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La torre di Maurizio si slanciava con
vigore snello alla conquista del cielo in quella ridente mattina
primaverile, e la facciata del Duomo appariva benigna nel trionfo
della sua bellezza, era tutta una luminosità, dalla croce
superna della cuspide centrale al sommo delle guglie, dalle
smerlettature della finestra a rosone ai musaici multicolori. Le
figure attendevano composte nei loro atteggiamenti secolari che una
volta ancora le campane del Duomo annunziassero la resurrezione di
Cristo ai cieli aperti, ai colli rinverditi, al turgido fiume, giù
per la valle, agli orti popolati di nidi, ai vecchi che domandano
pace, ai bimbi che domandano gioia. Le figure attendevano in
religiosità e le campane si sciolsero, il buon Maurizio alzò
con foga il suo martello, i seminaristi a passi celeri attraversarono
la piazza, s'immersero nel portale di mezzo, e il colore violaceo
delle loro sottane rimase avvolto dai fumi dell'incenso. Di fuori la
trasparenza ampia, dell'azzurro primaverile, le note volanti delle
campane, il gridìo ininterrotto delle rondini; di dentro, fra
le navate, lo scintillio folto dei ceri, i boati possenti
dell'organo, il tripudio delle voci osannanti; correva fra l'interno
e l'esterno una comunione fratellevole di luci e di suoni, perocchè
il sole dalla piazza inondava la chiesa per le finestre a colori e
l'incenso dalla chiesa mandava le nubi de' suoi profumi.
Ermanno, aitante e fiero nel completo
sviluppo de' suoi ventidue anni, era pallido, e gli occhi apparivano
velati di stanchezza sotto l'arco nitido delle sopracciglia. Poco
prima, dentro, la cappella del seminario, il vescovo gli aveva tolti
alcuni capelli dalla fronte, dall'occipite, al disopra delle orecchie
e nel centro della testa, rendendolo così tonsurato, poscia
gli aveva conferito gli ordini minori: l'ordine dei portieri, a cui
spetta suonar le campane, aprir la chiesa e la sacrestia; l'ordine
dei lettori, a cui spetta di leggere a colui che predica, benedir
pane e frutta; l'ordine degli esorcisti, che hanno potere d'imporre
la mano sugli energumeni e, coll'aiuto dello Spirito Santo, cacciare
gli spiriti immondi dai corpi degli ossessi; l'ordine degli accoliti,
che hanno missione di portare il candelabro ed apprestar vino e acqua
per il sacrificio della Messa.
Erano queste per Ermanno sensazioni
recenti di un'ora, e già gli apparivano lontane, e la faccia
ossuta del vescovo non aveva più lineamenti, mentre la destra
insignita dell'anello episcopale, che si era mossa con tardità
solenne per gli atti simbolici del rito, gli rimaneva minacciosamente
isolata e visibile nel ricordo, ed Ermanno, inginocchiato adesso
davanti all'altar maggiore del Duomo, risentiva il contatto lieve di
quella mano e il gelo fugace delle forbici in mezzo ai capelli. I
canonici officiavano, rivestiti di paramenti festosi: i chierichetti
piccolini, gonfie le spalle per le increspature abbondanti delle
cotte inamidate, salivano, scendevano lungo i gradini dell'altare,
abbassandosi nelle genuflessioni, poi diventando smisuratamente alti
quando agitavano i turiboli con lunghi gesti interminabili;
monsignore si trovava a due passi da lui, immobile sopra
l'inginocchiatoio, ed Ermanno, pure discernendo ogni menomo rabesco
disegnato sui merletti delle cotte, ogni menoma sinuosità
d'intaglio nell'inginocchiatoio di monsignore, sentiva che quelle
cose ondeggiavano e che si avvicinavano a lui, quasi per sopraffarlo,
poi dileguavano, per lasciarlo abbandonato nel vuoto, e il vuoto era
ampio, percorso da onde sonore, punteggiato di fiammelle. Ermanno
voleva aggrapparsi alla realtà e si sforzava di riflettere
raccogliendo disperatamente il pensiero sopra un punto determinato.
