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Ermanno passava di meraviglia in
meraviglia. Fin dalla sera avanti le stanze della villa, ove egli da
anni non era più stato, perchè il seminario possiede
una villeggiatura sua propria a Settecamini, gli si erano mostrate
ospitali, amabilmente, e il chiosco di verzura, il melo dell'orto, la
secchia gocciolante del pozzo avevano assunto per lui atteggiamenti
amichevoli e gli avevano narrato episodii gentili della sua infanzia,
trasfondendogli un senso di stupore e delizia. Quanti ricordi minuti
giacevano nel fondo della sua memoria, ch'egli aveva obliati e che si
riaffacciavano adesso uno alla volta, inducendolo al sorriso per la
loro schietta semplicità!
Il melo dell'orto gli rammentava un
giorno remoto, in cui suo padre stava in piedi sul tronco più
eccelso e sua madre, vestita di rosa, aveva tolta la scala a piuoli e
poi gridava dal basso, ridendo:
– Gentile, vieni; Gentile,
scendi – e suo padre, ridendo anche lui, faceva l'atto di
precipitarsi: allora la mamma spaventata gridava: – Non fare
pazzie, Gentile – e chiamava il contadino che l'aiutasse a
rialzare presso il tronco la scala. Egli e Serena guardavano i pomi
occhieggiar di tra il verde e piangevano per averli. Ermanno non
rammentava se questo era accaduto di mattina o di sera: ma rivedeva
con precisione l'abito rosa di sua madre e la comica smorfia, nel
pianto, del musetto di Serena.
La secchia del pozzo gli narrava di un
misero gattuccio da poco nato, ch'egli e Serena avevano immerso
nell'acqua per fargli prendere un bagno; il gattuccio era morto e
Serena lo aveva deposto dentro il suo cuffiotto; così,
processionalmente, essi lo avevano portato a Titta, il quale aveva
buttato via il piccolo mucchietto viscido e aveva appeso il cuffiotto
allo spino di una siepe.
Dovunque, sempre, quel cuffiotto
biancheggiava nel ricordo e, sotto le ali ampie, il viso mobile, la
personcina irrequieta di Serena.
Ermanno, guardando, pensando,
ritrovava sè stesso, e la giovinezza gli si riattaccava
all'infanzia con mille fili.
Un'altra sensazione, stranamente
gradevole, gli conferiva stupore e benessere; la sensazione di udire
voci femminili, di mirare gesti di mani femminili.
Durante gli anni del seminario, egli
non era stato davvero soggetto a clausura; aveva passeggiato
giornalmente per le vie di Orvieto, era stato di frequente a pranzo
in famiglia, chiacchierando con Serena e le amiche di sua madre,
vedendo in parlatorio, nelle ore di visita, cappellini, mantiglie,
abiti di ogni foggia e muliebri ornamenti di ogni stile; ma era
tutt'altra cosa.
Aveva incontrato moltissime donne in
istrada, in salotto, in parlatorio; non vedeva, da anni, la donna
poetizzata dal riflesso degli oggetti domestici, rivestita di grazia
nella blanda luce della casa, in comunione indistruttibile con i
velarii che, davanti alle finestre, si atteggiano docili a pieghe e
festoni sotto il giuoco lieve delle sue dita, con i fiori e le
frutta, che si ripiegano intorno agli orli delle coppe o si
dispongono dentro le conche delle fruttiere, per secondare le vezzose
bizzarrie dell'industria casalinga.
Come supporre che il fruscìo
delle vesti materne, udito attraverso il battente di una porta
socchiusa, valesse a sedargli il tumulto dei pensieri, largendogli
pace?
Come supporre che il gesto grave della
contadina, togliente il pane odoroso da una canestra, potesse
conferire lustro di religiosità famigliare al candido latte,
al cremoso burro, pronti per il pasto del mattino?
Palmina stessa, entrando nella stanza
per deporre sopra una seggiola gli abiti spazzolati, si moveva, si
piegava, girava una vigile occhiata intorno ed usciva, senza che
della sua rapida apparizione egli risentisse fastidio.
Il cuore gli si agghiacciava,
rivedendo, con la immaginazione, i muri delle camerate bianchi di
calce, le tavole strette e lunghe del refettorio, i corridoi deserti,
il cortile affollato, i servi con grosse mani e ruvidi gesti.
– Ancora due anni – egli
si disse ad alta voce, come per consolarsi; ma subito pensò
che la sua impazienza di abbandonare il seminario era colposa, era
sterile, perocchè l'intiera sua vita doveva trascorrere in
solitaria astinenza.
Vanna entrò, aprì le
cortine e si mise a ridere.
– Perchè ridi così?
– egli le disse, mirando con gioia il colore azzurrino delle
pareti, la cornice a intagli dello specchio.
– Perchè sei tu a farmi
ridere. Oh! lo sciocchino! Guardati la cravatta – e lo condusse
davanti allo specchio, ov'egli si vide con la cravatta annodata di
traverso.
– Capisco bene che bisogna
aiutarti, come quando eri piccino – e, aggiustatagli la
cravatta, lo prese sotto braccio per condurlo a colazione.
Il portico era ancora tutto immerso
nell'ombra, e intorno alle quattro colonne i rami del gelsomino
rampicante si attorcigliavano, mandando profumi; il chioschetto
verde, già nel sole, pareva uscito da un lavacro per l'umidore
della rugiada.
– Come si sta bene – disse
Ermanno, sorseggiando con lentezza il caffè e latte.
