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Palmina diceva, servendo a tavola, che
presto qualcuno sarebbe morto nei dintorni; perchè la civetta
da più notti sentiva odore di carne morente e lo annunziava
nel suo brutto linguaggio. Infatti Domitilla Rosa profetizzava di sè
nelle divagazioni del suo delirio, che in breve il Divino Sposo
l'avrebbe chiamata alla gioia de' suoi dolcissimi amplessi. L'amore
di Gesù le dava sussulti e spasimi, ed essa trovava nel
delirio frasi di passione quasi peccaminosa per esprimere l'ardore
della sua sete spirituale. Si chiamava l'innamorata del dolore,
invocava per le sue carni le pene del crocifisso, protendeva le mani
aperte, attendendo con sorrisi di estasi che Gesù la onorasse
nelle palme del sacrosanto segno delle sue stimate, e, qualunque cosa
le offrissero a lenimento de' suoi mali, torceva il capo e mormorava:
– Levate, levate....
Ai primi di settembre, nel cuore della
notte, essa, che di solito rimaneva quieta per non disperdere nulla
del suo patire, cominciò a dare in forti smanie, implorando
con voce di pianto di venir coricata sulla nuda terra e di avere
intorno alla fronte una corona di spine. Il dolce sposo, fasciato di
gloria, stava per arrivare dal cielo e Domitilla Rosa voleva
accoglierlo con le membra adorne di abiezione, acciocchè egli
l'esaltasse, trasformando il duro suolo in tappeti molli di porpora e
la corona di spine in serti aulenti di rose gemmate.
Serena, per placarla, le cinse il capo
con una benda e le disse:
– Ecco, povera zia Domirò,
eccoti la corona di spine. Domitilla Rosa, beata, si strinse con le
mani la benda e mormorò:
– Oh! come punge! Oh! Gesù
dolce quali trafitture! Fammi soffrire ancora, Gesù, inebriami
delle tue pene! Io sono l'innamorata del dolore; ma il dolore che mi
concedi è poco! Ti mostri avaro. sposo dolce, nel farmi
gustare gli strazi del tuo martirio!
Serena, porgendole una tazza di latte,
la secondò nell'amorosa follìa:
– Ecco, zia Domitilla, questo è
fiele. Bevilo in memoria del fiele bevuto da Gesù.
La morente votò la tazza con
labbra avide.
– Quanto, quanto è amaro!
Di questo ti abbeveravi sulla tua croce, o Gesù amante. È
fiele, è fuoco, le viscere mi si torcono. Oh! Gesù
buono, tu mi ami, se mi dai strazio!
Il mattino del venerdì, giorno
consacrato alla passione del Redentore, Domitilla Rosa, trasfigurata,
chiamò Serena e le disse:
– Figliuola, mai più
provai consolazione uguale dentro all'anima mia! Di tutto ringrazio
il caro Gesù! – e le narrò che, all'approssimarsi
dell'alba, Gesù era entrato sotto spoglie umili di pellegrino
per l'uscio chiuso, annunziandole che ella sarebbe stata finalmente
libera del suo mortale involucro e Gesù avrebbe con lei
celebrato nozze fra i cori angelici del Paradiso.
Serena, accarezzandole il viso, le
domandò:
– Allora, zia Domitilla Rosa,
non vorresti nutrirti un poco per apparire più florida agli
occhi del tuo Gesù? – e le porse latte, che la morente
bevve con sorriso ignaro.
– Non hai niente da dirmi prima
di volare in cielo, zia Domitilla Rosa? Non hai parole da lasciarmi
in memoria? – Serena le chiese, prendendole con tenerezza una
mano. Domitilla Rosa, che seguiva le sue visioni con l'anima vagante,
crollò sui guanciali il capo lievemente.
L'orfana, arrivata un giorno dalle
Americhe lontane, e che ella aveva accolta con pietà passiva,
come una gabbia aperta accoglie l'uccellino sospinto dal freddo e
dalla fame, non la interessava, non la riguardava. Era ombra, era
vapore di fango terreno, e zia Domitilla Rosa, involandosi verso i
celesti fulgori, non lasciava in dono all'abbandonata giovinetta
nemmeno una lacrima di rimpianto.
La domenica, festa della Natività
di Maria Vergine, Domitilla Rosa spirò di buon mattino, mentre
sulle cime degli alberi cadevano pulviscoli d'oro e la finestra
aperta a oriente brillava nella giocondità dei primi raggi.
Aveva vaneggiato l'intera notte, con
balbettìo infantile. Chiamava l'amato, invitandolo a sè
con detti misteriosi, e forse l'amato era apparso, col giungere del
mattino, e si era mostrato a lei dalla finestra, circonfuso di raggi,
simile in volto al sole nascente, che rideva all'estrema linea del
cielo. Forse ella aveva veduto, fra un corruschìo di aurate
frecce, balenar la gloria di Gesù dolce, Gesù amore,
perchè aveva fatto cenno di sollevare le palme e aveva
bisbigliato:
– Troppa luce! Quanta bellezza!