Perchè monsignore frapponeva
ostacoli al sollecito compimento del suo noviziato ecclesiastico e
perchè il vescovo eliminava tali ostacoli? Quantunque egli si
trovasse al secondo anno di teologia, il vescovo aveva promesso di
ordinarlo suddiacono nelle tempora di settembre e, quantunque fra il
suddiacanato e il diaconato debba per norma trascorrere un anno, il
vescovo aveva promesso di ordinarlo diacono nelle tempora di
dicembre.
L'organo empiva di frastuono le
navate, dal coro giungevano gridi altissimi di Alleluja, ed Ermanno
frattanto riudiva le obiezioni addotte al vescovo da monsignore con
fermo rispetto: «La Chiesa impone di lasciar correre lo spazio
di un anno fra il suddiaconato e il diaconato», aveva detto
monsignore. «La Chiesa mi autorizza anche ad abbreviare a mio
beneplacito tale spazio, e io l'abbrevio per questo zelante, pio
giovane», aveva risposto il vescovo severamente.
Perchè monsignore gli era
ostile? Perchè? Perchè?
Ermanno si ripeteva la interrogazione,
acciocché l'idea non gli fuggisse; ma l'interrogazione gli
batteva nel cranio brevi colpi affrettati e l'idea si dissolveva in
lembi natanti, che gli volteggiavano per il cervello, rendendolo
greve.
Non volle riflettere più, si
lasciò annientare dal vuoto, forse il sonno lo colse, e
monsignore dovè toccargli ripetutamente la spalla perchè
si rialzasse a cerimonia finita. Tutto gli pareva sogno: la folla
uscente dalla Cattedrale, gli abiti a colori sgargianti delle
popolane, gli ombrellini simili a cupole. Due contadine allegre gli
camminarono al fianco per un tratto, cicalando fra loro; una di esse
alzò il lembo del mantile da un canestrello infilato al
braccio e dentro il canestrello Ermanno vide con ribrezzo delle uova.
Perchè con ribrezzo? Quelle
minute superfici bianche oblunghe, lisce, che formavano dentro il
canestro una supeficie unica bianca, oblunga, liscia, gli davano
sulla cute il senso di serpentelli freddi, che strisciassero e
mordessero piano. Perchè?
Non ebbe il tempo di rispondersi;
improvvisamente, attraversando piazza San Francesco, provò un
calore alla schiena, un calore insostenibile. Era il sole di marzo
che bruciava, o l'ombrellino rosso, aperto davanti al portale
dell'antica chiesa, che gli arroventava le carni? Oh! no, da quella
cupola accesa non poteva venirgli alcun male, poichè Ermanno
aveva riconosciuto la bella persona di sua madre, all'ombra rosea
dell'ombrellino di seta! La madre gli volgeva le spalle e, vestita di
colore tortora, piegava il busto un poco in avanti; il professore
Corrado Gigli, due gradini più in basso, sollevava il capo e
la guardava; essa pareva sopra un altare e il professore pareva che
le stesse ai piedi in atto di adorazione.
La camerata dei seminaristi grandi
passò, il professore si tolse il cappello; Vanna si girò
e, scorgendo il figliuolo, s'imporporò in viso di rossore.
– Pei riflessi dell'ombrellino –
pensava Ermanno – e intanto dai ricordi della infanzia un'altra
figura maschile sorgeva, di un altro professore venuto di lontano, e
sua madre si faceva riparare anche allora da un ombrellino rosso e
anche allora l'ombrellino le inondava il viso di riflessi porpurei.
L'indomani, giorno di Pasqua, non
volle recarsi a pranzo in famiglia e, nel refettorio, l'odore
sostanzioso del brodo gli provocò un conato di nausea; si alzò
in fretta per ritirarsi; ma le tavole del refettorio danzarono, le
facce dei compagni oscillarono ed egli cadde svenuto nelle braccia
del prefetto.
