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| Giambattista Della Porta La Cintia IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA IX.
Capitano, Erasto, Dulone.
Capitano. Ecco che la tua mala sorte pur me ti ha menato dinanzi! Erasto. (Anzi, la tua dinanzi a me!). Capitano. E stimo che nel vedermi calará la barretta su gli occhi, e allo sventolar del pennacchio tu debba conoscere che il cervello mi frulla sotto. Erasto. (Mira che volto acerbo, che fronte crespa, che trasvoltar d'occhi! par che mi voglia inghiottire alla vista). Che vòi tu da me che mi stai cosí mirando? Capitano. E tu perché stai mirando me? Erasto. Che mi curo io di mirar un tuo pari? Capitano. Come sai tu dunque ch'io miro te, se tu non miri me? Erasto. Su, che vo' far questione teco. Capitano. Tu vòi far questione meco? Erasto. Sí. Capitano. E sei deliberato cosí? Erasto. Deliberatissimo. Capitano. E senza altro vòi far questione meco? Erasto. Senz'altro. Capitano. Or se tu vuoi far questione, non ne vo' far io. Dulone. Padrone, datemi licenza ch'io facci questione con lui. Capitano. Un tuo pari tôrsela meco, ah? Che stimi tu ch'io fugga le questioni? corro io piú volentieri alle coltellate che un tedesco invitato al bere; né si allegra cosí il chirurgo delle ferite come io di farle: e io do di vivere a tutti, ché se non fusse per me si morirebbono di fame. Turberei la face di Ottavian per far questione. Ma la tua indegnitá ti salva per questa volta, e ti si perdona la vita: però ingenocchiati e cercami perdono. Dulone. Io ingenocchiarmi a te? Capitano. Fa' quello che dico, non ti far guastare: non sai tu che, se pongo mano alla spada, ti spolpo, disosso, scarnifico e smidollo? La maggior cortesia che possa farti è darti una boffettina dietro la testa e farti balzar gli occhi fuor della testa piú di un miglio e farti restar figura contrafatta, e con un dito farti piú busi nel corpo che non ha un crivello da crivellar meloni! Erasto. Capitano, ti son gito cercando molte volte per far teco questioni per conto di Amasia, e or vogliamo azzuffarci. Capitano. Io ti vo' far conoscere che veramente sono innamorato di Amasia, ché l'odor che spira da questa casa dove abita mi ferisce nell'anima e mi fa un essempio di pazienza: mi farei dar bastonate per amor suo. Vo' temprar la fierezza del mio guardo, ché non ti ferisca mirando, e vo' parlar teco cortesemente. Erasto. Dico che la tua è una soverchia importunitá, ché non passo mai di qua se non ti veggia in questa strada passeggiare; però cava fuor la spada. Capitano. Non è mia usanza por mano alla spada, se almeno con un colpo non ho speranza di squartar cento uomini, sbarattar un essercito, cacciarmi dinanzi dieci bandiere; e avendola in mano nuda, ammazzo cosí gli amici come gli nemici. Erasto. Se non poni mano alla spada, te la darò in testa con tutto il fodero. Capitano. Ahi, fortuna traditora, perché non ho meco la «gastigamatti» o lo spadone a due mani? ché lo farei pentir del tanto ardire: e giá mi brillano le mani. Ma perché vuoi far tu meco questioni? Erasto. Accioché non passi piú per questa strada. Capitano. La strada è mia e ci posso passar quanto voglio. Erasto. Come tua? Capitano. A me sta ammazzar tutti gli uomini che ci stanno e farla mia. Ma perché non vuoi tu che ci passi? Erasto. Accioché non miri in quelle finestre. Capitano. In quelle finestre sta Amasia mia moglie. Erasto. Come tua moglie? Capitano. È mia e vo' che sia mia. Erasto. Non è tua né sará tua, né il padre la vuol dar ad un baionaccio tuo pari. Capitano. Io son stato or ora ragionando con lei e col padre nella sua finestra. Erasto. Da qual finestra? Capitano. Da quella che risponde sul vicolo. E ha riso e scherzato meco. Dulone. Ascoltate, padrone, che ha pur detto il vero senza che glielo dimandaste. Erasto. A te fece tanti favori dianzi suo padre? Capitano. Il padre tiene a molto favore darlami per isposa ad ogni mia richiesta. Erasto. Che favori ti fece ella? Capitano. Mille basciamani e inchini con la testa e con cenni, che dimostravan apertamente che dentro brusciava tutta; e ci siamo parlati col cuore l'un con l'altra senza adoprar la lingua, che ci sarebbe stata anzi d'impedimento, vedendo ella il cor mio ed io il suo: e ci siamo partiti l'un dall'altra pieni di scontentezza. Erasto. Dicoti che Amasia è mia moglie e giá ci siamo sposati di nascosto, e giaccio seco quando mi piace a mio bell'agio ed è giá gravida di me: e se ben devrei tacerlo per amor suo, pur lo dico accioché non passi per qua; ché, cosí facendo, tu viverai sano e a me non darai fastidio di averti a romper la testa. Capitano. Con la mia testa ho fracassato bastioni e belovardi, e fo piú col mio fronte che non fa l'ariete con la testa di bronzo. Ma s'ella è tua moglie, ha perdute meco le sue ragioni e la ripudiarò com'ella merita. Ma che so io se sia vero quel che dici? Erasto. La domenica passata giacqui seco insino all'alba. Capitano. Come può esser ciò vero, se la domenica a notte fu ad un festino d'una sua vicina ed io fui sempre seco? penso che ciò l'arai sognato. Erasto. Per vincer cosí perfida tua ostinazione e ché non dichi se ciò sia vero o no, questa notte vo a dormir seco e voglio che tu me la veda in braccio con gli occhi tuoi. Capitano. Quando vedrò questo, la disgraziarò: a me non mancano innamorate. Che resta da far dunque? Erasto. Quello che tu intenderai: fatti trovar qui alle due ore di notte ché ti farò veder quanto ti ho detto. E accioché l'uno e l'altro di voi si penta di quanto dice, tu di averle parlato dalla fenestra e tu d'esser stato seco al festino, vo' che siate spettatori della mia gloria e delle mie dolcezze. Capitano. Io non mi partirò da qui intorno.
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