SCENA
VI.
Trasimaco,
Trinca.
Trasimaco.
Quanto piú desidero
Gulone, men lo posso incontrare...
Trinca.
(Per trovar il padron, vo
cercando per le strade, ed egli deve star rinchiuso in camera. Ma
veggio il capitano con le sue solite e accessorie stravaganze. Oh,
come viene a tempo! credo che succederá il negozio, poiché
ogni cosa mi cade a proposito).
Trasimaco.
... per dimandargli se son
concluse le nozze....
Trinca.
(Senza che gli ne dimandi,
son sconchiusissime).
Trasimaco.
... Ché, accapandosi
per sua cagione, s'acquisterá l'amicizia mia e quella di
Pardo....
Trinca.
(Io porrò tra voi
tanta discordia, ch'in eterno sarete inimici).
Trasimaco.
... E sarò
possessore d'una donzella bellissima....
Trinca.
(La donzella la deve aversi
in corpo, e non è boccon da tuoi denti).
Trasimaco.
... So ch'a lei sará
caro, quando saprá ch'io la ricerco.
Trinca.
(Non bisogna sperarci,
ch'altri la possiede prima di te).
Trasimaco.
Veggio il servo della sua
casa, ne dimandarò costui.
Trinca.
(Fingerò non
conoscerlo, per fargli piú creder quanto dico).
Trasimaco.
Dimmi, galante uomo, Gulone
è in casa vostra?
Trinca.
Potrebbe ben essere, ché
il mio padrone ha gran piacere quando dice mal d'altri.
Trasimaco.
Mi sapresti dir se ragiona
mai dell'eroiche virtú d'un capitano?
Trinca.
Chi capitano?
Trasimaco.
D'un detto il Fracasso che
ritrovandosi l'altro giorno in mezo un squadron di scavezzacolli e di
tagliacantoni, che lo volevano assassinare, egli scagliandosi in mezo
a tutti, s'incanò talmente, che a furia di crudeli fendenti,
di orrendi mandritti e di orribili stoccate, cacciandosegli innanzi,
li ruppe, li fracassò e pose tutti in scompiglio....
Trinca.
Sí, sí, d'un
certo capitano che certi mascalzoni vennero per assaltarlo, ma
ch'egli si salvò con una bella ritirata.
Trasimaco.
... Ed una notte,
incontrandosi con birri che gli voleano tor l'armi, minuzzò il
capitano con tutta la birraria.
Trinca.
Mi ricordo che disse, che
s'incontrò una notte con un bastone, che gli assettò
molto bene il giubbone adosso.
Trasimaco.
Dico di certe sue virtú
illustri.
Trinca.
Sí, sí,
ch'era un gran musico...
Trasimaco.
Come musico?
Trinca.
... che cantaria molto ben
la Girormetta
su la striglia, che l'avea
cantata tutto il tempo della sua vita.
Trasimaco.
Non sará quel
capitano che dico io.
Trinca.
Un certo capitan Sconquasso
o Fracasso o Babuasso, che s'avea posto questi nomi per spaventar le
genti; che porta certi mustacci ingrifati e i peli della barba
rabbuffati, con una ciera torta; e che parla con certi paroloni.
Trasimaco.
Non me ne sazio, se non
darò essempio a' pari suoi, se non sarò un specchio a
gli occhi di ciascuno. Non basterá il cielo a scamparlo dalle
mie mani, ancor che fiammeggi di lampi, ancor che rimbombi de tuoni.
Non so se fra tanto potrò sospender lo sdegno.
Trinca.
Sará forse vostro
amico?
Trasimaco.
Non lo conosco. Passate
innanzi.
Trinca.
Non vorrei che v'adiraste
meco.
Trasimaco.
Dio te ne guardi, ché
caderesti morto.
Trinca.
Ve l'ho dimandato, perché
m'avete cera di capitano.
Trasimaco.
Son cosí in fatti,
come vi paio in ciera.
Trinca.
E bisogno che rida, per non
andar in pericolo di crepare.
Trasimaco.
Di che ridete?
Trinca.
Di nulla.
Trasimaco.
So che non sète
matto, che di nulla ridete; ditelo, di grazia, se pur qualche obligo
non contende questa mia curiositá!
Trinca.
Non è obligo di
secretezza che possa impedirmi che non vi compiacessi; ma desidererei
che non lo ridiceste ad altri, ché m'impediresti di non udir
piú da lui delle sue castronerie.
Trasimaco.
Che Marte sia irato con me,
né mi dia forza di spopolar cittá, di sconfigere e
disfar eserciti, se lo ridico; e perdonate alla mia curiositá.
Trinca.
Egli l'onora di molti
illustri titoli: d'un venerabil asino, e tanto grande, che basta per
sei asini; di buggiardo, e che le veritá le tiene tanto
secrete in corpo, che ci han fatto la ruggine; che non soffiò
mai vento d'ambizione che non soffiasse in quel ballon del suo capo;
e che nel tribunal della poltroneria, se si avesse a determinare chi
fusse il magior poltron del mondo, senza dubio arebbe la sentenza in
favore, perché basterebbe la sua poltroneria ad impoltronire
tutti i poltroni del mondo; e che combatte piú con la lingua
che con la spada...
Trasimaco.
Benissimo.
Trinca.
... e che la sopraveste
della sua nobiltá è un ragazzame. Dice che suo padre fu
giudeo, sua madre lavandaia, sua ava puttana, suo zio boia ed egli
ruffiano; che si tinge la barba per parer giovane; che li pende tra
le gambe una borsa quanto una zucca; che ha mal francese di sette
cotte; e che si vanta che il re di Francia lo vuol per suo compagno,
stipendiato dal re Filippo, presentato dal Gran Turco, ma che si
crepa della maladetta fame...
Trasimaco.
Perché sparlar tanto
di questo poveretto? che li venghi la peste alla lingua!
Trinca....
Dice che l'invita a mangiar seco, e non mangia altro che vessiche
sgonfiate; e che è tanta la sua spilorceria e spedaleria, che
si parte morto di fame.
Trasimaco.
Come può cicalar
tanto?
Trinca.
Ha lingua per sei cicaloni.
Trasimaco.
Non devrebbe pratticar con
lui.
Trinca.
Dice che ci prattica per
udir quelle sue millanterie, e se prende spasso de fatti suoi. Onde
il padrone in modo se trafisse queste cose nel capo, che non sarebbe
possibile cavarnele piú.
Trasimaco.
Mi avete detto a bastanza,
perché la materia abonda troppo.
Trinca.
È piú di
quello che mi avete dimandato.
Trasimaco.
Se posso ricompensar la
fatica che avete durata per me, comandate e sarete servito.
Trinca.
È stato poco per
sodisfar al debito mio con un par vostro.
Trasimaco.
Restate in pace, buon
rivelante.
Trinca.
Andate in buon'ora, buon
ascoltante, ser capitano.
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