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ESPIAZIONE
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I.
Chi è, disser, costui, che solitario, altero Sul nostro
capo il verso empio saetta, E su la gloriosa luce del nostro
impero L'ombra sua getta?
Chi è costui, che i tetri sogni sferrando a volo, Come
falchi addestrati in noi li avventa; E di amor, di giustizia
all'affamato stuolo Parlar si attenta?
Torbido evocatore di pazze ombre, l'abisso O non vede o non cura a
cui cammina: Con l'occhio, acre di febbre, all'orizzonte
fisso, Ecco, ei ruina![18]
E noi frattanto in aurea rete impigliamo il biondo Amore e
l'affoghiamo entro al bicchiere; Noi ci tiriamo dietro
inguinzagliato il mondo Come un levriere.
Che importa, se al nostro uscio Lazzaro derelitto Frignando invidj
a' nostri cani il pranzo? Avrà, quand'ei non sia ad alcun
Fascio ascritto, Pur qualche avanzo.
Che ci fa, se a quest'ora al suon della mitraglia Nel ribelle
Tigrè riddi la morte? Terran le nostre schiere, in qual che
sia battaglia, Fronte alla sorte!
Pugnate, eroici petti, cadete; ad una voce Noi gridiam «Viva!»
e alziam colmo il bicchiere; Le vostre salme avranno la medaglia e
la croce Di cavaliere.
L'onor della bandiera val bene una tal guerra; Chiedon vendetta i
nostri morti; e poi L'ufficio glorioso d'incivilir la
terra L'abbiamo noi![19]
Gli Abissini, si sa, son predoni, selvaggi, E con loro bisogna
esser maneschi; Trucidar donne, vecchi, fanciulli; arder
villaggi... Viva Radetzki!
In ogni caso, giova a noi, spiriti fini, Mandar la calda
giovinaglia a spasso: La guerra a chi la plètora ha d'odj
cittadini È un buon salasso.
Urla, profeta nero, i tuoi strambotti audaci All'egre ciurme
ch'aízzando vai: Noi delibiamo intanto con labbra arse da'
baci Reno e Tokai!
II.
Non ei però si arresta. La pensierosa faccia Torce da lor,
qual da bruttura, altrove, Mormorando con voce ch'è fede, e
par minaccia: Eppur si muove![20]
Diritto, nella tragica sera che preme il mondo, Strali e sogni
vibrando all'età rea, Passa incontaminato tra 'l bulicame
immondo, Non uomo, Idea.
Volano a lui dintorno dagli spazj stellati Corruscanti fantasmi,
ignee chimere, Fronti di lauro cinte, petti di palma ornati,
Falangi austere.
Ah! non hai tu, regina, cui Dante un trono eresse Sovra i popoli
tutti, a Dio vicino, Tu, nel cui core eterno di tutto il mondo
lesse Vico il destino;
Tu, santa, cui Mazzini invocava in ginocchio Nel freddo esilio; tu
ch'a' più begli anni Schiacciavi, del Nizzardo sotto al
fulmineo cocchio, Sette tiranni;
Non hai tu, donna, or ora a turpi sgherri in braccio Inebbriati
di poter maligno, A chi diceati: «Pensa!» gittato in
volto il ghiaccio Del tuo sogghigno?[21]
Non hai tu, che d'oltraggio le pure anime cibi, Negato il pane al
Giusto, il culto al Vero, Per onorar l'Inganno, per ingrassar gli
Scribi Del vitupero?
Difeso col tuo nome, del tuo pallio coverto Chi fa dell'are tue
bisca e bordello? Chi, più che penna o spada, è a
maneggiare esperto Il grimaldello?
Profuso oro a' bertoni d'Astrea fatta baldracca? Procacciato a
Bonturo onor divino? Scolpito in marmi e in bronzi (oh Giusti!)
la guarnacca Di Truffaldino?
Non hai tu, barcheggiando su le calde fiumane Del pianto, druda
delle altrui vendette, Scagliato ai derelitti, che ti chiedeano
pane, Piombo e manette?
Non hai, madre, sofferto ch'a' tuoi sacri captivi Fosse un raggio
di sole anco vietato? Non hai tu su la fossa dei tuoi martiri
vivi Cancaneggiato?[22]
Ed ecco, or nell'ecclissi del tuo giudizio, alata Furia al tuo
capo la Giustizia romba; E l'Espiazione, vermiglia aquila
irata, Sopra a te piomba!
Oh fragor d'improvvisi sdegni e d'immani lutti, Dal ciel, dal mar,
dalle cruente arene! Oh suon misterioso di palpitanti flutti:
Ecco, ella viene!
Sostano a' campi avari, alle officine, intorno, L'opere in
minacciosa alta quíete; L'austero Etna nevoso, che si
arrubina al giorno, Viene, ripete.
Dalle reggie pollute, dai trafficati altari Sorgono al casto cielo
ululi immensi; Mandano le severe Alpi a' bollenti mari Fraterni
assensi.
O monti, asceti assorti nello splendor del Nume, O flutto uman
cui la speranza investe, O dei cieli e dei cuori interminabil
lume, Voi mentireste?
(Genn. '96).
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