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Giambattista Della Porta
La Cintia

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  • ATTO II.
    • SCENA I   Erasto innamorato, Cintia.
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ATTO II.

 

 

 

SCENA I

 

Erasto innamorato, Cintia.

 

Erasto. (Non ho lasciato luogo nella cittá, dove suol conversar Cintio, che non abbia cerco, e non ho avuto ventura d'incontrarlo).

Cintia. (Ho caminato gran pezza con desio di veder un poco Erasto, perché son risoluta narrargli il mio caso sotto altri nomi e altre persone, per iscoprir qual sia il suo animo verso il mio).

Erasto. (Dove potrá esser gito costui?).

Cintia. (Giá lo veggio. Vo' narrarglielo in ogni modo).

Erasto. (Ma eccolo). Dove si va, Cintio mio caro?

Cintia. Cercando di voi. E voi?

Erasto. Col medesimo pensiero son uscito di casa ancor io, ché non è ben di me quel giorno che non vi veggio; però vi andava cercando.

Cintia. Cercavate uno che non si parte da voi mai.

Erasto. M'amate al solito, eh?

Cintia. Al solito, perché non si può piú, e salito al colmo non si può piú crescere.

Erasto. Non so come stiate di mala ciera, Cintio mio, e con un ventre gonfio: patite forse d'oppilazione o d'idropisia?

Cintia. Di cuor piú tosto; e i dolori son fatti meco familiari che non si partono da me mai e mi tengono oppresso cosí di corpo come d'animo. Ahi, ahi!

Erasto. Voi sospirate: certo che sète innamorato, e gli occhi ve lo manifestano.

Cintia. Ragionamo d'altro, di grazia.

Erasto. Se non ragionamo de' nostri amori, di che ragioneremo noi?

Cintia. Dite il vero, ché a niuno appartengono quanto a noi.

Erasto. Quante dolcezze e gioie ho conseguito in questa vita, tutte l'ho conseguite per vostro mezo.

Cintia. È vero che senza me non areste avuta niuna dolcezza, né di ciò mi dovete aver obligo alcuno, perché di quella ne ho avuto altretanta anch'io, anzi il doppio, ché ho avuto il mio e il piacer del vostro piacere.

Erasto. Orsú, narratemi i vostri amori, ché farò tutto il possibile accioché abbiate il vostro intento.

Cintia. Fusse pur cosí che lo diceste col core e non per complemento con parole di cerimonie!

Erasto. Mi sia cavato il core se non lo dico con tutto il core!

Cintia. Volendo voi favorir i miei amori, son gionto a quel segno a cui son volti tutti i miei pensieri.

Erasto. lo non m'offerisco di nuovo, accioché non ponga in compromesso quello che vi ho offerto da prima. Vorrei che mi comandaste, accioché io cominciassi a sciôr uno di quegli oblighi che vi tengo, e ogni affanno che patissi sarebbe ben impiegato per voi.

Cintia. Non vi feci alcun serviggio mai che non l'avessi fatto con animo di farvene degli altri: bastará solo che conosciate che io vi ami.

Erasto. Non moltiplichiamo in cerimonie; pregovi per quanto amor mi portate, che mi scopriate i vostri amori.

Cintia. Poiché mi giurate per cosa alla quale io non posso venir meno, io vo' narrarvi i miei amori.

Erasto. Orsú, dite.

Cintia. Gli dirò. Ma fate conto che voi siate quella persona che tanto amo e a cui sia accaduta questa mia amorosa istoria, accioché ne possiate far quel giudicio che si conviene....

Erasto. Volentieri.

Cintia.... Io avea amicizia con una persona, l'eccellenza della cui bellezza era tanta che non si potria esprimere a parole, ché come avanzava tutte l'altre da me conosciute, cosí conversando con lei me ne accesi fieramente che la fiamma era al maggior grado. Ma io fui cosí destro che non la feci accorta dell'amor mio, dubitando che, non essendo convenevol sogetto d'esser riamato da lei, avesse schivato o sdegnato l'amor mio. M'accorgo che costei s'era invaghita d'un gentiluomo, ma da quello non conosciuta o stimata poco; onde era cosí impossibile io di lasciarla come quello fusse rivolto ad amarla. Io, vedendo che col core ci perdeva il tempo e la vita insieme, feci pensiero d'ingannarla. Mi domestico con la balia, la corroppi con danari e l'indussi a tradirla d'un amoroso tradimento....

Erasto. Questo è un principio d'ingiuria.

Cintia.... Finse la balia esser amica del gentiluomo amato; e le referí da sua parte che molto gradiva l'amor suo, ma per certi rispetti, che sarebbon lunghi a raccontarsi, egli non voleva venir a lei se non di notte, ché a pena si fidava di lui medesimo. La donna rimase contenta, e si determinò la notte; ed io con le vesti simili a quelle del gentiluomo, sotto il mentito abito fui introdotto in sua camera, gli diedi la fede e godetti del suo amore....

