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| Giambattista Della Porta La Cintia IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA VIII.
Erasto. (Ed è pur stato possibile ch'un uomo abbia potuto coprir sotto una simulata amicizia cosí orribile tradimento?). Cintia. (Oimè, giá conosco alle narici aperte e inspiranti infocato fumo, dall'aria della fronte turbatissima e dal minaccievol volto la tempesta in punto contro di me!). Erasto. (Ma veggio Cintio tutto mutato nel volto: giá gli sará raccontato l'affronto). Cintio, vo' cercando di te per tutta la cittá. Cintia. Eccomi al vostro comando. Erasto. Abbreviamo le ciancie. Dimmi di grazia, Cintio, che ingiuria o dispiacere tu ricevesti da me mai, ch'io meritassi d'esser cosí amareggiato nell'anima per tuo conto? e sotto una finta amicizia nascondessi un verace tradimento? Ma non è buon nemico chi non sa fingere un buon amico. Cintia. Non so che vogliate dirvi. Erasto. Che mi abbi girato e aggirato come un putto, con darmi ad intendere che Amasia mi amasse e sposarla all'oscuro; e dopo ingravidata la ritrovo maschio e che non mi conosce. Tu gentiluomo di onore no, ma d'infamia; tu di fede no, ma di tradimento! Cintia. Io sono gentiluomo e di onore e di fede, e ve lo farò conoscere, e son qui nelle man vostre, e se non vi fossi verrei a porvemi per giustificarmi con voi. Erasto. E hai tu tanta lingua e tanta fronte? e non ammutisci e non arrossisci? In cambio di Amasia mi conduci a giacer meco una puttana vecchia. Cintia. Nol dite che sia una puttana, ché ve lo manterrò con questa spada mentre arò spirito a reggerla. Non m'avete voi confessato che la prima notte che giaceste seco, godeste le primizie della sua virginitá? come è or dunque una puttana vecchia? Erasto. Ho detto «puttana vecchia», non perché non sia vero quello che ti confessai; ma chiunque ella si sia, è una vile e poveraccia, poiché sotto altrui nome s'è venuta a giacer con uno che non sa chi si sia. Cintia. Ed io vi dico che è nobile e ricca quanto voi, e conosce meglio voi che voi stesso. Ma che gran sceleratezza o peccato ha commesso costei contro di voi che le portate tanto odio e vi sentite cosí oltraggiato da lei? Una che ha brusciato in tanto foco per voi, amatovi con tanta fede e datovi quei segni d'amore che da onesta donzella si potessero dare; anzi ella per compiacervi ha trasportato i termini di ogni donnesca onestá! E se pur ha peccato contro di voi, in una sola cosa ha peccato: che v'ave amato troppo svisceratamente, e accecata dal troppo insopportabile amore è venuta ne' termini che voi sapete. Erasto. Chi è dunque questa femina? Cintia. Non bisogna saperla: perché mentre non la conoscete l'amate, conoscendola l'odiate; sotto la falsa sembianza la raccogliete e abbracciate, sotto la vera la scacciate e aborrite; non sapendo chi sia l'onorate, e avendola dinanzi agli occhi l'ingiuriate e oltraggiate e mostrate di non conoscerla. Erasto. Chi è cotesta brutta disgraziata? Cintia. Disgraziata e infelice sí bene, ma non brutta se dicevate il vero quando stavate abbracciato con lei: che avanzava di leggiadria tutte le umane creature. Erasto. Chi ha inteso questo da me? Cintia. Chi v'era presente: io. Cintia. Fra quelli ci era ancor io. Erasto. Dimmi, dov'è cotesta donna? Cintia. Dove volete voi che sia? piú presso che voi non vi pensate: quanto voi sète lontano da me. Cintia. Niun lo sa meglio di me. Erasto. Non è peggior sordo che quello che non vuole intendere. Parlami un poco piú chiaro, rispondimi a proposito: chi è quella che m'hai fatta sposare? Cintia. Dimandatelo a voi stesso che l'avete avuta in braccio tante volte: niuno sa meglio di voi che la conoscete come me. Erasto. Non la potei mai veder bene perché eravamo all'oscuro o con un lumicino: cosí accordato fra voi per ingannarmi, come m'avete giá ingannato. Ma io vorrei che, imparando il mio linguaggio, mi dicessi chiaro chi fu quella. Cintia. Perché sète ingrato sopra tutti gl'ingrati e cieco sopra tutti i ciechi, anzi indegno che mai piú donna v'ami, ancorch'ella non vel dica chi sia, tutto il mondo parla per lei: ve lo dicono gli occhi suoi, il volto, la sua bocca e l'anima e il sangue dell'anima sua, la qual, trafitta dalle vostre ingiuriose parole piú assai che da un acutissimo coltello, vi manda il sangue fuori. Non vedete le lacrime sue? che son altro le lacrime che il sangue dell'anima? E se pur sète tanto cieco e sordo che non volete udirla né vederla, ve lo dirá all'ultimo la sua morte che sará tra poco; anzi uccisa dalle vostre mani, morta l'abbracciarete e la basciarete. Ma voi che sète di cosí bel giudicio, di cosí raro intelletto e discortese cosí altamente, come non ve ne accorgete? Erasto. Io non sento da te se non parole mascherate. Ma lasciamo questa ingiuria e tocchiamone un'altra maggiore. Dimmi, come sei infellonito cosí contro di me che, praticando in casa mia cosí alla libera, mentre ch'io giaceva con quella... che non so come nominarla, in casa tua, tu venivi in mia casa a far violenza a mia sorella? Cintia. Ti giuro su la mia fede che non solamente non ho ciò fatto, ma né meno mi passò per il pensiero giamai! Erasto. Che fede fede? che fede hai o avesti tu mai? La tua fede ti serve per ingannare chi ha fede nella tua fede. Cintia. «Chi non ha fede non crede». Ti giuro da quel che sono! Erasto. Da un disleale, da un traditore. Erasto. Crederò io a quella lingua mendace che m'ha fatto mille spergiuri? Cintia. Io non feci in voi mai cosa onde meritasse riceverne cosí ingiuriose parole; ma qualunque ciò dice contro di me, ne mente mille volte per la gola! Erasto. Ecco qui il testimonio. Vien qui, Dulone: non hai tu visto costui la notte passata in casa mia ragionar con Lidia ed entrare in casa mia? Cintia. Tu hai visto me entrar in casa sua la notte passata? Dulone. Io io, sí sí, con questi occhi! Cintia. Se tu non fossi suo servo a cui porto rispetto, ti darei tanti calci su lo stomaco che ti farei vomitar il sangue e l'anima, o la veritá. Ma s'era di notte, come mi conoscevi? Dulone. Ti conobbi alla statura, alla voce, alle vesti, al mover della persona, al volto senza barba. Erasto. Anzi quello che costui dice, Lidia lo conferma e mi cerca vendetta dalla violenza che l'hai tu usata. Cintia. Io non l'ho fatto violenza, ma riveritala sempre come mia sorella. Erasto. Dulone, di' a Lidia che cali giú: vo' veder se, nello affronto, in quel tuo volto vitriato resterá qualche segno di vergogna. Cintia. Non trovarete mai altro che la notte passata, che voi giaceste con quella che voi tanto ingiuriate, io non mi partii da voi, e se fui sempre con voi, non poteva essere altrove. Erasto. Non darò piú fede alle parole tue.
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