La malattia non si affacciava con
troppa minaccia: una tonsillite accompagnata da febbre; una settimana
d'infermeria e pochi giorni di convalescenza. Questo il medico
diagnocizzava; ma Vanna era disperata, non trovava requie, mandava
per notizie quasi a ogni minuto e si recava ella medesima in
seminario di mattina, durante il tempo delle lezioni, acciocchè
monsignore le permettesse di vedere Ermanno, che sollevava a stento
le palpebre, la fissava con occhi intorbidati e cercava invano di
aprire al sorriso le labbra aride.
– La tonsillite dà febbre
assai alta – diceva monsignore, tenendo nelle sue una mano del
giovane, mentre Vanna, curva ansiosamente verso il figliuolo,
crollava il capo e gli sfiorava con dita tremanti le gote accese.
Ella usciva sconvolta dall'infermeria, e monsignore, pure tentando di
rassicurarla, non si sentiva tranquillo, e presenziava egli stesso le
visite del medico, il quale, all'ottavo giorno, cominciò a
preoccuparsi, constatando che la tonsillite era scomparsa quasi, e la
febbre intanto rimaneva stazionaria. Bisognava star a vedere, e al
secondo settenario si videro cose brutte; si vide che la febbre
assumeva un corso regolare e che la temperatura sbalzava dai quaranta
gradi ai trentasette, cedeva il mattino, risaliva al meriggio,
toccava il massimo verso il crepuscolo. Non c'era più alcun
bisogno di veder nulla: la malattia si caratterizzava in tifo
classico, con violenti mali al capo, dolori all'addome, delirio e
vomiti.
Dalla bianca stanza silenziosa della
infermeria, Ermanno, inconsapevole, metteva il subbuglio in tutta
Orvieto. Domitilla Rosa, oramai senza più un globulo rosso
nelle vene, accendeva ceri davanti a tutte le immagini appese alle
pareti della sua stanza; Serena attendeva che il medico uscisse dal
seminario per interrogarlo con logica stringente e breve, poi correva
in piazza Corsica e doveva farsi violenza per non rivolgere parole
acerbe a Vanna, che piangeva col viso nascosto dentro le palme;
piangere non vale, bisognava agire, telegrafare a Roma, a Bologna,
fare consulti, interrogare celebrità mediche! Piangere non
vale, e Serena infatti non piangeva, sempre in moto, e quando il
cuore le faceva troppo male, essa portava la mano al petto come per
aprirselo e liberarsi dal dolore. Soffrire era una cosa stupida,
agire si doveva, agire! E fissava con occhi fiammeggianti il
professor Corrado Gigli, il quale si presentava a portare una lettera
di mammà, dove c'era un consiglio per combattere il male di
capo, una ricetta da opporre alla febbre alta.
Bindo Ranieri aveva preso dimora
stabile in seminario e, attraversando piazza del Duomo alla sfuggita,
per mostrarsi a Villa e darle notizie, gettava sguardi attoniti sulla
facciata e si domandava perchè le figure dei santi non si
muovessero a pietà della sua angoscia e perchè le
statue degli evangelisti non lo confortassero, non dicessero al
mercurio del termometro: fermati non salire!
Don Vitale, all'insaputa di tutti,
esorcizzava Ermanno mattina e sera, spruzzandolo di acqua benedetta,
e anche il Paterino, fra i torrenti di luce del suo negozio
inverniciato a nuovo, rimaneva a braccia conserte, escogitando se non
fosse giusto che, qualora Ermanno Monaldeschi venisse a morire, il
pingue patrimonio di lui andasse diviso fra quei commercianti
orvietani i quali avevano sostenuto recenti spese per il decoro della
città; e frattanto il vescovo, coltivando forse speranze della
stessa indole per il decoro della sua diocesi, andava soventi volte a
recare di persona all'infermo l'episcopale benedizione.