– Divinamente – Vanna
assentì, e nemmeno la sfiorò l'idea, pur così
ovvia, che quel benessere avrebbe potuto durare per lei fino all'ora
della morte e ch'ella avrebbe potuto circondarsi di gioia nuova,
rimirando le fattezze infantili del caro figliuolo nei cari figliuoli
di lui. Pensava a questo talvolta, durante le tristi serate
invernali, sola nella vastità muta della sua casa cittadina;
ma s'impauriva per tale pensiero, si chiamava spergiura, sacrilega,
rinnovava il voto di mai togliere a Dio quanto gli aveva liberamente
donato; il puro fiore della sua anima, il vivo frutto delle sue
viscere.
Ermanno uscì con un libro e si
perdette pei campi senza scopo nè itinerario. Egli ignorava
completamente l'ebbrezza sconfinata che può largire la
solitudine della campagna ad uno spirito alacre. Per anni egli non si
era appartato mai; nelle camerate, nelle classi, durante la
passeggiata e la ricreazione, per le funzioni religiose ed i pasti,
nelle ore di studio, perfino in sacrestia, era circondato dai
compagni, sorvegliato instancabilmente dal prefetto, i regolamenti
vietando con rigidità al chierico di restar solo. Perchè?
Perchè dall'isolamento pullulano le tentazioni ed i cattivi
pensieri, ammoniscono Sant'Alfonso e San Francesco di Sales, mentre
Ermanno, camminando quella mattina pei solchi e per viottoli in
libera solitudine, sentiva germogliarsi pensieri di bontà
solerte e riceveva da tutte le cose ammonimento di operosità.
Vide un contadino dentro un orto, che
sradicava un giovane albero grandicello e gli domandò.
– Perchè la sradichi
questa povera pianta?
– Perchè sta troppo
vicina a quest'altro albero che lei vede; le radici s'incontrano e le
due piante intristirebbero, non darebbero frutti.
Ermanno si allontanò,
scavalcando una siepe.
– Le due piante intristirebbero,
non darebbero frutti – egli si ripetè e si dette a
riflettere.
Così dell'uomo! Bisogna
possedere uno spazio a sè, e che le radici del proprio essere
non s'inceppino nelle radici degli altri esseri! Ebbe allora
improvvisa, imperiosa la rivelazione dell'io, non già meschino
ed angusto, ma libero, ampio, pronto a dar luce e riceverne in uno
scambio sempre rinnovato di feconda simpatia umana.
Il tempo gli volava: di buon mattino
si metteva in giro e, incontrando un ruscello, v'immergeva le mani;
imbattendosi in un vecchio albero che desse ombra, si distendeva
sull'erba e contemplava il viluppo delle fronde. Riedificò a
proprio modo l'edificio della propria coltura in quelle ore di
solitaria meditazione, e rimase attonito quando si accorse che molte
delle sue deduzioni somigliavano adesso alle deduzioni semplici di
Serena.
Non voleva convenirne, e si
arrabbiava, contraddicendola per progetto nei loro dialoghi, allo
scopo di contraddire se stesso.
Si vedevano ogni giorno nel
pomeriggio, poichè Serena aveva dovuto trasportare la zia in
campagna, durante i calori dell'agosto, tanto la povera Domirò
si finiva di struggere a guisa di cera, dentro le stanze afose della
casetta orvietana. Si nutriva appena di qualche pezzettino di
ghiaccio e qualche sorso di latte, non aveva più forza di
muoversi, e Serena sollevava di peso il diafano corpo per deporlo dal
letto alla poltrona. Una febbre lentissima le succhiava il sangue, le
spolpava le ossa, ed ella gioiva, esaltando il Signore che le
permetteva di vivere per patire e che, misericordioso, le faceva
assaporare la morte, largendole tormenti con paterna, amorosa
prodigalità. Sentirsi ardere, poi gelare; tossire
affannosamente e rimanere poi senza respiro, con la persona affranta
cosparsa di sudore, le procacciava delizia, ed innalzava coll'anima
inni di grazia a Gesù dolce, Gesù amore, che la rendeva
degna di gustare nelle sue carni misere una porzione dello strazio da
lui sofferto nelle carni divine.
– Oh! Gesù – ella
diceva di notte, mentre Serena dormiva il buon sonno della giovinezza
in una stanza attigua e mentre il raggio lunare batteva in pieno sui
vetri della finestra – Oh! buon Gesù, concedi che io
patisca ancora in memoria delle tue sante piaghe! – E quando
Serena, scalza, entrava nella stanza per offrirle da bere, ella, pure
ardendo di sete, fingeva di dormire, perchè Serena non la
obbligasse ad accostar le labbra al bicchiere.
Serena la contemplava per qualche
istante al chiarore lunare e si accorgeva ch'ella era desta; ma
preferiva lasciarla tranquilla e non tediarla con le proprie
insistenze, a cui d'altronde la morente opponeva una ostinazione
implacabile di mutismo e sorrisi.
Di ciò s'intratteneva con
Ermanno, allorché di sera egli accompagnava la madre a
visitare l'inferma. Di solito, Bindo Ranieri e Villa si trovavano con
Serena, e avevano adagiata Domitilla Rosa in una poltrona a sdraio,
per tenerla sotto il portico a respirare la buon'aria colma di
ossigeno.
– Come va oggi? – Vanna
Monaldeschi le chiedeva dolcemente.
Domitilla Rosa alzava le braccia
scarne e mormorava:
– Il Signore è bontà.
Egli conosce la nostra debolezza e ci misura il patire.
Bindo Ranieri le offriva latte
ghiacciato dentro una tazza.
