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| Giambattista Della Porta La Cintia IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA II.
Capitano, Erasto, Dulone.
Capitano. Chi passa, olá, scostisi lungi, ché non s'infilzi in questo spadone da se stesso! Erasto. Capitano, sète venuto a tempo per attendervi la promessa. Capitano. Sarei venuto un pezzo prima se i birri e il capitano non m'avessero trattenuto: i quali con molta mala creanza venendomi adosso per ispiar chi fussi, io gli ho lasciati accostare, e come gli ebbi tutti a cerchio a mio modo, mi lasciai andar con un roverscio in tondo e ne feci dieci pezzi d'ognuno. Io restai circondato di gente intorno, e i corpi andaron volando per l'aria, e ancor piovono dal cielo gambe, braccia, testa e mani di quei miserelli: pochi ne scamparono per aver avuto buone gambe. Dulone. Ecco l'avanzo de' birri che vengono per vendicarsi. Capitano. Bestie indiscrete, fatevi adietro, ché quelli han fatto bene a morire perché sono usciti d'impaccio; ma voi ponetevi i stivali, pigliate i cavalli da posta per andar all'altro mondo! Olá olá, fermatevi! Erasto. Non è niuno, non dubitate. Capitano. Meglio per loro; ché non avea pelo indosso che non gridasse carne e sangue, ché giá di farne un scamazzo di loro l'ira m'era salita insino al naso. Dulone. Su, che badiamo? Erasto. Tacete, vo' far il segno alla balia: fis, fis. Capitano. Questa non è la casa di Amasia. Erasto. È di Cintio, che per un tragetto che abbiam fatto tra l'una casa e l'altra viene a ritrovarmi: fis, fis. Ecco la balia.
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