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Giambattista Della Porta
La sorella

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  • ATTO IV.
    • SCENA II.   Trinca, Attilio, Constanza.
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SCENA II.

 

Trinca, Attilio, Constanza.

 

Trinca. Veramente, quel vento che minacciava tempesta, s'è dileguato in semplice ruggiada. Quel maladetto nolano, venuto da Constantinopoli, ci avea posto in evidente pericolo di perder quello che avevamo fin qui oprato felicemente.

Attilio. Mi era confuso e alienato di sorte, che era posto giá in disperazione; ma tu, con quella pronta bugia del parlar turchesco, la rimediasti assai bene.

Trinca. Una bugia a tempo val tant'oro.

Constanza. Gentiluomini, mi sapreste voi dir se Pardo Mastrillo fusse vivo?

Attilio. È vivo e in buona sanitade ancora.

Trinca. (Cosí fusse egli morto e sotterra!).

Constanza. Ed Attilio suo figliuolo?

Attilio. E Attilio parimente.

Constanza. Idio, per colmarmi d'ogni contentezza, m'ha voluto racconsolar con la vita di l'uno e di l'altro.

Attilio. Chi sète voi, che tanto vi rallegrate della lor vita?

Constanza. Son una donna che, quando Pardo e Attilio sapessero ch'io son viva e qui venuta, ne arebbono quella allegrezza che ne ho io.

Attilio. Ditelo, di grazia.

Constanza. A voi non appertiene saperlo.

Attilio. E forse me s'appertiene piú che ad altri, perché io son Attilio suo figliuolo.

Constanza. Ed io son Constanza tua madre, che or giunge da Constantinopoli, con assai piú desiderio di vedervi che della propria mia acquistata libertade.

Trinca. (Ecco l'altra perturbatrice d'ogni nostro bel disegno).

Attilio. (O Idio, che non si può nel mondo godere un bene, che non sia mischiato di alcun male: ecco, acquistando la madre, perdo il mio bene).

Trinca. (Avemo resistito al primo impeto della fortuna; or non si può piú, alla gran tempesta che ne ondeggia intorno).

Attilio. (O mal, come vieni presto! o ben,come vieni tardo!).

Trinca. (La sua venuta scompiglia quanto abbiam tessuto della nostra tela; e se l'altre se han potuto rimediare, a questa non ci ha rimedio alcuno).

Attilio. (Ho pregato Idio, che mi facesse veder mia madre, per non esser cosa, che piú desiderasse di vedere; or che la veggio, desidererei esser morto per non vederla, ché perdo Cleria, e io non vedrò mai piú cosa che mi piaccia). Voi dunque sète Constanza?

Constanza. Io son quella infelice donna che venti anni son stata schiava di genti barbare.

Attilio. O madre, quanto mi sarebbe stata cara la tua venuta, se a piú opportuno tempo venuta fosse.

Constanza. Figlio, non intendo che vogliate dire.

Attilio. Dico che in ogni tempo che voi foste venuta, fuor che in questo, la vostra venuta mi sarebbe stata oltre modo gratissima.

Constanza. (Mi pensava che benigna fortuna m'avesse condotta in porto, alla mia patria conducendomi; ma or da contraria tempesta mi veggio risospinta fuori: la mia venuta, che stimava che fosse desiosamente desiderata, la veggio esser scacciata con fastidio). Figlio, se il mio venir ti apporta qualche noia, di grazia fammene consapevole.

Attilio. Madre, la cagion di ciò non può raccontarsi senza fastidio; entrate in casa, che è ben di ragione che avendo sofferta tanti anni la servitú di quei cani e tanti travagli nel viaggio, che vi riposiate; ma togliete a me ogni riposo, perché, entrando voi, ne cacciate me: sète voi fatta libera, per pormi in servitú: voi acquistate la patria, io perdo la patria e quanto possedeva. Né arei pensato mai che la vostra venuta fosse stata accompagnata da tanta amaritudine.