– Bevete, Domitilla Rosa! Il
medico vi ordina di bere molto latte – e Domitilla Rosa beveva
docilmente, se la nausea la stringeva alla gola; torceva il capo, se
le labbra aride invocavano il refrigerio della bevanda.
– L'ostinazione è prova
di santità e voi siete una santa – le diceva Bindo
Ranieri, deponendo la tazza, e Domitilla Rosa, inorridita nel
sentirsi chiamare santa, si faceva il segno della croce, accusandosi
d'innumerevoli peccati, profetizzandosi con parole d'orrore le pene
eterne, se Cristo Gesù non intercedesse per lei e non placasse
l'ira acerba del Padre.
– Ecco, vedi, si è
martirizzata tutta la vita per acquistarsi, il Paradiso, e adesso
muore con la paura dell'inferno – diceva Serena a Ermanno,
passeggiando sul prato davanti alla casa.
Ermanno taceva, interdetto, non
sapendo che risponderle.
– L'Inferno è assurdo –
ella insistè, chinandosi a ogni passo per cogliere erbe
aromatiche.
– Non vorresti tu che ci fosse
un luogo di punizione pei tristi? – le domandò egli,
nella speranza d'imbarazzarla e attendendo che la risposta di lei gli
desse agio di orizzontarsi fra il viluppo de' suoi dubbi.
– Prima di tutto l'Inferno ce lo
siamo inventato noi a somiglianza delle nostre paure. Fuoco, fiamme,
pece bollente, corna di diavoli, code di mostri; tutto questo non è
originale.
– Anche gli antichi pagani
ammettevano luoghi di punizione – ed Ermanno si pentì di
tali parole, che potevano servire di appiglio a Serena per
fortificarsi nelle sue eresie. Ma Serena invece disse:
– E poi perchè il Signore
punisce i tristi? Se, come giura zia Domitilla Rosa, tutto nel mondo
accade per predisposizione divina, i tristi ubbidiscono alla sua
volontà, ed è ingiustizia punirli.
Ermanno allora, per convincerla, si
dette ad esporle con metodo la teoria del libero arbitrio.
Le stelle, a miriadi, brillavano in
cielo, la via lattea distendeva sull'azzurro una zona di velati
bagliori; le rane gracidavano pei fossi in lontananza e un grillo
zirliva invisibile fra l'erba, mentre le siepi si punteggiavano di
gaie fiammelle mobili e il figlio del villano cantava una strana
canzone, discesa chissà da quale zampillo di poetica vena
popolare:
Lucciola, lucciola, calla, calla,
Metti il piè sulla cavalla
La cavalla del figlio del re,
Lucciola, lucciola, vieni da me.
Ed Ermanno, fra tutta quella pace,
prendeva dalla memoria le argomentazioni della scolastica per
allinearle davanti ai begli occhi di Serena, e provava sgomento
nell'accorgersi che quelle argomentazioni gli apparivano puerili e
che il suo lucido pensiero le debellava a una a una nel punto stesso
in cui egli le difendeva con tenacia accanita.
Serena trovava le parole di Ermanno
terribilmente difficili a comprendersi e, per aiutare la propria
intelligenza, insinuò cauta una mano sotto il braccio di lui.
– Capisci? – egli le
spiegava, appoggiandosela meglio al braccio, perchè meglio
ella si inoltrasse negli oscuri meandri del suo discorso. –
Capisci? Il Signore ci ha fatti schiavi della sua volontà, ma
nello stesso tempo noi abbiamo facoltà di scernere il bene dal
male. Se la nostra scelta è errata, noi siamo colpevoli.
Serena fissava una stella
piccolissima, di cui ogni palpito le si ripercuoteva nel cuore. Si
mise a ridere senza ragione.
– Tu ridi? – Ermanno le
disse, fermandosi per mirarle in viso l'origine della sua allegria;
ma il viso, ch'ella teneva chino, rimaneva nell'ombra dei folti
riccioli scapigliati.
– Non andare in collera,
Ermanno! Io non rido per te; rido per queste cose.
– Quali cose?
– Le cose che tu mi dici.
Egli tentò d'indignarsi; ma fu
vinto da pietà per tanta ignoranza.
– Sciocca, non sono cose, ma
sono idee.
Essa buttò indietro il capo,
perchè l'aria della notte le sgomberasse dal cervello le
nebbiosità dell'errore, ed Ermanno sentì accarezzarsi
la gota da un soffio tepido.
– Le idee sono le cose –
ella affermò imperterrita, dopo averci riflettuto, ansiosa di
apprendere, ansiosa sopratutto di prolungare all'infinito la dolce
lezione di Ermanno.
– Tu sei molto sciocca –
egli le ripetè dolcemente, e le spiegò come, secondo il
sistema di Platone, le cose non sono che ombre pallide, immagini
sbiadite delle idee.
– Sei convinta? – le
domandò.
Ella accennò di sì
vivamente col capo e intrecciò l'altra mano alla mano che già
gli teneva infilata nel braccio.
Oh! certo, era convintissima, e la
filosofia di Platone doveva essere davvero santa, magnifica, se
riusciva così a farle apparire più numerose e fulgide
le stelle del cielo.
– Mi piacciono queste cose –
ella mormorò con lungo sospiro; ma si corresse e ripetè:
– Mi piacciono queste idee.
Ermanno si stupiva di averla convinta,
giacchè nel suo spirito invece tutto era tenebroso, ed egli
nutrì per un attimo il reo sospetto che la vita fosse bella e
nobile in sè, all'infuori dei fallaci sistemi che l'intelletto
umano si affatica a edificare gli uni sopra le rovine degli altri, ma
sempre col materiale stesso, dannati sempre alla medesima caducità.
