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| Giambattista Della Porta La Cintia IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA IV.
Cintia. (O quanto è misera e infelice la mia vita, posciach'io, io, oimè!, io con le mie orecchie ho inteso da Erasto la crudel sentenza della mia morte; ché, sperando ch'egli avesse compassione dell'amor mio come imagine del suo, dimostrò il volto avampato del foco dell'ira che l'ardeva nel petto, e negli occhi suoi come in un specchio si vedevano scolpiti il veleno e il furore, e le parole che venivan fuori eran piene della perfidia del suo mal animo. Onde io, percossa da quelle parole come da un folgore, fui morta prima che morisse, siché ancora ho l'orecchie piene dell'ingiurie dettemi. Or che farò quando s'accorgerá che quello, che ho celato sotto l'altrui persona, sia accaduto nella sua propria? Ahi, che la sentenza della mia morte nella sua bocca mi parea dolce e suave! Oh contro me implacabil contumacia di fortuna! se taccio fo male, se parlo fo peggio, se non parlo io parlerá il ventre per me. Che speranza posso aver io di salute, se l'infirmitá ch'io pato sono fra sé contrarie e discordanti, e quel che giova all'uno nuoce all'altro? Ecco i giochi della mia infelicitá! oh che sogetto di poco onorata favola darò di me per tutte le lingue: uomo di giorno e femina di notte!). Erasto. Cintio mio, vi son gito cercando una gran pezza. Erasto. Ti ha lasciato il dolore? Cintia. I dolori mi son fatti tanto familiari che mai quasi non m'abbandonano. Erasto. Cintio mio, perché conosco l'amor vostro verso di me, piglio animo di avalermi del vostro favore: i' vorrei pregarvi di molti favori che mi premono ben assai. Cintia. Ho caro me si porga occasione onde possiate accertarvi dell'amor che vi porto. Erasto. Ditemi prima: che sai d'Amasia mia? Cintia. È sempre con voi la poverina, e piú ora che mai. Erasto. Da questo, di che intendo pregarvi, piglio argomento dell'amor che mi portate: ché la notte che viene mi trovi con Amasia e, perché senza voi non posso far nulla, mi avaglio della grazia solita. Cintia. Veramente senza me non potreste far nulla: farò di modo che la mia balia gli ne faccia motto e che restiate sodisfatto in ogni modo. Erasto. Vorrei un'altra grazia: vederla in casa vostra di giorno o in fenestra fuor della gelosia liberamente, perché, avendola amata tanto tempo ed essendo mia sposa, non ho potuto saziarmi di vederla a mio modo. Cintia. Mi chiedete cose troppo difficili, Erasto mio: io vorrei che soffriste quanto potete, e godeste fratanto tutto quel piacere che vi viene offerto dalla vostra felice avventura, ché poi quando sarete vostri conoscerete le cagioni secrete di quel che or non sapete. Come volete ch'una donzella, o stimata donzella insin ora, venghi di giorno in casa mia ove non son altre donne ch'una mia balia vecchia e scimonita, e per farsi veder per le fenestre? Ponetevi in suo luogo e siate giudice di voi stesso. Erasto. Non è ella mia moglie? l'onore e la sua infamia è mia. Cintia. Vi ponete a pericolo che, scoprendosi un tantino, la perderete per sempre. Erasto. Ella è in punto di partorire e bisogna che si scuopra: un poco piú over un poco meno non importa. Cintia. Forse fra questo mezo porebbe balenar per voi qualche raggio di speranza. Erasto. Né mi basta sol questo; ma quando trattarete con lei in questo particulare, vorrei esservi io presente e ascoltarlo con le mie orecchie. Cintia. A che proposito? dubitate forse non si faccia l'ufficio cosí caldamente come desiate? Erasto. Sapete che gli amanti intorno i loro amori credono solo al testimonio degli occhi loro. Fate, Cintio mio caro, ch'io non resti cosí defraudato d'un mio cosí ardente desiderio, e se amate la mia vita adopratevi per lei. Cintia. Non si lascierá opra per servigio vostro, e se non di tutto, almeno in parte ne resterete sodisfatto. Tratterò con lei; ma bisogna che restiate discosto e appiattato di modo ch'ella non se ne accorga, ché, cosí ingannandola, voi ne resterete sodisfatto e a lei non darete occasione di dolersi di voi. Erasto. Vi prego a mostrarmi con effetto quello ch'or dimostrate con le parole. Ma non è Amasia quella ch'or si mostra in fenestra? ella è per certo e par che mostri voglia di ragionarvi: vi sta mirando. Cintia. (O Dio, a che punto costei ha voluto comparir in fenestra!). Erasto. O felice incontro! Or conoscerò, Cintio mio caro, quanto appresso di voi vagliano le mie preghiere. Cintia. Scostatevi ché non vi vegga, se non che sconciaremo il tutto. Cintia. Un poco piú in lá; un altro poco: cosí state benissimo. (O Dio, in che pericolo mi pongo! Questo voler ascoltar con l'orecchie sue e voler chiarirsene con gli occhi suoi è un certo che di voler tacciarmi di mancamento di fede, e io conosco al volger degli occhi che ha non so che contro di me. Certo sará insuspettito del fatto mio; onde, accioché la suspezione non alligni e vada crescendo nell'animo suo, è bisogno estirpar le radici e purgarla con altra evidente chiarezza).
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