Tre quindicine trascorsero così,
e intorno al letto di Ermanno il sorgere e il tramontare del sole, il
velo scherzoso dell'aurora e il bruno velo della notte incalzante,
sparivano, ricomparivano, senza che l'ammalato discernesse
l'alternarsi di tali vicende, poichè le ore, in piccoli flutti
uniformi, si frangevano per lui senza rumore nè spuma, si
ammassavano, si riassorbivano in sè, e l'infermo galleggiava,
si abbandonava inerte, toccando i limiti dell'abisso, ove il tempo si
perde e l'infinito s'inizia. Spesso, ed egli aveva allora
l'impressione che una freccia d'oro gli ferisse di tra le cortine le
pupille dolenti, percepiva un fruscio come di fronde agitate e un
gemere sommesso di singhiozzi.
– Mamma – egli diceva con
voce stentata, e la risposta arrivava come di sotto alle acque di un
fiume.
– O figliuolo, Ermanno mio,
guarisci, guarisci.
– Mamma – egli ripeteva,
ed i piccoli flutti uniformi lo sollevavano, lo sommergevano
lentissimamente, ed egli non diceva più nulla, non udiva più
nulla.
Spesso anche, ed aveva allora
l'impressione che ali fresche gli portassero profumi notturni,
scorgeva di notte dormire un uomo buttato su di una branda, e
intanto, cauta, silente, un'alta figura entrava, deponeva in terra la
lampada, gli si accostava, gli premeva con le mani la fronte.
– Monsignore – diceva
Ermanno.
– Figliuolo, coraggio.
– Il respiro mi soffoca.
– Coraggio, figliuolo. Tu sei
giovane e la giovinezza ti guarirà.
Ermanno, vagamente, sorrideva nello
smarrimento di ogni nozione. Era forse tornato bambino, che
monsignore gli dava del tu?
– Monsignore, monsignore –
egli balbettava, annaspando con le dita come uomo che affoghi!
– Caro figliuolo, coraggio. La
vinceremo questa febbre malvagia – ed Ermanno sentiva due
braccia valide che gli cingevano le spalle, lo sollevavano un poco,
lo riadagiavano sui guanciali, ed egli ne traeva inesprimibile
conforto.
La febbre malvagia infatti, dopo la
quarta quindicina, perdette di gargliardìa, poi smise ogni
baldanza, si affievolì e finalmente scomparve, lasciando il
giovane così affranto e debole che il più delicato
suono lo faceva palpitare e l'ala di una farfalla che vola sarebbe
bastata a spaventarlo. Vanna arrivava sulla punta dei piedi, sostava
discosta dal letto e contemplava in estasi la faccia bianca del
figliuolo riconquistato.
– Non la più leggera
emozione – aveva imposto il medico, ond'ella si custodiva in
cuore le parole ardenti di tenerezza, batteva le palpebre perchè
lacrime di gioia non le sgorgassero dal ciglio, mentre sotto le
pieghe della veletta scura la felicità le irradiava il viso e
lo rendeva stellante.
– Mamma.
– Figliuolo mio, Ermanno.
– Sto meglio.
– Non parlare; taci – e
tratteneva il fiato ella stessa, nel timore che il soffio del suo
alito potesse nuocergli.
– Ho sofferto – egli le
diceva con un filo di voce.
– E io? E io? – ma si
pentiva del grido, si faceva umile, avrebbe voluto baciargli i cari
piedi, che presto sarebbero tornati a camminare, baciargli i cari
occhi dove il raggio della vita risorta brillava.
Bindo Ranieri lo faceva ridere,
narrandogli che nei giorni di maggior pericolo un santo evangelista
gli faceva l'occhietto dalla facciata del Duomo, e di ciò
Bindo Ranieri era tutto riconfortato, perchè un santo
evangelista non avrebbe avuto voglia di scherzare se il nobile
Ermanno Monaldeschi si fosse trovato davvero in punto di morte.
– E tu? Cosa gli rispondevi tu?
Ermanno domandava con gaiezza infantile.
– Io? Si figuri, può
immaginare. Coi santi evangelisti è prudente il silenzio –
e Bindo Ranieri, battendosi la berretta sulla coscia, rideva
ampiamente, ed Ermanno chiudeva le palpebre per gustare meglio la
sonorità di quella gioia espansiva.
