SCENA
III.
Erasto,
Sinesio.
Erasto.
Quanti impeti di precipitose voglie in un punto m'assalgono, né
so dove dar di capo!
Sinesio.
Erasto, tu qui sei?
Erasto.
Cosí non vi fussi e che fussi morto dieci anni sono!
Sinesio.
Che cose ti traggono cosí fuor di cervello?
Erasto.
Inganni, finzioni e tradimenti.
Sinesio.
Fermati un poco qui, narrami il tutto: forse non saran tali come gli
estimi.
Erasto.
Non fui mai ne' miei giorni in maggior angoscia: una nuvola di
melancolia m'adombra d'intorno il core.
Sinesio.
Narramelo, ti dico.
Erasto.
Lo saprete un'altra volta, ch'or non ho tempo.
Sinesio.
Il negarmelo cosí ostinatamente mi accresce la voglia di
saperlo.
Erasto.
Sappiate che doppiamente mi sento oltraggiato da Cintio, e nel fatto
di mia sorella e dell'avermi fatto sposar una donna, che non so chi
sia, sotto nome di Amasia, che col vostro consenso l'avea fatta
dimandare al padre. M'ha fatto giacer seco e l'ho impregnata: al fin
ho discoperto che Amasia sia maschio.
Sinesio.
Nel fatto di Lidia l'ingiuria è manifesta, ma non sappiamo chi
l'ha ingiuriata; nel fatto di Amasia di che ti duoli di lui? Se non
hai goduto quel corpo di Amasia, pur l'hai goduto con l'imaginazione
e ne hai preso piacere.
Erasto.
Quella donna, con la quale mi fe' giacere, era d'una bellezza
incomparabile, d'un spirito vivacissimo e di sí meravigliose
maniere che l'anima mia cieca non se le sa imaginare piú
grandi e stupende; e or non posso saper da lui chi sia.
Sinesio.
Ti contentaresti che fusse tua sposa colei con la qual tu giacesti?
Erasto.
Vorrei saper due cose: prima di che condizione ella sia....
Sinesio.
Di miglior che tu non sei, e con forse cinquantamila ducati di dote.
Erasto.
Vorrei ancor sapere se il tôr costei per moglie fosse di vostro
contento.
Sinesio.
Io ne sarei contentissimo, né altro mi resta ad esserne
contento a pieno se non che ne resti contento ancor tu.
Erasto.
Ed io son contento, contentissimo.
Sinesio.
Ed io farò che sia tua moglie. Nel fatto di Lidia, non è
possibil che Cintio gli abbi usata violenza.
Erasto.
Caro padre, di grazia dimmi chi sia la mia moglie.
Sinesio.
Cintio è tua moglie: eccola bella e spedita.
Erasto.
Come Cintio mia moglie? Padre, voi mi burlate.
Sinesio.
Sappi che Cintio è donna, e il padre non l'ha saputo insino
adesso. Ella, conversando teco e conoscendo il tuo merito e il suo, e
conoscendosi degna di te e tu di lei, conoscendo Amasia indegna di te
e tu di lei, s'occecò nell'amar tuo; né avendo animo di
scoprirloti perché tu stavi invaghito di Amasia, per non
morirsi di passione, si dispose ingannarti e giacque teco sotto nome
di Amasia.
Erasto.
O Dio, che intendo! ecco districato l'intrigo d'una intricatissima
comedia: questa luce ha disgombrato tutte le tenebre del mio
intelletto. Ho tanto legati i sensi che non so se sia vivo o morto:
l'anima mia sta cosí confusa tra tanta meraviglia e allegrezza
che non può mostrar quel mar di gioia dove or nuota. Ecco
passo da un abisso di affanni ad un mar di delizie! O vivo spirto del
cuore e dell'anima mia, chi sará piú di te generosa e
amorevole, chi piú costante in amare, chi piú fedele in
servire, chi nella conversazione piú dolce, chi ne'
trattamenti piú soave? O donna degnissima d'ogni onore, o
essempio di eroica virtú, chi sará piú di te
paziente, servente e perseverante? e chi di me piú cieco, piú
ingrato e piú disamorevole? Poiché tante volte sotto
altri nomi e altre persone, in tanti sonetti, in tante elegie, in
tante cifere m'hai narrati gli accidenti degli amori tuoi, ed io
tanto ignorante non intendeva e non penetrava il secreto, or come
potevi tu piú dolcemente beffarmi? con quai piú onorati
modi potevi tentar l'animo mio? con qual piú grazioso effetto
potevi scorger la mia disamorevolezza? Ed io con tante villane e
discortesi parole e al fin con fiere pugnalate ho voluto pagarti di
tanto amore! Al fin non riuscendoti meco alcun disegno, volevi morire
e morir per le mie mani. Dio sa che sia ora di te, ché, non ti
riuscendo il morir per le mie mani, dubito che ti sarai uccisa con le
tue; e se non sei morta, sarai poco lontana dalla morte, ché
giá ti scorgeva i segni nel volto spiegati dalla disperazione.
Hai voluto pagar, o invittissima donna, la colpa delle mie
sciocchezze con la tua morte: il che ha dato a questo core un
perpetuo tormento, a questi occhi perpetue lacrime; anzi mi ucciderò
con le mie mani, ché veramente mi conosco indegno di piú
vivere, infame mostro, senza anima e senza core!
Sinesio.
Ma perché trattieni te stesso e me consumando questo tempo in
dolerci? corri e senza lasciar punto di sollecitudine va'
ricercandola per una strada, ed io per un'altra; forse
l'incontraremo. Io vado ringraziando sempre la divina bontá
ché mi dia per nuora una donna di sí mirabil
condizione!
Erasto.
Vado. Ma eccola che viene. O dolcissima vita dell'anima mia, mira
come sta in estasi rapita da se stessa, e se ben mesta e afflitta,
pur spira di un generoso ardire!
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