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Giambattista Della Porta
La sorella

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  • ATTO I.
    • SCENA V.   Pardo vecchio, Trinca.
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SCENA V.

 

Pardo vecchio, Trinca.

 

Pardo. Trinca, dove è Attilio?

Trinca. A casa; e stimo ch'abbia una gran facenda per le mani.

Pardo. Io son molto mal sodisfatto di lui, perché non li vedo far cosa che mi vada a gusto: è tanto mutato da quel di prima, che non mi par desso. Da quel benedetto giorno - per non dir maladetto, - che menò la sorella da Costantinopoli, menò seco la cagione della sua ruina. Ahi, tardo mio pentimento! Tutti i suoi pensieri tendono all'ozio. Prima, se alzava inanzi giorno, andava alla messa, poi allo Studio, tornava a casa, si poneva a studiare; e quando era l'ora del desinare, con gran fatica lo poteva distaccar da' libri; poi si dicea l'ufficio della Madonna: tutto diligenza, ubidienza e divozione. Or, tutto il giorno in letto, non s'alza insin ad ora di desinare, non si parte da casa mai; ad ogni altro pensa fuor ch'allo studio; è divenuto insolente, mal creato, e mi beffeggia. Non va piú a messe, non dice officio; e la buona educazione, ch'ornava il suo nascimento, è tolta via da usanza cosí cattiva.

Trinca. Padrone, chi prattica con zoppi, al fin impara a zoppicare: vostro figlio è stato in Turchia, dove non s'odono messe, né si dicono uffici - ché ben sapete che i turchi son mali cristiani, - né si usa levar mattino, né si va a Studio; anzi coloro che attendono a simili cose, li chiamano catamelechi, cioè uomini di poco conto.

Pardo. Tutto il giorno a gracchiar con la sorella, e rider fra loro; e quando io vi son presente, pis pis dentro l'orecchie, e dagli atti e cenni conosco che si burlano de' fatti miei, si parlano in zergo e mi danno la baia, e stimano che non me ne accorga.

Trinca. Quello che voi chiamate zergo, son parole turchesche; e l'usa per farsi intendere dalla sorella che non intende ben l'italiano; e cosí mezo turchesco parlano delle cose di Costantinopoli.

Pardo. Per dirtela, tratta troppo licenziosamente con la sorella: si baciano, si succhiano, si toccano, e fanno tutto il giorno alla lotta, l'un sopra l'altra, quasi che non se la pone di sotto.

Trinca. Son sorelle e fratelli carnali al fine, e il sangue tira e fa l'ufficio suo. E la legge maumettana di comanda che le sorelle e fratelli trattino fra loro con molta amorevolezza: sará bisogno smaumettarsi a poco a poco. Poi vostra figlia è allegra di condizione, burla volentieri, e or tanto maggiormente, che si vede libera dalla servitú turchesca e in casa di suo padre e fratello: e questa amorevolezza la chiamano in turchesco tubalch.

Pardo. Io non voglio che non trattino insieme con molta amorevolezza, ma in fin ad un certo termine onesto e di creanza, e non con modi cosí disonesti e di scandalo a chi li vede. Son tali, che m'hanno scemato gran parte dell'amor che li portava; e se mi son mai pentito di cosa mal fatta, mi son pentito di averlo mandato in Turchia a riscattar la sorella, perché ho comprato il mio male, e, per ricovrar la figlia, ho perduto i danari, la figlia, il figlio e me stesso, per il dispiacer che mi dánno.

Trinca. In Turchia è usanza.

Pardo. E pur con Turchia, Turchia: il canchero che ti mangi! tutte le mal creanze le scusi con Turchia. Ti conosco per un scappato da mille forche; quanto piú gli scusi, piú l'accusi: se pur son usanze turchesche, or che siamo tra cristiani, bisogna viver da cristiani.

Trinca. Se voi l'aveste maritata, sareste uscito da intrico.

Pardo. Non ho trovato cosa a proposito.

Trinca. Sète di quei padri che prima muoiono, che maritano i figli, per non contentarsi mai.

Pardo. Or ho deliberato dar Sulpizia per moglie ad Attilio, e vo' che mi ubedisca, cosí per l'obligo che mi tiene di figlio, come per l'onestá della dimanda, e come per l'amor che mi porta: ché l'amor e l'ubedienza son sorelle carnali.

Trinca. V'è tenuto per obligo, e farallo per cortesia e per amore.

Pardo. Se ben è tenuto per obligo, facendolo per amore e cortesia, l'averò quello obligo io, che devo alla sua cortesia e amorevolezza. E vo' dar Cleria al capitano, e mi liberarò della servitú di aver femine a casa. Ho conchiuso iersera il parentado, e vo' che si sposino al tardi. In questo vorrei che usassi la tua astuzia, overo che non l'usassi contro me, ch'io non posso essere tanto studioso a guardarmene, quanto tu ingegnoso ad ingannarmi. Ben sai che ho san Mazzeo vicino a casa, e quel medico di casa Querciuolo, che ti suol medicare le spalle, quando il ricercano. Vorrei che li persuadessi a non esser ostinati, ché non venghi con loro a termini poco onorevoli, come non ho fatto per lo passato.

Trinca. Egli non ricusa Sulpizia, ce l'ho proferta da vostra parte: ne ha tanta voglia, che non vede l'ora che sia sera. Di Cleria non bisogna aver tanta fretta.

Pardo. Che vuoi che se invecchi in casa e poi non trovi can che la fiuti? è meglio purgar la casa delle femine, che della peste. Avendo quel capitano, ará la buona ventura.

Trinca. Anzi l'arcimala ventura.

Pardo. Che li manca?

Trinca. È troppo giovane: lasciamolo invecchiare un altro poco.

