incomparabile sollievo; ma viceversa
Ermanno si alzò, chiuse i registri, disse che tutto andava
bene e mandò a cercare di don Vitale, che doveva ricondurlo in
seminario, essendo, per regolamento, vietato ai chierici di uscir
soli in abito di seminaristi.
Una collera sorda si era ammassata
improvvisamente nel cuore di Ermanno, ed egli sentiva i discorsi di
Pericle Ardenzi le risate di Serena, le sciocchezze di Bindo Ranieri
pesargli addosso e schiacciarlo; onde gustò il benessere di
una liberazione, gettando via queste frivolità, inutile
fardello, presso la soglia pia del seminario.
Le camerate si trovavano ancora a
passeggio; le scale ed i corridoi giacevano deserti, muti, nel
mistero del crepuscolo; il balconcino, in fondo, sembrava affacciarsi
sopra i confini dell'universo, la campana del Duomo mandava la eco
de' suoi gravi rintocchi, ed Ermanno ritrovava se stesso nei placidi
pensieri e la fede limpida.
– È permesso, signor
rettore? – egli chiese, spingendo appena il battente di una
porticina a destra.
– Avanti, avanti, figliuolo mio
– la porta fu spalancata; e monsignore si presentò,
aprendo le braccia per un amplesso paterno.
|