– e gli occhi aperti si erano fissati attoniti, senza più
sguardo, come resi vitrei per l'eccesso dei fulgori.
Serena, che le stava accanto,
tenendole una mano, sentì le dita diventare fredde, poi rigide
e si chinò a mirarla. Capì, ebbe una paura folle, e si
mise a correre, uscendo all'aperto con rauchi gridi.
Bindo Ranieri ed Ermanno passeggiavano
pel prato a passi lenti e si precipitarono verso di lei, che guardava
con orrore la campagna, spaventata nel vedere che non la foglia di un
albero aveva cessato di ondeggiare ai sospiri dell'aria. Aprì
la bocca per imprecare all'indifferenza delle cose, ma invece chiamò
a gran voce zia Domirò e cadde svenuta sull'erba.
La notte seguente, a mezzanotte, i
galli cantavano, rispondendosi dai casolari lontani, ed i loro
squilli si prolungavano, Chicchirichì! Il suono, simile a una
sonora stella filante che solcasse il silenzio, echeggiava
interminabilmente e poi languiva. C'era allora negli alberi come una
breve sospensione di attesa, finchè un altro chicchirichì
filava attraverso la campagna bianchissima nel chiarore lunare.
Dentro la stanza Domitilla Rosa
giaceva composta nel suo letto di morte, con le mani incrociate sul
petto e il crocifisso d'avorio in mezzo alle mani. I capelli
disciolti le ombreggiavano il viso e due ceri ardevano stanchi,
palpitanti appena con le fiammelle pallide, quando il soffio
notturno, entrato per la finestra, volava pigro cercando l'uscio.
Bindo Ranieri, disteso in una vecchia
poltrona, dormiva, russando, e un fazzoletto di tela gli copriva la
faccia per evitargli le punture delle zanzare; Villa, seduta al
capezzale della morta, recitava il rosario con bisbigliare sommesso e
ogni poco la corona le cadeva in grembo, la testa le si piegava. Essa
allora, scuotendo il sonno, spruzzava di aceto aromatico la stanza e
si avanzava sull'uscio per vedere che cosa facesse Serena, la quale
era nel portico, affacciata al muricciuolo, coi gomiti puntati sulla
dura pietra, la testa riccioluta sorretta dalle mani. Villa guardava
per un attimo la tonda luna con occhio indifferente e, credendo che
Serena dormisse, riprendeva il suo posto e il bisbiglio delle sue
orazioni.
Ermanno, a tarda notte, venne per dare
il cambio ai Ranieri e vegliare anche lui quella povera Domitilla
Rosa, ch'egli si era abituato a vedere quasi ogni giorno dall'epoca
del primo discernimento e che adesso la terra avrebbe inghiottita; la
terra che ci sostiene, ci nutre, ci divora, che noi chiamiamo nostra
madre e che si preoccupa degli umani, sciami fuggenti e incalzantisi,
come delle formiche in fila nera sbucanti dal tronco di un albero
annoso per immergersi nella screpolatura di una muraglia crollante.
Povera Domitilla Rosa! Egli l'aveva conosciuta sempre uguale, sempre
vestita di nero, coperta di antichi gioielli nei giorni festivi,
camminando a piccoli passi con le sue scarpette di prunello, tenendo
le dita intrecciate, gli occhi smarriti nel vuoto. Invece Serena egli
l'aveva vista mutevole, mai somigliante a se stessa. Un cuffiotto
bianco, a vela, due gambette nude galoppanti con moto perenne; poi
una boccuccia sdentata, pronta all'ira, al riso, allo scherno; pìù
tardi una personcina priva di linee, sotto un ombrellone che
ondeggiava all'impeto della pioggia; poi un cappellino a cometa, una
selva scapigliata di riccioli, fugaci rossori, lampeggiamenti di
pupille, velati subito dalle ciglia ombreggianti, e adesso una figura
snella, una svelta andatura, una fronte pensosa, una bocca ridente,
uno sguardo limpido che porge il pensiero con arditezza impulsiva,
talvolta dominata a tempo, talvolta balzante irrefrenabile, ma resa
leggiadra da un pavido sorriso di confusione.
Ermanno attraversò il prato,
salì i brevi gradini del portico e si fermò dietro le
spalle di Serena, che non si mosse. Entrò allora nella stanza,
ma l'atmosfera greve era colma di emanazioni disgustose, che l'aceto
aromatico assorbiva, non distruggeva. Il respiro di Bindo nel sonno
pareva il rumore di una porta che cigoli e la voce orante di Villa
pareva il lavorìo di un topo roditore.
