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Giambattista Della Porta
La sorella

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  • ATTO II.
    • SCENA VI.   Trasimaco, Trinca.
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SCENA VI.

 

Trasimaco, Trinca.

 

Trasimaco. Quanto piú desidero Gulone, men lo posso incontrare...

Trinca. (Per trovar il padron, vo cercando per le strade, ed egli deve star rinchiuso in camera. Ma veggio il capitano con le sue solite e accessorie stravaganze. Oh, come viene a tempo! credo che succederá il negozio, poiché ogni cosa mi cade a proposito).

Trasimaco. ... per dimandargli se son concluse le nozze....

Trinca. (Senza che gli ne dimandi, son sconchiusissime).

Trasimaco. ... Ché, accapandosi per sua cagione, s'acquisterá l'amicizia mia e quella di Pardo....

Trinca. (Io porrò tra voi tanta discordia, ch'in eterno sarete inimici).

Trasimaco. ... E sarò possessore d'una donzella bellissima....

Trinca. (La donzella la deve aversi in corpo, e non è boccon da tuoi denti).

Trasimaco. ... So ch'a lei sará caro, quando saprá ch'io la ricerco.

Trinca. (Non bisogna sperarci, ch'altri la possiede prima di te).

Trasimaco. Veggio il servo della sua casa, ne dimandarò costui.

Trinca. (Fingerò non conoscerlo, per fargli piú creder quanto dico).

Trasimaco. Dimmi, galante uomo, Gulone è in casa vostra?

Trinca. Potrebbe ben essere, ché il mio padrone ha gran piacere quando dice mal d'altri.

Trasimaco. Mi sapresti dir se ragiona mai dell'eroiche virtú d'un capitano?

Trinca. Chi capitano?

Trasimaco. D'un detto il Fracasso che ritrovandosi l'altro giorno in mezo un squadron di scavezzacolli e di tagliacantoni, che lo volevano assassinare, egli scagliandosi in mezo a tutti, s'incanò talmente, che a furia di crudeli fendenti, di orrendi mandritti e di orribili stoccate, cacciandosegli innanzi, li ruppe, li fracassò e pose tutti in scompiglio....

Trinca. , , d'un certo capitano che certi mascalzoni vennero per assaltarlo, ma ch'egli si salvò con una bella ritirata.

Trasimaco. ... Ed una notte, incontrandosi con birri che gli voleano tor l'armi, minuzzò il capitano con tutta la birraria.

Trinca. Mi ricordo che disse, che s'incontrò una notte con un bastone, che gli assettò molto bene il giubbone adosso.

Trasimaco. Dico di certe sue virtú illustri.

Trinca. , , ch'era un gran musico...

Trasimaco. Come musico?

Trinca. ... che cantaria molto ben la Girormetta su la striglia, che l'avea cantata tutto il tempo della sua vita.

Trasimaco. Non sará quel capitano che dico io.

Trinca. Un certo capitan Sconquasso o Fracasso o Babuasso, che s'avea posto questi nomi per spaventar le genti; che porta certi mustacci ingrifati e i peli della barba rabbuffati, con una ciera torta; e che parla con certi paroloni.

Trasimaco. Non me ne sazio, se non darò essempio a' pari suoi, se non sarò un specchio a gli occhi di ciascuno. Non basterá il cielo a scamparlo dalle mie mani, ancor che fiammeggi di lampi, ancor che rimbombi de tuoni. Non so se fra tanto potrò sospender lo sdegno.

Trinca. Sará forse vostro amico?

Trasimaco. Non lo conosco. Passate innanzi.

Trinca. Non vorrei che v'adiraste meco.

Trasimaco. Dio te ne guardi, ché caderesti morto.

Trinca. Ve l'ho dimandato, perché m'avete cera di capitano.

Trasimaco. Son cosí in fatti, come vi paio in ciera.

Trinca. E bisogno che rida, per non andar in pericolo di crepare.

Trasimaco. Di che ridete?

Trinca. Di nulla.

Trasimaco. So che non sète matto, che di nulla ridete; ditelo, di grazia, se pur qualche obligo non contende questa mia curiositá!

Trinca. Non è obligo di secretezza che possa impedirmi che non vi compiacessi; ma desidererei che non lo ridiceste ad altri, ché m'impediresti di non udir piú da lui delle sue castronerie.

Trasimaco. Che Marte sia irato con me, né mi dia forza di spopolar cittá, di sconfigere e disfar eserciti, se lo ridico; e perdonate alla mia curiositá.

Trinca. Egli l'onora di molti illustri titoli: d'un venerabil asino, e tanto grande, che basta per sei asini; di buggiardo, e che le veritá le tiene tanto secrete in corpo, che ci han fatto la ruggine; che non soffiò mai vento d'ambizione che non soffiasse in quel ballon del suo capo; e che nel tribunal della poltroneria, se si avesse a determinare chi fusse il magior poltron del mondo, senza dubio arebbe la sentenza in favore, perché basterebbe la sua poltroneria ad impoltronire tutti i poltroni del mondo; e che combatte piú con la lingua che con la spada...

Trasimaco. Benissimo.

Trinca. ... e che la sopraveste della sua nobiltá è un ragazzame. Dice che suo padre fu giudeo, sua madre lavandaia, sua ava puttana, suo zio boia ed egli ruffiano; che si tinge la barba per parer giovane; che li pende tra le gambe una borsa quanto una zucca; che ha mal francese di sette cotte; e che si vanta che il re di Francia lo vuol per suo compagno, stipendiato dal re Filippo, presentato dal Gran Turco, ma che si crepa della maladetta fame...

Trasimaco. Perché sparlar tanto di questo poveretto? che li venghi la peste alla lingua!

Trinca.... Dice che l'invita a mangiar seco, e non mangia altro che vessiche sgonfiate; e che è tanta la sua spilorceria e spedaleria, che si parte morto di fame.

Trasimaco. Come può cicalar tanto?

Trinca. Ha lingua per sei cicaloni.

Trasimaco. Non devrebbe pratticar con lui.

Trinca. Dice che ci prattica per udir quelle sue millanterie, e se prende spasso de fatti suoi. Onde il padrone in modo se trafisse queste cose nel capo, che non sarebbe possibile cavarnele piú.

Trasimaco. Mi avete detto a bastanza, perché la materia abonda troppo.

Trinca. È piú di quello che mi avete dimandato.

Trasimaco. Se posso ricompensar la fatica che avete durata per me, comandate e sarete servito.

Trinca. È stato poco per sodisfar al debito mio con un par vostro.

Trasimaco. Restate in pace, buon rivelante.

Trinca. Andate in buon'ora, buon ascoltante, ser capitano.

 

 

 




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