– Ermanno – ella disse.
– Cosa vuoi, Serena?
– Niente – ed ella ebbe un
riso di bambina. – Ti chiamavo per sentirti rispondere.
Anch'egli avrebbe voluto fare
altrettanto; ma un uomo, un chierico di ventidue anni e qualche mese,
non può mostrarsi fanciullesco come una scherzosa ragazzina
diciottenne, ond'egli tacque, e la voce del villanello ricominciò
a cantarellare la strana canzone:
Lucciola, lucciola, calla, calla,
Metti il piè sulla cavalla
La cavalla del figlio del re,
Lucciola, lucciola, vieni da me.
– Cosa vorrà dire? –
Ermanno domandò.
Serena alla sua volta si mostrò
ornata di rara sapienza:
– Sai, in queste cose non
bisogna guardare il senso delle parole. È il suono che conta.
Chiudi gli occhi e ascolta il suono; allora vedrai tante lucciole,
tante lucciole e contadini in giro che battono le mani. Chiudi gli
occhi.
Ermanno ubbidì e una dolcezza
meravigliosa lo avvolse, trasportandolo con Serena fuori del tempo.
– Vedi? – ella mormorò.
– Sì, vedo.
– Che cosa vedi?
– Tante lucciole.
– Anch'io! Sono grandi come
stelle. Dio mio, com'è bello il mondo! È bello di
giorno, è bello di notte! Io amo la terra, il cielo, tutte,
tutte le cose! Ma non come zia Domirò! Io amo le cose per me,
per la felicità che mi dànno, e quando noi due non ci
fossimo più, non m'importerebbe che il mondo sparisse.
– Allora tu sei egoista –
Ermanno le disse e, strano fatto, l'egoismo di Serena non gli apparve
nè brutto nè biasimevole.
– Già, già, sono
egoista – ella affermò con orgoglio –quando le
cose non servono a te, non servono a me, io le trovo stupide e le
disprezzo.
– Non vi basta ancora di
chiacchierare, ragazzi? Vi guardavamo dal portico. Avrete fatto
almeno cento giri. La signora Vanna rideva – disse Bindo
Ranieri, guardandoli placido nella sua imperturbabile bonarietà,
mentre Vanna, vedendoli tornare, continuava a ridere soavemente nella
sua cecità incommensurabile.
Serena non era una donna; Serena era
Serena, «madamigella grano di pepe», la farfallina del
buon Dio; nè Ermanno era un uomo; era Ermanno, il suo
figliuolo, il chierico destinato alla vita austera del sacerdozio.
– Sarete stanchi? – Vanna
domandò, e i due giovani, di comune accordo, asserirono che
non erano stanchi e che di notte , al fresco si cammina assai bene.
Si cammina assai bene, ma non si
dorme, di notte al fresco; nè Ermanno dormì, rientrato
nella sua stanza. Si pose alla finestra, guardò la campagna e
ne ascoltò le voci misteriose. Una civetta singhiozzava, a
intervalli, con melanconia nè il singhiozzare della civetta
aveva per lui nulla di lugubre. Il brutto uccello notturno è
l'emblema della sapienza, ed Ermanno lo considerava a guisa di amico.
Non lo incitava forse a riflettere, a meditare intorno ai pericoli di
certi prolungati colloqui sull'erba del prato, sotto le stelle del
cielo?
Ermanno crollò il capo. Anche
per lui Serena era Serena. Ma frattanto il respiro gli pesava e una
irrequietezza gradevole gl'impediva di coricarsi e prender sonno.
A ventidue anni, il chierico era di
una castità assoluta, conservata intatta grazie al suo
carattere altero, al rigore della disciplina ch'egli medesimo si era
imposta, alla mancanza d'occasioni propizie, alla operosità
assidua dell'intelletto, alla illibatezza dei costumi, alla
parsimonia del cibo. Era casto, ma non più ingenuo, perché
lo studio delle sacre carte lo aveva edotto circa le origini e
l'essenza del peccato che gli si era affacciato sempre alla
immaginazione come un castigo turpe inflitto dal Signore alla miseria
della nostra carne. La donna poi era l'essere di nequizia e
d'impurità, alleata di Satana, brutta di astuzie, talmente
sgradevole al cospetto del Signore che, volendosi servire di lei pel
riscatto del mondo, egli aveva dovuto rigenerarla e renderla madre
conservandola vergine.
Ma Serena era un'altra cosa. Forse
perchè l'aveva conosciuta tanto piccola o perchè
rideva, mostrando il candore immacolato dei minuti dentini, o perchè
camminava senza quasi toccare il suolo? Per queste e per altre valide
ragioni, Serena era un'altra cosa ed egli ci pensava senza alcun
ribrezzo, e vedeva con piacere il suo fantasma biancheggiare tra gli
alberi, il suo profilo disegnarsi incerto fra i velati bagliori della
via lattea.
Non si coricò affatto, e
all'alba uscì per vagabondare nella campagna.
Vanna sorbiva dunque sola il caffè
e latte, in piedi fra le quattro colonne del portico, allorquando una
voce sonora, dall'accento esotico, gridò gioiosamente di
dietro la siepe:
– Monna Vanna, monna Vanna –
e, schiantando rami, sfidando pruni, Fritz Langen si precipitò
verso di lei, superò di un sol passo i cinque gradini e le fu
dinanzi a capo scoperto.