Uscì in fretta all'aperto e
rimase in piedi, appoggiando le palme sul muricciuolo del portico, al
fianco di Serena, che stava piegata e immobile.
La luna empiva di sè tutto il
cielo, ed Ermanno, a distanza, scorgeva la corda del pozzo pendere a
guisa di serpe dalla carrucola e due piccoli rami navigare alla
superficie della secchia piena. Tutto era visibile, nitidamente,
tutto era limpidissimo; l'azzurro trasparente del cielo, i raggi
diafani della luna, eppure Ermanno non giungeva a comprendere che
cosa ci fosse dentro il pensiero di Serena, nè a discernere
che cosa ci fosse dentro il proprio pensiero. Questo era melanconico
anche più della morte di Domitilla Rosa. Sentirsi vivere e
pulsare il sangue, veder due bianche mani sorreggere una bruna testa,
avere gli occhi pieni di luce amabilmente blanda, noverare a una a
una le foglie sui rami e trovare fasciati di buio impenetrabile i
cuori amici, fasciato di buio impenetrabile il proprio cuore, è
mistero anche più sconsolante del mistero di un petto che non
respira più. Serena dormiva ed Ermanno sospirò per
esalare la sua pena confusa.
Un sospiro lungo di Serena gli fece
eco.
– Non dormi? – egli
domandò.
Serena sollevò la fronte e gli
mostrò la faccia. No. Non dormiva; piangeva, e le gote
apparivano roride, le pupille fulgenti tra il luccicare delle
lacrime.
– Non piangere – Ermanno
disse.
Essa crollò il capo e cercò
con le mani sul muricciuolo.
– Che cosa cerchi?
– Ho perduto il fazzoletto.
Ermanno le porse il suo; ella vi
nascose la faccia e cominciò a singhiozzare.
Ermanno non sapeva che cosa dirle per
infonderle coraggio.
Con la punta delle dita le toccò
i capelli e le tirò piano un ricciolo; faceva così
quando erano piccoli ed egli voleva consolarla di qualche dispiacere.
Serena, come quando erano piccoli, smise di singhiozzare e si asciugò
le gote.
– Non disperarti, Serena.
– No, no, non mi dispero.
– Allora perchè piangi?
– Perchè zia Domitilla
Rosa è là, nel suo letto, e non si muove. Ieri, a
quest'ora, mi chiamava. Adesso non mi chiama più. La sua voce
è morta; tutto è morto in lei; questo mi dà
passione.
Nuovamente egli non seppe dirle nulla.
Tacquero, e la campagna taceva con
essi.
– Cosa farai? – egli le
domandò.
– Non so ancora, non ci ho
pensato bene. Ci rifletterò domani.
– Ti trovi sola al mondo –
Ermanno disse.
Serena lo guardò con occhi di
stupore.
– Perchè mi dici così?
– Perchè al mondo non hai
nessuno, povera Serena.
– E tu? – ella gli chiese,
posandogli sul braccio una mano Ermanno rimase colpito da quelle
parole semplici. Oh! certo egli doveva proteggerla, la sua cara,
piccola compagna.
– Mia madre vorrà
aiutarti: forse vorrà prenderti con sè. Ella ebbe un
riso breve e fece di no col gesto.
– Perchè non vuoi?
– Da te sì; dagli altri
no.
– Allora cosa farai?
– Lavorerò; imparerò
molte cose.
–Quali cose?
–Non so bene ancora. Ho qualche
migliaio di lire; andrò a Firenze a studiare; mi perfezionerò
nell'arte di riparare gli arazzi antichi. Si guadagna molto.
– A Firenze ti sposerai –
egli disse.
– Io non voglio sposarmi a
Firenze. Ho già risposto di no al signor Pericle.
Tutto il chiarore della luna raggiò
al chierico nella memoria; ma egli cercò affannosamente di non
vedere, non ricordare le parole dell'amico, limpidissime adesso;
cercò di non ricordare, ma ogni filo d'erba cantava in dolce
musica le parole di Pericle Ardenzi: «Tu hai scompaginata la
mia vita». Era come il ritornello di una canzone gioconda, che
saliva dai prati, echeggiava pei cieli.
Ermanno disse iracondo:
– Hai avuto torto di rifiutare
Pericle Ardenzi; è bravo, buono; ti avrebbe resa felice.
Serena rispose:
– Non si è felice con chi
non si ama e io amo te, non lui.
Ermanno fu preso da sbigottimento. Oh!
la terribile ragazza! Ella projettava su tutto fasci di luce col
taglio luminoso delle sue impulsive espressioni!
– Anche Bindo Ranieri lo sa –
ella disse, guardando lontano.
– Cosa? – domandò
Ermanno in tono di corruccio.
– Quello che ti ho detto.
– Hai detto un'assurdità.
Serena parlò dolcemente, con la
gota appoggiata a una palma.
– Perchè un'assurdità?
