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| Giambattista Della Porta La sorella IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA IV.
Cleria, Constanza, Pardo, Trinca.
Cleria. O cara madre, o madre! Constanza. O figlia, o figlia! Pardo. Mira, figlio, che affezione, che non puon saziarsi d'abbracciarsi e di stringersi. Mira che lacrime mescolate di dolore e di dolcezza. Orsú, non piú abbracciare e piangere; e non conturbate col pianto cosí desiderato contento. Attilio. Padre, mira che non ponno parlare. Constanza. Ed è pur vero, o figlia, che da poi sí lungo tempo ti riveggia? Cleria. O madre, come insperatamente vi veggio! Costanza. Mentre eri tu, figlia, meco, la servitú mi era leggiera e assai dolci i travagli, e per te mi smenticava di quella fortuna; ma, dopo che da me fosti separata, me si raddoppiaro gli affanni e ogni piacere m'era dispiacevole e noioso. Cleria. Imaginatevi, cara madre, che non conoscendo al mondo altra che voi, e poi essendomi tolta, che disperazione era la mia. Constanza. Figlia cara, come ti trovo in casa di tuo padre? Cleria. Separata da voi, fui comprata da un sangiacco, e avanzando io in etá, s'invaghí di me quel cane; la moglie ne divenne gelosa, e, quando ei si partí per affari del Gran Signore, mi consegnò ad un servo, che mi vendesse. Cosí capitando mio fratello in Constantinopoli, mi riscattò da quello e mi condusse qui a casa seco. Constanza. Sia lode a Dio del tutto. Pardo. Troppo sarete lunghe, se volete qui raguagliarvi delle passate fortune. Entrate, moglie, a riposarvi; che non mancherá tempo a questo. Attilio, aiuta tua madre; io, tua sorella. Attilio. Cosí faremo.
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