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Giambattista Della Porta
La Cintia

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  • ATTO V.
    • SCENA V.   Dulone, Cintia, Erasto.
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SCENA V.

 

Dulone, Cintia, Erasto.

 

Dulone. Signora Cintia, non piú signor Cintio, sia lodato Iddio ch'è scoverta ogni cosa; e poiché la fortuna e tutto il mondo vi riverisce, giusto è che vi riverisca ancor io e che vi cerchi perdono delle offese, e del mio mal animo che v'ho sempre avuto, e di aver sempre dissuaso al padrone ché non v'amasse; ma poiché il mio padrone, che è di maggior giudicio ch'io non sono, ci s'era ingannato, non è gran cosa che mi fusse ingannato ancor io. V'ho offesa non volendo, anzi voi stessa m'avete dato cagione che vi offendesse. In tanta allegrezza è di ragion che mi perdoniate.

Cintia. Dulone mio, io non sol ti perdono, ma ti ho caro piú di prima per duo cagioni: l'una perché sei fidele al tuo padrone, l'altra perché la fortuna s'ha voluto servir di te per istrumento della mia felicitá. Tu hai proposto e Dio ha disposto: la sorte ha combattuto per me contro il padre, la madre e nemici; e quelli che han cercato di farmi danno, quelli mi han fatto piú utile. Erasto mio, mi sento un caldo che mi scorre per tutta la persona, e certi movimenti per il corpo, non so se da soverchia allegrezza o dal passato dolore.

Erasto. Apri la porta, Dulone. Entrate in vostra casa, vita mia.

 

 

 




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