Io sempre pensavo che tu avresti esercitato la professione del
dottore. L'ozio non mi piace, e poi guarire i mali della gente che
soffre è opera bella. Allora pensavo che tu avresti esercitato
la professione del dottore in una grande città e avresti
alleviati molti patimenti! I ricchi ti avrebbero offerto danaro; ai
poveri tu avresti offerto cure e medicine. Forse avresti scritto
libri utili, cercando l'origine dei mali, e io ti sarei stata sempre
accanto. I nostri figli sarebbero andati superbi di te come tu vai
superbo de' tuoi avi.
Ermanno tremava. Le parole di Serena
gli volavano intorno a guisa di strali e gli si conficcavano dentro
le vive carni.
Avrebbe urlato per lo spasimo, avrebbe
voluto implorare misericordia da lei che parlava con tanta dolcezza
assennata, nella pace della notte lunare.
– Cosa speri? – egli disse
con voce aspra.
– Tante cose; se io non avessi
la speranza, vorrei distendermi al posto della povera zia Domirò.
– Non bisogna vagheggiare
sciocche chimere!
Ella attendeva immobile, sentendo
ch'egli avrebbe proseguito ed egli infatti proseguì:
– Il mio avvenire è
segnato. Io mi sono vincolato a Dio. Pensaci. Non inseguire fantasmi.
Il nostro avvenire niente può avere di comune. Pensaci.
Ella, inneffabile di pacatezza, disse:
– L'avvenire? Tu hai ventidue
anni, io ne ho diciotto. Il nostro avvenire somiglia a questo cielo.
Vedi? Il chiarore della luna pare che illumini tutto, e invece
nasconde le stelle: ma le stelle ci sono, a miliardi, e allo scemare
della luna esse brilleranno e noi torneremo a vederle. Quanti
pensieri in te, che tu ancora non vedi, ma che ci sono e ti daranno
gioia allo scemare dell'unico pensiero che ti sei imposto!
Egli la interruppe con violenza.
– Io ho per me la mia fede.
– Tutti abbiamo la nostra fede –
Serena disse con profondo accento, come scrutandosi – ma io ho
dovuto capire che Iddio assume per ciascuno di noi la fisonomia dei
nostri desideri e del nostro carattere. Io ti conosco perchè
ti amo. Il tuo desiderio è di rendere illustre il tuo nome; il
tuo carattere t'impone di esercitare il tuo ingegno in opere utili;
così, quando tu diventerai proprio tu, la fede sarà per
te lavoro e Iddio assumerà per te la forma di un essere buono,
che dispensa vita e la benedice.
Ermanno l'ascoltava esterrefatto,
tremando sempre più forte. Di dove le veniva tanta scienza del
cuore e tanta lucidezza di mente? Forse dal silenzio dell'ora, dalla
trasparenza vasta dell'aria? No, da lui, da Ermanno stesso, dal
pensiero di lui che, ora per ora, le aveva illuminato il pensiero;
dal cuore gagliardo e animoso di lui, alle cui pulsazioni ella aveva
uniformato i battiti del suo vigile cuore d'innamorata.
Egli sentiva questo, ed era sollevato
dall'orgoglio, travolto dall'ambascia. Avrebbe voluto fuggire e
rimaneva inerte, con le palme appoggiate sull'orlo del muricciuolo;
avrebbe voluto rivolgerle parole acerbe d'ira o di scherno, e nemmeno
un suono riusciva a trarre dalla gola stretta e arida. S'immersero
nel silenzio, interminabilmente, finchè un brividìo
appena sensibile scese con fruscìo di ala paurosa pei vertici
degli alberi, solcò, leggero come piuma che voli, l'erba dei
prati e l'acqua della secchia; l'erba esalò profumi, l'acqua
nella sua breve cerchia s'increspò lieve ed ebbe sorrisi.
L'alba si avvicinava, e Villa apparve
nel portico, annunziando che i due ceri, consumati, non ardevano più.
Serena col gesto indicò il biancore dell'alba; Villa rientrò.
– Fra giorni io tornerò
in seminario.
– E io partirò –
Serena rispose – andrò a Firenze.
– Così non ci vedremo
più. – affermò il giovane e scesi i pochi
gradini, attraversò il prato e si allontanò pel
viottolo, senza nemmeno salutarla; nè ella pensò a
rammaricarsene. A che valeva salutarsi? – Non ci rivedremo più.
– Ermanno aveva detto, e invece essa lo avrebbe atteso con
sicura fede, con fermo cuore, ed egli sarebbe tornato, con libera
volontà, a prenderla per mano. Quando? Fra mesi o fra anni? Il
tempo non importava; ma si sarebbero ritrovati, si sarebbero uniti
con dolcezza piena e per sempre. A che valeva dunque salutarsi?