Constanza. Figlio, non mi trafissero mai tanto i morsi della servitú, quanto or mi trafiggono i vostri dispiaceri. Onde vi prego per quello amor, che è ragionevol che mi portiate, che mi manifestiate la cagione del disturbo; ch'io, cosí povera feminella come sono, sarò da tanto di tornarmene in Napoli e viver mendicando disconosciuta, per non darvi vergogna: che, se ben la nobiltá nelle miserie fa risvegliar i spiriti generosi e signorili, con l'esser stata tanti anni schiava son spenti in tutto.

Attilio. Conosco, carissima madre, avervi offeso, e però mi vergogno manifestarlovi.

Constanza. L'offese de' figli alle madri non passano la pelle: non sará mai tanto grande, che non sia vinta dall'affetto materno. Voi tacete? Manifestatela, figlio, ché troverete quel che vi dico.

Attilio. Madre, se promettete di perdonarmi e di rimediarvi, che di un male non se ne faccino molti, vi spiegherò il fatto come passi.

Constanza. Ti giuro, figlio, per quella grande affezion che ti porto, che spenderei questo avanzo di vita in tuo serviggio. Che se non m'adoperassi per un figlio, per chi debbo adoprarmi io?

Attilio. Poiché cosí volete, vi scoprirò il tutto. Mi mandò mio padre con trecento scudi in Constantinopoli, per lo vostro riscatto. Venni in Vineggia per imbarcarmi per colá, e m'innamorai di una giovane bellissima, spesi i trecento ducati nel suo riscatto, la sposai, tornai a Nola, e diedi ad intendere a mio padre che voi eravate morta, e che avea riscattata Cleria, la mia sorella. E sotto nome di Cleria è stata ricevuta, per non dargli tal disgusto in quel poco tempo che potrá sopravivere. Or voi, entrando in casa e dicendo che quella non è Cleria vostra figlia, lo farete morir di dolore, né si terrebbe sodisfatto se non mi diseredasse e mi cacciassi fuor di casa.

Constanza. E s'io dicessi che quella fusse Cleria mia figlia, ti saria di contento?

Attilio. Grandissimo.

Constanza. Vi prometto dirlo; e l'accetterò per figliuola e per mia dilettissima nuora, mentre vivo, per amor vostro. Non sapete voi che le madri condescendono agevolmente a i desideri de' figliuoli, e li sono aiutrici verso i padri?

Attilio. Madre, ciò facendo vi arò piú obligo che della vita che donato mi avete, quando mi partoriste; ché, amando costei piú dell'istessa vita, donandomi costei, mi donate la vera vita.

Trinca. Ma bisogna, padrona, quando v'incontrate, usar quelle accoglienze come si fosse la propria Cleria vostra figlia; e dimandandovi di alcune cose, le sappiate rispondere e, di quelle che non sapete, tacere.

Constanza. Non son tanto goffa, che non sapesse fingere questo poco; e quando mai far non lo sapessi, l'amor che vi porto, mi sará miglior maestro che costui: so quello che si debba dire e tacere, e non me lo farò dir piú d'una volta.

Attilio. Trinca, sali su, fa' calar mio padre, che venghi a ricever la sua moglie tanto desiderata; e avisa la mia Cleria del trattato.

Trinca. Volentieri.

Attilio. Or l'accoglienze, madre cara, che non vi ho fatte al primo incontro, datemi licenza che le facci ora, che possa abbracciarvi e baciarvi a modo mio. Madre, cara sopra tutte le madri, madre che mi sei per natura e per obligo, madre che due volte dái la vita al tuo figliuolo, che farò, mentre sarò vivo, per disubligarmi da tanto beneficio?

Constanza. Poco è, figliuolo, quello che domandi che faccia per amor tuo; e prima che qui giungessi, ho desiata occasione di servirvi tutti.

Attilio. Ecco mio padre.

 

 

 




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