Vanna, come paralizzata, lo fissava,
supponendo di sognare, e tenendo sospesa in mano la tazza del caffè
e latte.
– Prego! Prego! Non si muova,
monna Vanna. Lei così mi pare Ebe, dea dell'eterna giovinezza.
– Il signor professore Fritz
Langen? – ella interrogò smarrita, entrando in fretta
nel salotto per deporre la tazza e trovare il tempo di ricomporsi.
Egli le tenne dietro, buttò il
cappello sopra una seggiola e si asciugò la fronte.
– Come? Lei mi chiede le mie
generalità? Ah! monna Vanna, lei avrebbe dato per caso, un
tuffo nel fiume Lete?
Vanna lo invitò a sedere, gli
sedette al fianco e lasciò cadersi scoraggita le mani in
grembo. Cosa dirgli, Dio mio, cosa dirgli? Non trovava il coraggio di
parlare, nè di guardarlo in viso, mentre egli invece parlava
abbondantemente, e l'ammirava con soddisfazione.
– Prego! Prego! Le figure
dipinte sopra la facciata del Duomo mi sembrano più
invecchiate di lei. Dodici anni; si ricorda? Sono dodici anni!
– Già, dodici anni e
quasi un mese – ella disse, macchinalmente, rivedendosi in
visione fugace sulla piazza del Duomo quando Bindo Ranieri le aveva
annunziato la partenza del professore. Dio mio! Dio mio! E adesso
tornava! I morti tornano dunque?
Ma Fritz Langen non era morto, nè
vagheggiava di morire. Svelto, a quarant'anni, per l'esercizio
razionale della bicicletta, vestito di tela bianca, allegro,
disinvolto, contentissimo di sè e della vita, egli rideva di
gioia, fissando Vanna, e tirava su il respiro lungamente come persona
che abbia percorso un faticoso tragitto e sia lieta di toccare la
mèta.
– Quando è arrivato? –
gli chiese Vanna, togliendosi dal dito e rinfilandosi un anello di
perle e rubini.
– Ah! monna Vanna, monna Vanna –
egli esclamò – vaso d'ingratitudine. Desidera lei sapere
cosa ho fatto in queste due ore? Ho bussato al portone di piazza
Gualterio, scongiurando inutilmente l'ombra del buon vecchio Titta;
poi ho invocato schiarimenti da Bindo Ranieri, che tornava allora
dalla campagna e mi segue; poi ho requisito tre animali, due cavalli
e un cocchiere, poi ho adoperato la frusta io medesimo, perchè
la carrozza volasse; ma la carrozza non volava; quella vecchia
carcassa non divideva la mia impazienza, e allora io ho riconosciuto
le quattro colonne della sua villa e sono corso a piedi. I cavalli
arriveranno, forse, tra un'ora, io eccomi qui per deporre tra le sue
candide manine il mio cuore fedele.
Vanna si mise a ridere.
– Lei non è affatto
cambiato, signor professore.
– Sì, al mio paese sono
moltissimo cambiato. Al mio paese sono professore, ho moglie e
quattro figli.
Vanna chinò il capo di nuovo e
sospirò:
– Quattro figli?
– Sicuramente, e senza
pregiudizio per l'avvenire. Sà, in Germania si pensa alla
grandezza della patria! ci vogliono uomini; ma io, sventuratamente,
ho quattro donne. Bellissime del resto. La seconda, la mia
prediletta, somiglia a lei, e si chiama anche Vanna.
Essa lo guardò stupita.
– Sicuramente, si chiama Vanna;
anzi io la chiamo monna Vanna. Ho raccontato tutto a mia moglie, ed è
contenta. Una brava donna superiore mia moglie. Tutte in Germania
sono brave donne superiori! Ma parli di lei e mi offra la sua manina.
Non ci siamo ancora stretta la mano. – e poichè Vanna
non si moveva, egli le prese la sinistra, la baciò, se la
portò sopra un ginocchio e se la tenne ferma.
– Mi dica di lei!
– Io? Niente – Vanna
rispose, ed un rimpianto accasciato le tremò nella voce.
– Non si è innamorata mai
più?
Vanna fece atto di ritrarre la mano,
ond'egli la baciò di nuovo e la tenne più stretta.
– No, no, mi dica, dolce monna
Vanna. Di chi si è innamorata dopo di me?
– Perchè vuole
mortificarmi? – ella chiese. – Perchè mi tiene di
questi discorsi?
– Prego! Prego! – Fritz
Langen le disse umilmente. – Non ho intenzione di offenderla.
Ho sempre pensato a lei; non l'ho dimenticata mai; bellissima nel mio
pensiero. Dolce sciocchina! Ricorda? – e le baciò con
delicatezza l'unghia del dito mignolo.
– Sì, ricordo; sì
ricordo; mi lasci.
– Bella Italia! – Fritz
Langen mormorò commosso profondamente, com'egli si commoveva;
ossia ridendo in atto di schernirsi.
– Ricorda la gita etrusca di
Settecamini? Ho viaggiato molto, ho visto i panorami più
grandiosi; ma quella spianata in primavera, col Duomo rosso lontano e
lei accanto, vestita di viola, mai niente di simile ho potuto
rivedere. Quando ci pensavo mi faceva male.
– Tutto ricorda lei –
Vanna disse con riconoscenza.
– Prego! Prego! Tutto ho scritto
in italiano sopra un mio libro. E ogni tanto rileggo. So a memoria
queste cose.
– Dio mio, dodici anni! –
ella ripetè crollando il capo.