Entrò nella stanza e sfiorando
con le dita i capelli sparsi della povera zia Domirò, le
disse, a bassa voce, quasi a confidarle un secreto:
– Gesù che tu amavi,
benedice all'amore!
Ermanno frattanto veniva sbattuto da
una bufera di odio: odiava sè, le nubi fiammanti dell'aurora,
i voli canori degli uccelli, i calici variopinti, colmi di rugiada,
dei fiori campestri, odiava gli occhi di Serena, che avevano pianto e
la bocca di lei, che aveva parlato insidiose parole; odiava le cose
di bontà e di bellezza, perchè gli si mostravano
nemiche e turbatrici della sua pace; ma egli non si sarebbe lasciato
smuovere e avrebbe calpestato l'iniquo mondo. Non voleva mostrarsi
vile e rinnegarsi. La storia di ogni santo narra di tentazioni
formidabili, sostenute con animo invitto dai predestinati alla
gloria. L'antica Tebaide non risuonava forse nella notte di urli e
gemiti innalzati da monaci asceti in lotta contro le astuzie di
Satana? I monaci s'imponevano allora penitenze spaventose, scavandosi
buche sotterra, a guisa di fiere, e quivi si maceravano, cibandosi di
radici amare e mischiando l'acqua fangosa degli orci con le copiose
lacrime della contrizione. Così pensava Ermanno, mentre nubi
di fuoco galoppavano da oriente per l'ampiezza tranquilla dei cieli e
si disperdevano, lasciandosi dietro solchi di petali rosati; così
pensava Ermanno, e affrettava il passo per non lasciarsi raggiungere
dalla parte cosciente di sè, ch'egli sentiva fraterna e vigile
sulle proprie orme e che talora l'obbligava a sostare per contemplare
la grazia infantile di un fiorellino sbocciato coll'alba o per
ascoltare il chiacchierio delle fronde, che si dicevano la pacata
letizia di accoglier fra loro i primi raggi del sole. Ermanno era
infelice; due coscienze si dibattevano in lui, due volontà in
lui si contrastavano il dominio, e nessuna valeva ad imporsi. Ed egli
vagolava senza indirizzo, ora sciogliendo fieramente il volo per gli
spazi raggianti dell'idea, ora abbattendosi impaniato.
Giunse nella sua villa che tutti
ancora dormivano, chiuse rabbioso le imposte, perchè raggio di
luce non riuscìsse a insinuarsi e fu vinto dal sonno.
Quando si svegliò, dopo molte
ore, si sentiva placato e tutto in signoria della sua balda
giovinezza, che gli trasfondeva impeto e forza. Spalancò le
finestre e stupì nel vedere il sole già alto, a sommo
del cielo. Era mezzogiorno? Guardò l'orologio! Sì, a
mezzogiorno mancavano pochi minuti.
Chiamò, facendosi sull'uscio.
– Mamma, mamma.
Accorse Palmina, che sguisciò
dentro di traverso e girò con volubilità la testa
schiacciata di lucertola.
– Ben alzato, don Ermanno.
Essa lo chiamava così per
cortigianeria verso la sua padrona.
–Mia madre dov'è?
La faccia grinzosa di Palmina ebbe
guizzi di maliziosità contenuta.
– Credo in giardino, don
Ermanno.
– Chiamala.
– No, non posso chiamarla, ha
visite – e rise involontariamente di una risatina stridula;
poi, spaventata, assunse un fare serio e compunto.
Ermanno sentì calore alla
fronte e cacciò via Palmina.
– Vattene.
Rimasto solo, scese a pianterreno, e
di tra le imposte socchiuse guardò nel giardino.
Sotto la pergola, Vanna sedeva e
accanto a lei sedeva il professore Corrado Gigli, vestito di grigio,
con le scarpe nuove di bulgaro e una bellissima cravatta color di
mare. La paglietta, fasciata di seta azzurra, giaceva sopra un angolo
del sedile, e il professore gesticolava animatamente, sollevando e
abbassando un grande ombrellino chiaro, mentre Vanna, vaporosa tra
nubi di mussolina bianca, non aveva un gesto e ascoltava col mento
appoggiato sul petto, le palpebre abbassate; ma il professore bébé,
nella sua adorazione le prese un lembo dell'ampia manica e glielo
baciò.
Vanna ritrasse il braccio, alzandosi;
Corrado anche si alzò, agitando l'ombrellino.
Ermanno di corsa arrivò al
cancello del giardino e lo spinse con furia.
La ghiaia del viale strideva sotto il
precipitare de' suoi passi e Vanna, scorgendolo in tanta ira, diventò
pallida, nel presentimento di una catastrofe; ma il professore bébé,
inconsapevole, ebbe un sorriso angelico e disse festoso:
– Buongiorno, don Ermanno.
– Buongiorno. Cosa fa lei quì?
Il professore, interdetto, rispose:
– Niente, facevo una visita.