Un dopopranzo Bindo Ranieri gli portò
un mazzetto di gelsomini di Spagna legati da un filo d'oro.
– Ecco, da parte di Serena, con
mille auguri.
Ermanno prese il mazzetto e si mise a
ridere. È vero, nel mondo c'era anche una signorina che si
chiamava Serena!
Egli lo aveva dimenticato, ma se ne
rammentava adesso con piacere. Nello sfondo puro dell'esistenza, che
per lui ricominciava candida al pari di un'alba, gli era grato di
trovare un'altra persona amabile, che lo festeggiava con mazzetti di
gelsomini.
– Cosa diceva durante il mio
male? – domandò.
– Era più che mai grano
di pepe. Si arrabbiava con tutti. A lasciarla fare, sarebbe venuta
qui per prendere a pugni la febbre.
– Già, come quando
prendeva a pugni la pioggia.
E pensando a Serena, ridevano di
gusto, insieme, il grosso omone bonario, il giovane chierico
sapiente.
In quei primi giorni della
convalescenza Ermanno era veramente un bambino, e sorseggiava la vita
come il poppante sorseggia il buon latte nutritivo che gli dà
forza. Nessun pensiero, ma un succedersi delizioso di sensazioni, una
meraviglia nuova per ogni voce, un soave incanto per ogni mattina
quando si svegliava, avvertendo che le membra gli diventavano docili
all'impulso dell'istinto.
Mangiare, bere, dormire, svegliarsi,
guardare dal suo letto le cime degli alberi oscillanti all'aria oltre
la finestra spalancata, ascoltare in pace il suono delle ore, non
avendo rimpianti per le ore fuggite, nè desideri per quelle
fuggenti. Oh! vivere, che buona ineffabile cosa! Ma, a poco a poco,
saziata la curiosità di riconoscere gli oggetti esteriori, lo
punse curiosità di riconoscersi, e cominciò a scrutarsi
nell'intelletto. Immaginava di trovare una devastazione e invece
trovò una fioritura fresca, aulente, minuta, di nuove idee
ancora incerte, simili ancora tra loro, come quando la bufera è
passata devastatrice al disopra di un campo ubertoso, e al posto
delle vecchie piante sradicate, altre pianticelle diramano pel suolo
radici bianche, sottilissime, simili a fili. Egli si inebriava in sè
per quella feconda primavera dello spirito, orgoglioso anche nel
constatare che il lavoro dei ventidue anni trascorsi non era perduto
e che le sottilissime radici bianche avrebbero assorbito rapidamente
succo vitale dal buon terreno dissodato e sarebbero diventate
robuste, fruttificando.
In quell'ultimo biennio si era
accanito nello studio della teologia con furore cieco.
La teologia dommatica, la teologia
morale, la Sacra Scrittura, la Sacra Eloquenza, la Storia
ecclesiastica, l'ascetica, tutto egli aveva sospinto nel proprio
cervello con la prepotenza della volontà, in lui imperiosa,
contro la ragione in lui ribelle. Le fonti della rivelazione, il
mistero del verbo uno e trino e del verbo incarnato, gli statuti dei
sacramenti, gli studi sui testi sacri nelle versioni greche e latine,
l'archeologia biblica, le virtù della vita illuminativa erano
state per lui altrettante battaglie combattute nel suo secreto fra la
coscienza implacabile nella volontà di credere, la ragione
implacabile nella volontà di discernere. Sempre dentro le aule
gli stessi fatti erano accaduti, come quando egli frequentava le
classi del liceo: professori dotti, anzi dottissimi, versati nelle
rispettive discipline, procedenti nelle indagini con modernità
razionale di metodi; poscia i medesimi professori prendevano i
medesimi fatti disposti naturalmente a seconda della logica, e li
snaturavano, li tradivano, per edificare, sopra le loro basi teorie
inaspettate, per trarre dalle premesse stabilite, con acume sapiente,
conseguenze illogiche.