– No, no, ieri; è stato
ieri – disse Fritz Langen con foga. – Dove sono i dodici
anni? Sopra di me? Non li sento. Sopra di lei? Non li vedo. Lei è
sempre l'uguale monna Vanna; la mia dolce sciocchina. Mi dia un bacio
– Vanna si alzò di scatto per allontanarsi, ma Fritz
Langen, che la teneva per mano, l'obbligò a risedersi.
– Dove fugge? Non abbia paura.
– Mi lasci – ella supplicò
con voce soffocata, perchè la memoria dei sensi, pronta e
vigile, si ridestava terribile in lei.
– Stia qui; mi ascolti. Oh! lei
trema, dolcezza. Non tremi così – e le cinse col braccio
la vita.
Ella si divincolò
disperatamente, balzò in piedi e corse a rifugiarsi nel vano
di una finestra.
Fritz Langen si passò le dita
fra i capelli, si arricciò i baffi e, più calmo, le si
avvicinò.
– Sta bene, sta bene; come lei
vuole, monna Vanna. Riparto fra poco. Vengo da Firenze e vado a Roma,
fra una settimana debbo trovarmi a Lucerna, dove passerò il
resto delle vacanze con la famiglia. Non mi tenga il broncio, monna
Vanna. Lei è regina nel mio ricordo. Lei è il simbolo
della mia giovinezza.
Vanna, piangendo, si nascose il volto
fra le mani. Dio mio, Dio mio! quando avrebbe ella trovato pace?
Perchè la tentazione era sempre più forte della
volontà? Se Fritz Langen avesse voluto, ella sapeva che, a
malgrado di pudori e terrori, gli si sarebbe abbandonata esultante
nelle braccia. Dio mio! Dio mio! Che cosa triste! Fritz Langen le
prese con tenerezza il bianco viso nelle palme e, dopo avere scrutato
coll'occhio all'intorno, la baciò sulle palpebre adagio
adagio.
Vanna, affannosa, gli offerse le
labbra, e stavano per baciarsi forsennatamente, quand'essa lo
respinse con folle impeto, rientrò nella stanza, si lasciò
cader seduta sopra il divano e gli disse in preda all'orgasmo:
– Ermanno, viene Ermanno! Per
carità gli vada incontro.
Fritz Langen, sconvolto anche lui,
guardò verso l'ingresso, ma fu rapidissimo a ricomporsi ed
accolse l'apparizione di Ermanno con gioviale disinvoltura.
– Salute, o Ermanno Monaldeschi,
magnifico signore di Orvieto! È lecito di farle riverenza?
Il magnifico signore non parve
disposto a largire onori eccessivi all'ospite straniero.
– Il professore Fritz Langen, se
non isbaglio?
– No, vossignoria non può
mai sbagliare e io sono il professore Fritz Langen, domiciliato a
Colonia, in viaggio con biglietto circolare nella patria di Dante.
– Si accomodi – ed anche
Ermanno prese posto, dopo avere gettato alla madre una involontaria
occhiata scrutatrice.
La prima interrogazione di Ermanno fu
poco gentile, e mostrò limpidamente in quale stato di animo il
giovane si trovasse.
– Riparte oggi stesso lei,
signor professore?
– Prego! Prego! Ripartirò
subito. Ho compreso Orvieto fra le mie tappe per rivedere lei, la sua
mamma, la facciata del Duomo e l'illustrissimo Bindo Ranieri. Avrei
desiderato salutare anche il vecchio Titta; ma egli ha voluto morire
e io non ho il tempo di andare a piangere sulla sua tomba.
M'incontrerò con lui nella valle di Giosafatte e lo
riconoscerò dal suo cappello.
Ermanno diventò più
incoraggiante e si stabilì una conversazione generica, di cui
Fritz Langen faceva quasi per intiero le spese, giacchè
Ermanno parlava poco e monna Vanna non parlava affatto, immobile nel
mezzo del divano, bianca più della sua veste candida,
atterrita in viso, pure sforzandosi di apparire sorridente, fissando
ostinata il grosso rubino del suo anello, che mandava piccoli
bagliori sanguigni. Ambascia e vergogna la divoravano e, chinando il
capo, avrebbe voluto annichilirsi per la presenza del figliuolo. Che
supplizio! Oh! potersi alzare, e chiamare Palmina per darle un
ordine; potersi avvicinare alla finestra e fingere di guardare la
campagna! Forse Ermanno allora avrebbe smesso di gettarle, a quando a
quando, rapidissime occhiate involontarie, ch'ella non vedeva, ma di
cui sentiva il bruciore sulla fronte e sopra le mani. Invece no, ella
non osava muoversi, perchè ogni più lieve gesto poteva
diventare formidabile come una rivelazione, e perchè le pareva
che la immobilità sola valesse a rendere impenetrabile il
tumulto de' suoi pensieri. Soffriva tanto che per un attimo smarrì
la coscienza di sè e fu sul punto di svenire, ma la voce di
Ermanno la rinvigorì, producendole l'effetto di una sferzata.
– Mamma, il professore ti chiede
perchè non fai qualche viaggio.
Ella rise, e con voce stranissima
disse:
– Già, figliuolo, avevo
capito. No, non voglio viaggiare: la campagna è assai più
bella – poi tacque improvvisamente, nella certezza spaventevole
che Ermanno le scrutava in cuore pel tramite della sua strana voce.
Bindo Ranieri entrò,
soffiandosi il naso, ed ella trovò finalmente la forza di
muoversi e si avviò per uscire.