Erasto. Come costei fu cosí sciocca che non s'accorse che non giaceva con quello che tanto amava?

Cintia. Quella falsa imaginazion di dolcezza l'ingannò, avendo ripieno l'animo dell'imagine della sua bellezza.

Erasto. Ognuno si può ingannare, ma non un innamorato.

Cintia. La buona sorte m'aiutò, in somma.

Erasto. In ogni cosa io porei esser ingannato, ma non in questa.

Cintia.... Cosí ella pigliando molte volte me in fallo, ma non io lei, sotto piacevole inganno ho gustato le estreme dolcezze di amore. Ahi, che non ingannava lei, ma ingannava me stesso, perché abbracciando lei abbracciava la mia ruina, cercando refrigerio in mezo le fiamme e riposo in mezo le pene! Ecco il meglio stato dove mi trovo.

Erasto. Cintio mio caro, per dirvelo alla libera, come conviene fra tali amici come noi siamo, da che nacqui io non viddi piú brutto e piú infame atto di questo, o non piú mai inteso tradimento al mondo, indegno non solo da imaginarsi da un gentiluomo par vostro ma da un barbaro e ben incolto; né so come in un bell'animo, come il vostro è, abbia potuto capir cosí brutto pensiero. Avere ingannato una donna, il cui sesso è esposto all'ingiurie di ognuno, poi innamorata! E che si può dir peggio? Converrebbe che quella gentildonna perdesse la vita per farla perdere a voi, avendo con voi perduto il suo onore; e che colui, sotto il cui nome l'avete ingiuriata, togliesse per lei l'impresa. Ed io vi giuro su la di gentiluomo che, se non fussi vostro amico cosí stretto, torrei l'impresa di ambedue sovra di me, tanto è l'atto infame e disonorato!

Cintia. Oh che sentenza crudele, oh che giudice precipitoso! come prorumpete in un cosí rigoroso decreto senza ascoltar le mie ragioni e legittime difese!

Erasto. E che ragioni e che difese?

Cintia. E chi fu mai condannato senza ascoltar le sue ragioni? Amava e ardeva senza speranza, occecato di amore non sapeva quello che mi facesse.

Erasto. Amor non fu mai cagion di atto discortese e infame.

Cintia. Il mio non fu effetto di malvagio pensiero siccome appare alla prima vista, ma per alleggiar la mia passione e non morirmi, sapendo quanto è naturale cosa difendersi dalla morte. E che? voleva io consumar la mia vita in piangere e suspirare?

Erasto. Non si deve mai commettere inganno.

Cintia. E se pur si dovesse commettere, solo per amor si dovrebbe.

Erasto. Chi veramente ama non fa cosí.

Cintia. Anzi, chi veramente ama fa cosí.

Erasto. Chi ama procura l'amor della sua amata, non le procura biasmo o disonore.

Cintia. Era mia moglie, non l'ho machinato contra l'onore.

Erasto. Il matrimonio non è valido, perché non è contratto con colui col quale ella aveva l'animo; e se voi non foste cosí occecato dalla passione, un tal fatto lo reprenderesti in un altro. Né so come non vi morde la conscienza, che val piú di mille testimoni e accusatori.

Cintia. Che ho fatto altro di male che rubbar le dolcezze altrui?

Erasto. Ma che dolcezze eran le vostre di goder quel corpo di cui l'animo non concorreva col piacere con voi? godevate un cadavero.

Cintia. Vuol la ragione che chi è amato ami, se non vuol essere ingannato.

Erasto. Nello amore non bisogna assegnar ragioni, perché è libero.

Cintia. Voi dunque perché ne assegnate tante contro di me? Avete il torto a star cosí sul rigor del primo decreto: m'avete cosí inacerbite le piaghe dell'anima che me ne sento morire.

Erasto. Seguite. Par che non abbiate parola: che mutazione è questa? voi mi parete mezo morto!

Cintia. Sento un svenimento d'animo che mi pone in forse tra il vivere e il morire.

Erasto. O Dio, che cosa è questa? Cintio mio, rivenite!

Cintia. Ho fretta di partirmi; adio.

Erasto. Non vorrei che costui patisse alcun male, per quanto mi val la vita, perché è il piú gentil, cortese e leal amico che mai nascesse, e mi ama svisceratamente. Volea ragionargli un poco de' fatti miei, ed è partito subito. Ma non so perché tardi tanto Dulone, il mio servo, ché ho mandato in dono una collana ad Amasia. Ma lo veggio venire. - Dulone, dimmi, son morto o vivo? perché mi porti la morte o la vita nella tua lingua.

 

 

 




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