– È inutile; io non sento
il bisogno delle sue visite, mia madre anche meno.
Il professore bébé
rimase con l'ombrellino brandito in aria e balbettò:
– Si direbbe che lei ha
intenzione di offendermi.
– Precisamente; è questa
la mia intenzione. Lei mi annoia; le sue visite mi annoiano. La prego
di andarsene, la prego di non tornare e se torna io le farò
saltare una finestra. È chiaro? Mi ha capito?
Vanna, smorta, appariva senza più
sangue nelle vene.
– Ermanno, Ermanno! Cosa fai,
Ermanno?
Il figlio non le badava.
– Cosa vuole dunque, cosa
aspetta? – egli disse al professore, prendendolo per le spalle
e sospingendolo verso l'uscita.
Corrado Gigli si divincolò
dalla stretta e, squassando l'ombrellino, si dette a gridare:
– Sissignore, vado. Non mi
tocchi. Vado e non torno. Si figuri! – e, nella furia di
scappare, dimenticò la paglietta. Varcato l'ingresso egli si
fermò iroso ed esclamò:
– Il cappello; rivoglio il mio
cappello.
Ermanno corse a prenderlo, glielo
gettò al disopra del muro di cinta, attese che il professore
non si vedesse più e tornò, come pazzo, alla madre, che
si era abbandonata sopra il sedile e tremava, battendo i denti.
–Vedi? Vedi? Il mio nome è
Monaldeschi. Il mio nome io devo difenderlo.
Ella si strinse le tempie nelle mani:
– Cosa pensi, Ermanno, cosa
pensi?
Il figlio ansava, accasciato anche lui
sopra il sedile, anche lui stringendosi la testa nelle mani. A un
tratto le si rivolse ed ebbe un grido, in cui nel sommovimento della
passione, tutto il fondo dell'anima saliva a galla:
– Ma allora a che ti serve la
tua religione? Perchè ti confessi? Perchè vai in
chiesa?
Ella si rizzò altera e
gl'impose:
– Non voglio più insulti.
Non ho niente da rimproverarmi con quel ragazzo. Il Signore ti
perdoni; io, in questo momento, non posso perdonarti. Va via.
Egli risalì nella sua stanza,
agitato ancora dall'ira, straziato già dal rimorso, e i due
sentimenti, uniti insieme, gli dettero la rivelazione intera
dell'umano dolore; del dolore quando ci torce le viscere, ci stringe
in una morsa, ci opprime e ci travolge, lasciandoci storditi,
indolenziti, ma temprati maggiormente per le future battaglie.
Nel bruciore dell'orgoglio ferito,
rivolse fra sè alla madre detti di cruccio; ma la sua diritta
coscienza lo redarguiva e la memoria gli rievocava la immagine
materna soave in ogni atto e di nobili sensi.
Povera, povera madre! Ricca di
bellezza e bontà, in cui la passionalità stessa del
temperamento vigoroso avrebbe potuto trasformarsi in opere di bene, e
che invece attraversava l'esistenza sempre in balìa
dell'altrui desiderio! Povera madre!
A poco a poco un dolore diverso, più
vasto e profondo, lo martoriava.. Il dolore d'immaginare che milioni
di fratelli a lui sconosciuti soffrivano forse in quel punto quanto
egli soffriva, senza che gli riuscisse di porgere ad essi lenimento.
Dalla coscienza del dolore umano gli sorse completo il sentimento
dell'umana fratellanza, ond'egli comprese di essere uomo fra uomini,
legato indissolubilmente alle vicende della specie.
Si picchiò all'uscio
leggermente e, prima ancora ch'egli avesse risposto, monsignore
apparve nel vano della soglia.
– Perchè state al buio,
figliuolo? Aprite la finestra e parliamo.
Ermanno balzò dal letto, ove
giaceva bocconi, e spalancò la finestra. Il sole tramontava.
Quanto tempo dunque era egli rimasto ludibrio del suo dolore e de'
suoi turbolenti pensieri?
Monsignore chiuse l'uscio dietro di
sè, rimanendo presso la soglia.
– Scusi, monsignore –
disse Ermanno, infilandosi in fretta la giacca, scaraventata via poco
prima. – Le chiedo scusa di farmi sorprendere così.
– Non vi agitate, figliuolo. La
dignità consiste nella compostezza, e tutto invece è
scomposto intorno a voi.
Ermanno, umiliato, disse:
– Scendiamo in giardino,
monsignore.
– Ho bisogno di parlarvi da solo
e con tranquillità. Restiamo quì.
– Allora, se permette, chiamerò
un momento qualcuno a riordinare la stanza.
– Non è necessario,
figliuolo – e, mentre Ermanno raccoglieva il cappello dal
pavimento, monsignore stesso ricollocava a posto una seggiola
rovesciata.
– Non avete niente da dirmi,
figliuolo mio? – interrogò monsignore con austera
dolcezza.