I chierici, in genere, prendevano
appunti, mescolavano il tutto, versavano la miscela nei propri
cervelli e la restituivano intatta nei giorni degli esami; alcuni
pochi discutevano dentro le aule coi professori, discutevano dentro
le camerate fra loro. Le parole suonavano colme di ossequio al domma;
la tomistica giganteggiava, proiettando luci ed ombre dai massi
ciclopici della sua vasta mole: sincere fervevano le anime,
gl'intelletti volevano rimanere sottomessi, e intanto l'idea,
corrente sotterranea che s'infiltra, consuma di nascosto le pietre, e
le scalza con secreto lavorio instancabile, lambiva i muri della
patristica, ed i muri crollavano, mentre appunto i chierici più
intelligenti si esaltavano nell'illusione di aver piantato sopra la
cime di essi il vessillo della loro fede.
Ermanno difficilmente interloquiva,
ostinato nel rifuggire da qualsiasi indagine, valendosi anzi
dell'intelletto, esercitato alla ginnastica dei sillogismi
scolastici, per frapporre sempre nuovi ostacoli tra la fede e il
libero pensiero. Perchè dunque, nel benessere della
convalescenza, egli si turbava adesso? Perchè di tante rovine
era seminata la sua mente e perchè sulle rovine una
vegetazione rigogliosa andava fiorendo? Era bene? Era male? Bisognava
estirpare le nuove piante o lasciare ch'esse acquistassero vigore?
Ermanno non sapeva decidere, troppo stanco, inabile tuttavia
all'esercizio della volontà.
Da circa dieci settimane egli rimaneva
immobilizzato, e il vigore tornava con progresso lento, reso anche
più tardo pei calori eccessivi del giugno che finiva. Il
medico impose che Ermanno si recasse in campagna con la famiglia
almeno fino tutto il settembre, e mantenne fermi i suoi ordini,
quantunque il vescovo si mostrasse apertamente ostile all'idea di far
uscire di seminario per tre mesi il giovane Monaldeschi. Dovè
cedere peraltro, perchè i regolamenti prevedono il caso in
modo specifico ed ammettono la dimora in famiglia dei chierici
infermi o convalescenti. Fu in tale occasione che si accentuò
il dissidio latente tra il vescovo e monsignore; dissidio adorno di
benevola superiorità pastorale da un lato, di profondissimo
ossequio dall'altro; il vescovo, senza manifestarlo, avrebbe preteso
l'alleanza del rettore a scapito dei regolamenti, e monsignore, senza
parere, aveva appoggiato i regolamenti con tutta la sua autorità.
Il ventinove di giugno dunque, festa
di San Pietro, Ermanno Monaldeschi lasciò il seminario
dovendovi rientrare nell'autunno per essere ordinato suddiacono;
nell'attesa dell'ordinazione, monsignore consigliò di
abbandonare per quei mesi di villeggiatura la veste di chierico;
l'abito secolare è più comodo sopratutto più
opportuno per aggirarsi da mane a sera fra campi, come il medico
aveva ordinato.
Sull'ora propizia del tramonto, Vanna
doveva condurre il figliuolo nella loro villa, a poche miglia da
Orvieto; i preparativi fervevano, e Palmina correva in faccende per
le stanze; Vanna, seduta in salotto, ascoltava a capo chino,
sorridendo con qualche impaccio, le frasi roride del professor
Corrado Gigli, il quale si rendeva interprete della gratitudine
inesprimibile di mammà per le cortesie, le dolcezze, la bontà
amabile della signora in favore di bèbè. Quando il
professore Corrado Gigli prendeva ardire per esporre qualche
sentimento troppo audace alla signora Monaldeschi, non trascurava mai
di attribuire l'espressione di tali sentimenti alle lettere di mammà:
– Oggi mi scrive che lei è
un angiolo – egli disse al momento di congedarsi e guardandosi
la punta delle scarpe – mi scrive di non domandare traslochi,
giacchè Orvieto è per me da due anni più bella
di un Paradiso. Così mi scrive mammà. Lei è un
angiolo, signora Vanna, un vero angiolo – e, nella sincerità
del suo zelo di ambasciatore, le prese una mano e gliela baciò.
