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Giambattista Della Porta
La Cintia

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  • ATTO II.
    • SCENA VII.   Balia di Cintia, Erasto, Cintia.
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SCENA VII.

 

Balia di Cintia, Erasto, Cintia.

 

Balia. Erasto mio padrone, Amasia m'ha fatto intendere che verrá or ora alla fenestra, che mandiate Cintio a far la spia e che non vi tratteniate.

Erasto. Cintio è giá venuto, ed io non mi partirei di qua se mi fusse consignato l'imperio di tutto il mondo.

Balia. Eccola che viene.

Cintia. Erasto, vita mia, Dio vi dia ogni contento e felicitá!

Erasto. Ogni contento e felicitá che posso aver in questa vita è la tua presenza, anima mia!

Cintia. M'avete comandato per Cintio, vostro fidelissimo amico, che fusse venuta qui in finestra: ecco vi ubbedisco, perché la vostra bellezza è fatta padrona del cor mio, ogni vostro desiderio è fatto padron del mio.

Erasto. E quando io potrò compensarle cotanta cortesia?

Cintia. Io non ho fatto mai tanto per lei che il suo merito non ne meritasse molto piú.

Erasto. Ma qual merito non cede a tanta ricompensa? pregovi per ora appagarvi della mia perpetua servitú.

Cintia. Non può esser servo chi è maggior del padrone.

Erasto. Signora mia, poiché questa è la prima volta che le parlo di giorno e la prima che Vostra Signoria mi favorisce della sua vista, la prego a far questo ufficio un poco piú spesso.

Cintia. Il farò sempre che conoscerò che il vedermi vi apporti piacere.

Erasto. Come volete che non mi apporti piacere, se non per altro ho caro questi occhi che per vedervi?

Cintia. Gli occhi vostri non devrebbono mai veder altro che voi stesso, perché non ponno mirar cosa piú bella di loro; e però devreste sempre tener dinanzi un specchio.

Erasto. Voi sète il mio specchio, ché mirando voi vedo tutto quel bello che posso veder qui in terra; e se pur vedete in me cosa che vi piaccia, vien dal reflesso della vostra bellezza. Ma lasciamo le cerimonie. Vorrei, signora mia, che mi amaste piú di quello che fate.

Cintia. V'ho donato il mio core e sta giá in vostra podestá: fatevi amar quanto vi piace. Ma ditemi, signor mio, come posso amarvi piú di quello che vi amo?

Erasto. Se m'amaste quanto vi amo io, desiareste vedermi piú spesso di quello che fate.

Cintia. Se voi mi vedete di rado, io vi vedo ben spesso ad ogni ora che voglio, e vi son sempre appresso come ve ne accorgerete alcun giorno.

Erasto. Ditemi di grazia, è vera tanta difficoltá, che vi pone Cintio, quando io vo' venire a vedervi?

Cintia. Quanto Cintio vi dice è tutto vero; e fate conto ch'io e Cintio siamo una cosa medesima: che vi parli con la mia bocca, che vi ami col mio core, ch'io sia la sua mente, ch'io sia lui tutto; e quando non possiamo essere insieme, egli se ne afflige quant'io, e quando vi ha sodisfatto, n'ha quel gusto che n'ho io.

Erasto. Veramente l'ho stimato cosí sempre, ma ho voluto saperlo di bocca vostra, padrona singulare. Attendo l'altra grazia che vi chiese - e perdonatemi tanta importunitá per dar questa importunitá al mio core: - che apriate il portello della gelosia che v'impedisce la vista, ché non mi lascia godere un tanto bene.

Cintia. Di grazia, signor mio, stendete la vista per la strada e per le fenestre, ché non vi sia alcuno che stia spiando i fatti nostri.

Erasto. Non appar anima viva.

Balia. Amasia Amasia, presto presto! ché Cintio vi chiama ché vostro padre vi cerca.

Cintia. Cor mio, perdonatemi. - Eccomi eccomi!

Erasto. O infelicissima mia disgrazia, mira a che ponto è stata chiamata! or non poteva tardar un altro pochino ché l'avessi potuto mirar a mio modo?

 

 

 




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