Ermanno lo guardò e non
rispose.
– Mi pareva che vostra madre
piangesse, quando io sono giunto quì, mandato a chiamare da
lei a Settecamini. Sono accorso subito nel timore di una sventura.
Voi sapete quanta affezione io vi porti, mio buon Ermanno.
Il giovane accennò vivamente di
sì, torcendosi le mani e stringendo i denti.
A quale scopo sua madre gl'infliggeva
questo nuovo supplizio? Con quale vantaggio lo metteva in condizione
umiliante di fronte all'uomo ch'egli stimava di più sulla
terra e la di cui stima valeva per lui al disopra di ogni tesoro?
– Perchè avete fatto
piangere vostra madre, Ermanno?
– Non glielo ha detto ella
stessa? – Ermanno domandò, celando la confusione sotto
l'apparenza del corruccio.
– No, figliuolo, non mi ha detto
niente. Piangeva e si accusava: ecco tutto.
– Di che si accusava? –
chiese Ermanno spaventato.
– Del vostro fallo. Così
è il cuore delle madri. Esse prendono le colpe dei figli e le
riversano sopra di sè.
Ermanno si lasciò cader seduto
sulla sponda del letto, e singhiozzi rari, poi più frequenti,
gli salirono dai recessi del petto, scuotendogli le spalle.
Il chierico, abituato alla
sommessione, alle contrizioni lacrimose sospirate nell'ombra dei
confessionali, alla recitazione quotidiana del Confiteor, e a
genuflettersi ed annientarsi, riebbe sopravvento in lui, ond'egli
mormorò:
– Monsignore, monsignore, quanto
sono colpevole, quanto sono infelice!
Monsignore gli sedette accanto e gli
prese una mano.
– Non esagerate le vostre colpe,
frutto di sangue impetuoso e giovane, e non parlate della vostra
infelicità. Offendereste Iddio, che vi ha largito tutt'i suoi
doni: salute, ingegno, nobiltà di nome, larghezza di censo.
– Non ho la pace dell'anima,
monsignore, e senza la pace dell'anima, il resto è vanità.
–Sapete in che cosa consiste la
pace dell'anima, figliuolo? Consiste nell'equilibrio fra noi e il
nostro ambiente; consiste sopratutto nella esplicazione completa
delle nostre migliori facoltà – tacque, esitò,
gli strinse forte la mano e, come cercando a una a una le parole,
proseguì con lentezza, acciocchè nulla di quanto egli
voleva dire sfuggisse al discepolo:
– Non bisogna ostinarsi,
figliuolo. Se taluno vi ha spinto a percorrere una strada,
asserendovi che quella era per voi la strada migliore, e se anche
dopo lungo cammino, anche presso la mèta, vi sorgesse il
dubbio che altre vie ci sono, per le quali il vostro passo è
più adatto, bisogna avere il coraggio di tornare indietro.
Guai, guai a ostinarsi per puntiglio o pigrizia? Sarebbero in
avvenire battaglie infeconde al cospetto di voi stesso, sconfitte e
vittorie, dove il meglio delle vostre forze andrebbe disperso.
Ermanno, attonito, lo contemplava in
silenzio.
La fronte di monsignore, diventata più
vasta per la recente calvizie, si contraeva, si distendeva
nell'ondeggiare tumultuoso dei pensieri, liberi finalmente per la
insolita concitazione dell'anima; sopra le gote, devastate da solchi
profondissimi, fiammelle di rossore guizzavano, e la voce, la bella
voce pastosa, dal puro accento senese, oscillava nello sforzo di
contenere le parole e misurarle.
– Esaminatevi, figliuolo, o
avrete tristi sere, in cui le tenebre saranno popolate di rimpianti,
e fosche notti, in cui il silenzio risuonerà per voi di
richiami, ai quali non potrete rispondere. Chi è nobile di
sangue e di sensi non tradisce la parola data e serba fede
agl'impegni assunti; le transazioni sono viltà e noi s'impone
a noi stessi di vincere la fragilità nostra.
Monsignore s'interruppe, abbandonò
per un istante la testa sul petto, poi proseguì con accento di
sconforto:
– Volendo costantemente si
vince; ma talvolta da tutto il nostro essere sorgono maledizioni
contro chi ci ha lanciato, noi inconsapevoli, in quel martirio, e si
pensa con ira a tutta la bontà di noi che va perduta, a tutte
le virtù nostre che giacciono inerti! Per carità,
figliuolo, riflettete a questo, non vi ostinate. Io vi ho abbandonato
per due mesi in balìa di voi medesimo, acciocchè aveste
il tempo di conoscervi; non per tutti si è preso cura di fare
altrettanto – e di nuovo s'interruppe, nel pudore forse delle
sue pene secrete.
