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Giambattista Della Porta
La tabernaria

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  • ATTO III.
    • SCENA V.   Giacomino, Giacoco, Cappio.
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SCENA V.

 

Giacomino, Giacoco, Cappio.

 

Giacomino. Chi batte, olá? è questa l'ora da interrompere i studi?

Giacoco. O Iacoviello mio, ca singhi benedetto dallo Celo e da me, ca studi commo no cane! come mo me ne preo.

Cappio. E se ci affatica con tanto gusto che non lo lascia mai, se non va tutto in sudore; e se voi non l'aveste interrotto, non avrebbe fatto altro tutta la notte.

Giacomino. Chi è , dico?

Cappio. Calate giú, che vostro padre è tornato da Posilipo.

Giacomino. Vuoi burlarmi?

Cappio. Venete e vedete.

Giacomino. Ora chissi so figli che non vanno dereto alle femine guaguine, squaltrine, chiarchiolle, zandragliose; né de chissi nnamorati che fanno taverne, ma stanno ammolati a rasulo sopra libri fin che se ci arreieno.

Cappio. Avertite che lo troppo studio non li disecchi il cervello.

Giacoco. Batti, dico.

Cappio. Sento i pantofoii per li gradi, che vien giú.

Giacomino. Ben trovato, mio padre! sète venuto molto desiderato.

Cappio. (Anzi lo mal venuto, ché non ha potuto venire a peggior tempo).

Giacomino. Come a quest'ora?

Giacoco. Te lo diraggio suso, ca sto allancato de fatica.

 

 

 




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