SCENA
III.
Trinca,
Gulone.
Trinca.
Volpino, sali su quelle
legna.
Gulone.
(Legna per far fuoco per lo
banchetto, ché Pardo ha promesso invitarmi a pranso. Ma queste
legne non mi fan buono augurio, canchero!).
Trinca.
Ti venghi a mente recar le
corde.
Gulone.
(Di cembali e di leuti, ché
mi fará una musica. Ma appresso al «canchero»,
quel «ti venga» pur mi fa malo augurio).
Trinca.
Non ti smenticar di
cinquanta nespole acerbe.
Gulone.
(Son frutti dopo pasto; ma
pur le nespole acerbe solemo chiamar le bòtte. Ma vien fuor
Trinca).
Trinca.
Gulone, che si fa?
Gulone.
Bene.
Trinca.
Non è tua usanza.
Gulone.
Ti viene a visitar un tuo
amico carissimo.
Trinca.
Io non vo' amici carissimi,
ma di buon prezzo, ché ho pochi dinari. Che sei venuto a far a
quest'ora?
Gulone.
E tu non sai l'usanza mia?
Trinca.
Non mi ricordo.
Gulone.
M'è venuta una
disgrazia, la maggior che mi possa venire.
Trinca.
Dimmela, se non è
cosa di stato.
Gulone.
Mi muoio della maladetta
fame: io son venuto a sguazzare col tuo padrone.
Trinca.
Sguazzarai come un cavallo
per un pantano: il mio padrone sta irato teco.
Gulone.
Scusa di mal pagatore:
perché l'ho maritata la figlia, per non darmi la mancia, finge
il colerico. Questo è il frutto dell'obligo? Va' e stenta tu.
Io vo' che mi faccia il beveraggio bonissimo.
Trinca.
Ha promesso farti buttar in
un fiume, ché beva benissimo.
Gulone.
Che ha egli meco?
Trinca.
Essendosi informato del
capitano, ha ritrovato tutto il contrario di quanto gli hai detto; e
se avesse fatto il matrimonio sotto la tua parola, arebbe annegata la
figlia. Hai torto ingannarlo cosí.
Gulone.
Come egli ha ingannato me,
cosí ho ingannato lui.
Trinca.
Non sai tu ch'egli sostiene
quelle sue grandezze con l'ombra delle bugie e con falsa fama? E il
peggio è, che hai detto mal di lui al capitano...
Gulone.
Possa digiunar un mese, se
è vero.
Trinca.
Giurane su questa orecchia
d'asino!
Gulone.
Ho sempre dubitato che
fussi un asino; ma or che me ne mostri l'orecchio, ti stimerò
tale da oggi avanti.
Trinca....
Con dir che ti fa seder in un tavolino, e ti pone inanzi certe
minestrine, certe insalate ricamate e gelatine figurate, e certe
torte e bistorte, la carne minuzzata, le cose mal ordinate e cotte.
Gulone.
Trinca, è vero che
ho detto che non posso aver peggio, quando le cose non son bene
apparecchiate, ché il buon apparecchio è il quinto
elemento della tavola; e che le robbe sieno assassinate dal cuoco,
quando non vedo pasticcioni, quarti di vitelli intieri, teste di
cinghiali, e posto a tavola ogni cosa intiera; non star sempre il
salame a tavola morbido e succoso. Che maggior torto si può
far alle torte, quando vengono fredde, e le midolle e i grassi gelati
sopra? il brodo senza lardo e senza specie? gli arrosti secchi e mal
impillottati? e il peggio di tutto, che il vin non sia eccellente,
dolce, gagliardo e piccante? ché ci bisognarebbe la fame
arcigulonica per divorarle. Di questo mi son doluto alcune volte, e
non del mancamento.
Trinca.
Tu sai che sempre sei stato
in capo alla tavola; e ogni cosa è venuto innanzi a te, e tu
fai la parte e dái quel che ti piace a gli altri; e ti sei
alzato da tavola con la faccia piú rossa di un gambaro
boglito.
Gulone.
È vero.
Trinca.
Perché dici il
contrario, quando mangi con altri? e quando mangi con noi, dici mal
di loro?
Gulone.
E perciò vuoi entrar
in colera meco?
Trinca.
Il capitano ha detto
tant'altre cose di te al padrone, che non si direbbero di un boia.
Gulone.
Che può dolersi di
me il capitano? Che sia maledetta quella puttana che lo cacò!
Trinca.
Che, andando tu in casa
sua, ti fará dar cinquanta bastonate.
Gulone.
Vada in bordello egli e la
sua razza! (Queste son quelle legne che dicea poco innanzi, e
cinquanta nespole acerbe).
Trinca.
Il padrone ha giurato farti
dar altre cinquanta bastonate.
Gulone.
Cinquanta bastonate piú
o meno poco importa.
Trinca.
Farti romper la testa e
sfreggiarti il volto.
Gulone.
Facciami quel che vuole,
gli sarò sempre amico e non mi allontanarò dalla sua
tavola.
Trinca.
Farti ligar in una camera
terrena:...
Gulone.
(Queste son corde ch'io
stimava di cembalo).
Trinca....
e farti dieci crestieri il giorno, accioché evacui bene; poi
attaccarti con i piedi in su, finché vomiti quanto hai
mangiato in casa sua; poi darti due fette di pane il giorno e un
becchiero d'acqua...
Gulone.
Cacasangue! Se mi ci
coglie, mi facci il peggio che sa. Rompermi la testa, darmi cinquanta
bastonate, cavarmi un occhio e sfreggiarmi la faccia, son cose
ch'all'ultimo si ponno sopportare. Ma quel star a trippa vacua e
senza mangiare, son cose insopportabili.
Trinca....
Ha ordinato a Mazzafrusto e a Sgraffagnino che stieno alla posta, che
subito entrato in casa ti attacchino bene.
Gulone.
Se mi lascio prendere da
Mazzafrusto che mi frusti e ammazzi, e da Sgraffagnino che mi
sgraffigni! a dio, a dio.
Trinca.
Ascolta una parola...
Gulone.
Non ascolto parole.
Trinca....
che importa molto.
Gulone.
Che cosa?
Trinca.
Vieni, ché il
padrone ti aspetta a tavola con un piatto di maccheroni
straordinariamente grossi, che appena ti capiranno nella bocca.
Gulone.
Le tue parole m'hanno
sconcio lo stomaco di sorte, che, se non vado a ristorarmelo altrove,
non sará ben di me oggi.
Trinca.
Oh, come scampa il
poltrone! giá li par aver Mazzafrusto e Sgraffagnino alle
spalle, che lo menino alla dieta. Il medesimo farò col
capitano: porrò tanta zizania fra costoro, che li condurrò
che venghino alle mani e si rompino le teste. Andrò al padron
giovane a dirli quanto si è oprato in suo serviggio.
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