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Tre giorni dopo, il martedì,
era la vigilia di Natale, e nel salotto Monaldeschi una lampadina
elettrica, velata di azzurro, spandeva fioca luce; ma per Vanna
appariva anche troppo viva, giacchè ella avrebbe voluto
sprofondarsi nell'oscurità, e rimaneva seduta, con le mani
appoggiate sull'orlo d'un tavolo, il busto eretto, la testa immobile,
leggermente protesa, quasi a cercare nell'ombra un responso con le
pupille atone.
Bindo Ranieri e Villa, aggruppati in
disparte, guardavano in silenzio la signora con volti atterriti, ma,
a tratti, un sorriso gioioso brillava sui loro labbri, al pensiero
che«Grano di Pepe» aveva certo ricevuto a quell'ora il
foglio coperto di grossi caratteri, apportatori di grosse notizie;
poi tornavano a contemplare la signora con muta desolazione.
Quando Ermanno le era entrato a casa
il sabato e con tenerezza rispettosa le aveva sottoposta la decisione
di recarsi a Roma per frequentare il corso di medicina, ella era
stata colta da un lungo deliquio; ma, rinvenuta, si era chiusa in
mutismo inesorabile, rispondendo appena con lievi gesti alle premure
del figlio, il quale aveva mostrato verso di lei, in quei tre giorni,
la pietà indulgente e amorevole che si dimostra a una povera
bimba ammalata, ed aveva affrettata la partenza per sottrarla e
sottrarsi allo spasimo di quella disperazione senza parole.
– Mamma – le aveva detto
poco prima, abbracciandola con passione – tu pensi di avermi
perduto e invece mi hai riconquistato. Guardami, sono tuo figlio, il
figlio del tuo amore. Io ti giuro che sarò buon cristiano e
farò splendere di nobiltà rinnovata il nome dei
Monaldeschi.
Ella era stata sopraffatta da uno
scoppio improvviso di pianto e gli si era avvinghiata al collo con
amore disperato; e poi, allorchè egli, esultante, le aveva
proposto di raggiungerlo a Roma per vivere insieme, per rendergli
anche più grato il lavoro, Vanna gli si era divincolata dalle
braccia e gli aveva risposto di no.
E adesso il treno correva, divorava lo
spazio, trasportando Ermanno Monaldeschi alla ricerca di nuovi
destini.
Frattanto, poichè si avvicinava
la mezzanotte, Palmina entrò nel salotto e si rivolse alla
signora con aria umilmente confidenziale:
– Ecco la pelliccia, signora.
– La pelliccia? E perchè?
– esclamò Vanna con meraviglia.
– Per andare in Duomo alla messa
di Natale, signora.
– È freddo. Io ho la
tosse – Vanna rispose, come scusandosi.
Ma Palmina, senza prestarle ascolto,
le accomodò intorno la pelliccia, le avvolse il collo nel boa
e le porse il cappello di velluto.
– Mi dia retta, signora. In
chiesa fa caldo; c'è bella musica. Io ci voglio andare, perchè
mi piace, e lasciarla sola in casa non posso.
Vanna, senza più obiezioni, si
appuntò il cappello e scese in istrada al braccio di Palmina,
scortata fedelmente da Bindo e Villa Ranieri.
Il Duomo sfolgorava di lumi, e Vanna
s'inginocchiò a destra, presso la cappella della Madonna. Col
viso nascosto dentro le palme, pregava, e la preghiera cadeva,
scivolando sopra il cuore, senza lenirlo o placarlo. Ahimè,
ahimè! il cuore dunque le si era impietrito? Dunque ella non
gustava più nelle sue preghiere il desiderio trepido, come
quando, fanciulla, attendeva nozze? Non più la riconoscenza
fervida, come quando, sposa, avvertiva sussulti nel grembo fecondato;
non più nemmeno le ansie dell'amore peccaminoso, gli spasimi
del rimpianto, gli slanci dell'anima nell'offrire in olocausto a Dio
la giovinezza del figliuolo?
Ahimè! Ahimè! tutto era
muto! La preghiera in lei era stata sempre domanda avida di gioia, e
adesso che la speranza di ogni gioia era caduta, la preghiera le
scivolava sopra il cuore senza lenirlo, nè placarlo. Pensò
a Domitilla Rosa, e pianse. Oh! la fede umile e ardente di quella
creatura consunta dalla passione per Gesù! Pensò a
Fritz Langen, e pianse. Oh! le forti braccia avvolgenti e i
lunghissimi baci! Pensò a Corrado Gigli, e pianse più
forte, più amaro! Egli era scomparso lontano, e con
l'adorazione fanciullesca di lui era scomparso, battendo l'ala, il
suo ultimo sogno d'amore! Pensò a monsignore, e un
accasciamento di tutto l'essere la prostrò. Egli sarebbe
andato in Brettagna, fra giorni, nè più la voce
pastosa, dal puro accento senese, le avrebbe parlato parole di
austera soavità! Il vuoto era in lei, mentre per le navate
correva frastuono di tripudio.
– Pace in terra agli uomini di
buona volontà! – gridava l'organo, con note profonde, e
canti freschi di zampogna solcavano il boato e voci di pastori
sembravano giubilare sotto le stelle, finchè un grido
esultante proruppe, investendo le cappelle, avvolgendo gli altari.
– Alleluia! Alleluia!
Il cuore di Vanna, che non voleva
morire, le guizzò in petto timidamente e le susurrò del
figliuolo: «Ermanno ti ama e tu lo ami; egli è buono e
tu sei buona. Vola a raggiungerlo, appoggiati al suo braccio e
camminerete entrambi nel solco lieto suscitato dalla tua bellezza e
dalla sua bontà intelligente e forte.
Così il cuore le susurrava,
implorante; ma la volontà nemica rispose «No», e
Vanna continuò a mescere il suo pianto sommesso al frastuono
di esultanza, sonoro per le navate.
La musica tacque, e Palmina disse,
toccandole una spalla:
– Andiamo; è finito.
Vanna s'alzò docile con atto
faticoso, fece calare sopra la faccia il velo per non mostrare gli
occhi rossi di lagrime e poi si confuse tra la folla, al braccio di
Palmina, scortata fedelmente da Bindo e Villa Ranieri.
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