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Giambattista Della Porta
La sorella

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  • ATTO III.
    • SCENA VIII.   Gulone, Trasimaco, Trinca.
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SCENA VIII.

 

Gulone, Trasimaco, Trinca.

 

Gulone. Ben trovato il poltronissimo.

Trasimaco. La mala ventura ti ci ha condotto, ché ti ammazzi.

Gulone. , pidocchi, come sei uso.

Trinca. Capitano, ti vuoi uccider con Gulone?

Trasimaco. , bene.

Trinca. E tu, Gulone, ti vuoi uccider col capitano?

Gulone. Volentieri.

Trinca. Orsú, fatela da valent'uomini, uccidetevi insieme.

Trasimaco. A me non conviene por la mia autoritá in bilancia con un par suo. O molto indegno della grandezza dell'animo mio! E poi a questo duello ci manca una degna corona di signori e di cavalieri spettatori, che mi dessero poi quello applauso che merito, e rendessero la mia vittoria piú famosa. Poi, per non esser la sua profession d'armi, vo' che ceda l'impeto dell'ira alla ragione e alla nobiltá della mia creanza: gli vo' far conoscere che son vero nobile, e cosí vo' vivere e morire, però non voglio competere altrimente con lui.

Trinca. Ah, capitan valoroso, cosí vi fate fuggire di mano un'occasion di farvi illustre? non saresti un pusillanimo, se schivaste un cosí onorato pericolo?

Trasimaco. Vien qua tu; è vero che hai detto mal di me? ché vo' farti in mille pezzi, ti guasterò tutto.

Gulone. , che è vero.

Trasimaco. Or, poiché hai confessato il vero, ti vo' perdonare. Tristo te, se me dicevi la bugia, tanto m'è nemica.

Gulone. Io voglio dir di nuovo mal di te.

Trasimaco. Fatti in che non lo senta, ché non me ne curo.

Gulone. Io vo' che tu lo senta.

Trasimaco. Tu mi vai punzecchiando e mi offendi troppo indiscretamente: non lo comporterò, cancaro!

Gulone. Ti venga a mente come m'hai disfidato: e son rissoluto uccidermi teco.

Trasimaco. Arcitonante Giove, che audacia è la tua? Tu mi fai inserpentire, inantropofagare, improcustire, inneronire: con un sgraffio ti sconquasserò tutto, ti sganghererò le mascelle e i denti, che non potrai piú mangiare.

Gulone. Ed io quella lingua, che non potrai dir bugie.

Trasimaco. Ti sminuzzerò le braccia, che non ti potrai piú imboccare.

Gulone. Ti romperò quella testa busa, priva di cervello, ché non vi nascano tanti grilli.

Trasimaco. Ti torcerò quel collo, che non dará tanta briga al manigoldo, quando ti ará a strozzare: cosí non divorerai tante panelle, ché hai fatto carestia alle botteghe.

Gulone. O che manigoldo amorevole, o che franca lancia.

Trasimaco. O che franca pancia. Ti farò dir altrimente, quando ti vedrai intorno questo fianco di balovardo...

Gulone. Bel balordo che sei.

Trasimaco. ... con questa spada in mano ...

Gulone. Con un spedo piú tosto, ché saresti meglio guattero di tinelli.

Trasimaco. ... frapparti il viso.

Gulone. Tu non hai altro che frappe.

Trasimaco. Non sei uso, com'io, alle batterie.

Gulone. Alle baratterie sei uso tu.

Trasimaco. Alle bòtte di bombarde e di artegliarie.

Gulone. Di correggie, stimo io.

Trasimaco. Mira il furfante che, burlandosi di me, scherza con la morte. Fatti indietro, poltrone.

Gulone. Ti sei fatto indietro tu, prima che lo dicessi. Tu sei come il gallo d'India: gonfia la gola, arrossisce la cresta, apre l'ali e le batte intorno, e sbuffa come si volesse far qualche gran cosa, poi si ritira. Férmati, schiuma de forfanti.

Trasimaco. A tradimento, ah? cosí se tratta con i pari miei, trattenermi su le parole e poi attraversarmi le braccia? Falla da gentiluomo.

Gulone. Non fui mai gentiluomo: la farò da quel che sono. Ingenòcchiati, raccomanda l'anima a Dio.

Trasimaco. E che, mi vuoi ammazzare?

Gulone. Tu sei indovino.

Trasimaco. Se fussi indovino, non sarei venuto a questo termine: almeno fammi una grazia, fammi viver due ore sole.

Gulone. Perché due ore?

Trasimaco. Che mi mangi quello apparecchio che avea fatto in casa per te; e, dopo mangiato, fammi morire, ché morrò contento.

Gulone. Che apparecchio era il tuo?

Trasimaco. Una porchetta con una crustina sopra, che, masticandola, ti stride sotto i denti, poi si dilegua in latte in bocca; un pasticciotto di ostreghe boglite nel lor medesimo umore, che fanno a lor stesse un intingolo suavissimo, con certi aromati che ti fanno trasecolar la gola; un tegame di beccafighi con lardo e presciutto e cime tenere di zucche, di cui l'odore farebbe risuscitar i morti; una torta alla lombarda; con un vin prezioso di amarene che bacia, morde e calci.

Gulone. Ahi, traditore, mi cavi l'anima col tuo apparecchio: e' par che mi tocchino la cima del fegado. Se con l'imaginazione ne godo, che sarebbe quando fussimo su l'atto prattico? e lo dici a tempo, che ho lo stomaco piú vóto d'una vessica sgonfiata, e il pulmone brusciato per la sete. Ma tu mi vuoi tirar dietro questo tuo cibo, come i mastri di caccia tirano gli astori e li falconi; però a te non mancherá di mangiare: ti darò alcune nespole, che te le mangi per amor mio; e comincia ad assaggiarle, ché, per esserno un poco acerbe, non so come le manderai giú.

Trasimaco. Ah, furfante! genti a piè, genti a cavallo, soldati, centurioni, dove sète? Olá, para, piglia! paggi, staffieri: e quando sarai stracco?

Gulone. Ecco, son stracco e ti lascio.

 

 

 




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