– Non fugga, monna Vanna –
Fritz Langen le disse, volgendosi – non fugga e si rimetta a
sedere – e la povera monna Vanna non fuggì, tornò
anzi a sedersi docilmente.
Bindo Ranieri asseriva di non trovare
parole per felicitarsi della superba improvvisata fatta agli amici
dal signor professore, e di parole invece ne trovava tante che Vanna
lo contemplava in una vera estasi di riconoscenza.
Oh! il bravo e caro uomo! Come sapeva
bene parlare, dicendo cose inutili, e come nella sua ingenua
bonarietà riusciva a trasfonderle pace con la placida
espressione del volto, la placante schiettezza della sua gioia
comunicativa.
Il signor professore interrogava;
Bindo Ranieri prolissamente rispondeva.
– Zia Domitilla Rosa? Andava
agonizzando un pochino a ogni ora e sarebbe dileguata uno di quei
giorni come la eco di un suono. Madamigella Pfefferkorn? Una
perla, una vera donnettina. Si credeva che nel cervello avesse aria,
mentre le idee, poche o molte, vi stavano allineate in bell'ordine e
nessuno al mondo sarebbe capace di rimuoverle. Don Vitale? Era meglio
non parlarne troppo. Sacerdote esemplarissimo; ma di uno zelo cieco,
rabbioso. Monsignore? Il ragguardevole personaggio era decoro del
venerabile seminario orvietano, era lustro del clero cittadino. Forse
alla sede vescovile si pensava di lui che... Ma qui Bindo Ranieri
cambiò rotta con disinvolta rapidità. La sede vescovile
era uno scoglio e gli scogli sono sempre irti di pericoli. Il
Paterino? Diventava ben pensante in odio al sindacalismo, invenzione
sociale inaccessibile alle sue facoltà mentali.
Fritz Langen, ascoltandolo con vivo
piacere, a ogni poco ripeteva:
– Sehr gut –
poscia, tormentato da un dubbio atroce, domandò
inaspettatamente a Bindo Ranieri:
– Prego! Sono io diventato un
filisteo?
Bindo Ranieri, il quale non aveva idee
precise intorno al filisteismo, vilipeso da Heine, temuto da Fritz
Langen, capì, dall'accento del professore, che certo si
trattava di taccia ignominiosa, onde esclamò con indignata
convinzione:
– Lei? Ma cosa dice mai, signor
professore? Lei? Una così dotta persona? Non ci pensi, per
carità; si fa torto.
Fritz Langen rinnovò la
domanda, indirizzandosi a Vanna:
– Prego! Sono io diventato un
filisteo?
Vanna ricordò, in confuso, che
ai tempi delle loro dolcezze, Fritz Langen diceva filisteo per
indicare le persone stupide e prive di audacia; ond'ella rispose con
sorriso forzato:
– No, davvero; lei non è
filisteo.
Fritz Langen, soddisfatto, prese
congedo, abbreviando la visita. Da uomo superiore, aveva compreso
immediatamente che Ermanno, ricordando, gli serbava ira; nè
ciò gli spiacque, giudicando anzi logico e rispettabile il
sentimento del serio giovane. Restare a colazione? Mille, grazie no.
Voleva rivedere il Duomo e i canarini della sua padrona. Bere qualche
cosa? Grazie, no. Di mattina non aveva sete. Si licenziò
dunque con molte belle espressioni e, nella sua impulsiva spavalderia
di moschettiere disse rapidamente a Vanna, in tedesco, stringendole
con forza la mano:
– Auf
vieder sehen, süsses Dummerchen. A
ben rivederla, dolce sciocchina.
Ella, ghiaccia per terrore, inchinò
il capo senza parole.
Risalito nella carrozza, in compagnia
di Bindo Ranieri, il signor professore scrisse a matita sopra un
libriccino:
– Bella Italia. Orvieto. Dieci
ore di fermata. Ottimo tempo. Minuti divini. Incantevole monna Vanna.
Accoglienza ostile del figlio. Questo mi piace. Degno epilogo del
poema. Mai più tornare. Sehr gut – e, aperto
l'ombrellino da sole, cominciò a dir celie in dialetto
orvietano con Bindo Ranieri.
– A che ora desideri il pranzo?
– Vanna disse al figliuolo, appena furono soli, senza trovare
il coraggio di avvicinarglisi.
– Quando tu vuoi – Ermanno
rispose, ed evitò di guardarla.
Rimasero così in piedi, l'uno
di fronte all'altra e separati dal tavolo. Il silenzio greve assunse,
a poco a poco, vaste proporzioni di tragicità.
Durante l'intiera mattina, Ermanno non
uscì. Di che cosa temeva? Evitò di scrutarsi a tale
proposito ma, per la prima volta, riconobbe la responsabilità
che il nome impone e sentì con orgoglio di riallacciarsi per
esso ai fastigi degli avi. Quanti valorosi condottieri nella sua
casata, quanti podestà seduti a consiglio nel palazzo del
popolo, quanti fra i documenti adunati negli archivi portavano in
rotonde lettere il nome dei Monaldeschi. E quante altere donne nella
sua prosapia, per la integrità del cui onore fiumi di sangue
erano corsi, rovine ed incendi avevano devastato le contrade!
Un sentimento misto di orgoglio e
collera lo sollevava a simili memorie: di orgoglio per l'antichità
storica del suo nome, di collera al pensiero cocente che altri avesse
osato di macchiarlo. Oh! se allora egli fosse stato quello di oggi,
con quale impeto si sarebbe frapposto tra la debole creatura a lui
diletta, legata a lui col più sacro dei vincoli e lo straniero
rapace, venuto di lontano a gettare fuliggine sopra il suo nobile
casato!