Vanna arrossì per tutto il
viso, tutto il collo, e gli rispose:
– Grazie, grazie, si diverta a
Bologna, ci torni in buona salute – e un poco smarrita
gl'indicò la porta del salotto e scese in giardino per vedere
che cosa stava facendo il caro figliuolo.
Ermanno leggeva, seduto all'ombra di
un platano, e Vanna gli si pose accanto, mentre al lato opposto del
giardino Pericle Ardenzi e Serena passeggiavano adagio per il viale,
chiacchierando fra loro. Pericle Ardenzi era diventato un personaggio
quasi importante: nel prossimo ottobre si sarebbe coperto di onori,
laureandosi in belle lettere, con una tesi da far epoca, e intanto
prendeva parte a Congressi storici, trattava di archeologia sopra
giornali e riviste, si accarezzava con rispetto la barba nera, lunga
oramai fino a toccargli la cravatta, punzecchiava gli eruditi, che si
degnavano rispondergli. Esponeva precisamente a Serena con
soddisfazione le vicende amene della sua ultima punzecchiatura a un
architetto insigne, e Serena ascoltava con gravità, da
signorina diciottenne agguerrita dall'esperienza ad accogliere con
senno e discernimento confidenze d'indole scientifica ed a largire in
proposito maturi consigli. Ella indossava un abito di mussolina
bianca a ricami, proprio come nell'epoca eroica delle sue gesta
infantili; ma il velo azzurro svolazzante intorno alle falde del
cappello, ombreggiava i riccioli capricciosi ancora, non più
scapigliati.
Era una signorina, una signorina vera,
che ricamava con dita esperte i piviali affidati a zia Domitilla
Rosa, che sapeva di storia e di poesia, che leggeva di latino sui
libri sacri di zia Domirò, di francese sui volumi profani di
Pericle Ardenzi, e che, quando si arrabbiava, la qual cosa le
accadeva assai spesso, preferiva aggrottare le ciglia o mordersi le
labbra, anzichè lasciarsi uscire dalla chiostra dei nitidi
dentini parole brutte di collera.
– Signorina, mi dia un consiglio
– Pericle Ardenzi le disse, troncando a mezzo una dissertazione
e fermandosi all'estremità più solitaria del giardino.
Il velo azzurro si gonfiò
nell'aria e il nasetto ardito di Serena si arricciò tutto
nello sforzo che ella fece di concentrarsi mentalmente.
– Vorrei perpetrare una
corbelleria – e Pericle Ardenzi rideva, stropicciandosi le
mani.
La signorina lo sbirciò
maliziosa coll'angolo degli occhi vividi e gli disse:
– Non ha bisogno del mio
consiglio per questo: può bastare lei solo.
– No, io solo non basto; è
necessario essere in due. Si tratta d'una corbelleria colossale.
Serena alzò il capo
gioiosamente. Una corbelleria colossale? Ma allora si trattava di
cose allegre.
Pericle Ardenzi si accarezzò la
barba con tal quale turbamento.
– Cose allegre? No, no,
signorina, tutt'altro. Si figuri, che ho intenzione di prender
moglie. Una laurea in tasca, una moglie sotto il braccio e avanti
senza paura alla conquista della fortuna.
– Ma non è una
corbelleria – Serena disse convinta. – Lei mi pare più
savio dei sette savi della Grecia, pensando questo.
Pericle Ardenzi ricominciò a
passeggiare, movendosi con gioconda nervosità.
– Lei approva dunque?
Serena approvava molto e si rallegrava
di gran cuore.
– Se approva acconsente; è
cosa detta. La sua povera zia Domirò potrà campare un
paio di mesi al più; dopo averle chiuso gli occhi, lei
aggiusta le sue faccenduole, io faccio una corsa qui...
Serena lo interruppe, fermandosi a sua
volta.
– Parla di me lei?
Sicuro, Pericle Ardenzi parlava di
Serena.
– E di chi vuole che io parli?
