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Giambattista Della Porta
La Cintia

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  • ATTO V.
    • SCENA IV.   Cintia, Erasto.
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SCENA IV.

 

Cintia, Erasto.

 

Cintia. Io ho gran dubio che, quando disavedutamente mi sfibiai il giubbone, Erasto se sia accorto ch'io fussi femina, e però ritirò la spada e non m'uccise; ma se la sua spada mi perdonò la vita, non me la perdonerá il veleno. Ahi! che il mio amore per strani successi non scema punto, ma va piú sempre crescendo.

Erasto. (Va ragionando fra se sola, fa diverse mutazioni, s'adira, s'attrista e si vergogna: segni d'affanno che la sua misera anima deve patire! Eccolo che mi sta aspettando, e se dalla vista si ponno scorgere gli effetti dell'animo, arde nel suo petto la rabbia e lo sdegno contro di me).

Cintia. Erasto, son qui per mantenervi quello che v'ho promesso.

Erasto. Che cerchi tu da me?

Cintia. Quel che sei solito darmi: crudeltá, morti, uccisioni. Io son colui che t'ho turbato, ingannato e tradito.

Erasto. Come sei diventato cosí severo accusator di te stesso?

Cintia. Su su, alle mani, non piú tardare, fammi morire, ché non potrai cosí mortalmente ferir questo corpo che non abbi piú acerbamente feritomi nell'anima.

Erasto. Tu vieni a disfidarmi molto disarmato e con molto poca arte di scrima.

Cintia. La prontezza dell'animo vincerá la poca arte dello schermire, e al corpo disarmato la disperazione ministrará l'armi, troverá nuovi usi, fará che l'unghie e i denti mi serviranno in vece di pugnali e di coltelli; e per mostrarti che ho voglia di morire, solo, nudo e senza armi m'ucciderò teco come tu vuoi.

Erasto. Sei giá disposto di ucciderti meco?

Cintia. Dispostissimo.

Erasto. Orsú, poiché sei cosí disposto di ucciderti meco, per esser noi stati tanto tempo prima amici insieme, abbracciamoci e baciamoci, e dopo ripigliamo l'armi e feriamoci.

Cintia. Mi contento d'ogni tuo contento.

Erasto. Lasciate l'armi; ecco lascio le mie.

Cintia. Io ho lasciate le mie.

Erasto. O vita assai piú cara della mia vita, come vuoi ch'io dia morte a te da cui ho ricevuto tante volte cosí graziosissima vita? O mia sposa dolcissima, il dar morte a te che sempre fosti suavissima esca di miei pensieri, senza la cui vitaviver vorrei né esser stato nel mondo; o mia vera Amasia, e non piú imagine della finta Amasia - sei l'una e l'altra, e la vera e l'ombra della falsa, - uccider te da cui solo riconosco la mia vita? Oh quanto sarei cieco e ingrato sopra tutti gli uomini del mondo, come m'hai sempre rimproverato, se conosciuto l'error mio, come giá il conosco, non ricorressi alle tue ginocchia dove m'inchino, non ricercando da te vita, no, ma perdono! Hai vicina la spada: piglia quella vendetta di me che par che meriti tanta offesa. Io ti giuro per la tua vita, a me piú cara dell'istessa mia vita, che se non conoscessi nell'interno della mia conscienza non averti offeso per nequizia o malignitade, ch'io medesimo me la darei per le mie mani; ma perché non ho alcun rimorso nella mia mente, fa' che ne speri perdono dalla tua benevolenza. Ecco io abbraccio le ginocchia; né mi levarò da queste mai, se non mi dái alcun saggio che, avendo a far penitenza tutto l'avanzo della mia vita, in ricompensa io ne abbi a sperare il perdono.

Cintia. Erasto, alzatevi e non mi offendete con questo atto: perché inchinarvi dinanzi a una che vi fu sempre serva?

Erasto. Non mi levarò mai se non mi date prima la penitenza.

Cintia. Alzatevi, vi dico, e se dite che voi sète servo, ubidite alla vostra padrona: il castigo e la penitenza sará che se non conoscendomi non mi avete amata, or che mi conoscete debbiate amarmi come io amo voi.

Erasto. Che io non debba amarvi? e comandarmi voi il contrario, come potrei ubbidirvi? Vita mia, d'una cosa di voi mi doglio, che avete avuto in me cosí poca confidenza: ché, conoscendo esser cosí ardentemente da voi amato, perché non doveva io amarvi? perché con cosí onorati inganni e cosí fideli tradimenti ricoprirvi? perché non venir meco alla libera? Voi sète stata cagione a voi stessa della vostra afflizione: ed io sarei stato il piú disconoscente uomo e ingrato, come voi dite, se non avessi con amore corrisposto a un tanto amore.

Cintia. Conosceva io che il mio ardire era troppo di desiderarvi; e troppo ostinata nell'amarvi, dubitava che la candidezza della mia fede, la qual non volli né col pensiero macchiare di un picciol neo di suspizione, non fusse mai per esservi cara abbastanza; però ricorsi agl'inganni.

Erasto. Orsú, andiamo a casa, non tardiamo a dar cotal contentezza a mio padre, che con somma allegrezza vi sta aspettando.

Cintia. E come? vostro padre sa alcuna cosa di questo fatto?

Erasto. La balia ha discoperti al vostro e al mio padre gli amori nostri, e di commun consentimento giá sète stata confirmata mia sposa. Ma voi come non parlate?

Cintia. Non so s'io mi sia anco viva: ancor mi par esser preda della disperazione della morte o della volontá di morire; e avendovi, meno credo di avervi.

Erasto. O giorno pieno di tante gioie e di tante meraviglie, o cielo a me cortese di tanti doni, o fortuna che con tanti rivolgimenti ti sei traposta tra le nostre avventure! Benedetto sia Iddio, che m'è pur lecito di veder alla libera quel volto tanto desiderato, quel petto, quel seno e quelle mani che sotto tante imagini, viluppi e ombre m'eran nascoste! Veggio pur quegli occhi vivaci. E ben veramente mi chiamavi cieco, ché non conosceva quel celeste lume de' tuoi begli occhi che, a malgrado delle mie tenebre, nella piú oscura notte scintillavano come stelle e fulgoravano come mille soli: e quali altri, salvo che gli occhi tuoi, potevan cosí alte meraviglie? or gli riconosco e raffiguro. Ti tocco e stringo, e non lo credo ch'a pena.

 

 

 




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