SCENA
VI.
Trasimaco,
Pardo.
Trasimaco.
Fermatevi, gentiluomo,
nella cui figlia è fondato il trionfo della illustre mia
generazione.
Pardo.
Ho da far altro,
perdonatemi.
Trasimaco.
Sappiati che gli occhi
balenanti e altitonanti di vostra figlia han fatto piú effetto
nel mio cuore, che le bombarde e artigliarie ne' fianchi de'
baluardi: onde io, che prendo le cittá, castelli e campi, son
preso e ligato dalle sue bellezze. Sí che, deposta
l'orribilitá del mio rigore e ammollita la feritá,
vengo a chiederlavi per moglie, per non far mancar al mondo la razza
de pari miei, e far una dozina di Marti, un'altra di Bellone, di
Orlandi e di Rodomonti, e arricchirne il mondo: onde può
tenersi la piú fortunata e felice donna che viva, e cosí
voi a cui non poca autoritá vi recará la qualitá
della mia persona.
Pardo.
Non ho tempo da spendere in
chiacchiere.
Trasimaco.
Fermatevi, dispetto di
Marte. Si trattengono a ragionar meco la maestá di quel di
Spagna e del Gran Turco, e voi non vi degnate ascoltarmi.
Pardo.
Spedetela in brevi parole.
Trasimaco.
Quanto v'ha detto di me
quel furfante di Gulone, tutto è mentita.
Pardo.
M'ha detto che sète
un gran capitano e ricco e veritiero.
Trasimaco.
E se fosse un par mio, lo
disfidarei, nudo, con meza cappa, ad uccidersi meco in un steccato,
ché per manco d'un pelo ci son entrato cinquanta volte.
Pardo.
Poco me se dá.
Trasimaco.
E son cavaliero da tutti i
quarti: cerchesi nel mio parentado, tutte son croci di Malta, di S.
Stefano, di S. Giacomo e di Calatrava.
Pardo.
Forse dubitavano che non li
fusse pisciato adosso.
Trasimaco.
E quando veniva a mangiar
meco, ho fatto come son solito di far a' miei squadroni: il pan a
monti, i buoi a quarti, i capretti a squadre, il vino a botti: e se
butta piú in casa mia, che non se ne vede in quelle de' gran
signori.
Pardo.
Ben bene.
Trasimaco.
E vo' che veggiate che
conto tengono di me i principi del mondo: ho pieno il petto, i
calzoni e le valiggie di lettere che mi mandano. Ecco quella a punto
del Gran Turco: All'illustrissimo e strenuissimo cavaliero, il
capitan Trasimaco de Sconquassi, mio carissimo amico e generalissimo
delle mie genti. Ecco quella del re Filippo: Al venerabilissimo e
stupendissimo capitan Sconquasso de Sconquassi de Squassamenti, mio
lugar
teniente e
general de' miei esserciti. Ecco quella del re di Francia: Al mio
amatissimo Colonello e Maestro, sotto il quale ho imparato la
milizia. Ecco quella de' veneziani e di altre republiche, ch'io non
ne tengo conto; e io non son uomo di bugie, ma m'è cara la
veritá.
Pardo.
È tanto cara, che la
serbate per voi; né ve ne cavarebbe una di bocca quante
tanaglie ha il mondo.
Trasimaco.
Però non bisogna dar
credito a furfanti; e volendo informarvi chi sia, andate in Persia e
dimandate di me, che feci nella guerra fra turchi e persiani; andate
in Tartaria e dimandate al Gran Can; andate al Giappone e dimandatene
il re Quabacondono; gite nell'Indie, nel Messico, in Temistitan, e
dimandate alli caccichi Abenemuchei, Anacancon, Aguelbana, Comogro,
Ciapoton, Totonoga e Caracura, e altri e altri: cosí saprete
chi sono.
Pardo.
Mi vo' partir or ora per
cotesti luoghi, e come mi sarò informato, tratteremo del
matrimonio. A dio.
Trasimaco.
Almeno vi parteste con piú
creanza; ma t'escusa la vecchiaia, che tutto il mondo non ti
scapparebbe dalle mie mani. Assai mi curo io di tua figlia! Ho le
regine che mi pregano: mi dava una sua figlia il Turco, s'accettava
il bellerbeiato della Grecia; una sorella il Principe di
Transilvania, se voleva esser suo vaivoda; la regina Lisabetta
d'Inghilterra mi volea per marito, se volea pigliar la sua protezion
contro Filippo secondo. Ma buon per te, che ti sei partito; ché
or, che mi bolle il sangue, non mi terrebbe il rispetto ch'eri un
vecchio rimbambito, barboggio. Non dovevi invecchiare, se non volevi
diventar cosí ignorante.
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