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PER L'ECCIDIO DI DÒGALI
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Giù dai ghermiti scanni, Razza maligna, inetta, Che fra
venali inganni Pompeggiandoti abjetta, Raccogli infami
frutti Dal disonor di tutti!
Ah! non bastò di questa Patria incestare il seno? La
veneranda testa Premer di giogo osceno? Offrir nudo il materno
Fianco al barbaro scherno? [8]
Ond'ella, a regnar nata, Con tremulo ginocchio Segue, putta
spregiata, Il tenebroso cocchio, Su cui breve fortuna Due
manigoldi aduna.
Misera, e invan tu speri Con civettar codardo Da regj
masnadieri Impetrar tozzo o sguardo: Ahi! con viltà e
misfatti Onta e miseria accatti,
E stragi. Oh desolati Campi! Oh cori d'eroi Nell'alta ombra
gittati Non da voi, non da voi, Avide di rapine Ferrigne
orde abissine,
Anzi da te, nefando Vecchio, che sol per cieca Libidin di
comando L'italo onor con bieca Mente fidando ai ladri. Le
fiche a Italia squadri.[9]
Qual dall'immane insulto Pregio o vendetta? Arcigna Guata
Albione; occulto L'ire fomenta e ghigna Il dèmone
sinistro, Che la Sprea move e l'Istro.
Dal vigilato covo L'orgoglio ibrido freme, E al cor d'Italia
novo Tesoro e sangue spreme: D'orbe fidanze gravi Salpan
ferrate navi.
Brillan su la guernita Tolda gl'itali figli, Cui tarda espor la
vita Ai perfidi perigli, Che coi predoni a gara La terra e
il ciel prepara.
Volate, o generosi Figli, all'infausto lido; Turbate i
sanguinosi Ozj allo stuolo infido, Che su la strage
inulta [10]Ebbro di sangue esulta.
Vincete. Oh scarsa, incerta Vittoria! Ecco, dal grembo Della
sabbia deserta Strano improvviso nembo Sorge, e in ferina
guerra Il vessil nostro atterra.
Voi là nel baluardo Ultimo accolti, invano Con ansioso
sguardo Tentate il mar lontano, Se a voi pochi e mal
vivi Patrio soccorso arrivi.
Ma per l'immensa arsura Delle voraci arene Solo la Febbre,
oscura Liberatrice, viene; E in voi dall'ignea bocca Funesti
aliti scocca.
Ahi, nè certezza o speme D'onore o d'util nostro Lenirà
l'ore estreme Del sagrificio vostro, Non le cure
affannose Delle imprecanti spose.[11]
Ben presso al limitare Della fredda quíete, Sorger fra
cielo e mare Un'alta Ombra vedrete, Squallida il seno,
indoma Ancor che oppressa, Roma:
E non per questo, o amati Petti, pietosa grida, Reggendo a
infaticati Studj con alma fida, Il braccio armaste e il core Di
ferro e di valore!
Ardea nelle capaci Menti un'altera idea: Piombar serrati,
audaci Su la grifagna rea, Che l'ultima latina Terra
aduggiando inquina.
Oh per le Giulie vette Pugne! Oh piani fumanti Delle nostre
vendette! Oh entusiasmi santi Di dar la vita a patto Del
fraterno riscatto![12]
Popol, cui spada e mente Da servitù redime, Non
peregrina gente Mercanteggiando opprime; Ma libertà, per
cui Vive, fa vita altrui.
Cada chi primo in petto L'obliqua smania accolse, Onde al natio
ricetto I vostri animi tolse, E li scagliò in
lontane Piagge a conquiste vane!
Lui non amor di fama, Non furor d'alte imprese, Ma insidiosa
brama Di rei traffichi accese; Nè l'empia sete or
langue Per mareggiar di sangue.
Ma se ancor nei gentili Petti la patria spira, Se da computi
vili Non è sedotta l'ira, Che in un'ora
d'ebbrezza Catene e scettri spezza;[13]
Se non per gioco ho cinta La mia terza corona, Se la mia gloria
estinta Non è tutta, nè suona Obbrobrio il nome
mio; Se Roma ancor son io,
Troppo alle tue volpine Arti, o fatal, durai; Sopra le mie
rovine Assai ghignasti, assai Fu il danno e la
vergogna: Carnefice, alla gogna!
(Genn. '87).
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