SCENA
IV.
Cleria,
Constanza, Pardo, Trinca.
Cleria.
O cara madre, o madre!
Constanza.
O figlia, o figlia!
Pardo.
Mira, figlio, che
affezione, che non puon saziarsi d'abbracciarsi e di stringersi. Mira
che lacrime mescolate di dolore e di dolcezza. Orsú, non piú
abbracciare e piangere; e non conturbate col pianto cosí
desiderato contento.
Attilio.
Padre, mira che non ponno
parlare.
Constanza.
Ed è pur vero, o
figlia, che da poi sí lungo tempo ti riveggia?
Cleria.
O madre, come
insperatamente vi veggio!
Costanza.
Mentre eri tu, figlia,
meco, la servitú mi era leggiera e assai dolci i travagli, e
per te mi smenticava di quella fortuna; ma, dopo che da me fosti
separata, me si raddoppiaro gli affanni e ogni piacere m'era
dispiacevole e noioso.
Cleria.
Imaginatevi, cara madre,
che non conoscendo al mondo altra che voi, e poi essendomi tolta, che
disperazione era la mia.
Constanza.
Figlia cara, come ti trovo
in casa di tuo padre?
Cleria.
Separata da voi, fui
comprata da un sangiacco, e avanzando io in etá, s'invaghí
di me quel cane; la moglie ne divenne gelosa, e, quando ei si partí
per affari del Gran Signore, mi consegnò ad un servo, che mi
vendesse. Cosí capitando mio fratello in Constantinopoli, mi
riscattò da quello e mi condusse qui a casa seco.
Constanza.
Sia lode a Dio del tutto.
Pardo.
Troppo sarete lunghe, se
volete qui raguagliarvi delle passate fortune. Entrate, moglie, a
riposarvi; che non mancherá tempo a questo. Attilio, aiuta tua
madre; io, tua sorella.
Attilio.
Cosí faremo.
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