SCENA
V.
Trinca,
Constanza, Attilio.
Trinca.
Padrona, non siamo stati
defraudati della speranza nostra, perché avete oprato piú
di quel che ne prometteste: veramente l'amor della madre avanza tutti
gli altri. Che lacrime ardenti ho visto sparger da gli occhi vostri!
che affettuosi abbracciamenti! che vivi motivi di materni affetti!
Sto per inchinarmi e baciarvi i piedi, per tanto obligo che v'ho per
rispetto del mio padrone, e del mio; che, scoprendosi l'inganno, era
spacciato il fatto mio.
Attilio.
Il fingere è stato
tanto naturale, che confesso l'arte aver superato la natura. E chi
sarebbe stato che, veggendovi, non avesse giurato che quella fusse la
tua vera Cleria? e voi la sua madre? O cara madre sovra tutte le
madri, lasciate che vi baci le mani: e quando mai potrò
ricompensarvi cotanta affezione?
Constanza.
Figlio, non bisogna che
m'abbiate obligo alcuno per ciò, perch'io non ho finto cosa
alcuna. La giovane, che innanzi condotta mi avete, è la vera
Cleria tua sorella, ché insiememente fummo rapite da' turchi.
Attilio.
Ohimè, che dici?
Constanza.
Quel che la conscienza mi
sforza a dire.
Attilio.
Cleria è mia
sorella?
Constanza.
Cosí tua sorella,
come io tua madre: conceputi d'un istesso seme, portati nove mesi e
partoriti dal medesimo ventre mio.
Attilio.
O crudeli effetti di
fortuna, o essempi di somma infelicitá, o infelice versaglio
di compassione! e qual penitenza emenderá il mio fallo?
Dunque, sarò marito e fratello di mia sorella, padre de miei
nipoti e zio de miei figliuoli? sarò genero vostro e di mio
padre?
Constanza.
Figlio, l'ignoranza fa men
colpevole l'errore del tuo non fallo. Guardati per l'avvenire non
abusar la conversazione e l'amor di tua sorella, amala di puro e
sincero amore: se la tocchi, toccala come sorella; se l'abbracci,
abbracciala come sorella, ché, abbracciandola altrimenti,
abbracciaresti la tua infamia e vitupèro.
Attilio.
O madre, come può
esser questo? che ricordandomi de quei primi fiori colti della sua
bellezza, de' passati piaceri che ho gustati nella sua conversazione,
delle godute bellezze e de' posseduti tesori delle sue grazie, che
non cerchi spenger quelli ardenti e infocati effetti di amore nel
godimento della sua persona?
Constanza.
Avézzati a poco a
poco a non mirarla, perché dalla vista dell'amata persona
cresce la fiamma nell'intime midolle; avézzati a non parlarle,
perché le parole son via alla concupiscenza: fuggi, quanto
puoi, di trovarti da solo a solo con ella, accioché
l'occasione non susciti l'uso, e ti conduca a qualche reo e biasmevol
fine; allontánati da lei per qualche tempo, perché la
lontananza degli occhi genera la lontananza dal cuore, e con generosa
pazienza sopporta lo sforzo della tua inclinazione.
Attilio.
Ahi, che non per cangiar
loco si cangia il core; e se il luogo disunisce, amore unisce i
cuori. E queste cose son facili a persuadere, ma impossibili ad
essequirsi.
Constanza.
Lascia pensieri cosí
sensuali e desidèri cosí brutti, e lasciatevi governare
dal freno della ragione.
Attilio.
Pazzo è chi stima
ch'uno innamorato possa reggersi da freno di ragione, perché
l'animo è in tutto offuscato dall'amorose passioni.
Constanza.
Trovatevi un'altra sposa od
innamorata piú bella.
Attilio.
Amor non vuol cambio. O
Cleria, in un medesimo tempo ti racquisto e ti perdo. Ritenerti non
lece, ricusarti non posso: racquisto una sorella, perdo una sposa; e
tu medesimamente acquisti un fratello, ma perdi un amante. O gran
mutazione de' nostri desidèri! O padre, non puoi dolerti piú
di me, che t'abbia ingannato e non dettoti il vero: mi desti danari
per riscattar la sorella e la madre, ecco v'ho riscattata la sorella
e condottala a casa tua: e hai avuto da me quanto hai desiderato. Né
io posso dolermi se non di me stesso, perché solo ho ingannato
me stesso.
Constanza.
Figlio, del male almen n'è
uscito un tal bene.
Attilio.
Ahi, che tanto movimento di
sangue, che mi occupò il core nella prima vista, stimava che
fosse dalla tua bellezza; ma era dalla forza del sangue, perché
eravamo nati di un medesimo sangue; e io sciocco non me ne accorgeva.
O madre, quanto m'è cara la tua venuta, tanto m'è
acerba: questo giorno me ti dá e me ti toglie: nel giorno, che
hai conosciuto tuo figlio, lo perderai: questo è il primo
giorno che mi vedi, e l'ultimo che mi vedrai, che è forza che
mi parta dalla casa, dalla vita e dal mondo tutto.
Constanza.
Chi ti vieta, o figlio, che
non vivi e stia in casa tua?
Attilio.
O che crudel ricordo, ch'io
viva! vuoi che resti vivo, per vedermi vivere d'un perpetuo morire? a
chi non può scampar in modo alcuno, gli è assai men
grave il morire. La morte è un dolce porto de' miseri, a niuno
è chiuso, raccoglie tutti; e vuoi che resti in casa mia? La
casa mia m'era cara per colei che ci abitava meco; ma, poiché
con quella non lece piú, torrò da me stesso un perpetuo
essiglio per non tornarci piú mai. Mi sarebbe la casa un vivo
inferno, un perpetuo incendio ardente. O Idio, che insopportabil
dolore è quel ch'io sento, o qual miseria è che pareggi
la mia? o che gran meraviglia è ch'io viva! O Cleria, io ti
perdo, senza ch'altri me ti toglia; e sendo in casa mia, onde niuno
mi caccia, è forza che ti lasci e abbandoni. Per esser tu
troppo congionta meco, è forza che da te mi disgiunga. O
leggi, o costumi umani a me contrari! S'armano contro me le leggi e i
costumi de gli uomini. O madre, che amara novella m'hai tu data! o
quanto piú grata mi saresti, se conceputo non m'avessi o
generato in questa vita, overo uccisomi nella cuna. Che obligo debbo
averti della vita, che m'hai data, se con una amara nuova mi togli la
vita e l'anima insiememente? Goditi, madre, la tua figliuola
nuovamente acquistata, e lascia che il tuo figlio vada tapinando per
il mondo, senza suspetto che tratti piú mai con la sorella.
Constanza.
O che disgrazia è la
mia! pensava dar allegrezza alla mia casa, e sono stata istrumento e
ministra di crudel ufficio. Mi pensava che scampata dalla servitú
di genti barbare e ricovratami nella mia casa, avesse vissuto il
restante della mia vita, felicissima. Ma sarebbe stato per me meglio,
che fusse restata in man de' turchi, povera vecchia e disgraziata, e
non fosse qui venuta spettatrice d'una miserabil tragedia. Ahi, che
non è cosa stabile o felice sotto le stelle! Figlio, era mia
intenzione darvi piacere e non disgusto.
Trinca.
Padrona, andate su e non
fate penar vostro marito in aspettarvi. Ecco il compagno
dell'allegrezze e de gli affanni vostri.
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