Ermanno non trovava parola! Seguendo
la trama sottilissima de' suoi ricordi infantili e di quelli della
sua adolescenza, una certezza incrollabile gli sorgeva dentro, una
certezza che lo empiva di ammirazione e sgomento: monsignore aveva
amata sua madre; forse l'amava ancora; forse la passione gli era
sorta in cuore dal punto in cui Vanna, giovanetta, bianca,
risplendente al pari di un giglio, si era presentata sposa nella casa
amica dei Monaldeschi e gli aveva sollevati in volto i chiari occhi,
miti sotto le ciglia altere. E quell'uomo magnanimo aveva saputo
portare la sua piaga, lungo il corso di anni interminabili, senza che
una goccia di sangue stillasse, nè gemito gli uscisse dalle
labbra.
Nessun atto di fugace rivelazione,
durante gli incontri quasi giornalieri, e la parola non aveva mai
rivelato, sia pure involontariamente, le profondità paurose
del cuore.
La stessa affezione verso il figlio
della donna adorata, Dio sa fra quali spasimi, era stata perennemente
calma, soffusa di paterna dignità, scevra di debolezze, priva
di espansioni.
Il giovane sollevò la mano di
monsignore e la baciò devotamente.
– Lei mi è più che
padre, signor rettore; da lei ho avuto esempio di tutte le nobiltà
– e, poiché la giovinezza è inconsulta nelle sue
deduzioni, assurda nelle sue conclusioni, Ermanno si giurò di
battere la via di triboli che monsignore aveva battuto e di
raggiungere l'elevatezza spirituale che monsignore aveva raggiunto.
Anch'egli avrebbe esercitato il sacerdozio con luminosità e
mansuetudine, anch'egli avrebbe gemuto dentro il cuor suo, senza che
i gemiti avessero mandato una eco, e avrebbe parlato dolcemente
austero con Serena, e, forse, un giorno sarebbe apparso augusto ai
figliuoli di lei, come oggi monsignore si ammantava per lui di
magnanimità! Il sacrificio gli balenò all'immaginazione
circonfuso di bellezza, scopo unico della vita.
– I suoi consigli non andranno
perduti, monsignore. Io le sarò degno discepolo. Domani stesso
rientrerò in seminario per ordinarmi suddiacono, e giacchè
monsignor vescovo mi onora della sua parzialità, lo pregherò
di ordinarmi diacono alle tempora di dicembre.
Monsignore, annientato, lo fissava, e
l'intelletto, sapiente per l'esercizio del magistero a scrutar negli
spiriti giovanili, gli fece comprendere l'errore della sua condotta
generosa: aveva sollevato un lembo del manto sotto cui celava il
proprio martirio, acciocchè il discepolo scorgesse il vivo
sangue e brividisse, e il discepolo si esaltava invece, inebriandosi.
Monsignore disse:
– Una volta ordinato suddiacono
incontrereste la scomunica, se voleste ritrarvi.
– So bene, monsignore.
– L'ordinazione dei suddiaconi
si farà nel prossimo sabato; avete dunque ancora per voi
alcuni giorni di riflessione.
– Non servono.
– Fra il suddiaconato e il
diaconato deve intercedere lo spazio di un anno.
– Monsignor vescovo è
disposto a valersi delle sue facoltà per ridurmi a due mesi
tale periodo di prova.
– E voi siete fermo nel
proposito di approfittare della parzialità di monsignor
vescovo?
– Sì, monsignore.
L'ombra si era ammassata nella stanza,
nè Ermanno potè vedere che monsignore, agitatissimo in
volto, stava per gridargli qualche cosa.
– Vorrei chiedere perdono a mia
madre.
– È giusto; andiamo
figliuolo.
– Mamma – Ermanno chiamò,
scorgendola seduta nella sala a pianterreno e avvolta di tristezza,
nell'ora crepuscolare.
Ella si alzò e gli mosse
incontro, aprendogli le braccia:
– Oh! Ermanno!
– Perdonami – egli le
disse – ho mancato verso di te a' miei doveri di figlio e di
cristiano.
Vanna, stringendolo al petto, gli
rispose:
– Sì, ti perdono Ermanno,
con tutto il cuore – ed egli sentì il pianto di lei
bagnargli le gote.
Il perdono di Vanna era sincero,
profondo il rammarico di Ermanno, eppure entrambi avvertirono che un
lieve soffio gelido alita va nei loro petti e impediva la fusione
completa dei loro cuori. Che cosa era accaduto? La madre aveva
tremato di vergogna davanti al figlio; il figlio si era alzato
giudice davanti alla madre e la confidenza reciproca era caduta,
simile al frutto bacato quando piomba dal ramo.
– Signora Vanna, buona sera; a
rivederci dunque figliuolo – e monsignore si allontanò
frettoloso.
Il sabato delle tempora di settembre,
Ermanno Monaldeschi fu ordinato suddiacono.
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