SCENA
VIII.
Gulone,
Trasimaco, Trinca.
Gulone.
Ben trovato il
poltronissimo.
Trasimaco.
La mala ventura ti ci ha
condotto, ché ti ammazzi.
Gulone.
Sí, pidocchi, come
sei uso.
Trinca.
Capitano, ti vuoi uccider
con Gulone?
Trasimaco.
Sí, bene.
Trinca.
E tu, Gulone, ti vuoi
uccider col capitano?
Gulone.
Volentieri.
Trinca.
Orsú, fatela da
valent'uomini, uccidetevi insieme.
Trasimaco.
A me non conviene por la
mia autoritá in bilancia con un par suo. O molto indegno della
grandezza dell'animo mio! E poi a questo duello ci manca una degna
corona di signori e di cavalieri spettatori, che mi dessero poi
quello applauso che merito, e rendessero la mia vittoria piú
famosa. Poi, per non esser la sua profession d'armi, vo' che ceda
l'impeto dell'ira alla ragione e alla nobiltá della mia
creanza: gli vo' far conoscere che son vero nobile, e cosí vo'
vivere e morire, però non voglio competere altrimente con lui.
Trinca.
Ah, capitan valoroso, cosí
vi fate fuggire di mano un'occasion di farvi illustre? non saresti un
pusillanimo, se schivaste un cosí onorato pericolo?
Trasimaco.
Vien qua tu; è vero
che hai detto mal di me? ché vo' farti in mille pezzi, ti
guasterò tutto.
Gulone.
Sí, che è
vero.
Trasimaco.
Or, poiché hai
confessato il vero, ti vo' perdonare. Tristo te, se me dicevi la
bugia, tanto m'è nemica.
Gulone.
Io voglio dir di nuovo mal
di te.
Trasimaco.
Fatti in lá che non
lo senta, ché non me ne curo.
Gulone.
Io vo' che tu lo senta.
Trasimaco.
Tu mi vai punzecchiando e
mi offendi troppo indiscretamente: non lo comporterò, cancaro!
Gulone.
Ti venga a mente come m'hai
disfidato: e son rissoluto uccidermi teco.
Trasimaco.
Arcitonante Giove, che
audacia è la tua? Tu mi fai inserpentire, inantropofagare,
improcustire, inneronire: con un sgraffio ti sconquasserò
tutto, ti sganghererò le mascelle e i denti, che non potrai
piú mangiare.
Gulone.
Ed io quella lingua, che
non potrai dir bugie.
Trasimaco.
Ti sminuzzerò le
braccia, che non ti potrai piú imboccare.
Gulone.
Ti romperò quella
testa busa, priva di cervello, ché non vi nascano tanti
grilli.
Trasimaco.
Ti torcerò quel
collo, che non dará tanta briga al manigoldo, quando ti ará
a strozzare: cosí non divorerai tante panelle, ché hai
fatto carestia alle botteghe.
Gulone.
O che manigoldo amorevole,
o che franca lancia.
Trasimaco.
O che franca pancia. Ti
farò dir altrimente, quando ti vedrai intorno questo fianco di
balovardo...
Gulone.
Bel balordo che sei.
Trasimaco.
... con questa spada in
mano ...
Gulone.
Con un spedo piú
tosto, ché saresti meglio guattero di tinelli.
Trasimaco.
... frapparti il viso.
Gulone.
Tu non hai altro che
frappe.
Trasimaco.
Non sei uso, com'io, alle
batterie.
Gulone.
Alle baratterie sei uso tu.
Trasimaco.
Alle bòtte di
bombarde e di artegliarie.
Gulone.
Di correggie, stimo io.
Trasimaco.
Mira il furfante che,
burlandosi di me, scherza con la morte. Fatti indietro, poltrone.
Gulone.
Ti sei fatto indietro tu,
prima che lo dicessi. Tu sei come il gallo d'India: gonfia la gola,
arrossisce la cresta, apre l'ali e le batte intorno, e sbuffa come si
volesse far qualche gran cosa, poi si ritira. Férmati, schiuma
de forfanti.
Trasimaco.
A tradimento, ah? cosí
se tratta con i pari miei, trattenermi su le parole e poi
attraversarmi le braccia? Falla da gentiluomo.
Gulone.
Non fui mai gentiluomo: la
farò da quel che sono. Ingenòcchiati, raccomanda
l'anima a Dio.
Trasimaco.
E che, mi vuoi ammazzare?
Gulone.
Tu sei indovino.
Trasimaco.
Se fussi indovino, non
sarei venuto a questo termine: almeno fammi una grazia, fammi viver
due ore sole.
Gulone.
Perché due ore?
Trasimaco.
Che mi mangi quello
apparecchio che avea fatto in casa per te; e, dopo mangiato, fammi
morire, ché morrò contento.
Gulone.
Che apparecchio era il tuo?
Trasimaco.
Una porchetta con una
crustina sopra, che, masticandola, ti stride sotto i denti, poi si
dilegua in latte in bocca; un pasticciotto di ostreghe boglite nel
lor medesimo umore, che fanno a lor stesse un intingolo suavissimo,
con certi aromati che ti fanno trasecolar la gola; un tegame di
beccafighi con lardo e presciutto e cime tenere di zucche, di cui
l'odore farebbe risuscitar i morti; una torta alla lombarda; con un
vin prezioso di amarene che bacia, morde e dá calci.
Gulone.
Ahi, traditore, mi cavi
l'anima col tuo apparecchio: e' par che mi tocchino la cima del
fegado. Se con l'imaginazione ne godo, che sarebbe quando fussimo su
l'atto prattico? e lo dici a tempo, che ho lo stomaco piú vóto
d'una vessica sgonfiata, e il pulmone brusciato per la sete. Ma tu mi
vuoi tirar dietro questo tuo cibo, come i mastri di caccia tirano gli
astori e li falconi; però a te non mancherá di
mangiare: ti darò alcune nespole, che te le mangi per amor
mio; e comincia ad assaggiarle, ché, per esserno un poco
acerbe, non so come le manderai giú.
Trasimaco.
Ah, furfante! genti a piè,
genti a cavallo, soldati, centurioni, dove sète? Olá,
para, piglia! paggi, staffieri: e quando sarai stracco?
Gulone.
Ecco, son stracco e ti
lascio.
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