Ermanno camminava a gran passi
attraverso la campagna, e un furore lo sospingeva; un furore di
misurarsi, di cimentarsi, di assicurarsi che il sangue in lui non era
degenere, ch'egli era coraggioso e fiero, pronto ad uccidere e
lasciarsi uccidere, se taluno lo insultasse o tentasse menomare la
compattezza dei suoi diritti. Dov'era la rassegnazione cristiana che
predica il perdono dell'offesa e la dolcezza verso i nemici? No,
Ermanno non perdonava a Fritz Langen, e lo avrebbe schiaffeggiato
poc'anzi, se pietà di sua madre non lo avesse vinto! Povera
madre, così buona, così amabile e mite! Ella era la
piuma che vola ad ogni vento e il figliuolo si struggeva per lei di
tenerezza accorata, resa pungente da uno sprezzo inconsapevole.
Accadeva in lui una rivoluzione impreveduta, che lo disperava e gli
dava gioia. Era come se gli avi lo incalzassero ed egli fuggisse per
sottrarsi alla furia loro e, nel calore del moto accelerato, il
lievito di mille istinti gli fermentasse: istinto di vivere, istinto
di dominare, istinto di rintuzzare violenti, istinto di soffrire e
godere per qualche cosa che non fosse la nebbiosità delle sue
teorie, la pesantezza vacua delle disquisizioni scolastiche. Credeva
fuggire dagli avi incalzanti e fuggiva invece dal suo proprio
fantasma, inseguendo la propria coscienza. A un certo punto ebbe
paura e si arrestò. Non lo chiamava qualcuno? Era la voce
della sua infanzia candida ovvero la voce della sua adolescenza
torbida? O non era forse la madre che, scorgendolo a una distanza per
lei non superabile, invocava ch'egli le ritornasse? Ermanno percosse
col bastone il tronco di un arboscello; i rami oscillarono; le cicale
interruppero il loro alto schiamazzo. L'ubbriacatura dell'ira cedeva;
ma il tumulto del sangue non voleva sedarsi. Sulla campagna le ore
torride imperavano schiaccianti e il giovane ardeva. Si ricordò
che a poca distanza doveva esserci un fosso profondo, scavato a
pendio, dove l'acqua, balzante da una rupe, correva limpidissima
sopra un letto sassoso. Volle trovare l'acqua e si smarrì,
sbucò da una siepe, forandosi alle mani, tagliò la
strada maestra, si perdè nella silenziosità dei campi
bruciati, passò davanti a un casolare deserto, inseguito da un
cane che abbaiava furente, si lasciò rotolare da un greppo,
che poi risalì, e più camminava inutilmente più
si accendeva nella rabbia. Gli pulsavano le tempie, il cuore lo
urtava in petto a colpi ineguali. Avrebbe bramito come il cervo
anelante d'amore nelle foreste e si ostinò, sotto la canicola,
alla ricerca dell'acqua.
Una quercia isolata, forse millenaria,
lo aiutò finalmente a orizzontarsi, e in pochi salti fu
sull'orlo del fosso che, ombreggiato di rami, tracciava un solco
verde e fresco in mezzo alla desolazione della campagna riarsa.
Ermanno, avido, sì gettò
bocconi per immergere nell'onda la faccia, e restò immobile,
col petto alzato e ansimante, gli occhi sbarrati, a mirare un corpo
di donna, diritta nel mezzo del fosso, immersa nell'acqua fino alle
anche, emergente nudo il bel torso giovanile, simile al torso di una
dea fusa nel bronzo. La donna alzava le braccia con gesto lento, poi
le rilasciava cadere a piombo, e le mani, cadendo impetuose
nell'acqua, sollevavano spruzzi; la donna rideva, squassando la
chioma di una biondezza chiara di canapa in fiezze.
Gli occhi di Ermanno erano carboni
ardenti; il respiro aveva sibili di saetta che fugga; la bestia in
lui stava per irrompere, e l'uomo gemeva invano, tentando sottrarsi
al dominio dell'istinto.
Il giovane chiuse gli occhi e, tornato
bambino, tornato chierico, implorò grazia dal Signore.
– Gesù, Gesù!
Indietro, Satana, indietro! – riguardò spaurito, nel
terrore, nella speranza che l'immagine lasciva fosse scomparsa, e
riconobbe la vedova dei campi, la quale si era voltata dalla sua
parte e lo fissava impudica, con le pupille socchiuse, mostrando nel
riso la porpora viva delle gengive. Ermanno balzò in piedi,
poi raccoltosi tutto sui garretti, si lanciò sulla preda, la
ghermì pei capelli, traendosela dietro sull'erba, dove
l'abbattè, stringendola alla gola, folle della feroce lussuria
dei padri antichi, quando nelle selve i gridi trionfanti del maschio
si mescevano ai gridi spaventosi della femmina agonizzante.
La vedova dei campi, ridendo sempre,
s'immerse di nuovo dentro l'acqua e si allontanò, secondando
il pendìo della corrente; Ermanno, in ginocchio, guardava il
cielo, attonito di non essere incenerito ancora. Aveva violato il suo
vôto di castità, il più santo fra i vôti,
era un chierico fedifrago, un essere spregevole dinanzi all'occhio
irato del Padre. Ma il sangue fervido gli esultava intorno al cuore e
tutte le cose gli gridavano, turbinando con gioioso fragore: tu,
uomo, hai ubbidito alla legge per cui l'uomo s'integra e si
moltiplica.
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