Lei ha ancora la testa un pochino campata nel vuoto; ma, fra qualche
anno, lei sarà una donnetta rara. Si fidi pure del mio
giudizio. Lei sarà una donnettina rara, intelligente,
schietta, leale, pronta al buono e cattivo della vita. E poi mi
piace. Con quella sua aria di me ne rido, con quelle sue gote di
melograno, lei mi piace. È cosa detta.
La signorina approvava che altri
rendesse giustizia ai suoi meriti e largheggiava anche nel rendersi
giustizia da sè, onde non contrappose neppure un minimo
briciolo di modestia agli elogi dell'archeologo.
– Sì, credo anch'io che
farò buona riuscita. Su questo siamo d'accordo, ma io non
voglio sposare lei.
Pericle Ardenzi rimase alquanto
sconcertato.
– Lei non vuole sposarmi?
– No.
– E perchè?
– Perchè no, perchè
non voglio.
– Non le piace la mia barba?
Potrei tagliarla – Pericle disse, forzandosi alla celia, ma
punto nel più vivo dell'anima dal rifiuto inaspettato.
– No, la sua barba le sta bene e
mi piace; anche lei mi piace. È bravo, è allegro, ha
voglia di fare e di arrivare.
Pericle Ardenzi ebbe un moto iroso.
– Lasci andare, per carità.
Lei fa come il chirurgo quando immerge il bisturì nelle carni.
Parole di zucchero e intanto la lama brucia.
Madamigella s'irritò; essa non
professava 1a chirurgia e non voleva far male a nessuno;
semplicemente il matrimonio con Pericle Ardenzi le sembrava assurdo,
quantunque la cosa in sè potesse anzi apparire
straordinariamente ragionevole.
–– Vuol rinunciare al
matrimonio? – Pericle chiese con disprezzo.
No, no, nemmeno questo era nei
progetti di Serena, ed a tutte le interrogazioni, le sollecitazioni
di Pericle Ardenzi ella rispose evasiva, con circospetta diplomazia.
– Io dovrei serbarti rancore –
Pericle disse, poco dopo, e Ermanno, salutandolo. – Tu, senza
volerlo, scompagini tutta la mia vita. Ma non ne hai colpa.
Ermanno lo guardò meravigliato.
– E chi ti prega di capire?
Capisco io e mi basta.
– Che discorsi mi fai? Spiegati
– e voleva trattenerlo; ma Pericle Ardenzi, avendo fretta, gli
stese la mano e se ne andò.
Ermanno conosceva l'amico per un
famoso originale e non dette gran peso alle parole di lui; ma ci
ripensò, ci riflettè più tardi, mentre i cavalli
della carrozza trottavano per la via maestra, e Vanna, adagiata al
suo fianco; gli teneva una mano sopra il ginocchio, e la campagna
esalava un odore succoso di spighe recise e di pesche mature.
– Come mai, mi ha detto così?
In che modo posso avergli scompaginata tutta la vita? – Ermanno
si domandava, cedendo alla sua abitudine di tornare sopra le idee per
iscrutarle fra sè.
Non ebbe agio di rispondersi,
distratto dal suono di un voce di donna che stornellava di amore,
camminando scalza pei solchi e portandosi una falce in ispalla.
Brillava la falce agli ultimi raggi del giorno e formava ampia
aureola intorno alla chioma biondissima della stornellatrice.
Spera di sole,
tramonta il sole nell'acqua del mare;
le stelle in cielo parlano d'amore.
– È la vedova dei campi –
disse Palmina, seduta in serpa, e volgendosi con sorriso di beffa
verso l'interno della carrozza.
– Già, è la vedova
dei campi – Vanna disse e la bocca le si contrasse in una
ripiegatura lieve di nausea.
– Chi è la vedova dei
campi? – Ermanno chiese.
Palmina rise, il cocchiere anche rise;
Vanna tacque.
La voce piana, distesa in larghe onde
sonore, si diffondeva sempre più libera per la campagna
fragrante:
Spera di sole,
tramonta il sole nell'acqua del mare.
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