Pardo. Non ha quarant'anni.

Trinca. Ha quaranta malanni. Ne ha piú di sessanta: e che altro sono quei peli bianchi, che un richiamo di giovani, che dieno quello a vostra figlia, che non può darle il marito? Egli è come un asino zoppo, a cui mancando le forze del suo natural potere, si cade tra via, bisogna alzarlo a due mani e porlo per la strada. E se ben si vanta che sia stato colonello e generale di esserciti, credo ch'adesso non servirebbe se non per lancia spezzata.

Pardo. S'inchina assai volentieri a questo.

Trinca. Di ciò statene sicuro, sta l'importanza nel potersi drizzare.

Pardo. È ricco.

Trinca. , d'anni; ma povero di robbe e di cervello, puzza di fallito, e ogni giorno piglia dinari a perdita; e se ben s'ha consumato tutto il suo patrimonio a dadi, non consumará certo il matrimonio con vostra figlia. Con quelle sue bravaríe se vuol smaltir per quel che non è. Si pasce d'aria e vive di ruggiada come le cicale, mangia a tavola con la gloria e ambizione, e, essendo un becco, si vuol servir di vostra figlia per una vacca. E per mantener quel fumo del suo camino, quando ella non consentirá, con una furia di bastonate le fará far quel che vuole; talché mangiará sempre piú bastonate che pane.

Pardo. È gentiluomo.

Trinca. Di casa Capodicervo, che ha piú corne in capo che capelli; suona di cornamusa, e s'udiranno per tutta Nola il suono de' suoi cornetti.

Pardo. N'ho buona informazione dal parasito: ne sta innamorato. Di che ridi?

Trinca. Non rido che stia innamorato; ma chi si vuol innamorar di lui? E poi date credito a quel furfante, feccia d'uomo: li servirá per ruffiano a condurgli gli uomini a casa. Senza che, va dicendo mal di voi per Nola, che sète un pidocchioso; e fa le croniche della miseria di vostra casa: che sempre bevete il vin che si guasta, e, prima che finiate di ber quello, cominciate l'altro che si guasta; e che, quando viene a mangiar con voi, lo fate stentar in aspettar fino a mezogiorno; e che s'alza da tavola piú vòto che quando ci venne. Talché voi non l'invitate a mangiare, ma a digiuno, vigilia e penitenza.

Pardo. Mira furfante, che si pone in bocca certi pezzi massicci di carne e certi bocconi tanto stravagantemente grandi, che non se li può voltar per la bocca, e li trabocca giú come li mandasse in una cloaca, e con tanta furia che non mangia, ma trangugia; non beve, ma tracanna, ingorga e fa grondare il vino nello stomaco; che noi appena cominciamo a scaramucciare, ch'egli ha finito il fatto d'arme, che par figlio della fame, padre del diluvio, nipote della carestia, e pone tanta robba in una volta in quella sua voragine, quanto basta una settimana in casa mia: par che la fame ce l'abbia inviato per castigo della casa mia.

Trinca. E dice queste e altre cose.

Pardo. Che altre?

Trinca. Mi vergogno di dirle.

Pardo. Dille in tua malora, ché mi fai venir la rabbia.

Trinca. Dice che patite di non so che infirmitá di stomacali, e che ci avete tanto prorito, che andate cercando chi ve li gratti.

Pardo. Mente e stramente per la gola.

Trinca. E dice averlo inteso da molti.

Pardo. Mente per l'orecchie.

Trinca. Ed egli conosce all'odore esser cosí.

Pardo. Mente per lo naso.

Trinca. E che lo stima esser verissimo.

Pardo. Mente per lo cervello. E tu non sai che ciò è una bugia?

Trinca. E per questo è un ribaldo, perché dice quello che non fu mai; e il peggio è, che le genti lo credono, perché lo veggiono pratticare tanto domesticamente in casa vostra, che possa sapere i vostri secreti.

Pardo. Lo castigherò ben io.

Trinca. Gulone è come il canchero che, quanto meglio lo nudrite, piú incancherisce e infistolisce.

Pardo. Che rimedio ci sará?

Trinca. Quello degli infranciosati: con una dieta di pane e di acqua per quaranta giorni, ché lo consumi la fame e la sete in fin all'ossa. Come se li manca la biava, andrá via. Però torniamo a noi. È troppo gran peccato dar cosí degna figlia a quel cervellaccio che riesce cosí cattivo per ogni banda.

Pardo. La vuol senza dote, e il maritar una figlia senza dote è qualche cosa: l'ho riscattata da' turchi e, or volendole dar dote, sarebbe un riscattarla di nuovo.

Trinca. Meritano i suoi buoni costumi d'esser riscattata diece volte, se bisognasse. Ma noi abbiamo Erotico piú ricco e nobile e d'altri costumi: e vi fa la medesima offerta.

Pardo. Che faresti tu, se fusse tua figlia?

Trinca. Se fosse voi?

Pardo. Fa' conto che ci sei: consigliami.

Trinca. Non per consigliarvi, ma essendo nell'esser vostro, questo partito mi parrebbe tanto buono, che non potrei dir di no.

Pardo. Farò quanto tu dici: ché, non avendo errato mai con l'aviso de' tuoi avertimenti, voglio assicurarmi in questo ancora. Facciamo che amboduo si sposino per la sera.

Trinca. Come comandate.

Pardo. Di' a mio figlio che si ponga in ordine, ch'io aviserò Orgio, zio di Sulpizia, del medesimo. Di' ad Erotico che venghi a trovarmi, e appuntiamo il tutto, ché, quando le persone sono d'accordo, è mal il differire, ché sempre si pone in mezo occasione di disturbi.

Trinca. Farò il tutto come m'imponete.

 

 

 




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